Grazie – Emiliano Brancaccio

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In queste ore ho ricevuto moltissime esortazioni ad accettare la proposta di candidatura alle elezioni europee con la lista Tsipras, per la circoscrizione Sud. In tutta franchezza non mi aspettavo una tale mobilitazione intorno al mio nome. Sono sinceramente onorato per gli appelli e le raccolte di firme a sostegno della mia candidatura e per i tanti messaggi di apprezzamento che ho ricevuto. Con rammarico, tuttavia, devo comunicare che non posso accettare la proposta di candidatura alle europee: il personale contributo alla critica dell’ideologia dominante non termina ed anzi trova adesso nuove ragioni, ma in questo momento della mia vita il mio posto deve essere all’università, con gli studenti.

Le persone a cui vorrei dire grazie sono numerosissime. Ne cito solo alcune e chiedo scusa ai tanti che per mere ragioni di spazio non menzionerò. Vorrei ringraziare Barbara Spinelli, che ha speso parole di elogio nei confronti del “ monito degli economisti” e Paolo Flores d’Arcais, che mi aveva annunciato l’intenzione dei comitati a sostegno della lista Tsipras di indicarmi per la candidatura. Ringrazio anche Vladimiro Giacché, con il quale condivido molte tesi e previsioni. E ringrazio Gianni Rinaldini, che mi aveva onoratocomunicandomi l’appoggio di tante compagne e compagni della FIOM. Tengo inoltre a ringraziare Paolo Ferrero, Fausto Sorini, Claudio Grassi e gli altri dirigenti dei partiti che hanno sostenuto con convinzione la mia candidatura. Ringrazio i compagni e gli amici delle varie realtà di movimento, con i quali avevo collaborato ai tempi del social forum di Firenze e che in questi giorni hanno rinnovato parole di fiducia nei miei confronti. A tutti dico che non farò mancare il mio contributo di analisi e di proposta alle future iniziative che abbiano come fulcro l’interesse delle lavoratrici e dei lavoratori. Interesse che un tempo, a giusta ragione, si riteneva coincidente con l’interesse generale dell’intera collettività.

Permettetemi anche di esprimere due brevissime considerazioni di ordine politico. In primo luogo, auspico che ci si liberi presto dall’illusione che la tremenda crisi economica e democratica che stiamo attraversando possa essere affrontata assecondando i fatui fuochi dell’individualismo narcisistico, il cui nefasto corrispettivo politico è sempre costituito dal leaderismo plebiscitario. Per affrontare le colossali sfide del tempo presente la funzione dei singoli, per quanto illuminati, è pressoché irrilevante. Piuttosto, sarebbe utile dare inizio a un investimento generazionale, un lavoro critico e costruttivo per delineare una nuova concezione del collettivo, in particolare della forma-partito. La seconda considerazione che vorrei condividere con voi è maggiormente legata alla campagna per le elezioni europee.L’attuale scenario politico può esser ben descritto tratteggiando un orrido trittico: al centro l’arrocco intorno alle leve del potere dei pasdaran favorevoli all’euro e all’austerity; al fianco di quell’arrocco la comparsa di un nuovo liberismo gattopardesco, pronto a sbarazzarsi dell’euro pur di proseguire con le politiche di smantellamento dei diritti sociali; ed infine, all’orizzonte, l’avanzata in certi casi poderosa di nuove forze ultranazionaliste e xenofobe. Ebbene, è stato detto che all’interno di questo cupo scacchiere politico esisterebbe per la sinistra uno spazio ancora inesplorato. In effetti, nel mio pur modesto ambito, ho avuto modo di verificare che uno spazio in cui esercitare un efficace antagonismo contro i tre gruppi descritti sussiste davvero: lo testimonia il fatto che la protervia dei pasdaran pro-euro e dei gattopardi anti-euro si scioglie sistematicamente, come neve al sole, in ogni confronto dialettico che sia fondato su basi scientifiche; e che nelle società europee èancora possibile trovare anticorpi sociali e culturali contro la funesta avanzata dell’ultranazionalismo reazionario. Tuttavia, se questa è la durissima sfida nella quale ci si vuol cimentare, allora mi permetto di avanzare una duplice riflessione. L’idea che una forza orientata a sinistra possa vincere una battaglia di tali proporzioni scimmiottando le ipocrite banalizzazioni interclassiste dei gattopardi anti-euro è ovviamente assurda. Ma la stessa battaglia rischia di esser perduta in partenza se si rimarrà subalterni al dominio ideologico degli apologeti dell’euro e si commetterà quindi l’errore di considerare l’eurozona un dato fuori discussione. Un errore strategico che temo pregiudicherebbe ogni margine di manovra politica in Europa, e che diventerebbe quindi previsionale. Da questo punto di vista, è inutile negarlo, Alexis Tspiras è in una posizione delicata. Per molte ragioni, non ultima la sua possibile ascesa al governo della Grecia, egli potrebbe essere indotto a tenere la sua dialettica rigidamente confinata nei limiti angusti di una incondizionata fedeltà all’euro. Se così fosse, il perimetro della sua azione potrebbe restringersi al punto dasoffocare l’indubbia forza attrattiva della sua candidatura alla presidenza della Commissione europea. Eppure, nel testo di investitura, egli ha scritto che “ l’Unione Europea sarà democratica o cesserà di esistere. E per noi, la Democrazia non è negoziabile”. La Democrazia, per l’appunto: non la moneta unica, né il mercato unico europeo. Sarebbe un dato interessante se Tsipras centrasse la campagna su queste sue stesse parole. La lista italiana e le altre forze europee che lo sostengono ne trarrebbero notevole vantaggio. E le possibilità di anticipare gattopardi e ultranazionalisti aumenterebbero. Staremo a vedere.

Emiliano Brancaccio, 27 febbraio 2014

Uscire dall’euro: l’appello di Brancaccio e Fontana sul Guardian

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guardian-logoDi Redazione Giornalettismo 24/02/2014 –
Domenica scorsa sul Guardian è stato pubblicat o un appello di Emiliano Brancaccio e Giuseppe Fontana, rispettivamente economisti e professori universitari nel Sannio e a Leeds, in cui si sostiene che l’Italia “dovrebbe essere preparata a uscire dall’euro”

L’ITALIA DOVREBBE ESSERE PREPARATA PER USCIRE DALL’EURO

Emiliano Brancaccio, Giuseppe Fontana – The Guardian, 23 febbraio 2014

Dal punto di vista dello studio delle ascese politiche, è difficile non rimanere impressionati da quella del nuovo primo ministro dell’Italia, Matteo Renzi. Più preoccupante è il compito che Renzi potrebbe trovarsi di fronte: riuscire dove molti altri hanno fallito e ribaltare un’economia che si è ridotta del 9% negli ultimi sei anni. Si è tentati in questi momenti a pensare che i politici italiani, sia a destra che a sinistra, siano essenzialmente incompetenti e, in alcuni casi, qualcosa di peggio. Ma una spiegazione più plausibile per la disastrosa situazione economica in Italia è che le politiche degli ultimi governi hanno fatto poca differenza. Come paese membro dell’Unione Europea, l’Italia ha poco spazio di manovra sul lato fiscale, e ancor meno dal lato monetario. I precedenti primi ministri, Mario Monti ed Enrico Letta, non sono riusciti a convincere i partner europei, la Germania in particolare, a sostenere politiche volte a stimolare la produzione e l’occupazione. Renzi ha un compito monumentale e deve cambiare rotta rispetto ai suoi predecessori. Dovrebbe spiegare ai suoi partner europei che l’Italia ha un piano B e potrebbe lasciare la zona euro se il suo governo non potesse migliorare la produzione e l’occupazione attraverso nuove politiche fiscali e monetarie. Questa sarebbe una decisione di quelle che capitano una sola
volta in una generazione, ma se Renzi fallisce, Berlusconi , con il suo fervore anti-Merkel e anti UE, è nascosto sullo sfondo, pronto a tornare . Plus ça change … moins ça change?

Emiliano Brancaccio
Università del Sannio, Italia
Giuseppe Fontana
Università di Leeds e Università del Sannio, Italia

Materiali per intervenire nelle assemblee e nelle attività della lista Tsipras – Ugo Boghetta

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Warning

PARTE 1

Nell’ultimo documento la Direzione propone finalmente alcune argomentazioni condivisibili.
Evidentemente le critiche servono. A proposito della lista Tsipras si afferma: “ …. Un percorso che ha visto delle criticità che non vanno taciute, quali la decisione sul simbolo, il percorso centralizzato della sua creazione, gli accenti anti-partitisti, ma che ha anche avuto il merito di aprire alla possibilità di una lista unitaria. ……….ma non (é) ancora come spazio pubblico per la creazione di un soggettività nuova della sinistra di alternativa”.
Ma il disagio è tale da indurre Dino Greco a scomodare il povero Lenin il quale scriveva nel 1905 che:” la rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente (senza tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna lotta rivoluzionaria); e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere (…). Colui che attende una rivoluzione sociale pura non la vedrà mai; egli è un rivoluzionario a parole che non capisce cos’è la vera rivoluzione”.
Afferma giustamente Greco che occorrerà tempo, molto lavoro, molte lotte ed altri passi in avanti e che le scorciatoie sono le illusioni dei pigri, non sono roba per i comunisti. Certo, Lenin parlava di classi, ceti, lotte di massa e non di liste elettorali, ma ciò non toglie validità del paragone: le aggregazioni plurali sono spurie per definizione. Il problema nasce proprio dal fatto che il lungo lavoro di cui parla Dino, per avviarsi deve avere un senso, una direzione, un progetto, una teoria adeguati altrimenti si finisce per essere subalterni. Sono queste assenze alla base del disagio dei compagni. È il non sentirsi forti di un progetto, di una cultura politica, di una prospettiva. Intuiscono una mancanza di identità. Percepiscono più di tanti dirigenti che si passa di necessità in necessità, dall’essere sempre marginali e che a loro tocca sempre fare gli sherpa. Lenin, proprio perchè vedeva il carattere spurio dei processi, per fare la rivoluzione ha dovuto rivedere molti concetti evoluzionisti della socialdemocrazia e dello stesso Marx (anche se Marx in realtà arrivò a considerare la possibilità della rivoluzione in Russia), compresa la rivoluzione in Europa. Tant’è che qualche anno dopo il 1905 cacciò dal partito le tendenze moderate (che pur erano ben più di sinistra dei nostri 6 soloni) e si costituii il partito bolscevico. Queste tendenze, infatti, ostruivano la possibilità di cogliere le opportunità rivoluzionarie proprio perché non erano in grado di concepire la lotta di classe spuria, i cambi di situazioni, i salti politici necessari e possibili. Un recente tentativo spurio è stata, ad esempio, la vicenda dei forconi. Vicenda alla quale gran parte dei facenti parti la lista, noi compresi, ha reagito anti-leninianamente. Così come gran parte reagisce alle questioni radicali che pone l’Europa Reale. In parte ciò è avvenuto per la manifestazione del 19 ottobre scorso. A Bologna, ad esempio, ci sono state due manifestazioni: una in solidarietà della lotta dei facchini, l’altra dei migranti, pochi dei partecipanti alle assemblee per la lista erano presenti.
Lenin parlava da comunista e rivoluzionario. Lenin portava sempre una battaglia teorica, politica ed organizzativa, ciò che noi quasi mai facciamo. Una cosa infatti è lavorare in modo unitario, altro è essere unitaristi e non contrastare sul piano ideologico e politico l’egemonia radical chic che non contempla le lotte spurie, lo stesso classismo, altre idee dell’Europa, per non dire del socialismo. Concezioni che assomigliano a quelle posizioni che Lenin ha combattuto ferocemente. Il problema non sta dunque nel prendere le distanze dalla la Lista Tsipras così come sta nascendo in Italia in nome di un puro processo astratto. Il problema è starci con la consapevolezza che le posizioni “civiche come ideologia” saranno (e sono) un grande impedimento poiché il conflitto è tortuoso, altalenante, sporco. Il problema è evitare il pericolo che succeda come per la Federazione della Sinistra approcciata con un unitarismo fastidioso e sbagliato. Quanti allora sono stati consenziente e acritici votando ancora una volta:”la sicurezza, la disciplina”!? Allora questo lungo lavoro cominciamolo e non subiamo un’altra volta. Ma come possiamo operare nella mancanza di un progetto di transizione e trasformazione socialista!? Per questo motivo il nostro profilo politico assai debole va ripensato proprio dentro al percorso. Ripensamento assolutamente necessario per l’ora ed ancor più per il dopo e gli inquietanti scenari che si apriranno.

PARTE 2

Vediamo dunque alcune problematiche tenendo conto di alcune affermazioni che vengano spesso avanzate negli incontri.

1) La critica al verticismo è scontata, ed altrettanto la necessità di costruire degli spazi
pubblici.

2) Sarebbe necessario rivendicare con forza non solo che noi abbiamo avanzato la candidatura Tsirpas ma che questo è stata possibile perchè in Europa ed anche in Italia ci sono state migliaia di compagni che hanno resistito alle offensive del nemico di classe, alle scissioni che non hanno portato coloro che le hanno fatte da nessuna parte (vedi SEL), alla vulgata antipartito. Migliaia di compagni e compagne devono pretendere rispetto.

3) Dicono che non dobbiamo fare come la sinistra radicale. Le critiche alla sinistra radicale
sono sacrosante per la frammentazione prodotta. Ma noi non dobbiamo accettare queste critiche: unitari lo siamo sempre stati, a volte anche troppo. Va invece anche detto con altrettanta forza che la cosiddetta società civile di sinistra in quanto a divisioni, frammentazioni, personalismi non scherza.

4) La critica alle posizioni antipartito è banale solo in apparenza. In questo caso non si tratta di sostenere, a mio modo di vedere, il ruolo dei partiti in generale, ma la necessità del partito per quel che riguarda un largo blocco popolare oggi variamente disgregato, la necessità di un progetto di trasformazione, di una teoria e di una pratica di lotta al potere, allo Stato. Questioni non astratte ma che riguardano immediatamente anche la campagna elettorale. A chi ci rivolgiamo, come, per cosa? In secondo luogo andrebbe posto il tema dell’efficacia politica che certi movimenti in quanto tali non risolvono. E questo non per un principio astratto ma come analisi dei processi reali vedi occupy wall street, gli indignados.

5) Tutto ciò va opposto (nei modi adeguati: i contesti non sono tutti uguali) alla concezione del civismo, cittadinanza, politica dei soli diritti, e quindi anticlassista e antipopolare. Il “civismo come ideologia” è stato la cifra della seconda repubblica e ha prodotto solo disastri. Ha prodotto Grillo e Renzi: padri e padroni politici come anche i 6 soloni. Il civismo, inoltre, è un misto di concezioni ideologiche liberiste, liberali, spontaneiste e riguardano aspetti importanti quali il mercato, il pubblico ed il privato, la democrazia ecc. E non si criticano queste posizioni solo portando l’attenzione sui conflitti. Non è solo questo il punto. È l’americanizzazione della politica e dei conflitti che va criticata.

6) Un aspetto che noi non sviluppiamo affatto è il socialismo. Tsipras nei 10 punti dice che siamo per il socialismo. Purtroppo, come ben sappiamo, questa affermazione manca di un’elaborazione conseguente. Dobbiamo tuttavia cominciare a parlare forte di socialismo in quanto allude ad un determinato campo di ricerca e di proposta. Da il senso che la lotta all’austerità, all’Europa, all’Euro non sono fini a se stesse. Ciò in opposizione a frasi quali:”un’altra Europa è possibile” che non significano nulla e che non possono più essere il nostro dire.

7) Il tema centrale della nostra campagna è la lotta all’austerità, al fiscal compact. Tuttavia, come abbiamo più volte sostenuto, ciò non necessariamente ci distingue poichè in un modo o in un altro sarà una posizione comune a tanti partiti. Non solo. L’efficacia della lotta all’austerità è tanto più efficace quanto più forte e frontale è l’attacco all’Europa in quanto tale.

8) E questa Europa reale è sì quella dei trattati ma anche dell’euro. Come ognuno può  vedere è questo un tema che sta emergendo sempre più nella discussione pubblica. Problematica da noi negata nonostante il deliberato congressuale per non spaventare le Spinelli di turno (a proposito di subalternità). Eppure sono le posizioni radicali verso l’Europa e l’euro che sono ascoltate, che fanno presa, che fanno discutere.

9) Purtroppo anche fra di noi, c’è tanto pressapochismo, anche nei sommi dirigenti. Quindi lo diciamo ancora una volta. L’euro è una delle cause principali del fallimento dell’ideale europeo. È insieme ai trattati uno strumento del liberismo e della finanza, in particolare del nord Europa. L’euro svaluta inevitabilmente ed automaticamente il lavoro in tutti i suoi aspetti. L’uscita dall’euro non è la soluzione ma la condizione per riprendersi la sovranità nazionale, popolare, democratica, costituzionale e per praticare in modo più efficace la lotta di classe per l’alternativa contro la nostra lumpenborghesia nazionale.

10) Una vittoria elettorale dei vari euro scettici pone anche il tema della rottura dell’Europa. E quindi dell’euro, e quindi di un’altra Europa. L’altra Europa non può essere solo l’Europa-Nazione ma può essere confederata o variamente articolata. Se si rivendica il pluralismo ebbene questo vale anche per queste problematiche.

11) Dicono alcuni che Syriza è diventata forte non proponendo l’uscita dall’euro, ma la lotta al memorandum. È corretto. Ma noi non siamo la Grecia, nè come nazione, né come sinistra, nè abbiamo alcun memorandum così facilmente identificabile a livello di massa. Ed una cosa è lo scontro su di un aspetto importante e comprensibile a livello di massa, una cosa è la prospettiva e la chiarezza politica riguardo alle dinamiche in atto ed al loro precipitare. Il problema, infatti, è non finire su posizioni riformiste, da ala sinistra della borghesia finanziaria, perchè sarebbero dolori. I greci seguiranno il loro percorso ma il problema del modello europeo è drammaticamente aperto anche per Syriza se vincerà le elezioni.

Ugo Boghetta

Atene chiama. Fassina risponde?

Atene chiama: Fassina risponde?

L’arretramento di Syriza

Mimmo Porcaro

Non si è buoni amici del popolo greco se si sottovaluta il netto arretramento a cui Syriza è stata costretta dai ricatti delle sue controparti e dalla propria incertezza strategica. Nella lettera presentata da Varoufakis all’Eurogruppo non c’è alcun cenno alla questione più importante, ossia alla ristrutturazione del debito, ed oltre a ciò il governo greco si trova di fatto nell’impossibilità di utilizzare il fondo salva-stati (che andrà per intero alle banche) e di superare l’obbligo dell’avanzo primario (avanzo che, al massimo, potrà essere modulato).

È impossibile onorare anche parzialmente, in queste condizioni, gli impegni presi con gli elettori. È impossibile pensare che si sia aperto, in questo modo, un qualche spazio di manovra. Ed è sorprendente che si imputi tutto ciò alla durezza delle istituzioni europee: che cosa ci si aspettava? Come è possibile che il gruppo dirigente di Syriza non abbia previsto la rigidità dell’eurogruppo e i ricatti della Bce? Come hanno fatto a non capire che l’esclusione dell’uscita dall’euro ha reso quasi nullo il loro potere negoziale, di fronte ad un’Europa che, oltretutto, è momentaneamente ringalluzzita dal Q.E. di Draghi (non a caso annunciato poco prima delle elezioni greche…)? Intendiamoci: con avversari di tal fatta è difficilissimo scontrarsi, tanto che noialtri, sinistra italiana, non abbiamo nemmeno il coraggio di iniziare a farlo e preferiamo che qualcuno lo faccia al posto nostro. Ma non si sfugge all’impressione che vi sia comunque un errore di base ed un’imperdonabile supponenza nell’atteggiamento di Syriza: l’idea secondo la quale, in fondo, la fine dell’austerity sarebbe interesse anche delle classi dominanti europee. Mentre, al contrario, queste sguazzano felici nella deflazione (che deprezza il lavoro e valorizza i crediti), pur non escludendo investimenti ed immissioni di denaro se e quando la compiuta sottomissione dei lavoratori li renda convenienti.

Lenin direbbe che questa pretesa dei deboli di insegnare ai forti quali siano i loro interessi equivale ad una completa sottovalutazione della realtà dell’imperialismo. Tucidide, che anche con questo tema ha intessuto le mirabili pagine del dialogo tra gli Ateniesi e i Melii – sulle quali oggi sicuramente meditano i nostri compagni greci – direbbe semplicemente che è mancanza di realismo. Ma, si sa, si tratta di due vecchi arnesi: Lenin, a differenza di Varoufakis, nulla sapeva della teoria dei giochi, e Tucidide, redivivo, non arriverebbe certo a capire, con quel suo fissarsi sul conflitto tra potenze, the magic of globalization.

Prendere tempo”

Si dirà che il mio giudizio è troppo severo, e che in fondo Syriza è riuscita, in una situazione difficilissima, quantomeno a prendere tempo. In parte è vero, e ci tornerò. Ma ci siamo chiesti come mai gli avversari di Syriza questo tempo l’hanno concesso? L’hanno fatto, io credo, per non dare l’impressione di strozzare la Grecia e per lasciare che la Grecia lo faccia da sola. Infatti il contenuto della lettera d’intenti scritta da Varoufakis è tale da far ben sperare chi punta ad un indebolimento di Syriza. Già: l’aver conquistato il diritto di scrivere da soli i propri compiti senza farseli dettare dalla troika è cosa che può essere sbandierata come un successo, ma di fatto riduce la possibilità di imputare le scelte politiche restrittive alla protervia altrui, e questo trasforma il conflitto tra Grecia ed Europa in un conflitto interno alla Grecia. Non tanto perché numerosissimi e qualificanti punti del programma elettorale sono del tutto scomparsi: la forte tensione politica dei sostenitori di Syriza potrebbe anche, in un primo momento, far sì che si passi sopra a tutto ciò. Ma perché il concentrare tutto sulla lotta all’evasione fiscale (non potendo contare su riduzione del debito e su altro) rischia seriamente, nelle concrete condizioni della Grecia di oggi, di rompere il fronte che sorregge il governo. I capitali non cesseranno di fuggire, i percettori di redditi medio-alti si sentiranno minacciati, ma, soprattutto, gran parte dell’elettorato popolare, che spesso mescola redditi da lavoro dipendente e redditi di piccola impresa, rischia di perdere, col rigore contro il “nero”, una risorsa aggiuntiva assolutamente vitale in epoca di crisi.

Rapporti di forza e rapporti sociali

Si dirà che in ogni caso il mio giudizio è troppo rigido, perché non considera l’Europa come un campo di forze in cui, soprattutto in periodi turbolenti, i rapporti fra i diversi attori possono mutare anche bruscamente. Ora, io non escludo affatto, in linea di principio, che un qualche concorso di circostanze possa modificare la situazione. Ed anzi, smentendo quanto in genere si imputa ai detrattori dell’euro, ripeterò che io non spero che Syriza sia sconfitta per meglio dimostrare quello che ormai è superfluo dimostrare (l’irriformabilità dell’eurozona), ma che spero (speravo) in una sua pur parziale vittoria, perché questa allevierebbe le sofferenze della Grecia e al contempo aprirebbe crepe nell’edificio comunitario. Ma un conto è discettare di possibilità astratte, altro è valutare le possibilità concrete. E la concretezza dice che Syriza ha perso rapidamente terreno, se mai ne aveva conquistato. E che, in ogni caso, anche una parziale vittoria sull’austerity, dati gli attuali rapporti sociali, si trasformerebbe paradossalmente in un ulteriore asservimento della Grecia.

Sì, perché il problema è proprio questo: qui non si tratta di mutevoli rapporti di forza, ma di coriacei rapporti sociali. E nel capitalismo i rapporti sociali, come pure dovremmo sapere, sono particolarmente difficili da modificare perché si presentano (e funzionano) come rapporti tra cose, in particolare come rapporti tra entità economiche la cui dinamica è estremamente cogente, prescinde dalle oscillazioni abituali dei rapporti di forza ed appare, oltretutto, come un qualcosa di naturale e impersonale. E l’entità economica che maggiormente codifica, normalizza e riproduce i rapporti sociali (e geopolitici) inevitabilmente asimmetrici del capitalismo è la forma del denaro, ossia, nel nostro caso, l’euro. Per cui anche se Syriza riuscisse a modificare i rapporti di forza, a spuntarla, a finirla con l’austerity e a ridare un po’ di speranza e di potere d’acquisto ai cittadini greci, non per questo avrebbe modificato i rapporti sociali e geopolitici che si incarnano nell’euro e nella connessa rigidità del cambio. Cosicché l’aumento del potere d’acquisto si tradurrebbe inevitabilmente in aumento del debito privato e quindi nuovamente del debito pubblico, ribadendo la dipendenza ellenica dall’Europa del nord. Perché l’euro, questo idolo della sinistra neo o post comunista, è studiato apposta per rafforzare il padrone e il creditore, ed è quindi incompatibile con una prospettiva di sinistra, se con questa parola indichiamo quelle vecchie, solide ed irrinunciabili cose che sono l’impresa pubblica, la piena occupazione, gli alti salari, il controllo democratico sulla produzione. Se non confondiamo, insomma, la sinistra col liberismo e col movimentismo.

Sostiene Fassina

Su questo insieme di temi è recentemente tornato, e con precisione, l’onorevole Fassina.

È evidente che anche l’accoglimento della lista normalizzata di riforme strutturali presentata dal governo Tsipras lascerebbe la Grecia nel tunnel. Nel migliore dei casi, i greci comprerebbero tempo. È evidente dalla parabola greca che nell’eurozona non vi sono le condizioni politiche per la radicale correzione di rotta nella politica economica necessaria alla ripresa e al miglioramento delle condizioni del lavoro e, quindi, alla sopravvivenza della moneta unica. È evidente che la Grecia per salvarsi deve lasciare l’euro e svalutare. Rimanere prigionieri della moneta unica, pilastro del mercantilismo liberista, per Syriza vorrebbe dire consumare rapidamente il capitale politico di fiducia ricevuto il 25 gennaio scorso. Vorrebbe dire accompagnare comunque la Grecia al naufragio e lasciare campi di macerie alle scorribande dei neonazisti di Alba Dorata. È anche evidente che la parabola greca e delle sinistre greche prospetta un destino comune alle democrazie e alle sinistre dell’eurozona. La democrazia, la politica e la sinistra non hanno fiato nella camicia di forza liberista dell’euro. Nell’eurozona non c’è alternativa alla svalutazione del lavoro, al rattrappimento delle classi medie, al collasso della partecipazione democratica. Quindi, non c’è spazio per la sinistra. [..]. La sinistra può evitare la deriva di svalutazione del lavoro e di svuotamento delle democrazie delle classi medie e, così, si può salvare e ritrovare senso storico soltanto se riesce a spezzare la gabbia dell’euro. Se si ricostruisce nazionale e popolare. Altrimenti è finta o fa testimonianza”.

Parole e fatti

Parole sante, quelle di Fassina, ma vi sono atti conseguenti? Per il momento temo di dover rispondere di no.

Rompere con l’euro e con l’eurozona, ricostruire un punto di vista “nazionale e popolare” non sono cose che possano essere affrontate semplicemente correggendo la linea di questo o quel partito. Sono scelte di campo internazionali (e scelte di classe sul piano nazionale) che impongono la distruzione dei partiti precedenti e la costruzione di forze politiche di tutt’altro conio. Impongono, addirittura, la nascita di una forza democratica e popolare che non si chiuda nel riferimento alla sinistra attuale(Podemos docet ), ma sappia parlare a quella vasta maggioranza di italiani, di diversa estrazione politica, comunque interessata a non dissolvere il patrimonio di civiltà apportato dalla sinistra di un tempo e radicato nella nostra Costituzione. Di questa distruzione e costruzione, di questa nascita, però, oggi non si vede traccia: ed è un male, anche per i greci.

Infatti, se ha un senso il “prendere tempo” di Tsipras e Varoufakis, lo ha perché dovrebbe consentire la formazione non già di fantomatici movimenti continentali (nei quali, ovviamente, nessuno spera) ma di nuovi governi europei, in Spagna, in Irlanda e magari altrove, capaci di affiancare Atene nella sua battaglia. Ma per affiancare Atene nella sua battaglia non basterebbe aggregarsi al coro anti-austerity: un errore non diviene meno grave solo per il fatto che sono in tanti a commetterlo, e chiedere inversioni di rotta alla politica europea confermando, nel contempo, la propria fedeltà all’euro equivale a comportarsi come un condannato a morte che mentre chiede la grazia si aggiusta con le proprie mani il cappio al collo. Per aiutare la Grecia e sé stessi è ormai necessario dire senza mezzi termini che si vuol abbandonare l’euro (magari proponendo alla Germania un patto sostituivo basato sull’autonomia geopolitica del continente…), e prepararsi a farlo. Punto. E a dirlo non deve (forse non può) essere la Grecia o la Spagna o l’Irlanda o qualcun altro, ma deve essere quello che è il più forte trai paesi che dall’euro sono maggiormente colpiti, ossia l’Italia. Certo, l’ipotesi di un governo italiano capace di fare il grande passo appare al momento assai remota. Eppure, un atto di rottura autorevole ed argomentato, ancorché inizialmente proposto da una minoranza, potrebbe sortire un notevole effetto, se quella minoranza provenisse dalla forza politica più europeista del più europeista trai paesi.

È già molto tardi

Grande è quindi la responsabilità che grava sulla parte più decente della sinistra italiana. Per questo mi permetto di suggerire all’onorevole Fassina ed ai suoi amici di meditare, se già non lo stanno facendo, sull’urgenza di un gesto efficace che li allontani sia dal PD sia dal modo confuso e inconcludente col quale si sta affrontando, ancora una volta, il tema del “nuovo soggetto a sinistra”. Confuso e inconcludente perché ci si attarda come al solito a litigare sulla forma del nuovo soggetto (unione di movimenti e partiti, oppure unione di soli movimenti, oppure, ancora, unione di soli soggetti sociali, o chissà cos’altro…) non sapendo dire nulla, se non qualche innocua ovvietà, sul contenuto della sua azione, ovvero sui suoi scopi. E non si sa dire nulla sugli scopi perché nell’obbedienza all’euro la politica, ossia la scelta collettiva, e soprattutto la scelta di puntare ad un diverso ordine sociale, è semplicemente impossibile. Invece, se corroborata dalla proposta di una nuova collocazione internazionale, di una nuova alleanza trai diversi lavoratori e trai lavoratori e le PMI, di una nuova versione dell’economia mista in un contesto di diffuso controllo popolare, se accompagnata da tutte queste cose e quindi dalla convinta ripresa di un’ipotesi socialista, l’idea di uscire dall’euro è l’unica che ci consentirebbe di uscire anche dalla palude in cui sta morendo la sinistra movimentista. I tempi per tutto questo stanno maturando. Fassina e gli altri hanno prima atteso che si concludesse il semestre di presidenza italiano. Ora sembrano attendere che i fatti mostrino l’impossibilità di un compromesso decente tra Atene e Bruxelles: ma i fatti, e l’analisi, hanno già dimostrato l’impossibilità di un compromesso decente tra Bruxelles, Francoforte, Washington e la democrazia. Adesso è l’ora di muoversi. Non possiamo lasciare l’idea della dignità nazionale a Casa Pound e a Salvini (Salvini!). Da anni si pone nei fatti il problema del nesso tra indipendenza di classe e indipendenza nazionale: risolverlo potrebbe essere la chiave per un nuovo e più ampio radicamento delle nostre migliori idee, ma se non lo affrontiamo oggi questo diverrà il motivo della nostra definitiva sconfitta. È già molto tardi.

Seminario: crisi, euro, Italia, Europa

Roma; 31 gennaio ’15

ugo boghetta

In premessa va ricordato che questo seminario è stato deciso dal congresso oltre un anno fa. Si ritenne allora che le analisi sul tema della disobbedienza e di un’Europa oltre l”euro avessero bisogno di ulteriori approfondimenti da un punto di vista di classe.

In buona sostanza, visto che di questioni congressuali si tratta, il tema è quello della linea politica e delle teorie e culture politiche che la sottendono.

Dirò dunque negli organismi dirigenti quello che penso di questa kermesse. Incontro che ha un suo senso, ma certo non è quello che avevamo ritenuto necessario.

Quella originaria necessità trova ulteriore accentuazione dopo il voto della Grecia. Certo ognuno troverà motivi di conferma della propria tesi. Tutto dipende se si guarda la luna o il dito. Nessuno qui è più saggio di altri, ma qualcuno è sì più cieco. O vuole esserlo.

Che cosa caratterizza la politica di Syriza, quello che dice sull’Europa e sull’euro, oppure la centralità dell’interesse di classe dei lavoratori e quello nazionale del popolo greco in coerenza con il radicamento ottenuto contro i memorandum?

È questa impostazione che consente l’alleanza spuria con Anel invece delle forze di centrosinistra: difesa degli interessi di classe e nazionali contro la troika e il liberismo di cui è fautrice. I primi provvedimenti non sono forse stati a favore dei lavoratori e contro le privatizzazioni?!

Iglesias, del resto, non parla di Tsipras come di un patriota? E Podemos non parla di popolo, patria, nazione?

In Italia invece Vendola continua a parlare del PD. E la stessa variegata l’Altra Europa è unita sulla lontananza dalla priorità della questione di classe e quella nazionale.

Qui si misura la distanza da una lettura di come la lotta di classe e la lotta politica oggi si svolgono in ambiti nazionali ma anche in forme popolari/ populiste. Si tratta. Infatti, di leggere da un punto di vista di classe e marxista la fase populista. Cose su cui Porcaro ci ha spesso sollecitato a riflettere.

Qui si misura la distanza culturale, teorica e pratica fra un internazionalismo astratto ma nei fatti nazionalista- grand-europeo e un approccio progressista.

Qui si misura anche la lontananza dalla concretezza, direi leniniana, nel cercare le contraddizioni, nel cercare l’anello debole.

Del resto non è stata forse la rivoluzione russa, la rivoluzione in un paese solo – a fronte di una sollevazione simultanea europea dimostratasi anche allora astratta – a determinare per decenni la più grande ondata internazionalista e anticolonialista?! È altresì vero che la sua implosione è avvenuta quando progressivamente è virata verso una logica nazionalista-imperiale a scapito del suo fondamento: il rivoluzionamento dei rapporti sociali.

Già, perchè noi, abbiamo un altro ed enorme problema: la mancanza di qualsiasi discorso, percorso, analisi, programma di uscita dal sistema capitalista. La mancanza di socialismo, di un nuovo e diverso socialismo.

Citiamo spesso socialismo o barbarie ma siccome il socialismo è assente addirittura come pensiero, allora rimane solo la barbarie.

I più audaci parlano di America Latina e di socialismo del XXI secolo ma poi il vuoto: manca il paese, le classi sociali, una lettura del liberismo ai fini della rivoluzione e non la sua fotografia, interpretazione, commento.

Le esperienze latino-americane ci insegnano che la strada è quello dello studio della composizione, dell’unificazione di classe, di nuove forme di democrazia. Ed ogni nazione segue il suo specifico percorso.

Qui da noi invece c’è la ricerca della chiave economicista che permetta di cambiare le cose senza cambiare i rapporti sociali di produzione, senza creare un blocco storico, un egemonia. Senza cambiare nemmeno il quadro istituzionale. Siamo senza Gramsci e senza Lenin.

In Italia chi ha posto il tema della sovranità nazionale come più favorevole alle forze della antiliberiste ed anticapitaliste a sinistra è stato irriso: si è rispolverato la Grande Proletaria, la contiguità con la destra (Syriza ci va al governo), l’impossibilità (contro tutta la storia del movimento operaio) del nazionalismo progressista democratico.

La sovranità nazionale, che tutti adesso sembrano volere, è però incomprensibile se non può esercitarsi su questioni economiche, finanziarie, senza la sovranità sulla moneta: anche sulla moneta.

La stessa centralità dei bilanci nazionali è tale per la mancanza dello strumento nazionale segato dal modello liberista prima nella nazione (divorzio Banca d’Italia e Tesoro), poi sistematizzato nel trattato di Maastricht e nella BCE. Senza sovranità nazionale vera e piena: Costituzione caput.

Ciò ha conseguenze pesanti sul tema del programma, del ragionamento sul blocco sociale: quello di Renzi da smantellare, quello nazional-costituzionale da costruire . È qui che si rompono e compongono le alleanze sociali e politiche: fra lavoratori che hanno qualcosa da perdere e quelli che non hanno nulla, quelli esposti ai mercati e quelli sul mercato interno, quelli che hanno redditi da rendite, la questione della fiscalità o l’evasione, i vari tipi d’impresa lo Stato ecc ecc.

E sta in questo vuoto la causa di parole d’ordine che non mordono perchè non affondano nella realtà politica, sociale, istituzionale, elettorale. Alla più grande mobilità elettorale mai vista rispondiamo con la banalità.

Sarà un caso che da 10 anni stiamo annaspando sia sulla politica sia nella costituzione di adeguati strumenti politici. Questo è quanto accade nelle assemblee dell’Altra Europa : ultima quella di Bologna.

Continuiamo a cercare la chiave sotto lo stesso lampione. In questo fase Lega e M5S sono più “marxisti” di noi, più “leninisti” di noi.

L’altra e conseguente differenza riguarda l’analisi dell’Europa ed i suoi strumenti. Qualcuno pensa che l’istituzione Unione Europea sia neutra: è solo un problema di politiche. Che la moneta sia un mero strumento anch’esso neutro e non la cristallizzazione di rapporti di forza reali fra classi ed economie. Tant’è che in virtù di ciò si è valuto vedere nelle posizioni antieuro una specie di luddismo monetario. Queste impostazioni sono improntate al più trito economicismo e lontane da analisi di classe e marxiste (dalla critica dell’economia politica al capitale). Sembrano in effetti più vicine alla socialdemocrazia post Bad Gotesberg.

Poi c’è il mito del grande: con la Grande Europa è più facile combattere la finanza. Certo, salvo che l’Europa di Maastricht è sbagliata; più si fanno gli Stati Uniti d’Europa più i popoli si allontanano.

Poi c’è chi parla di integrazioni delle reti industriali come se anche queste fossero neutre mentre sono espressione del dominio dei grandi capitali e della Germania. In effetti Garibaldo nel suo intervento alcune cose le ha dette ma, chi sono i soggetti che dovrebbero cambiare queste politiche a livello europeo? Non ci sono!!

Cos’è dunque questa Unione Europea? Ed ancor prima che cosa è stato deciso a Maastricht?

A Maastricht sono state decise due cose: l’europa-zona libero-scambista- liberista ed il suo strumento: l’euro. Poi attorno, come la pubblicità della banca Mediolanum, vi hanno costruito la BCE, i trattati operativi come il fiscal compact, le politiche d’austerità. Forse fanno di tutto per salvare l’euro perchè sono diventati samaritani?!

Il fatto è – cito il contributo di Dino Greco – che l’Unione europea è prima di tutto la forma politica di un rapporto sociale e, precisamente, di un rapporto sociale imperniato sul dominio del capitale finanziario: l’architettura monetaria che esso ha posto al suo fondamento (e che trova nell’euro non già un sottoprodotto fenomenico, ma il proprio funzionale apparato strumentale) serve appunto a stabilizzare il potere dell’oligarchia liberista che governa l’Europa.

L’Europa di Maastricth stanno sbracando l’idea stessa stessa di unione dei popoli europei.

Allora chiedo; è possibile che possa esistere solo un’idea d’Europa: quella di Maastricht!? Chiedo, ma l’unione dei popoli deve avvenire con la moneta unica?

È possibile non comprendere che politiche, mercati, istituzioni sono intrinsecamente collegati?

È possibile che per la sinistra Maastricht sia diventato un tabù o, addirittura un orizzonte insormontabile?

È possibile che si deve rompere i trattati ma non quello originario: Maastricht!?

Già: l’uscita dall’euro.

Anche in questo caso si sono usate argomentazioni borghesi: l’inflazione, il disastro e quant’altro. Si è addirittura utilizzato la guerra: fuori dall’Europa di Maastricht si torna alla guerra. Quando invece è proprio il lasciare gli interessi popolari alle destre scioviniste che può preludere a nuove guerre. È il divario, il declino inevitabile, la meridionalizzazione dei paesi deboli a preparare possibili guerre.La guerra è in Ucraina, è in medio oriente.

Vorrei ricordare che è lo stato federale USA è nato da una guerra civile fra due modelli economici diversi.

Il problema però non è come e quando uscire dall’euro. Questo lo decideranno situazioni e contraddizioni: vedi la Grecia, vedi anche il QE che sancisce il ritorno alle banche nazionali è alla nazionalizzazione dei rischi.

Forse che se parliamo di rivoluzione la facciamo il giorno dopo o pensiamo ad un atto di pura volontà?

Il problema è l’obiettivo strategico, il nostro modello d’Europa, il rapporto fra nazionalità e livello europeo da raggiungere via via al maturare dei rapporti di forza. Che siamo per disobbedienza, la rottura dei trattati, l’uscita dall’euro il problema è quale Altra Europa. Cioè un modello d’Europa che unisca i popoli, tenga conto delle loro differenze come dei loro interessi comuni: una confederalità ad esempio. Perché l’Europa per la sinistra radicale deve essere per forza federale: la super nazione europea!? Perchè non pensare ad altre relazioni internazionali oltre la Germania e gli USA, come i Brics?

Perché questo forte richiamo all’obbiettivo strategico?

Impariamo dai nostri nemici. Nel ’73 decisero che c’era un sovraccarico di democrazia: pezzo dopo pezzo la stanno smantellando. Hanno deciso i lavoratori ostruivano la massimizzazione del profitto e, colpo dopo colpo, siamo arrivati al contratto individuale.

Questo è ciò che ci manca sono obiettivi strategici: un’Altra Europa ed il socialismo. E poi le politiche per perseguirle. Senza saremo in una situazione di affanno: anche Syriza e Podemos.

Questa è la sfida. Questa è l’asticella.

Studiamo pure Syriza, Podemos, i latini americani ma poi cerchiamo la nostra strada.

Torniamo a riveder le stelle dopo che per lungo tempo la diritta via è stata smarrita.

Mimmo Porcaro

Un pensiero forte a sinistra?

Sergio Cesaratto ha recentemente salutato con favore, su Micromega, le ultime prese di posizione di Stefano Fassina, che ormai sostiene (pur se, a mio parere, con qualche oscillazione di troppo) l’irriformabilità dell’Unione europea, l’insostenibilità dell’euro e la necessità di ripristinare la nostra sovranità nazionale. Cesaratto ha notato come ciò dia luogo ad un importante cambio di scena, giacché tesi analoghe sono state proposte, finora, solo da sparuti gruppi della sinistra estrema o dalla destra. Ed ha invocato, per consentire alla sinistra di accelerare la fine dell’euro e gestirne le complesse conseguenze, la nascita di un pensiero forte, ossia “l’opposto del mélange di pensiero economico debole, utopismo europeista e movimentismo che ha contraddistinto le poco convincenti recenti esperienze elettorali a sinistra”.

E’ difficile dargli torto. Ogni pur minimo spostamento verso un nazionalismo democratico e pacifico, ogni rafforzamento di un antieuropeismo (rectius: “antiunionismo”) progressivo è benvenuto. Così come è giusto riconoscere la coerenza di chi, come Fassina, ha sostenuto che il semestre di presidenza italiano era l’ultimo appello per l’europeismo di sinistra e che persa questa occasione si sarebbero dovute trarre conseguenze radicali, e così ha fatto. Del resto, se un’efficace rottura col renzismo sta maturando nel PD (è lecito dubitarne, ma non è lecito escluderlo o sottovalutarne l’importanza) questa non potrebbe che basarsi su una rottura col dogma europeista: uscire dal partitone “a (presunta) vocazione nazionale” per inventarsi una “grande Sel” o per irrobustire la lista Tsipras non avrebbe proprio alcun senso.

Eppure, non credo che per dar vita al pensiero forte di cui abbiamo effettivamente bisogno sia sufficiente prendere le distanze dal verboso estremismo, e sostanziale moderatismo, della sinistra sedicente radicale. Bisogna piuttosto saper considerare tutte le conseguenze del giudizio negativo sull’euro e tutte le implicazioni della rivendicazione della sovranità nazionale: conseguenze ed implicazioni assai severe.

Qui ne suggerisco tre.

Deve prima di tutto essere chiaro che la rottura con l’euro implica la rottura con l’Unione europea, magari per proporne da subito un’altra la cui nascita richiederebbe, però, un mutamento dei rapporti di potere nei più importanti paesi del Vecchio continente. E deve essere altrettanto chiaro che ha poco senso rompere con l’Unione se al contempo non si avvia un più generale riposizionamento internazionale del nostro paese, un allontanamento dal capitalismo atlantico (e quindi dal suo braccio militare, oggi particolarmente attivo: la Nato), un’apertura verso i Brics. In mancanza di ciò diminuiremmo la nostra dipendenza da Berlino solo per aumentare quella da Washington, avremmo la fine dell’austerity, ma solo come modo per rafforzare il neoliberismo e peggiorare la situazione debitoria del paese.

In secondo luogo, l’uscita dall’euro non può essere vantaggiosa per le classi subalterne (e non comporta una ripresa della sovranità) se non è accompagnata da serie misure di protezione dei salari e di limitazione del movimento dei capitali. In mancanza di ciò pagherebbe ancora Pantalone, e le imprese italiane sarebbero oggetto di rapina ben più di quanto non lo siano oggi. Inoltre, nelle inevitabili turbolenze che accompagneranno l’exit (e che Fassina, tra l’altro, sembra sottovalutare), sarebbe illusorio pensare, ben più di quanto non lo sia oggi, che un aumento dell’occupazione possa venire dagli investimenti privati o dal semplice rilancio degli investimenti pubblici. Sarà piuttosto necessaria una coraggiosa ricostruzione della proprietà pubblica (che diverrà peraltro inevitabile per le imprese – banche incluse – indebitate con l’estero in moneta diversa dalla “nuova lira”), senza la quale gli interventi fatti col denaro dei contribuenti andrebbero a puntellare gli attuali, e fragili, assetti proprietari e le solite strategie di investimento labour saving. Siamo sicuri che, su questo punto, le posizioni della sinistra del PD siano molto diverse dal gracile keynesismo della sinistra radicale? Io non lo sono affatto, perché parlare di protezione dei salari, di controllo dei capitali e soprattutto, di ricostruzione della proprietà pubblica (che comporta una vera e propria “espropriazione degli espropriatori”, ossia di coloro che hanno lucrato sulle privatizzazioni) significa né più né meno che riprendere il discorso sul socialismo. Per carità: un socialismo appena abbozzato, appena iniziale, una sorta di riproposizione dell’economi mista che però, nelle attuali condizioni storiche, rappresenta comunque una netta inversione di tendenza rispetto ad un trentennio di controrivoluzione, perché comporta, ripeto, non un semplice incremento dell’intervento pubblico ma un mutamento dei rapporti di proprietà (accompagnato, bisogna aggiungerlo, da un deciso controllo sui nuovi manager pubblici esercitato da comitati di lavoratori e associazioni di cittadini). Una tale prospettiva è assai poco congeniale alla gran parte della sinistra radicale, che è movimentista e quindi antistatalista, che vuole il welfare e l’intervento pubblico senza però volerne le condizioni istituzionali, ossia un deciso rafforzamento dello stato (che tale resta anche se è doverosamente accompagnato da un parallelo rafforzamento delle istituzioni della società civile). Siamo proprio sicuri che tale prospettiva sia maggiormente congeniale alla sinistra del PD, cresciuta nell’identificazione tra modernità e mercato?

Infine, e sempre a proposito di pensiero forte, la ricollocazione geopolitica del paese, l’inizio di una politica socialista, la ricostruzione di una sovranità nazionale sono percorsi talmente ardui e (per noi) inediti, da poter essere affrontati solo sulla base di una vasta e profonda unità popolare e quindi sulla ricucitura dei rapporti, lacerati da tempo, tra frazioni qualificate e frazioni dequalificate del lavoro, tra lavoratori garantiti e no, tra lavoro dipendente e parti assai consistenti del lavoro autonomo. Anche su questo punto penso che la sinistra del PD non abbia posizioni molto più chiare di quelle della sinistra radicale, e continui anch’essa a presentarsi come espressione politica delle frazioni qualificate e garantite del lavoro dipendente e quindi a produrre proposte occupazionali, fiscali e di welfare destinate a confinare tutto il restante mondo del lavoro nell’astensione o nel consenso alla destra.

Sì, quello di cui abbiamo bisogno è davvero un pensiero forte, capace di guidarci nello scontro internazionale, nella lotta di classe interna, nella costruzione di una nuova egemonia: un pensiero che però, al momento, non alberga in nessuna delle forze politiche della sinistra, e sembra destinato ad attendere, per svilupparsi, una nuova leva di militanti politici e sociali estranea alle esperienze che hanno formato (e deformato) gli attuali gruppi dirigenti. Ma non mettiamo limiti alla provvidenza: è possibile che la forza delle cose e la coerenza di cui qualcuno è ancora capace facciano sì che la rottura dell’euro sia il primo passo di un cammino più impegnativo e coraggioso. Ma bisogna far presto: ci abbiamo messo anni ed anni a capire che l’adesione piatta alla globalizzazione, e quindi all’euro, è stata un errore: non possiamo permetterci di impiegare lo stesso tempo a capire che l’errore più grande è stato l’adesione al capitalismo e il credere che il socialismo sia un relitto della storia.

Europa Italia

oltre l’euro

sinistra, sovranità nazionale, socialismo

Bologna 18 ottobre 2014

pubblicazione interventi:

interventi già pubblicati su sinistranoeuro.wordpress. Com: Porcaro, Pagliani, Boghetta

Domenico Moro PERCHE’ E COME L’EURO VA ELIMINATO

  1. Una crisi di straordinaria gravità perché strutturale

Non ha senso parlare di ripresa economica, di lotta alla disoccupazione, di difesa del welfare e della democrazia in Italia o in Europa senza fare i conti con l’euro e senza assumere una posizione chiara in merito. Né è possibile procrastinare un tale chiarimento perché i dati ci dicono che quella in corso è la crisi economica più grave dal ’29, se non dall’unificazione d’Italia.

Nel 2013 il Pil italiano è risultato inferiore del 7 per cento rispetto al 2007, ultimo anno pre-crisi. L’indice della produzione industriale, fatto 100 nel 2007, è risultato ancora a quota 75 nel 2013. Eppure, a sei anni dall’inizio delle crisi precedenti, negli anni ’70 e ’90, l’indice era risalito rispettivamente a 105 e a 120 punti rispetto all’indice 100 del rispettivo anno pre-crisi1. Secondo l’ufficio studi di Confindustria, il nostro Paese ha già distrutto un quinto della sua capacità manifatturiera2. Intanto, tra 2001 e 2011 gli addetti alla manifattura sono diminuiti di quasi un milione di unità, pari al -20 per cento. La perdita di capacità manifatturiera è grave per un Paese come l’Italia che ha un’economia di trasformazione. Solo esportando manufatti il nostro Paese può acquistare le materie prime (energetiche e non) di cui abbisogna e di cui è totalmente priva. La formazione di un attivo commerciale con l’estero negli ultimi due anni non deve ingannare. Nel 2013, in particolare, l’attivo è il risultato del crollo delle importazioni (-5 per cento), causato dal crollo del mercato interno, invece che la conseguenza di un inesistente aumento delle esportazioni (+0 per cento)3. In ogni caso, anche se ci fosse un limitato aumento delle esportazioni questo non sarebbe in grado di compensare il crollo dei consumi interni (-2,2 per cento) 4.

La crisi attuale, come abbiamo già spiegato in altra sede5, ha un carattere non congiunturale bensì strutturale, dipendendo dalla maturazione delle contraddizioni interne al modo di produzione capitalistico. Il capitale ha raggiunto, in questa fase storica, un livello tale di accumulazione6 da non riuscire a trovare un adeguato rendimento, generando così una tendenza permanente alla caduta del saggio di profitto. Il calo del saggio di profitto riduce o blocca investimenti e produzione, generando le crisi cicliche tipiche dell’economia capitalistica. Le crisi generali e strutturali hanno ripreso a manifestarsi a partire dalla metà degli anni ’70, soprattutto nella cosiddetta Triade (Usa, Europa Occidentale, Giappone) dove la sovraccumulazione di capitale è maggiore. Negli Usa, il saggio di profitto, dopo un periodo di forte crescita dovuta al riarmo della Seconda guerra mondiale e alla ricostruzione postbellica, è andato calando progressivamente. Secondo l’economista statunitense Andrew Kliman, il saggio del profitto prima delle tasse delle corporation non finanziarie Usa è passato dal 28,2 per cento del 1941-1956 al 20,3 per cento del 1957-1980 al 14,2 per cento del 1981-2004. Il tentativo di sostenere artificialmente il saggio di profitto ha aperto tra gli anni ’90 e il 2007 una fase di forte finanziarizzazione, caratterizzata dall’economia a credito, che, attraverso l’immissione massiccia di liquidità nell’economia da parte della Banca centrale Usa, la Fed, ha prodotto una serie di bolle speculative. È stato lo scoppio della bolla dei mutui subprime negli Usa a dare il via alla crisi nel 2007 che si è subito estesa all’Europa. Il saggio di profitto, che nel 2006 era risalito al 25,5 per cento, è crollato nuovamente nel 2008 al 17,9 per cento.

  1. Perché l’euro aggrava la crisi e quali sono i suoi limiti strutturali

L’individuazione della causa primaria della crisi nella maturazione delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico e la sua origine negli Usa non annullano le responsabilità dell’Unione economica e monetaria europea (Uem) nel determinarsi e soprattutto nell’aggravarsi della crisi europea e italiana. Esiste una stretta connessione tra introduzione dell’euro e crisi. Infatti, l’edificazione dell’area valutaria dell’euro è nata come strumento strategico di contrasto alla caduta del saggio di profitto, allo scopo di facilitare l’introduzione di determinate scelte di politica economica. Sono state tali misure, sebbene o – per meglio dire – proprio perché tese a sostenere il saggio di profitto, ad aver acutizzato la crisi.

La Uem ha anche contribuito a creare le basi dello scoppio della crisi attuale, avendo incentivato la diffusione anche in Europa del modello di economia a credito, attraverso la riduzione dei tassi d’interesse della prima fase dell’euro. La differenza con gli Usa è che nella Uem la liquidità non è stata drenata dalla Banca centrale ai consumatori locali ma dai Paesi del centro (essenzialmente la Germania) verso quelli della periferia (Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, ecc.), che si sono legati come debitori al centro e nei quali si sono formate bolle immobiliari. Inoltre, nei paesi periferici della Uem, come sempre avviene nei Paesi con un apparato industriale meno competitivo in cui aumenti la disponibilità di liquidità e di credito, le importazioni hanno registrato una impennata, portando alla formazione di debiti del commercio estero sempre più grandi. Di questa situazione ha beneficiato il Paese europeo con l’industria manifatturiera più poderosa, la Germania, che, prima dell’euro e a causa della riunificazione tra le sue parti occidentale e orientale, era indicato come il “malato d’Europa”. La Germania, grazie all’introduzione dell’euro e alla conseguente spinta alle sue esportazioni nella Uem, ha potuto risanare le sue finanze, accumulando forti surplus delle partite correnti. Nel 2013 il surplus delle partite correnti della Germania 7 è arrivato a 254 miliardi di dollari, mentre il secondo surplus mondiale, quello dell’Arabia Saudita, si è fermato a 137 miliardi e quello della Cina, definita “la fabbrica del mondo”, ad appena 14,7 miliardi8. Quando le bolle immobiliari sono scoppiate anche nei Paesi periferici europei (Irlanda e Spagna soprattutto), gli Stati nazionali si sono dovuti far carico dei debiti privati, per impedire il collasso delle banche cariche di crediti inesigibili. È stato a questo punto che i debiti pubblici sono esplosi e nodi critici dell’area euro sono venuti al pettine.

A partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale anche in Europa si era affermato il modello macroeconomico keynesiano secondo cui le crisi andavano affrontate con politiche di bilancio espansive, in modo da generare effetti anticiclici, cioè in grado di contrastare la fase calante del ciclo economico. A questo scopo la domanda e gli investimenti pubblici (sia civili che militari) venivano aumentati allo scopo di compensare il calo di quelli privati, dovuto al ridursi della redditività del capitale. Sebbene le ricette keynesiane da tempo non siano più di moda neppure in Usa, Giappone e Gran Bretagna, questi paesi nel corso dell’ultima crisi hanno reintrodotto politiche di bilancio espansive. Nell’area euro si è fatto l’esatto contrario, scegliendo politiche di taglio della spesa pubblica e puntando addirittura sul pareggio di bilancio. I dati sul Pil tra secondo trimestre del 2011 e terzo trimestre 2013, il periodo di affermazione dell’austerity, dimostrano quanto ai diversi approcci alla crisi siano corrisposti risultati divergenti. L’area euro è calata mediamente del -0,1 per cento a trimestre, mentre gli Usa, sono cresciuti del +0,6, il Giappone del +0,4 e la Gran Bretagna del +0,3 per cento9. Tra i quaranta Paesi considerati dall’Ocse, i peggiori risultati sono quelli dei Paesi dell’Uem. In fondo alla lista, appena sopra i soliti reprobi come il Portogallo e l’Italia (-0,5), e la Spagna (-0,3), fanno misera mostra di sé anche presunti campioni dell’economia come i Paesi Bassi (-0,3) e la Finlandia (-0,2), mentre Francia e Belgio sono inchiodati allo 0 per cento. Sono cresciuti, ma molto modestamente, solamente Germania (+0,2), Irlanda (+0,2) e Austria +0,1).

Nonostante questi pessimi risultati, l’Europa ha reso ancora più severi e definitivi i vincoli di bilancio per i Paesi che vi aderiscono. Il Fiscal compact o Patto di bilancio obbliga i Paesi Uem (e quelli Ue che vi aderiscono) a non superare il deficit del 3 per cento sul Pil e soprattutto a ridurre il debito al 60 per cento del Pil in un arco di vent’anni. Anche l’obbligo di inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione e il Meccanismo europeo di stabilità (Mes)10 rendono permanenti le politiche procicliche, che accentuano la fase calante del ciclo economico. In particolare, considerando che il debito pubblico italiano supera il 130 per cento del Pil ed è pari a oltre 2mila miliardi, la sua riduzione al 60 per cento corrisponde ad un taglio di oltre mille miliardi. Ciò vuol dire che l’Italia dovrà tagliare più di cinquanta miliardi all’anno, oltre a mantenere un deficit inferiore al 3 per cento. Si tratterebbe così di realizzare un surplus di bilancio del 4-5 per cento, un obiettivo praticamente impossibile da realizzare per l’Italia, considerando che nel 2012, nonostante i tagli effettuati, con difficoltà si è centrato l’obiettivo di un indebitamento netto del 3 per cento. Previdenza, istruzione e soprattutto sanità pubblica uscirebbero annichilite dalla stretta di questo vincolo di bilancio, a tal punto da far apparire i tagli operati fino ad ora come degli innocui scherzetti.

Ma i limiti dell’euro non si esauriscono con le misure contenute nel Fiscal compact e con le politiche restrittive di bilancio pubblico. Ci sono altri limiti strutturali nell’architettura dell’euro. Il primo, come osservato dagli economisti keynesiani, è la mancanza di una corrispondenza della valuta comune con uno Stato unitario, che abbia bilancio e fiscalità comuni. L’esistenza di uno Stato federale europeo potrebbe compensare, con opportuni trasferimenti, gli squilibri interni tra aree forti e aree deboli, garantendo con il debito federale quelli dei singoli Stati, così come accade negli Usa. Il secondo limite risiede nel ruolo differente della Bce rispetto ad altre banche centrali, ad esempio quelle di Usa, Giappone e Gran Bretagna. Le banche centrali di questi paesi hanno l’obiettivo principale di sostenere l’economia e possono eseguire acquisti diretti sul mercato primario (cioè dai rispettivi ministeri del Tesoro) e potenzialmente illimitati di titoli di Stato. La Bce, al contrario, ha come suo compito primario il controllo dell’inflazione e non può eseguire acquisti diretti sul mercato primario, garantendo per il debito pubblico dei vari Paesi, né operare in sostegno dell’economia e del Pil.

La volontà europea di controllare la crescita dei prezzi spiega anche l’accento posto ossessivamente sul rigore di bilancio. Le autorità economiche e politiche europee ritengono, infatti, che l’immissione di liquidità nel sistema economico, mediante l’acquisto massiccio di titoli di stato da parte delle banche centrali e l’abbassamento dei tassi d’interesse sul costo del denaro, porti inevitabilmente all’aumento senza controllo dell’inflazione. In realtà, il rapporto di causa-effetto tra politiche espansive e inflazione è tutt’altro che pacifico. Usa e Giappone, i Paesi che negli ultimi anni hanno più immesso liquidità per sostenere le loro economie, nel 2013 hanno registrato una inflazione rispettivamente dell’1,5 e dello 0,3 per cento, nettamente al di sotto del 2 per cento, limite ritenuto ideale dalla stessa Bce. Oggi, il pericolo non risiede nell’inflazione e neanche nella stagflazione, come fu negli anni ’70, ma sta semmai nella deflazione. Infatti, è nei periodi di recessione che i prezzi decrescono o crescono poco. Così accade anche oggi nell’area euro, dove l’inflazione annuale a marzo 2014 è risultata appena dello 0,5 per cento, in calo rispetto all’1,7 per cento di marzo 201311. In Grecia e Portogallo a febbraio si è registrata una deflazione rispettivamente dello 0,9 e 0,1 per cento, in Spagna e Irlanda una inflazione dello 0,1 per cento e in Italia dello 0,4 per cento12. Mentre l’inflazione riduce l’importo reale del debito, compreso quello del debito pubblico, la deflazione lo aumenta. Infatti, a causa di una deflazione cumulata del 3 per cento, tra 2013 e 2015, il debito pubblico italiano crescerà in termini reali di 60 miliardi di euro (equivalente al 4 per cento del Pil). Dunque, la bassa inflazione e la deflazione soddisfano i creditori, tra i quali ci sono la Germania, le grandi banche e i fondi di investimento internazionali, ma rendono più pesante la situazione dei debitori, tra i quali la maggior parte dei Paesi europei. Ne è ulteriore riprova la recente riduzione dei tassi d’interesse sui debiti pubblici europei, causata, tra le altre ragioni, anche dall’aspettativa di deflazione nell’area euro. Infatti, nonostante le agenzie di rating valutino come molto più solvibili gli Usa rispetto all’Italia e al Giappone, a maggio 2014 i tassi d’interesse sui titoli di stato italiani (a 5 anni) si sono allineati a quelli statunitensi mentre quelli giapponesi (a 5 e 10 anni) sono addirittura più bassi, proprio perché Italia e Giappone sono in una situazione quasi deflattiva. L’altra importante ragione dell’attenzione che la Bce rivolge al mantenimento di una bassa inflazione è il timore che, come accaduto negli anni ’70, un suo aumento ponga le basi per una ripresa di rivendicazioni sindacali, stimolando la crescita salariale a danno dei profitti. Una eventualità, che con il saggio di profitto in calo, viene vista come la peste.

Infine, ed è il terzo punto, l’euro accentua i divari di competitività e di crescita della ricchezza fra le economie delle nazioni europee. La maggiore divaricazione si registra tra Italia e Germania: fatto indice 100 il Pil pro capite della Ue, l’Italia crolla da 119 nel 2001, anno precedente al varo dell’euro, a 101 nel 2012, mentre la Germania sale da 116 a 12313. Come si può vedere dal grafico da noi elaborato, il crollo del Pil pro capite italiano, in assoluto e in rapporto a quello tedesco, precede la crisi del debito pubblico, e parte nel 2002, a dimostrazione di come la moneta unica sia stata sin dall’inizio deleteria per l’Italia. Oltre alla Germania, solo l’Austria e il minuscolo Lussemburgo, fra i paesi che entrarono nell’euro nel 2002, registrano un miglioramento relativo tra 2001 e 2012. Questo accade perché nell’area dell’euro le varie economie nazionali funzionano come in sistema valutario basato sui cambi fissi. Le imprese tedesche, già più competitive delle sorelle-nemiche europee, grazie all’euro si trovano ad avere un ulteriore vantaggio, vendendo prodotti nella stessa valuta di quelle italiane, francesi, spagnole, portoghesi, ecc. In questo modo, i tedeschi ovviano al problema, tipico delle economie più forti, di avere prezzi più alti dei concorrenti.

Alcuni hanno voluto pensare che l’esistenza dell’euro comportasse la ricaduta positiva di evitare le svalutazioni competitive e di sviluppare l’innovazione tecnologica e produttività. In realtà, con l’euro è stato come se alla Germania fosse stato consentito di vendere i suoi prodotti in marchi svalutati mentre l’Italia era obbligata a vendere in lire sopravvalutate. Come dimostra il rallentamento della produttività in Italia e nel resto d’Europa, l’euro non ha stimolato la competizione attraverso l’innovazione. Al contrario, ha incentivato la riduzione dei salari e ha contribuito a mettere fuori dal mercato interi pezzi di industria italiana e europea. Grazie al vantaggio competitivo dell’euro il surplus della bilancia delle partite correnti tedesca è diventato il primo al mondo, mentre la maggioranza dei Paesi europei ha registrato l’aumento del debito del commercio estero, che ha contribuito ad incrementare e a rendere ingestibile anche il debito pubblico. Il regime di cambi fissi determina, inoltre, l’impossibilità di manovrare sui cambi e di svalutare, che, unitamente al divieto della Bce di acquistare direttamente titoli del debito pubblico dei Paesi dell’euro, inibisce qualsiasi politica monetaria finalizzata a migliorare la sostenibilità del debito alleggerendo la pressione sul rialzo dei tassi d’interesse.

  1. La natura dell’euro: “frenatore” della caduta del saggio di profitto

Come appare evidente, l’Uem ha numerosi e strutturali difetti di costruzione, che non sfuggirono ai suoi padri fondatori, a partire da Romano Prodi. Dunque, perché l’euro è nato? E, soprattutto, perché ancora oggi viene difeso con tanta pervicacia? La ragione è che l’introduzione dell’euro è la modalità scelta dal capitale europeo per rispondere alla crisi generale del modo di produzione capitalistico. Più precisamente, l’euro è stato giudicato come lo strumento più efficace per contrastare la caduta del saggio di profitto, dopo che le politiche keynesiane si erano dimostrate fallimentari. Infatti, tra gli anni ’70 e ’80, le politiche espansive di bilancio, collegate all’estensione del welfare e all’intervento statale in economia, cominciarono ad avere effetti controproducenti per il capitale. Il saggio di profitto non solo non subiva incrementi ma veniva depresso ulteriormente. Infatti, mentre negli Usa la spesa pubblica consisteva in parte notevole in spese militari, che sostengono le grandi corporation militari-civili, in Europa la spesa pubblica era soprattutto di carattere sociale con la conseguenza di mitigare l’impatto delle ristrutturazioni industriali, che divennero molto frequenti tra gli anni ’70 e ‘80. L’aumento della protezione sociale consentiva di limitare la creazione di un esercito industriale di riserva e soprattutto il suo effetto di compressione verso il basso sui salari.

L’euro rappresenta un “facilitatore”, se non l’agente ideale, di quelle misure che il modo di produzione capitalistico da sempre mette in atto per rallentare la caduta del saggio di profitto nel tentativo di evitare il proprio crollo14. Alcune di queste misure sono strettamente legate all’internazionalizzazione del capitale ed alla realizzazione del mercato mondiale. La prima misura è lo sviluppo del commercio estero, che rappresenta la valvola di sfogo alla sovrapproduzione di merci, a sua volta una manifestazione della sovraccumulazione di capitale sotto forma di mezzi di produzione e potenza produttiva. Inoltre, il commercio estero permette di innalzare il saggio di profitto grazie alla possibilità di collocare le merci a prezzi più alti di quelli domestici, realizzando così margini maggiori. La seconda misura è l’esportazione di capitali, che permette di spostare gli investimenti da aree dove il livello di accumulazione di capitale è più alto e il saggio di profitto è più basso verso aree dove il grado di sviluppo dell’accumulazione e i salari sono più bassi mentre il saggio di profitto è più alto.

L’integrazione valutaria europea è funzionale al perseguimento di entrambe tali soluzioni. In primo luogo, l’introduzione dell’euro facilita le esportazioni di merci, rimuovendo le barriere commerciali e i costi di transazione all’interno dell’area valutaria. In questo modo l’euro asseconda la tendenza neo-mercantilista che si è affermata in questi ultimi anni e che è caratterizzata proprio da una crescita economica basata sull’export. Il problema è che di tale tendenza ha beneficiato esclusivamente la Germania, con l’inclusione di qualche suo satellite come l’Austria. Del resto, una posizione neo-mercantilista pura è praticabile solo da pochi paesi, perché agli ampi surplus commerciali di pochi non possono che corrispondere i deficit di molti, determinando così una situazione di squilibrio economico internazionale. Ciò è stato vero soprattutto fino al 2007, anno in cui la Germania registrò un surplus di 126,5 miliardi di euro mentre Portogallo, Grecia, Spagna e Francia avevano un debito commerciale rispettivamente di 16,3, 22,6, 48,2 e 52,3 miliardi. Dopo il 2007 il mercato Ue, a causa del crollo dei salari e dell’occupazione, ha perso parte del suo peso sugli attivi della Germania. Tuttavia, la Germania è riuscita a compensare il calo del surplus intra-Ue, aumentando il surplus commerciale extra-Ue, grazie alla sua capacità di usare l’Europa come retroterra industriale per la conquista dei mercati mondiali. Infatti, mentre il surplus intra-Ue tra 2007 e 2012 cala da 126,5 miliardi a 44 miliardi, quello extra-Ue cresce dai 67,6 miliardi di euro del 2007 ai 138 miliardi del 201215. C’è però da considerare, secondo alcuni analisti, che l’importanza dell’interscambio intra-UE per la Germania sia maggiore di quanto possa apparire dalle statistiche ufficiali. Infatti, parte dell’import intra-Ue della Germania è in realtà rappresentato da riesportazioni da parte del Belgio e dell’Olanda (che mostra surplus con l’estero effettivamente eccessivi) di merci di provenienza extra-Ue, che transitano attraverso i porti di Rotterdam, Amsterdam e Anversa. Se spostassimo Olanda e Belgio fuori della Ue, nel 2013 la Germania ridurrebbe il surplus extra-Ue da 155 a 87 miliardi e aumenterebbe quello intra-Ue da 44 a 112 miliardi di euro16.

Ma, soprattutto la realizzazione di un’area valutaria comune è funzionale all’esportazione di capitale ed all’integrazione fra i capitali di varia provenienza, favorendo le privatizzazioni e liberalizzando la circolazione dei capitali. Si tratta di un aspetto che si collega alla forma transnazionale che le grandi imprese stanno assumendo da alcuni decenni. Le grandi imprese non si limitano ad investire a livello multinazionale, anche i capitali che investono sono di provenienza multinazionale. Secondo la Consob, nel 2013 il 38 per cento del valore delle aziende quotate alla borsa italiana proveniva da fondi esteri (nella grandissima parte da Usa e Ue) mentre il numero di soggetti esteri con partecipazioni di oltre il 3 per cento è passato in un anno da 113 a 135. Inoltre, il vantaggio offerto dall’introduzione dell’euro non si limita agli investimenti in impianti produttivi ma si estende anche agli investimenti di portafoglio, cioè agli investimenti puramente finanziari, in obbligazioni, titoli, ecc. L’esistenza di una valuta comune alla seconda area economica mondiale dopo gli Usa consente al mercato finanziario mondiale di disporre di una valuta di riserva e di scambio alternativa al dollaro, in modo da regolare gli investimenti speculativi in funzione delle opportunità di guadagno offerte dalle variazioni dei cambi e dei tassi d’interesse. La stretta disciplina di bilancio è coerente con il mantenimento del valore dell’euro al di sopra di quello del dollaro, in modo da difenderne il ruolo di valuta mondiale e attirare i capitali internazionali, con particolare riferimento a quello che era il vecchio mercato degli euro-dollari, nato e sviluppatosi in Europa a partire dagli anni Sessanta e Settanta, grazie ai profitti non rimpatriati prima delle multinazionali degli Usa e successivamente anche europee.

La ragione principale della nascita dell’euro è, però, da individuare nel fatto che l’esistenza di una unione valutaria è lo strumento migliore per costringere i paesi europei alla realizzazione di quelle “riforme strutturali” ritenute necessarie dal capitale per contrastare in modo diretto la caduta del saggio di profitto. Tra queste “riforme strutturali” al primo posto ci sono quelle del mercato del lavoro, del welfare e delle pensioni, la cui realizzazione è ripetuta come un mantra da Bce e Commissione europea, oltre che ovviamente dalle organizzazioni imprenditoriali. Infatti, per il capitale, i mezzi migliori per contrastare la caduta del saggio di profitto sono: a) creare un ampio esercito industriale di riserva, cioè una massa di disoccupati e precari da attrarre e respingere dalla produzione a seconda dell’andamento del ciclo economico e b) aumentare la quota del profitto sul valore prodotto riducendo la quota che va al salario. Ciò significa ridurre il costo del lavoro, riducendone tutte le sue componenti: diretta (il netto in busta paga), indiretta (i servizi sociali pubblici) e differita (pensioni). Del resto, il modello imposto attraverso l’euro è quello tedesco: la deflazione salariale che si sostituisce all’inflazione come leva competitiva. Non scordiamo che in Germania la realizzazione della riforma Hartz ha determinato la diminuzione relativa dei salari tedeschi in rapporto a quelli degli altri paesi europei, contribuendo, insieme all’euro, ad aumentare la competitività della manifattura di quel Paese. L’euro, a causa dei suoi meccanismi di funzionamento e delle misure di austerity, funziona come una pressa gigante che comprime il salario medio in tutte le sue dimensioni, riducendone la capacità reale di acquisto tendenzialmente verso livelli di pura sussistenza, e creando nuovamente un esercito industriale di riserva permanente a livelli inediti dalla fine del XIX secolo.

La pressione dell’euro non viene, però, esercitata solo sulla classe dei salariati, ma anche sui settori intermedi e piccolo borghesi della società e all’interno del capitale industriale e commerciale stesso, favorendo l’eliminazione delle imprese più deboli e non monopolistiche. L’euro è, in definitiva, il mezzo più efficace per la ristrutturazione coatta della produzione e della società nel suo complesso, a favore del settore apicale del capitale, quello finanziario (inteso come integrazione di capitale industriale e bancario) e transnazionale. I vincoli posti dai trattati europei sono il mezzo per aggirare la resistenza dei movimenti operai e dei vari parlamenti nazionali. Gli esecutivi, composti da quella stessa élite politica che partecipa alla definizione dei trattati europei, prevalgono sui parlamenti e impongono le cosiddette “riforme strutturali” a tutta la società con il <<ce lo chiede l’Europa>> e con lo spauracchio dello spread e del default. In questo modo, la rappresentatività democratica e la credibilità dei parlamenti, già compromessa da leggi elettorali maggioritarie e dalla trasformazione dei partiti di massa in comitati elettorali (con il conseguente aumento della corruzione), si riduce ai minimi termini. Si tratta della attuazione di una strategia che ha radici antiche. L’unificazione europea era individuata già nel 1975 dalla Commissione Trilaterale, una delle organizzazioni più importanti del capitale transnazionale, come lo strumento più efficace per eliminare l’”eccesso di democrazia” dei Paesi occidentali e superare i vincoli posti dagli Stati nazionali allo sviluppo delle politiche neoliberiste17.

Le conseguenze dell’introduzione dell’euro sono devastanti per le classi subalterne e per l’Europa nel suo complesso. L’euro porta all’impoverimento di massa e all’incremento dei divari sia all’interno dei singoli Paesi europei sia tra i Paesi che ne fanno parte. L’Europa, al suo interno, è oggi più divergente di dieci anni fa sul piano del Pil e del reddito pro capite e la sua economia è sempre meno stabile. L’euro è un assurdo sul piano economico generale ma, dal punto di vista del capitale, non è affatto privo di logica. Se non si capisce questo suo aspetto di duplicità è difficile rendersi pienamente conto del perché le élite capitalistiche europee (non solo quelle tedesche e, per certi versi, specialmente quelle non tedesche) continuino a difendere, seppure con accenti diversi, l’esistenza della Uem.

  1. L’eliminazione dell’euro condizione necessaria ma non sufficiente

L’area valutaria dell’euro non regge né all’esame di qualsivoglia teoria economica né alla prova della realtà. La irrazionale struttura dell’euro si scontra non solo contro i principi della teoria keynesiana ma anche contro quelli di una teoria “neoclassica” come la teoria delle Aree valutarie ottimali (AVO)18. Del resto, lo stesso Robert Mundel, il maggiore esponente dell’Avo, a suo tempo mise in guardia contro l’euro.

Non sono pochi, anche nel campo del capitale, quelli che sempre di più si rendono conto che l’area euro non può andare avanti ancora per molto in questo modo. Tale opinione si sta affermando negli Usa, che non vogliono essere gli unici a immettere liquidità nel sistema economico, e in molti paesi della Ue e della Uem. Sicuramente si sta affermando in Italia e non solo all’interno della piccola e media impresa colpita dalla crisi ma anche in settori di grande capitale, specie industriale. Ad esempio, sul Sole24ore, quotidiano della Confindustria, e sulla Repubblica, appartenente al gruppo monopolistico di De Benedetti, da qualche tempo si critica il fondamentalismo di bilancio tedesco e gli eccessi di austerity, affermando che, oltre che sul rigore, bisogna porre l’accento sulla crescita.

Questi settori del capitale vorrebbero, come dice il proverbio, la botte piena e la moglie ubriaca. Da una parte, vorrebbero un allentamento dei vincoli europei in modo da recuperare risorse da destinare alle imprese. Dall’altra parte, vorrebbero mantenere la spinta dell’euro verso le “riforme di struttura”. In particolare, il loro obiettivo è ridurre le imposte alle imprese, privatizzare e quotare in borsa le imprese pubbliche o ancora parzialmente tali, controriformare il mercato del lavoro, estendendo la precarizzazione, e soprattutto comprimere il costo del lavoro che, come abbiamo visto, è il principale obiettivo del capitale europeo in questa fase. La sostituzione di Renzi a Letta è avvenuta proprio perché quest’ultimo non aveva saputo corrispondere a queste esigenze, soprattutto alla riduzione del costo del lavoro, e perché Renzi si è fatto portatore di una linea di maggiore attivismo riguardo alle “riforme di struttura” e di flessibilità rispetto ai parametri europei. Dopo i primi confronti tra Renzi, da una parte, e le istituzioni europee ed il governo tedesco dall’altra, l’enfasi dei discorsi del neopremier è rapidamente passata dalla richiesta di maggiori margini di flessibilità sui trattati europei alle riforme di struttura. Nei fatti, il governo Renzi ed i settori del capitale che lo appoggiano non hanno né l’interesse né la determinazione per rinegoziare i termini o la natura dei parametri europei, visto che ciò comporterebbe mettere in discussione l’architettura dell’euro.

Ci sono, invece, non pochi a sinistra che la questione della modifica o ridefinizione dell’architettura dell’euro se la pongono veramente. Bisognerebbe, però, capire cosa si intende per ridefinizione dell’architettura dell’euro. Se si intende la modificazione sostanziale del ruolo della Bce, del Trattato di Maastricht, del Fiscal compact e del Mes, ciò vorrebbe dire rimettere in discussione l’euro stesso, per come si è definito sin dalla sua nascita. In questo modo, non avremmo più l’euro. È evidente che una tale prospettiva non sarebbe accettabile né per la Germania né per quei settori egemonici del capitale che nell’euro vedono lo strumento per il conseguimento dei loro obiettivi. Va bene, quindi, assumere come programma politico ed economico la ridefinizione dell’architettura dell’euro, ma bisogna essere consci che chiedere l’eliminazione dei principi di fondo neoliberisti su cui si basa l’euro comporta essere disposti a mettere in discussione l’esistenza stessa della Uem, con tutto ciò che ne consegue in termini politici ed economici.

Sempre all’interno del campo dei riformatori dell’euro esiste un’altra tendenza che si può sintetizzare nella formula “più Europa”, consistente in una integrazione europea sempre maggiore. Nel contesto degli attuali rapporti di forza economici e politici, una maggiore integrazione europea sarebbe controproducente, visto il segno assunto ed i risultati raggiunti fino ad ora dal processo di integrazione. Ciò vale, a maggior ragione, per la versione più estrema dell’integrazione europea, ovvero per la costruzione di un vero Stato unitario europeo. Una evoluzione dell’area euro in questa direzione è, almeno in questa fase storica, altamente improbabile. La tendenza in atto è tutt’altro che verso la convergenza fra gli stati nazionali europei. Ciò è vero non solo sul piano economico ma anche sul piano della politica estera e militare. I livelli sovrannazionali funzionano solo nella misura in cui, per i comuni interessi delle loro classi dominanti, gli stati nazionali delegano alcune loro funzioni. E, soprattutto, non si vede alcuna disponibilità politica da parte della Germania o da parte della Francia a farsi nucleo dirigente di una tale unificazione.

Dall’altra parte, anche se la eventuale formazione di uno Stato europeo potrebbe sembrare che assecondi alcune delle critiche poste dagli economisti keynesiani alla Uem, nella realtà è tutt’altro che sufficiente avere uno Stato unitario per risolvere i problemi posti dall’euro. Bisogna capire di che tipo di Stato stiamo parlando, cioè vedere quale sia il suo indirizzo politico generale, di quale tipo sia la sua forma organizzativa e soprattutto quali siano le classi sociali che ne determinano gli indirizzi. Un eventuale Stato unitario europeo, nell’attuale contesto economico e politico, sarebbe egemonizzato del capitale monopolistico e finanziario. In definitiva, la costruzione di uno Stato europeo offrirebbe un ulteriore e potente strumento al settore di vertice del capitale per portare avanti il suo progetto neoliberista di dominio e non favorirebbe di certo l’affermazione della democrazia e della libertà. A questo proposito, crediamo che l’esperienza dell’euro realizzato abbia fatto giustizia di tutte le ingenue illusioni che una buona parte della sinistra italiana si era fatte sul processo di unificazione europeo.

Alla luce di quanto abbiamo detto, gli scenari possibili per il futuro sono tre. Il primo, come abbiamo visto, è la trasformazione dell’unione valutaria in un superstato europeo, una eventualità da una parte improbabile e dall’altra parte tutt’altro che tranquillizzante. Il secondo è il mantenimento della situazione attuale con dei possibili correttivi, che, però, non intaccando i limiti di fondo della architettura dell’euro, posticiperebbero soltanto una soluzione più radicale. Il terzo è il dissolvimento del sistema dell’euro. Questo scenario potrebbe evolvere in due altri scenari ulteriori: o verso due aree valutarie, che separino la Germania e i suoi satelliti dal resto dell’Europa, o verso il semplice ritorno alle singole valute nazionali. Per la maggior parte dei cittadini europei e per i salariati in particolare, stando le cose come abbiamo detto, il vero problema non è se l’euro durerà o no. Come appare evidente dai limiti strutturali che la minano, l’area euro prima o poi avrà fine, come del resto le altre aree valutarie interstatuali che l’hanno preceduta. Il vero punto in discussione è quando e come l’unione valutaria avrà fine.

In primo luogo, vediamo il quando. L’euro potrebbe essere liquidato dalle stesse élite che lo hanno voluto ma solo dopo che avrà assolto a tutte le sue funzioni, ovvero dopo aver portato a termine la ristrutturazione coatta della produzione e della società europee, schiacciando definitivamente il lavoro salariato. Se la sinistra si pone in posizione attendista rispetto all’euro, questo potrebbe durare ancora per diversi anni anni, continuando a devastare le economie europee, con l’effetto di contrarre la base industriale dei Paesi periferici e subordinarla ancora di più alla Germania. Inoltre, i livelli di democrazia decadranno ancora di più con conseguenze pericolosissime. Il centro-destra ed il centro-sinistra europei, ovvero il Partito Popolare Europeo (Ppe) e il Partito Socialista Europeo (Pse), continueranno a sostenere questa Europa mentre il risentimento anti-euro si farà sempre più diffuso. Di conseguenza, la questione decisiva sarà che masse sempre più ampie si posizioneranno contro l’euro e l’Europa, ma non sempre troveranno adeguata rispondenza tra le formazioni di sinistra. In questo contesto, l’astensionismo e la disaffezione verso la politica aumenteranno, mentre la destra estrema di stampo xenofobo e finanche fascista sarà libera di sfruttare il risentimento anti-euro ancora per molto tempo, accumulando consensi. Pur essendoci lo spazio per l’affermazione di una terza forza realmente di sinistra, al di fuori dell’asse bipartisan di centro-destra e centro-sinistra, sia in Italia che a livello europeo, ciò non accadrà fino a quando non si formeranno gruppi dirigenti di sinistra che assumeranno una posizione chiara e politicamente conseguente sulla questione dell’euro.

Vediamo, ora, il come. La disgregazione della Uem è una condizione necessaria alla ripresa dell’iniziativa dei lavoratori e della sinistra a livello nazionale e europeo, perché, come abbiamo visto, l’euro è la leva strategica attraverso cui il capitale ristruttura i rapporti di produzione e sociali. Tuttavia, non bisogna cadere nella visione ingenua secondo cui l’uscita dall’euro o la dissoluzione complessiva dell’Uem sia la panacea di ogni male o che non ponga seri problemi agli stati europei ed ai lavoratori salariati. Il problema posto dall’uscita dall’euro non è connesso ad una presunta conseguente impossibilità di rimanere nella Unione Europea, nel caso in cui uno o più stati decida di fuoriuscire dalla Uem, visto che alcuni stati della Ue si sono tenuti alla larga dall’euro e con risultati economici niente affatto peggiori, come la Gran Bretagna, la Repubblica Ceca e la Svezia. Né la fuoriuscita dalla Uem è impedita esplicitamente da qualche normativa legale. Alcuni credono di individuare un impedimento giuridico alla uscita dei singoli Paesi nella inesistenza nei Trattati europei di specifiche indicazioni in merito. La ragione della reticenza dei trattati europei su tale aspetto è duplice. La prima ragione riflette la speranza dei fautori dell’euro di dissuadere in tal modo gli Stati membri dal lasciare l’unione monetaria. La seconda sta nel fatto che non ne esiste alcuna necessità giuridica, perché gli Stati che fanno parte della Uem sono entità sovrane e non è previsto da nessuna legge internazionale che uno stato sovrano non possa recedere da trattati di carattere economico. Ad ogni modo, visto che il Trattato di Lisbona prevede esplicitamente la possibilità di uscita dalla Ue, non si capisce perché l’uscita dalla Uem dovrebbe essere impossibile. La stessa Corte costituzionale tedesca ha stabilito che gli Stati hanno ancora sovranità sui trattati e possono sempre decidere di abbandonare la Ue, revocando i loro atti di ingresso mediante una uscita unilaterale. Inoltre, la Corte ha affermato che la Ue non è uno Stato federale e che la legge Ue salvaguarda chiaramente l’identità nazionale19.

La questione, quindi, è essenzialmente economica e in definitiva politica, visto che la politica è espressione generale dell’economia. Un’uscita dall’euro di uno o più paesi o la dissoluzione della Uem pone delicate questioni connesse al ritorno alla valuta nazionale. Se il passaggio dall’euro alla valuta nazionale non avviene in modo controllato potrebbero esserci delle difficoltà, tra le quali la più temuta è l’aumento dell’inflazione. Questo problema, però, non va esagerato. Varie simulazioni di banche internazionali mostrano che, in caso di fuoriuscita dall’euro, l’aumento dell’inflazione sarebbe nettamente inferiore a quanto prospettato da alcuni fautori dell’euro ad ogni costo. Inoltre, l’inflazione, dopo una immediata risalita, ritornerebbe in breve tempo a livelli simili a quelli precedenti l’uscita dall’euro. Ma, quel che più conta è il fatto che il contesto attuale di recessione, caratterizzato da bassa inflazione e persino da deflazione, non si presta ad impennate inflattive. Il vero problema, in questo contesto, è l’aumento della disoccupazione e la distruzione delle basi industriali ed economiche dell’Italia e degli altri Paesi europei che non siano la Germania ed i suoi satelliti.

La questione più importante è un’altra: la capacità di modificare quelle politiche di stampo neoliberista che hanno trovato nell’euro e nell’Europa la loro leva attuativa principale. Per fare questo non basterebbe l’uscita dall’euro. Ad esempio, liberarsi della Bce, fondata sul concetto della indipendenza della banca centrale, non basterebbe se, ad esempio, la Banca d’Italia non recuperasse pienamente il ruolo che aveva prima della riforma Ciampi-Andreatta. Infatti, la gran parte del debito pubblico italiano non nasce da una presunta esagerata spesa pubblica degli anni ‘80, in realtà in linea o al di sotto di quella media europea, ma dal lievitare della spesa degli interessi, a sua volta causata dall’indipendenza della Banca d’Italia, che dall’inizio degli anni ’80 non fu più tenuta per legge ad acquistare titoli di stato20. La banca centrale, di conseguenza, non deve più essere concepita come una entità indipendente o autonoma dallo Stato. Allo stesso modo, è necessario tornare indietro rispetto al processo di privatizzazione, in primo luogo nel settore bancario. C’è bisogno di una grande banca di stato che provveda a sostenere l’apparato industriale e bancario e che faccia da barriera nel caso in cui il calo del valore azionario di banche e imprese industriali le rendesse facile preda del capitale transnazionale. In pratica, l’uscita dall’euro andrebbe coniugata con alcune misure che vadano in direzione opposta ad una economia basata sul principio di autoregolazione del mercato e che reintroducano non solo il controllo ma anche la partecipazione diretta nell’economia da parte dello Stato. Tutto questo comporterebbe non solo l’uscita dall’Uem, ma anche la rimessa in discussione di aspetti importanti della Ue, che pone serie limitazioni all’intervento pubblico.

Ad ogni modo, anche se la dissoluzione dell’Uem da sola non è sufficiente a determinare una evoluzione della situazione nel senso da noi indicato, senza di essa sarebbe impossibile anche solo avviare il processo di trasformazione. Infatti, l’euro rappresenta una imbracatura ferrea entro la quale è bloccato da anni il movimento dei lavoratori. Di conseguenza, l’indicazione politica della necessità della dissoluzione dell’Uem è la più potente (e forse l’unica) leva attorno a cui poter ricomporre i ranghi frammentati dei lavoratori italiani ed europei e ricostruire una vera sinistra in Italia ed in Europa. Il superamento della Uem (o l’uscita unilaterale piuttosto che negoziata dall’euro dei singoli Paesi) non va affrontato come un problema tecnico-economico, ma come una questione eminentemente politica, che riguarda i rapporti fra classi, fra settori di classi e fra Stati. All’interno di questa prospettiva, non ha senso dividersi sulla questione se si debba difendere la sovranità nazionale oppure no, o se si debba privilegiare la lotta nazionale o quella europea. Non vi è dubbio che l’asse della lotta deve ruotare attorno al recupero di alcuni aspetti di sovranità nazionale, che sono stati delegati dagli Stati nazionali agli organismi sovrannazionali europei. Il punto, però, è il carattere di classe che assume tale recupero della sovranità nazionale. Ciò che intendiamo dire è che la forma dello Stato che si verrebbe a definire all’interno di un processo di lotta contro l’euro non potrà più essere quella, ora sempre più prevalente, in cui si esprime il dominio del settore di vertice del capitale, quello transnazionale. Di conseguenza, riprendere la bandiera degli interessi nazionali del Paese, abbandonata dalla borghesia, non sarebbe un sintomo di nazionalismo. Significherebbe, invece, scendere sul terreno della conquista dell’egemonia, che è, per l’appunto, la capacità di porsi e proporsi alla società come punto di riferimento complessivo nella tempesta della crisi. Nello stesso tempo, però, bisogna essere consci che il capitale è ormai fortemente integrato e coordinato a livello internazionale, mentre i lavoratori sono frammentati sia a livello nazionale che continentale. La lotta contro l’euro e l’Europa del capitale transnazionale può nascere solo a livello nazionale, ma acquista possibilità di successo soltanto se si allarga ad un livello sovrannazionale, cioè europeo.

Domenico Moro

Europa Italia

oltre l’euro

sinistra, sovranità nazionale, socialismo

Bologna 18 ottobre 2014

pubblicazione interventi:

ugo boghetta

interventi già pubblicati: Mimmo Porcaro, Piero Pagliani

su sinistranoeuro.wordpress.com

Bologna 18 ott0bre

In genere rifuggiamo dall'affrontare i problemi più complessi: in realtà i problemi sono complessi proprio perchè non osiamo affrontarli. Seneca 

Il discorso noeuro ha fatto passi in avanti anche nella galassia della sinistra radicale ma le forze rimangono frammentate per settarismi, personalismi, logiche di piccolo gruppo. Nulla di nuovo purtroppo.

In questo modo ci si condanna ad una doppia irrilevanza: quella della sinistra cosiddetta radicale e quella noeuro nella sinistra radicale.

Purtroppo le cose vanno più veloci di noi. Le europee hanno radicalizzato il quadro: gli Stati Uniti d’Europa non ci saranno per molto tempo o forse mai. Sarebbe come gettare benzina sul fuoco.

C’è una moneta senza Stato. Dall’altra ci sono Stati senza moneta.

E’ mutato anche il quadro italiano. Salvini e Melloni hanno salvato un po’ di pelle per aver sposato il noeuro. ll pericolo della lepenizzazione della destra italiana è in atto.

Grillo in difficoltà rispolvera la questione del referendum ma in modo sempre confuso.

In un’occasione precedente Di Maio, ad una domanda su quale indicazione di voto avrebbero poi dato ad un eventuale consultazione, ha risposto fra il sarcasmo di tutti che non avevano ancora deciso.

Tuttavia, se i grillini dovessero effettivamente praticare la scelta della raccolta di firme di massa per una modifica costituzionale a sostegno di una proposta di legge per il referendum consultivo sull’Europa, per quanto l’obiettivo sia improbabile da raggiungere, non avremmo più alibi sul che fare.

Grillo o non Grillo, siamo in ultra ritardo.

Dobbiamo cominciare a stringere su ipotesi concrete di iniziativa politica sui punti centrali. Non si può dare battaglie in realtà marginali: l’austerity, fiscal compact, non a caso fatte proprie da Renzi. Si parla di disobbedire ai trattati. Ma di trattati c’è n’è solo uno: Maastricht, dove si decise il liberoscambismo, l’euro, la subordinazione alla Nato e, dunque, agli USA.

E, proprio per questa drammatica situazione, è giusto e necessario tenere insieme il quadro internazionale, la rottura dell’Europa, rottura che non può che avvenire a causa delle necessità e specificità nazionali, e il socialismo come uscita a sinistra dal liberismo e dall’euro.

In questo quadro vorrei tratteggiare alcune questioni esemplificative.

  1. In preparazione del convegno è stata sollevato l’obiezione che non si dovesse parlare di socialismo ma solo di euro. Trovo strano che dinnanzi al modello finanzcapitalista, alla vita di miliardi persone condizionate da profitti finanziari che viaggiano al nanosecondo, ineguaglianze abissali a fronte ad una potenza tecnologica mai vista, alla distruzione del pianeta, ad un Europa che è emblema di tutto ciò, la questione del socialismo sia da trattare come un tema a parte come fosse un soprammobile.

  1. La questione socialismo e la sua assenza pratica e concettuale ha un altro risvolto. No global, grillini, molti noeuro, ritengono che i concetti di destra/ sinistra siano obsoleti. Hanno ragione. Dopo l’89 di ideologie ne è rimasta una sola. Per questo il termine sinistra ha perso di senso, non identifica, non discrimina, non chiarisce. E non è un caso che per la prima volta i soggetti che entrano in conflitto non si rivolgono solo alla sinistra come un tempo. Non è un caso che i conflitti siano impotenti, anche quelli attuali contro il jobs act. Sono impotenti perchè senza prospettiva. A sinistra, anche in quella radicale il termine è stato spesso sostituito da diritti, cittadini, cittadinanza. Questo linguaggio nasconde anche una concezione della trasformazione per autolievitazione. Non esiste un nemico specifico, non esistono poteri reali. Bertinotti ai tempi di Genova diceva che obbiettivo del movimento era la crescita del movimento stesso. Una perla di massimalismo e movimentismo. Poi è finito come sappiamo. E molti non si sono ancora accorti che Genova è finita con la crisi del 2008. In buona sostanza la ripresa di una elaborazione, di una proposta socialista serve anche a ripristinare la dicotomia e l’alternativa destra/sinistra, la differenza fra noi ed il nemico di classe, fra noi ed il liberalismo, il liberismo. Non esiste sinistra senza socialismo. Del resto nel ‘900 il termine sinistra veniva usato genericamente per indicare i termini forti di comunista e socialista. Babbio, per altro verso, parlava di socialismo liberale, dove il sostantivo era appunto il termine socialista. Ma, mi chiedo e vi chiedo, è possibile dirsi comunisti senza avere e dotarsi di una prospettiva socialista concreta qui ed ora?! Non rischiamo di essere come i cattolici della domenica: tre pater ave e gloria ed finisce tutto lì!

Dobbiamo dunque uscire da sotto le macerie del muro di Berlino. Abbiamo dato troppa poca importanza agli effetti di questo evento. La ripresa di una rielaborazione marxista all’altezza della situazione non può prescinderne.

  1. Ed è anche per questi motivi che la sinistra ha il tabù della nazione. Ciò è il frutto di un’egemonia della destra: la nazione intesa solo come razza e come nazionalismo reazionario. Certo il movimento operaio su questo tema è stato altalenante e contraddittorio. Il manifesto del partito comunista finisce con: “proletari di tutto il mondo unitivi” ma nel testo si fa riferimento al prioritario radicamento nazionale da parte del proletariato. Le problematiche della seconda internazionale fino alla 1° guerra mondiale sono note. Il periodo bolscevico e La terza internazionale furono anch’essi altalenanti fra l’autodeterminazione dei popoli di Lenin, la subordinazione al Comintern, la successiva correzione, fino agli esempi di cui parlava Porcaro.

  1. Questo vuoto di prospettiva socialista e nazionalismo democratico è anche uno dei motivi che non ci permette di elaborare una proposta che affronti il ritornare al pettine dei nodi storici del paese: le sue rivoluzioni mai fatte, uno Stato ed una Pubblica Amministrazione che non funzionano perchè asserviti ai particolarismi delle classi dominati con qualche elemosina per le altre, la corruzione, la perdita di valori. Un paese senza né capo né coda e senza più sinistra in grado di dare un senso e una prospettiva diversa. E questo avviene nel paese di Gramsci?! Gramsci che non a caso elabora sul tema nazione dentro il quadro della rivoluzione bolscevica. I due termini non sono antitetici: l’uno esiste in relazione all’altro. Questo vuoto impedisce di pensare programmi basati sul blocco sociale e movimenti basati su alleanze di classe e fra classi. La sinistra che espelle la questione nazionale e bolla chi l’affronta come para fascista, ignora la propria storia. A proposito dell’euro non sa cosa sia una moneta. Ignora le esigenze del proprio paese e, dunque, anche del popolo lavoratore e delle altre classi.

  1. Queste cecità portano ad altri tabù. Uno di questi è l’immigrazione. Questione affrontata in termini cattolici. Il proletariato europeo è stato messo in difficoltà da molte cose. Due di queste rimandano alla creazione del classico esercito di riserva: la delocalizzazione delle fabbriche per cercare il più basso costo della forza lavoro, e l’immigrazione, attratta dal divario enorme di ricchezza, usata come competizione interna e come capro espiatorio dagli stessi che usano i migranti. Una tenaglia micidiale. Certo in passato non era semplice affrontare questa questione da un punto di vista politico. Ma da alcuni anni le cose stanno cambiando. L’immigrazione nel Mediterraneo ha ora come causa prevalente le guerre che devastano tutta l’Africa Sahariana ed il Medio Oriente. La causa di tutto ciò sono gli USA e la loro politica di destabilizzazione di tutta l’area mediterranea: anche l’Ucraina sta nel Mediterraneo. Avremmo dunque l’opportunità di elaborare una politica e una mobilitazione che metta sotto accusa gli Usa. Gli USA dovrebbero pagare! Fuori gli Usa dal Mediterraneo: yankee go home. Ed in questo modo dare nuova vita al movimento pacifista oggi non a caso muto. A ciò si collegherebbe una prospettiva euro-mediterranea come nuova e diversa collocazione del paese per sviluppare politiche di cooperazione in cui ognuno possa innanzitutto vivere nel proprio territorio. Già perchè se non ci fossero guerre ed abissali differenze la gran parte vorrebbe vivere a casa propria. Mare nostrum. Mare di tutti i popoli rivieraschi. Ciò, inoltre, sarebbe contestuale alla lotta contro il TTIP che è un’altra faccia della politica USA di subordinazione dell’Europa.

Come si può vedere da questi esempi il lavoro teorico, di analisi, di rielaborazione di una nuova cultura e proposta politica sono enormi e si intrecciano strettamente con i fatti, l’attualità, la politica di tutti i giorni. Intreccia il ruolo dei comunisti con quello della costruzione della sinistra, e la costruzione di un movimento democratico di Liberazione nazionale e decolonizzazione. Pone la democrazia non come mera procedura ma come strumento per perseguire obbiettivi sociali: la prima parte della Costituzione appunto. Non a caso per J. P. Morgan la Costituzione è para-socialista. Loro usano il termine, noi no: non è pazzesco!?

Questi incontri dovrebbero essere sempre più frequenti e più diffusi. E continuare anche approfondendo, pur nel quadro unitario delineato da Porcaro, i singoli aspetti.

Abbiamo bisogno di una mappa delle questioni e dei punti di vista per stringere e convergere. È necessario tuttavia passare anche all’azione: mentre discutiamo Sagunto infatti brucia. Bruciano i lavoratori, la democrazia, la sinistra, i comunisti.

Europa Italia

oltre l’euro

sinistra, sovranità nazionale, socialismo

Bologna 18 ottobre 2014

pubblicazione interventi:

intervento Piero Pagliani

* (già pubblicata introduzione Mimmo Porcaro

sinistranoeuro.wordpress.com)

Piero Pagliani

L’Euro e la nuova fase della crisi sistemica

Da quando a sinistra si è iniziato a dibattere sulla necessità di uscire dalla moneta unica, sono cambiate molte cose. Siamo infatti entrati in una fase nuova della crisi sistemica che obbliga necessariamente a rivedere i termini della questione.

Innanzitutto, la questione dell’Euro non è mai stata posta solo a sinistra. Oggi non passa giorno che sui media mainstream non si legga una critica all’Euro e persino fondate motivazioni economiche per abbandonarlo.

Tuttavia, come ben si sa, il diavolo si nasconde nel dettaglio e lo schieramento anti-Euro è differenziato da più di un dettaglio politico. Allo stesso modo io non credo che i proclami contro l’austerity di Renzi o Hollande abbiano nulla a che vedere con la battaglia contro l’austerity condotta ormai da anni da alcune forze minoritarie della sinistra. Premesse differenti per conclusioni necessariamente differenti.. Si potrebbe, in linea puramente teorica, immaginare un variegato fronte anti-Euro solo se si pensasse che la moneta unica sia stata una distorsione che ha causato la crisi attuale. Ma l’Euro non ha causato la crisi sistemica attuale. Anzi, è stato un tentativo di risposta alla crisi sistemica ma, come vedremo, destinato al fallimento e a lasciare dietro di sé enormi danni.

La crisi sistemica attuale inizia a profilarsi alla fine degli anni Sessanta a partire dagli USA come crisi di sovraccumulazione. I capitali accumulati durante il “ventennio d’oro” del dopoguerra erano ormai troppi rispetto alla loro possibilità di impiego profittevole in commercio e industria e si intralciavano a vicenda. Chiaramente gli investimenti in commercio e industria continuavano ma non riuscivano a valorizzare tutto il capitale accumulato e che continuava ad accumularsi, cosa inammissibile dato che il fine ultimo del capitale è valorizzarsi (altrimenti è carta straccia e il capitalista perde potere – parola chiave raramente compresa dai marxisti – cioè potere di mobilitare questa o quella risorsa, di spostare lo sviluppo economico da un percorso a un altro, di fare Stati e di disfarli, di fare e disfare la Storia, di fare e disfare l’Ambiente: potere “geo-socio-ecologico”, diciamo così).

Per questi motivi è iniziata la finanziarizzazione privata, che si è appoggiata su quella che io chiamo “finanziarizzazione di Stato” che formalmente inizia con la proclamazione dell’inconvertibilità del Dollaro in oro del 15 agosto 1971, il Nixon Shock. La finanziarizzazione è il meccanismo con cui il capitale si valorizza per partenogenesi, senza passare per la fecondazione attraverso commercio e industria, con tutte le note disastrose conseguenze a livello sociale, politico e antropologico.

La finanziarizzazione non è quindi il risultato di un golpe pluto-giudaico-massonico, come pretende al solito l’estrema destra e come, ahimè, pensa anche parte dell’estrema sinistra che non ha più nessuna idea di cosa siano le contraddizioni capitalistiche.

La finanziarizzazione è caratterizzata dal prevalente investimento di capitali in attività che rendono interessi che non sono più una quota dei profitti, come dovrebbe avvenire quando le cose funzionano “normalmente”. Infatti, la sovraccumulazione di capitali genera e pretende una sovra-generazione di interessi, del tutto avulsi dalla produzione reale di valore (la misura capitalistica della ricchezza). Ecco quindi fenomeni come i “derivati” nel cui valore nozionale le tracce di valore reale sono in quantità omeopatica. Insomma, alla fine sotto il vestito nulla.

La finanziarizzazione da una parte è un immenso sacco che si gonfia sempre più di aria e poco di sostanza reale, dall’altra e come un bluff a un tavolo da poker. Finché nessuno dice “vedo”, si può continuare a rilanciare. Il problema è che se qualcuno ha la forza (geopolitica ed economica) di dire “vedo”, salta fuori che in mano non si ha nemmeno una coppia minima, mentre si voleva far credere di avere una scala reale. Cioè, se qualcuno dicesse “vedo” (e qualche volta succede anche che una fazione capitalistica lo dica per fare la guerra ad una fazione avversaria) tutti questi titoli di credito/debito immensi (i soli derivati equivalgono al 1000% del PIL mondiale) si rivelerebbero carta straccia, cosa che, abbiamo detto, impedirebbe di continuare ad accumulare potere. Ovviamente il potere già accumulato (leggi “bombe atomiche” e annessi e connessi ivi compresa la capacità di fare e disfare governi) è un grande deterrente che sconsiglia di dire “vedo” in modo brutale.

La semplice parolina “vedo” vorrebbe automaticamente dire “guerra al Dollaro come moneta internazionale” e quindi equivarrebbe a mandare al diavolo gli Usa come potenza dominante. Ecco perché gli Usa non possono permetterlo. Se smettessero di essere la potenza dominante, se il loro famoso “stile di vita” da “non negoziabile” diventasse insostenibile, la fine del cosiddetto “effetto goccia” assieme alla spettacolare polarizzazione delle ricchezze in quel Paese e alla mancanza pressoché totale di reti pubbliche e famigliari di solidarietà, getterebbero la società americana nel caos.

Si riesce benissimo a capire perché, come notava David Harvey all’inizio del nuovo secouna decina di anni fa, a ogni sfida al Dollaro gli Usa risponderebbero con «una reazione, anche militare, selvaggia». E così è già stato.

Finché invece non si guarda dentro il sacco (semivuoto) della finanziarizzazione, la moneta “buona” e quella “cattiva” non sono distinguibili più di quanto non lo siano in una banca i soldi depositati da un operaio e i soldi depositati da un mafioso. E finché si ha il Potere si può evitare che qualcuno vada a vedere cosa c’è dentro il sacco. O più precisamente lo si può “scoraggiare”.

Mantenere il Potere diventa quindi condizione e scopo, inizio e fine.

Dopo tutto, che cosa fece Nixon quando dichiarò che il dollaro non era più convertibile in oro? Non fece altro che dire: “Avete voluto controllare le nostre riserve d’oro a Fort Knox? Avete verificato, brutti ficcanaso, che praticamente sono esaurite? Va bene. Lo ammettiamo, di fatto non abbiamo più un’oncia di metallo. Ma sapete che cosa vi dico? D’ora in avanti il Dollaro ha un altro riferimento metallico. È l’uranio delle nostre bombe atomiche. Venite pure a controllare, se ne avete voglia.”

Dopo qualche anno il Volcker shock del 1979 diede inizio pubblicamente alla finanziarizzazione, sostenuta da un lato dalle bombe atomiche Usa (via debito pubblico federale, cioè il veicolo economico della potenza Usa) e dall’altro dalla capacità della finanza occidentale, in primis anglosassone, di intercettare il valore reale creato dai Paesi emergenti, dove nel frattempo prendeva corpo la più grande concentrazione operaia di tutti i tempi.

Ecco perché in Occidente si optava per la deindustrializzazione: il valore reale veniva prevalentemente creato all’esterno dei circuiti capitalistici centrali (e quindi aumentava il profitto – vedi esternalizzazioni eccetera) e noi lo intercettavamo con la carta straccia finanziaria sostenuta da una potenza militare, politica e culturale incontestabile.

Ma il bel gioco dura poco. Man mano che i Brics (e gli altri) crescevano, diventava sempre più difficoltoso, e meno conveniente, mettere le nostre mani sul valore reale da essi creato. Inoltre “Brics” significa i più grandi e popolosi Paesi del mondo, la quasi totalità delle risorse, enormi forze armate e ben tre potenze nucleari. In altre parole, i Brics potevano diventare lo straniero nel saloon, calmo, armato, col sigaro in bocca e il cappellaccio sugli occhi che a un certo punto fa capire che il bluff non può essere più continuato (in realtà le cose sono più complicate, perché i Brics non sono del tutti estranei alla finanziarizzazione, dato che la loro stessa crescita ne porta il marchio).

Per correre ai ripari, parte della rapina ora deve essere perpetrata all’interno delle stesse potenze occidentali. Non potendo più riempire il saccone vuoto con plusvalore generato all’esterno, si cerca di estrarre più plusvalore possibile all’interno e di saccheggiare quel che rimane dei beni comuni, dalle risorse ai servizi (la privatizzazione e finanziarizzazione dei servizi – ma si potrebbe dire, senza esagerare, la “finanziarizzazione dei diritti costituzionali” – serve a spremere ulteriore plusvalore). Processo che continuerà anche con una de-austeritizzazione alla Renzi/Hollande. Ma se da una parte si creano disastri e drammi, dall’altra si tratta anche di un tentativo disperato, perché in Occidente non si estrarrà mai sufficiente plusvalore da riempire l’immenso sacco finanziario.

Ciò vuol dire che immensi capitali sono destinati a svalorizzarsi (e ci sarà una bella lotta per decidere quali saranno macellati). A meno di bruciare i libri contabili con una bella guerra mondiale e/o ricolonizzare tutto il resto del mondo, o meglio sottometterlo a un ordine gerarchico imperiale (cosa che comunque non risolverebbe le contraddizioni in modo permanente, perché esse dipendono dalle caratteristiche intrinseche ai meccanismi di accumulazione senza un fine del capitale).

Nel frattempo si prende atto che il meccanismo della globalizzazione non funziona più, si è inceppato. I Brics incominciano a fare troppo spesso a meno del Dollaro, cosa che fa inquietare la potenza statunitense, proprio perché ne mette in questione la capacità di mobilitare risorse mondiali, cioè di esercitare un dominio mondiale. Anzi, dati i rapporti di forza attuali e il fatto che la globalizzazione da imperiale (che è stato il suo marchio d’origine, cosa che un personaggio come Kissinger ammise subito ma non venne capita dalla sinistra intera a partire dai suoi irresponsabili intellettuali), da imperiale, si diceva, rischia di diventare anti-imperiale. Meglio allora rinserrare le fila e rigiocare al vecchio gioco della Guerra Fredda, ovvero ridividere in due il mondo: Noi e Loro.

Solo che all’epoca della vera Guerra Fredda, noi eravamo usciti da un conflitto mondiale, gli Usa e il loro Dollaro erano dominanti, c’erano le ricostruzioni nazionali e la ricostruzione del mercato mondiale, c’erano tutte le invenzioni della guerra da sfruttare (e per quanto ci riguarda c’era anche un fortissimo movimento operaio). Insomma, tutta un’altra situazione, dove si poteva persino tollerare, in una certa misura, il risveglio nazionalistico dei Paesi esportatori netti di risorse. E magari sfruttarlo.

Gli interessi erano parte dei profitti e i profitti erano alti.

Oggi la musica è totalmente cambiata e quindi rinsaldare le fila ha più una valenza geopolitica che economica. Il Ttip, il trattato di commercio transatlantico in corso di negoziazione, nelle intenzioni dovrebbe essere uno degli strumenti per rinsaldare le fila. Da una parte impone una colossale deregolamentazione guidata dal Dollaro che cercherà di raschiare anche il fondo del barile a costi sociali, politici, antropologici ed ecologici immani, dall’altra intende serrare in una morsa d’acciaio l’economia, la finanza e il potere politico-militare occidentale, per forgiare una mazza ferrata con cui sferrare fendenti a destra e a manca. Giustamente si parla del Ttip come della “Nato economica”. E non per nulla in concomitanza con la sua negoziazione è stata scatenata la crisi Ucraina da parte statunitense (ammissione di Victoria Nuland, la signora “Fuck the EU”) e si è obbligata l’Europa a imporre le sanzioni alla Russia (ammissione di Joe Biden). Ovvero, l’Europa doveva staccarsi dal resto del continente eurasiatico.

L’Europa mentre avveniva tutto ciò cosa faceva? Cercava un po’ di difendersi e un po’ di approfittarsene. Le sue classi dirigenti avevano capito che i singoli Stati europei da soli non potevano affrontare questa crisi che vede in campo giganti, quindi hanno spinto verso una impossibile unificazione (troppe differenze economiche, troppe divergenze, troppe gelosie incrociate di ogni tipo, politiche, economiche, storiche, culturali) alla quale in modo avventuristico speravano di giungere attraverso una moneta unica che invece era ritenuta plausibile. Le tappe di avvicinamento alla moneta unica possono essere viste come risposte alle mosse statunitensi. 1971, Stati Uniti: Nixon Shock, 1972 , Europa: Serpente Monetario Europeo. 1979, Stati Uniti: Volcker Shock, 1979, Europa: Sistema Monetario Europeo.

Ma nel 1991 l’URSS si soglie e l’anno successivo c’è subito una pesante interferenza in Europa del blocco anglosassone: Il Panfilo Britannia zeppo di finanziari anglosassoni fa una crociera nel Mediterraneo per “spiegare” la nuova svolta neoliberista. Con l’attacco alla Lira e al Franco francese questo blocco fa entrare in crisi il Sistema Monetario Europeo (gli UK, junior partner degli USA, se ne escono per non rientrarci mai più). Infine si sigla il Trattato di Maastricht sotto questa ipoteca politica (che sostanzialmente avverte che il futuro Euro non potrà interferire più di tanto col Dollaro).

In Italia, in specifico, con Mani Pulite un’intera classe politica legata alla vecchia economia mista “keynesiana”, viene spazzata via con sistemi extraparlamentari. Intendiamoci, è una classe politica corrotta, ma questo non è mai stato il reale metro di giudizio di nessun potente: se il corrotto fa comodo si tiene (come infatti era successo dal 1948 fino al 1992 e come succederà anche in seguito).

L’Europa crede che al riparo della moneta unica possa rispondere per le rime alla finanziarizzazione anglosassone. Ma dato che l’Europa non è indipendente dagli USA e la potenza leader in Europa, la Germania, è una nazione sconfitta nell’ultimo conflitto mondiale e occupata da 176 basi militari statunitensi e dato quindi che non può avere una politica estera autonoma – tanto che i Tedeschi si autodescrivono come “il più ricco stato delle banane del mondo” – ecco che l’Euro diventa quella mostruosità di moneta senza Stato che avvantaggia le oligarchie europe e come Stato avvantaggia esclusivamente la Germania e il suo entourage. Per ora.

Perché “per ora”? Perché in estrema sintesi l’Euro è un tentativo della Germania di opporsi alla crisi e alla finanza anglosassone facendo leva solo sul lato economico. Missione impossibile, perché la finanza anglosassone si sostiene su tutti e due i pilastri del potere capitalistico: quello economico e quello politico-militare. Per giunta, la leva tedesca appoggia sulla cannibalizzazione dei suoi partner europei, cannibalizzazione direttamente proporzionale alle difficoltà tedesche di sfondare a Est, che sono difficoltà esacerbate dagli USA. Due ragioni perché il progetto sia destinato al fallimento.

Infatti l’Euro che abbiamo conosciuto è arrivato al capolinea, grazie anche ai missili balistici finanziari sparati da Wall Street sugli anelli deboli della dissennata costruzione europea, cioè i PIIGS. Come si è detto all’inizio non passa quasi giorno ormai che sui giornali mainstream a partire dal Sole24Ore non si legga qualche articolo a favore del “liberi tutti”. Ma liberi da che? Al di fuori della trappola dell’Euro ce ne aspetta una ben più strutturata. E’ la trappola del Dollaro. Infatti in questo scenario gli Stati Uniti sono sempre più aggrappati forsennatamente e ferocemente, molto ferocemente, alla propria traballante leadership che non intendono assolutamente mollare, nemmeno morti (e questo è molto preoccupante).

L’Euro è un disastro. Fuori dall’Euro ci attende un altro disastro a meno che non si mettano in atto misure politiche adeguate, innanzitutto di difesa dai progetti imperiali statunitensi. Una moneta non ha un equilibrio “naturale”. Può sembrare che lo abbia in determinate circostanze storiche. Ma di fondo una moneta ha un equilibrio politico e geopolitico. La nuova fase della crisi sistemica ci obbliga a leggere la questione Euro in quest’ottica.

oltre l’euro

Europa Italia

oltre l’euro

sinistra, sovranità nazionale, socialismo

Bologna 18 ottobre 2014

pubblicazione interventi:

Introduzione Mimmo Porcaro

Abbiamo organizzato questo convegno perché riteniamo che da qualche tempo, nell’ambito di una parte della sinistra, iniziano a presentarsi alcune idee nuove, o comunque inusuali.

La prima è che esiste un divario ormai insuperabile tra le esigenze dei lavoratori, e dell’intero paese, e le risposte dei gruppi dirigenti italiani, inclusi quelli di una sempre più sparuta sinistra, divisa tra subalternità e minoritarismo.

La seconda è che le ragioni dell’inefficacia della sinistra stanno anche nell’incapacità di affrontare alcuni nodi strategici decisivi, che io ora proverò ad indicare dandone, ovviamente, un’interpretazione personale che però so non essere del tutto diversa da quella dei nostri interlocutori.

1

L’epoca in cui viviamo è ormai chiaramente quella dello scontro tra potenze mondiali, e questo scontro determina e determinerà sempre di più i tempi e i modi dello stesso conflitto di classe. Di fronte ad un tale scontro non sembra più sufficiente invocare la pace, ma è necessario costruire, per l’Italia e l’Europa, una posizione di neutralità attiva che si identifica con un allontanamento dagli Stati Uniti e un avvicinamento ai Brics.

2

L’Unione europea non è però in grado di operare questa scelta, né d’altra parte di favorire o rendere più efficace la lotta dei lavoratori europei, perché è il frutto di un compromesso tra gli Stati uniti, che vogliono che il Vecchio continente sia soltanto uno spazio economico aperto, privo di autonomia politica, e la Germania, che accetta questa limitazione barattando la piena autonomia politica con la possibilità di esercitare – soprattutto attraverso il vincolo monetario – un’egemonia economica sugli altri paesi, e su tutti i lavoratori europei. Ragion per cui la rottura dell’Unione europea e dell’euro appare come condizione necessaria sia della pace che dello sviluppo della lotta di classe.

3

La crisi generale del capitalismo, e soprattutto la crisi particolare del capitalismo italiano, dimostrano che solo il rilancio della proprietà pubblica, del piano e del controllo dei lavoratori sulla produzione, e quindi la trasformazione dei rapporti di proprietà e la ripresa di un discorso socialista, possono restituire al paese una seria politica economica, una vera capacità d’innovazione tecnica, una redistribuzione del reddito e del potere, una gestione razionale delle risorse e dell’ambiente. Ma la consapevolezza di questo fatto imporrebbe alla sinistra di abbandonare un’ideologia fondata sulla pura e semplice rivendicazione dei diritti individuali e sociali, e di riprendere la questione del potere politico e dello spazio sociale e geografico in cui esso si esercita.

E’ di questi nodi, dei loro rapporti e del loro significato politico che dovremmo discutere. E per parte mia comincio col precisare due cose.

Prima di tutto va detto che i temi a cui accennavo sono tutti strettamente uniti, e se non vengono trattati unitariamente è quasi impossibile risolverli in una maniera progressiva. La riconquista dell’autonomia culturale e politica dei lavoratori e la costruzione, oggi ineludibile, di un’alleanza popolare fra i diversi frammenti del lavoro subordinato e fra essi e buona parte della piccola e media impresa, sono impossibili senza l’impresa e la banca pubblica, senza controllo sui capitali e quindi senza una prospettiva socialista. Ma tale prospettiva è impossibile nello spazio dell’Unione europea e dell’euro, e quindi nello spazio del capitalismo atlantico e della Nato. La trasformazione del potere politico in senso socialista implica quindi necessariamente la ridefinizione dello spazio di tale potere, che non può essere né quello dell’attuale Unione europea, né quello esclusivamente nazionale, ma un nuovo spazio europeo (ed extraeuropeo) basato su relazioni simmetriche e cooperative.

Tuttavia, e qui tocco un punto molto importante che sarà certamente fonte di discussioni, poiché le rotture effettive avvengono soltanto all’interno di situazioni concrete e specifiche, tale nuovo spazio potrà essere generato solo a partire da rivolte nazionali e dall’alleanza tra nazioni che recuperano una propria sovranità. Ciò implica, soprattutto in un primo momento, l’elaborazione di un discorso che parta dalle esigenze particolari di ogni nazione e quindi, l’elaborazione di un nazionalismo civico, democratico e difensivo, capace di aggregare il maggior numero di forze all’interno di ogni singolo paese in vista di un duro scontro con gli stati imperialisti o subimperialisti.

V’è certamente una gerarchi logica trai diversi momenti del ragionamento, ed è assolutamente importante capire che il nazionalismo viene dopo la ravvisata necessità dell’autonomia di classe e del socialismo: è un nazionalismo che non vuole annacquare o reprimere la lotta di classe, ma darle uno spazio più adeguato. Ciononostante va ripetuto che socialismo, nuovo europeismo, antimperialismo e nazionalismo democratico si sostengono a vicenda ed è difficile, se non impossibile, avere l’uno senza l’altro. Così come è impossibile, almeno dal punto di vista dei lavoratori, porre soltanto la questione dell’uscita dall’euro senza parlare dei provvedimenti che dovrebbero accompagnarla per evitare di sostituire il male col peggio: protezione dei salari, controllo dei capitali, nazionalizzazione delle banche, nuovo posizionamento internazionale.

Se questi sono i nostri problemi è ormai abbastanza evidente, e questa è la mia seconda considerazione, che essi non possono essere affrontati assemblando in qualche modo le culture e i gruppi dirigenti della sinistra attuale, ma costruendo una nuova e distinta ipotesi politica (che non è immediatamente o necessariamente un nuovo partito) nella quale possano successivamente riconoscersi militanti ed elettori della sinistra.

Dalla sinistra attuale si può cavare poco o nulla perché essa ha ideali giusti, ma idee sbagliate.

  • Ha creduto che esistesse davvero la globalizzazione e che questa potesse essere democratizzata. Ha creduto che la crisi degli stati nazionali fosse un fatto tutto sommato positivo perché apriva le porte all’autorganizzazione sociale. Non ha capito che quel poco di globalizzazione che è stata realizzata ha contemporaneamente distrutto i soggetti e gli strumenti che avrebbero dovuto democratizzarla , e che l’indebolimento degli stati nazionali, oltre a ridurre le risorse che consentivano l’autorganizzazione, ha privato gli oppressi di un possibile (anche se non unico ed univoco) strumento di emancipazione.

  • Ha creduto e crede tuttora che l’Unione europea sia, almeno potenzialmente, uno spazio più favorevole alla lotta di classe, mentre essa è invece non tanto uno spazio quanto un meccanismo nato proprio per contrastare la lotta di classe, anche attraverso l’approfondimento – via euro – delle differenze territoriali fra lavoratori.

  • Invece di ridefinire l’idea del socialismo, integrandola e modificandola coi temi dell’autorganizzazione, dei diritti individuali e dei beni comuni, l’ha completamente sostituita con questi ultimi ed ha rimosso o eluso la questione dei rapporti di proprietà. Così, di fronte alla crisi del capitalismo, si propongono correzioni, integrazioni, improbabili esodi nelle “reti corte” e nell’autoproduzione: si gioca di rimessa, lasciando l’iniziativa all’avversario, per l’incapacità o la paura di immaginare un ordine sociale nuovo. Oppure si continua ad invocare il “comunismo di società” contro il “comunismo di stato”, come se un apparato di stato democratico, aperto, controllabile, capace di dialettica con le varie organizzazioni sociali non fosse una delle condizioni di esistenza dell’universalismo egualitario, e della società stessa. Come se la conquista del potere di stato non fosse una delle condizioni della sua trasformazione.

  • Infine, la nostra sinistra rifugge come la peste qualunque discorso di tipo nazionalista, ma anche solo nazionale, dimenticando che ogni significativa esperienza socialista e popolare, dalla Comune di Parigi alla guerra antinazista dell’Unione sovietica, dal Vietnam alle recenti esperienze latino americane, ha tratto forza dall’intreccio fra temi di classe e temi nazionalisti. Ma dimenticando anche che tale intreccio si è registrato in esperienze decisive della stessa sinistra italiana, come la Resistenza e come il processo di radicamento sociale del PCI negli anni ’50. E così mette capo, la nostra sinistra, a posizioni politiche che sono o del tutto ininfluenti o avventuriste, perché propongono scelte implicitamente nazionaliste (come la disobbedienza unilaterale e i trattati europei) senza avere il coraggio di presentarle come tali e quindi senza chiarire ai lavoratori ed ai cittadini le vere conseguenze e le implicazioni di quelle stesse scelte.

E’ per questi motivi che penso che qualunque seria ipotesi di classe e socialista non possa oggi presentarsi come discorso rivolto esclusivamente o particolarmente alla sinistra (non foss’altro perché la maggioranza dei lavoratori non vota per la sinistra…). Il discorso deve essere rivolto immediatamente all’intero paese, legittimandosi come ripresa dei temi fondamentali della nostra Costituzione, e quindi come progetto che vuole unire la grande maggioranza dei lavoratori e non ripetere immediatamente divisioni che (nella forma che hanno ormai assunto) non sono più significative. E deve presentarsi non come realizzazione di una ideologia (con l’inevitabile corollario di frasi scarlatte che ci allontanerebbero dai cittadini senza avvicinarci all’obiettivo) ma come risposta pratica alle esigenza di servizi sociali di piena occupazione, di democrazia effettiva.

Non si tratta di dare per morta la distinzione destra/sinistra, ma a) di ridefinirla a partire dalla prossimità o meno al socialismo b) di capire che nella percezione comune la distinzione è ormai ininfluente, che lo stesso discorso socialista può facilmente presentarsi come difesa dei valori costituzionali, che molte forze, anche operaie, momentaneamente astensioniste o addirittura orientate a destra, potrebbero essere conquistate con un discorso di tipo nazional-costituzionale.

E’ in questa direzione che dovremmo muoverci, prima che lo faccia davvero la destra. Domani sarebbe già tardi.