Grazie – Emiliano Brancaccio

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In queste ore ho ricevuto moltissime esortazioni ad accettare la proposta di candidatura alle elezioni europee con la lista Tsipras, per la circoscrizione Sud. In tutta franchezza non mi aspettavo una tale mobilitazione intorno al mio nome. Sono sinceramente onorato per gli appelli e le raccolte di firme a sostegno della mia candidatura e per i tanti messaggi di apprezzamento che ho ricevuto. Con rammarico, tuttavia, devo comunicare che non posso accettare la proposta di candidatura alle europee: il personale contributo alla critica dell’ideologia dominante non termina ed anzi trova adesso nuove ragioni, ma in questo momento della mia vita il mio posto deve essere all’università, con gli studenti.

Le persone a cui vorrei dire grazie sono numerosissime. Ne cito solo alcune e chiedo scusa ai tanti che per mere ragioni di spazio non menzionerò. Vorrei ringraziare Barbara Spinelli, che ha speso parole di elogio nei confronti del “ monito degli economisti” e Paolo Flores d’Arcais, che mi aveva annunciato l’intenzione dei comitati a sostegno della lista Tsipras di indicarmi per la candidatura. Ringrazio anche Vladimiro Giacché, con il quale condivido molte tesi e previsioni. E ringrazio Gianni Rinaldini, che mi aveva onoratocomunicandomi l’appoggio di tante compagne e compagni della FIOM. Tengo inoltre a ringraziare Paolo Ferrero, Fausto Sorini, Claudio Grassi e gli altri dirigenti dei partiti che hanno sostenuto con convinzione la mia candidatura. Ringrazio i compagni e gli amici delle varie realtà di movimento, con i quali avevo collaborato ai tempi del social forum di Firenze e che in questi giorni hanno rinnovato parole di fiducia nei miei confronti. A tutti dico che non farò mancare il mio contributo di analisi e di proposta alle future iniziative che abbiano come fulcro l’interesse delle lavoratrici e dei lavoratori. Interesse che un tempo, a giusta ragione, si riteneva coincidente con l’interesse generale dell’intera collettività.

Permettetemi anche di esprimere due brevissime considerazioni di ordine politico. In primo luogo, auspico che ci si liberi presto dall’illusione che la tremenda crisi economica e democratica che stiamo attraversando possa essere affrontata assecondando i fatui fuochi dell’individualismo narcisistico, il cui nefasto corrispettivo politico è sempre costituito dal leaderismo plebiscitario. Per affrontare le colossali sfide del tempo presente la funzione dei singoli, per quanto illuminati, è pressoché irrilevante. Piuttosto, sarebbe utile dare inizio a un investimento generazionale, un lavoro critico e costruttivo per delineare una nuova concezione del collettivo, in particolare della forma-partito. La seconda considerazione che vorrei condividere con voi è maggiormente legata alla campagna per le elezioni europee.L’attuale scenario politico può esser ben descritto tratteggiando un orrido trittico: al centro l’arrocco intorno alle leve del potere dei pasdaran favorevoli all’euro e all’austerity; al fianco di quell’arrocco la comparsa di un nuovo liberismo gattopardesco, pronto a sbarazzarsi dell’euro pur di proseguire con le politiche di smantellamento dei diritti sociali; ed infine, all’orizzonte, l’avanzata in certi casi poderosa di nuove forze ultranazionaliste e xenofobe. Ebbene, è stato detto che all’interno di questo cupo scacchiere politico esisterebbe per la sinistra uno spazio ancora inesplorato. In effetti, nel mio pur modesto ambito, ho avuto modo di verificare che uno spazio in cui esercitare un efficace antagonismo contro i tre gruppi descritti sussiste davvero: lo testimonia il fatto che la protervia dei pasdaran pro-euro e dei gattopardi anti-euro si scioglie sistematicamente, come neve al sole, in ogni confronto dialettico che sia fondato su basi scientifiche; e che nelle società europee èancora possibile trovare anticorpi sociali e culturali contro la funesta avanzata dell’ultranazionalismo reazionario. Tuttavia, se questa è la durissima sfida nella quale ci si vuol cimentare, allora mi permetto di avanzare una duplice riflessione. L’idea che una forza orientata a sinistra possa vincere una battaglia di tali proporzioni scimmiottando le ipocrite banalizzazioni interclassiste dei gattopardi anti-euro è ovviamente assurda. Ma la stessa battaglia rischia di esser perduta in partenza se si rimarrà subalterni al dominio ideologico degli apologeti dell’euro e si commetterà quindi l’errore di considerare l’eurozona un dato fuori discussione. Un errore strategico che temo pregiudicherebbe ogni margine di manovra politica in Europa, e che diventerebbe quindi previsionale. Da questo punto di vista, è inutile negarlo, Alexis Tspiras è in una posizione delicata. Per molte ragioni, non ultima la sua possibile ascesa al governo della Grecia, egli potrebbe essere indotto a tenere la sua dialettica rigidamente confinata nei limiti angusti di una incondizionata fedeltà all’euro. Se così fosse, il perimetro della sua azione potrebbe restringersi al punto dasoffocare l’indubbia forza attrattiva della sua candidatura alla presidenza della Commissione europea. Eppure, nel testo di investitura, egli ha scritto che “ l’Unione Europea sarà democratica o cesserà di esistere. E per noi, la Democrazia non è negoziabile”. La Democrazia, per l’appunto: non la moneta unica, né il mercato unico europeo. Sarebbe un dato interessante se Tsipras centrasse la campagna su queste sue stesse parole. La lista italiana e le altre forze europee che lo sostengono ne trarrebbero notevole vantaggio. E le possibilità di anticipare gattopardi e ultranazionalisti aumenterebbero. Staremo a vedere.

Emiliano Brancaccio, 27 febbraio 2014

Uscire dall’euro: l’appello di Brancaccio e Fontana sul Guardian

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guardian-logoDi Redazione Giornalettismo 24/02/2014 –
Domenica scorsa sul Guardian è stato pubblicat o un appello di Emiliano Brancaccio e Giuseppe Fontana, rispettivamente economisti e professori universitari nel Sannio e a Leeds, in cui si sostiene che l’Italia “dovrebbe essere preparata a uscire dall’euro”

L’ITALIA DOVREBBE ESSERE PREPARATA PER USCIRE DALL’EURO

Emiliano Brancaccio, Giuseppe Fontana – The Guardian, 23 febbraio 2014

Dal punto di vista dello studio delle ascese politiche, è difficile non rimanere impressionati da quella del nuovo primo ministro dell’Italia, Matteo Renzi. Più preoccupante è il compito che Renzi potrebbe trovarsi di fronte: riuscire dove molti altri hanno fallito e ribaltare un’economia che si è ridotta del 9% negli ultimi sei anni. Si è tentati in questi momenti a pensare che i politici italiani, sia a destra che a sinistra, siano essenzialmente incompetenti e, in alcuni casi, qualcosa di peggio. Ma una spiegazione più plausibile per la disastrosa situazione economica in Italia è che le politiche degli ultimi governi hanno fatto poca differenza. Come paese membro dell’Unione Europea, l’Italia ha poco spazio di manovra sul lato fiscale, e ancor meno dal lato monetario. I precedenti primi ministri, Mario Monti ed Enrico Letta, non sono riusciti a convincere i partner europei, la Germania in particolare, a sostenere politiche volte a stimolare la produzione e l’occupazione. Renzi ha un compito monumentale e deve cambiare rotta rispetto ai suoi predecessori. Dovrebbe spiegare ai suoi partner europei che l’Italia ha un piano B e potrebbe lasciare la zona euro se il suo governo non potesse migliorare la produzione e l’occupazione attraverso nuove politiche fiscali e monetarie. Questa sarebbe una decisione di quelle che capitano una sola
volta in una generazione, ma se Renzi fallisce, Berlusconi , con il suo fervore anti-Merkel e anti UE, è nascosto sullo sfondo, pronto a tornare . Plus ça change … moins ça change?

Emiliano Brancaccio
Università del Sannio, Italia
Giuseppe Fontana
Università di Leeds e Università del Sannio, Italia

Materiali per intervenire nelle assemblee e nelle attività della lista Tsipras – Ugo Boghetta

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Warning

PARTE 1

Nell’ultimo documento la Direzione propone finalmente alcune argomentazioni condivisibili.
Evidentemente le critiche servono. A proposito della lista Tsipras si afferma: “ …. Un percorso che ha visto delle criticità che non vanno taciute, quali la decisione sul simbolo, il percorso centralizzato della sua creazione, gli accenti anti-partitisti, ma che ha anche avuto il merito di aprire alla possibilità di una lista unitaria. ……….ma non (é) ancora come spazio pubblico per la creazione di un soggettività nuova della sinistra di alternativa”.
Ma il disagio è tale da indurre Dino Greco a scomodare il povero Lenin il quale scriveva nel 1905 che:” la rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente (senza tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna lotta rivoluzionaria); e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere (…). Colui che attende una rivoluzione sociale pura non la vedrà mai; egli è un rivoluzionario a parole che non capisce cos’è la vera rivoluzione”.
Afferma giustamente Greco che occorrerà tempo, molto lavoro, molte lotte ed altri passi in avanti e che le scorciatoie sono le illusioni dei pigri, non sono roba per i comunisti. Certo, Lenin parlava di classi, ceti, lotte di massa e non di liste elettorali, ma ciò non toglie validità del paragone: le aggregazioni plurali sono spurie per definizione. Il problema nasce proprio dal fatto che il lungo lavoro di cui parla Dino, per avviarsi deve avere un senso, una direzione, un progetto, una teoria adeguati altrimenti si finisce per essere subalterni. Sono queste assenze alla base del disagio dei compagni. È il non sentirsi forti di un progetto, di una cultura politica, di una prospettiva. Intuiscono una mancanza di identità. Percepiscono più di tanti dirigenti che si passa di necessità in necessità, dall’essere sempre marginali e che a loro tocca sempre fare gli sherpa. Lenin, proprio perchè vedeva il carattere spurio dei processi, per fare la rivoluzione ha dovuto rivedere molti concetti evoluzionisti della socialdemocrazia e dello stesso Marx (anche se Marx in realtà arrivò a considerare la possibilità della rivoluzione in Russia), compresa la rivoluzione in Europa. Tant’è che qualche anno dopo il 1905 cacciò dal partito le tendenze moderate (che pur erano ben più di sinistra dei nostri 6 soloni) e si costituii il partito bolscevico. Queste tendenze, infatti, ostruivano la possibilità di cogliere le opportunità rivoluzionarie proprio perché non erano in grado di concepire la lotta di classe spuria, i cambi di situazioni, i salti politici necessari e possibili. Un recente tentativo spurio è stata, ad esempio, la vicenda dei forconi. Vicenda alla quale gran parte dei facenti parti la lista, noi compresi, ha reagito anti-leninianamente. Così come gran parte reagisce alle questioni radicali che pone l’Europa Reale. In parte ciò è avvenuto per la manifestazione del 19 ottobre scorso. A Bologna, ad esempio, ci sono state due manifestazioni: una in solidarietà della lotta dei facchini, l’altra dei migranti, pochi dei partecipanti alle assemblee per la lista erano presenti.
Lenin parlava da comunista e rivoluzionario. Lenin portava sempre una battaglia teorica, politica ed organizzativa, ciò che noi quasi mai facciamo. Una cosa infatti è lavorare in modo unitario, altro è essere unitaristi e non contrastare sul piano ideologico e politico l’egemonia radical chic che non contempla le lotte spurie, lo stesso classismo, altre idee dell’Europa, per non dire del socialismo. Concezioni che assomigliano a quelle posizioni che Lenin ha combattuto ferocemente. Il problema non sta dunque nel prendere le distanze dalla la Lista Tsipras così come sta nascendo in Italia in nome di un puro processo astratto. Il problema è starci con la consapevolezza che le posizioni “civiche come ideologia” saranno (e sono) un grande impedimento poiché il conflitto è tortuoso, altalenante, sporco. Il problema è evitare il pericolo che succeda come per la Federazione della Sinistra approcciata con un unitarismo fastidioso e sbagliato. Quanti allora sono stati consenziente e acritici votando ancora una volta:”la sicurezza, la disciplina”!? Allora questo lungo lavoro cominciamolo e non subiamo un’altra volta. Ma come possiamo operare nella mancanza di un progetto di transizione e trasformazione socialista!? Per questo motivo il nostro profilo politico assai debole va ripensato proprio dentro al percorso. Ripensamento assolutamente necessario per l’ora ed ancor più per il dopo e gli inquietanti scenari che si apriranno.

PARTE 2

Vediamo dunque alcune problematiche tenendo conto di alcune affermazioni che vengano spesso avanzate negli incontri.

1) La critica al verticismo è scontata, ed altrettanto la necessità di costruire degli spazi
pubblici.

2) Sarebbe necessario rivendicare con forza non solo che noi abbiamo avanzato la candidatura Tsirpas ma che questo è stata possibile perchè in Europa ed anche in Italia ci sono state migliaia di compagni che hanno resistito alle offensive del nemico di classe, alle scissioni che non hanno portato coloro che le hanno fatte da nessuna parte (vedi SEL), alla vulgata antipartito. Migliaia di compagni e compagne devono pretendere rispetto.

3) Dicono che non dobbiamo fare come la sinistra radicale. Le critiche alla sinistra radicale
sono sacrosante per la frammentazione prodotta. Ma noi non dobbiamo accettare queste critiche: unitari lo siamo sempre stati, a volte anche troppo. Va invece anche detto con altrettanta forza che la cosiddetta società civile di sinistra in quanto a divisioni, frammentazioni, personalismi non scherza.

4) La critica alle posizioni antipartito è banale solo in apparenza. In questo caso non si tratta di sostenere, a mio modo di vedere, il ruolo dei partiti in generale, ma la necessità del partito per quel che riguarda un largo blocco popolare oggi variamente disgregato, la necessità di un progetto di trasformazione, di una teoria e di una pratica di lotta al potere, allo Stato. Questioni non astratte ma che riguardano immediatamente anche la campagna elettorale. A chi ci rivolgiamo, come, per cosa? In secondo luogo andrebbe posto il tema dell’efficacia politica che certi movimenti in quanto tali non risolvono. E questo non per un principio astratto ma come analisi dei processi reali vedi occupy wall street, gli indignados.

5) Tutto ciò va opposto (nei modi adeguati: i contesti non sono tutti uguali) alla concezione del civismo, cittadinanza, politica dei soli diritti, e quindi anticlassista e antipopolare. Il “civismo come ideologia” è stato la cifra della seconda repubblica e ha prodotto solo disastri. Ha prodotto Grillo e Renzi: padri e padroni politici come anche i 6 soloni. Il civismo, inoltre, è un misto di concezioni ideologiche liberiste, liberali, spontaneiste e riguardano aspetti importanti quali il mercato, il pubblico ed il privato, la democrazia ecc. E non si criticano queste posizioni solo portando l’attenzione sui conflitti. Non è solo questo il punto. È l’americanizzazione della politica e dei conflitti che va criticata.

6) Un aspetto che noi non sviluppiamo affatto è il socialismo. Tsipras nei 10 punti dice che siamo per il socialismo. Purtroppo, come ben sappiamo, questa affermazione manca di un’elaborazione conseguente. Dobbiamo tuttavia cominciare a parlare forte di socialismo in quanto allude ad un determinato campo di ricerca e di proposta. Da il senso che la lotta all’austerità, all’Europa, all’Euro non sono fini a se stesse. Ciò in opposizione a frasi quali:”un’altra Europa è possibile” che non significano nulla e che non possono più essere il nostro dire.

7) Il tema centrale della nostra campagna è la lotta all’austerità, al fiscal compact. Tuttavia, come abbiamo più volte sostenuto, ciò non necessariamente ci distingue poichè in un modo o in un altro sarà una posizione comune a tanti partiti. Non solo. L’efficacia della lotta all’austerità è tanto più efficace quanto più forte e frontale è l’attacco all’Europa in quanto tale.

8) E questa Europa reale è sì quella dei trattati ma anche dell’euro. Come ognuno può  vedere è questo un tema che sta emergendo sempre più nella discussione pubblica. Problematica da noi negata nonostante il deliberato congressuale per non spaventare le Spinelli di turno (a proposito di subalternità). Eppure sono le posizioni radicali verso l’Europa e l’euro che sono ascoltate, che fanno presa, che fanno discutere.

9) Purtroppo anche fra di noi, c’è tanto pressapochismo, anche nei sommi dirigenti. Quindi lo diciamo ancora una volta. L’euro è una delle cause principali del fallimento dell’ideale europeo. È insieme ai trattati uno strumento del liberismo e della finanza, in particolare del nord Europa. L’euro svaluta inevitabilmente ed automaticamente il lavoro in tutti i suoi aspetti. L’uscita dall’euro non è la soluzione ma la condizione per riprendersi la sovranità nazionale, popolare, democratica, costituzionale e per praticare in modo più efficace la lotta di classe per l’alternativa contro la nostra lumpenborghesia nazionale.

10) Una vittoria elettorale dei vari euro scettici pone anche il tema della rottura dell’Europa. E quindi dell’euro, e quindi di un’altra Europa. L’altra Europa non può essere solo l’Europa-Nazione ma può essere confederata o variamente articolata. Se si rivendica il pluralismo ebbene questo vale anche per queste problematiche.

11) Dicono alcuni che Syriza è diventata forte non proponendo l’uscita dall’euro, ma la lotta al memorandum. È corretto. Ma noi non siamo la Grecia, nè come nazione, né come sinistra, nè abbiamo alcun memorandum così facilmente identificabile a livello di massa. Ed una cosa è lo scontro su di un aspetto importante e comprensibile a livello di massa, una cosa è la prospettiva e la chiarezza politica riguardo alle dinamiche in atto ed al loro precipitare. Il problema, infatti, è non finire su posizioni riformiste, da ala sinistra della borghesia finanziaria, perchè sarebbero dolori. I greci seguiranno il loro percorso ma il problema del modello europeo è drammaticamente aperto anche per Syriza se vincerà le elezioni.

Ugo Boghetta

Atene chiama. Fassina risponde?

Atene chiama: Fassina risponde?

L’arretramento di Syriza

Mimmo Porcaro

Non si è buoni amici del popolo greco se si sottovaluta il netto arretramento a cui Syriza è stata costretta dai ricatti delle sue controparti e dalla propria incertezza strategica. Nella lettera presentata da Varoufakis all’Eurogruppo non c’è alcun cenno alla questione più importante, ossia alla ristrutturazione del debito, ed oltre a ciò il governo greco si trova di fatto nell’impossibilità di utilizzare il fondo salva-stati (che andrà per intero alle banche) e di superare l’obbligo dell’avanzo primario (avanzo che, al massimo, potrà essere modulato).

È impossibile onorare anche parzialmente, in queste condizioni, gli impegni presi con gli elettori. È impossibile pensare che si sia aperto, in questo modo, un qualche spazio di manovra. Ed è sorprendente che si imputi tutto ciò alla durezza delle istituzioni europee: che cosa ci si aspettava? Come è possibile che il gruppo dirigente di Syriza non abbia previsto la rigidità dell’eurogruppo e i ricatti della Bce? Come hanno fatto a non capire che l’esclusione dell’uscita dall’euro ha reso quasi nullo il loro potere negoziale, di fronte ad un’Europa che, oltretutto, è momentaneamente ringalluzzita dal Q.E. di Draghi (non a caso annunciato poco prima delle elezioni greche…)? Intendiamoci: con avversari di tal fatta è difficilissimo scontrarsi, tanto che noialtri, sinistra italiana, non abbiamo nemmeno il coraggio di iniziare a farlo e preferiamo che qualcuno lo faccia al posto nostro. Ma non si sfugge all’impressione che vi sia comunque un errore di base ed un’imperdonabile supponenza nell’atteggiamento di Syriza: l’idea secondo la quale, in fondo, la fine dell’austerity sarebbe interesse anche delle classi dominanti europee. Mentre, al contrario, queste sguazzano felici nella deflazione (che deprezza il lavoro e valorizza i crediti), pur non escludendo investimenti ed immissioni di denaro se e quando la compiuta sottomissione dei lavoratori li renda convenienti.

Lenin direbbe che questa pretesa dei deboli di insegnare ai forti quali siano i loro interessi equivale ad una completa sottovalutazione della realtà dell’imperialismo. Tucidide, che anche con questo tema ha intessuto le mirabili pagine del dialogo tra gli Ateniesi e i Melii – sulle quali oggi sicuramente meditano i nostri compagni greci – direbbe semplicemente che è mancanza di realismo. Ma, si sa, si tratta di due vecchi arnesi: Lenin, a differenza di Varoufakis, nulla sapeva della teoria dei giochi, e Tucidide, redivivo, non arriverebbe certo a capire, con quel suo fissarsi sul conflitto tra potenze, the magic of globalization.

Prendere tempo”

Si dirà che il mio giudizio è troppo severo, e che in fondo Syriza è riuscita, in una situazione difficilissima, quantomeno a prendere tempo. In parte è vero, e ci tornerò. Ma ci siamo chiesti come mai gli avversari di Syriza questo tempo l’hanno concesso? L’hanno fatto, io credo, per non dare l’impressione di strozzare la Grecia e per lasciare che la Grecia lo faccia da sola. Infatti il contenuto della lettera d’intenti scritta da Varoufakis è tale da far ben sperare chi punta ad un indebolimento di Syriza. Già: l’aver conquistato il diritto di scrivere da soli i propri compiti senza farseli dettare dalla troika è cosa che può essere sbandierata come un successo, ma di fatto riduce la possibilità di imputare le scelte politiche restrittive alla protervia altrui, e questo trasforma il conflitto tra Grecia ed Europa in un conflitto interno alla Grecia. Non tanto perché numerosissimi e qualificanti punti del programma elettorale sono del tutto scomparsi: la forte tensione politica dei sostenitori di Syriza potrebbe anche, in un primo momento, far sì che si passi sopra a tutto ciò. Ma perché il concentrare tutto sulla lotta all’evasione fiscale (non potendo contare su riduzione del debito e su altro) rischia seriamente, nelle concrete condizioni della Grecia di oggi, di rompere il fronte che sorregge il governo. I capitali non cesseranno di fuggire, i percettori di redditi medio-alti si sentiranno minacciati, ma, soprattutto, gran parte dell’elettorato popolare, che spesso mescola redditi da lavoro dipendente e redditi di piccola impresa, rischia di perdere, col rigore contro il “nero”, una risorsa aggiuntiva assolutamente vitale in epoca di crisi.

Rapporti di forza e rapporti sociali

Si dirà che in ogni caso il mio giudizio è troppo rigido, perché non considera l’Europa come un campo di forze in cui, soprattutto in periodi turbolenti, i rapporti fra i diversi attori possono mutare anche bruscamente. Ora, io non escludo affatto, in linea di principio, che un qualche concorso di circostanze possa modificare la situazione. Ed anzi, smentendo quanto in genere si imputa ai detrattori dell’euro, ripeterò che io non spero che Syriza sia sconfitta per meglio dimostrare quello che ormai è superfluo dimostrare (l’irriformabilità dell’eurozona), ma che spero (speravo) in una sua pur parziale vittoria, perché questa allevierebbe le sofferenze della Grecia e al contempo aprirebbe crepe nell’edificio comunitario. Ma un conto è discettare di possibilità astratte, altro è valutare le possibilità concrete. E la concretezza dice che Syriza ha perso rapidamente terreno, se mai ne aveva conquistato. E che, in ogni caso, anche una parziale vittoria sull’austerity, dati gli attuali rapporti sociali, si trasformerebbe paradossalmente in un ulteriore asservimento della Grecia.

Sì, perché il problema è proprio questo: qui non si tratta di mutevoli rapporti di forza, ma di coriacei rapporti sociali. E nel capitalismo i rapporti sociali, come pure dovremmo sapere, sono particolarmente difficili da modificare perché si presentano (e funzionano) come rapporti tra cose, in particolare come rapporti tra entità economiche la cui dinamica è estremamente cogente, prescinde dalle oscillazioni abituali dei rapporti di forza ed appare, oltretutto, come un qualcosa di naturale e impersonale. E l’entità economica che maggiormente codifica, normalizza e riproduce i rapporti sociali (e geopolitici) inevitabilmente asimmetrici del capitalismo è la forma del denaro, ossia, nel nostro caso, l’euro. Per cui anche se Syriza riuscisse a modificare i rapporti di forza, a spuntarla, a finirla con l’austerity e a ridare un po’ di speranza e di potere d’acquisto ai cittadini greci, non per questo avrebbe modificato i rapporti sociali e geopolitici che si incarnano nell’euro e nella connessa rigidità del cambio. Cosicché l’aumento del potere d’acquisto si tradurrebbe inevitabilmente in aumento del debito privato e quindi nuovamente del debito pubblico, ribadendo la dipendenza ellenica dall’Europa del nord. Perché l’euro, questo idolo della sinistra neo o post comunista, è studiato apposta per rafforzare il padrone e il creditore, ed è quindi incompatibile con una prospettiva di sinistra, se con questa parola indichiamo quelle vecchie, solide ed irrinunciabili cose che sono l’impresa pubblica, la piena occupazione, gli alti salari, il controllo democratico sulla produzione. Se non confondiamo, insomma, la sinistra col liberismo e col movimentismo.

Sostiene Fassina

Su questo insieme di temi è recentemente tornato, e con precisione, l’onorevole Fassina.

È evidente che anche l’accoglimento della lista normalizzata di riforme strutturali presentata dal governo Tsipras lascerebbe la Grecia nel tunnel. Nel migliore dei casi, i greci comprerebbero tempo. È evidente dalla parabola greca che nell’eurozona non vi sono le condizioni politiche per la radicale correzione di rotta nella politica economica necessaria alla ripresa e al miglioramento delle condizioni del lavoro e, quindi, alla sopravvivenza della moneta unica. È evidente che la Grecia per salvarsi deve lasciare l’euro e svalutare. Rimanere prigionieri della moneta unica, pilastro del mercantilismo liberista, per Syriza vorrebbe dire consumare rapidamente il capitale politico di fiducia ricevuto il 25 gennaio scorso. Vorrebbe dire accompagnare comunque la Grecia al naufragio e lasciare campi di macerie alle scorribande dei neonazisti di Alba Dorata. È anche evidente che la parabola greca e delle sinistre greche prospetta un destino comune alle democrazie e alle sinistre dell’eurozona. La democrazia, la politica e la sinistra non hanno fiato nella camicia di forza liberista dell’euro. Nell’eurozona non c’è alternativa alla svalutazione del lavoro, al rattrappimento delle classi medie, al collasso della partecipazione democratica. Quindi, non c’è spazio per la sinistra. [..]. La sinistra può evitare la deriva di svalutazione del lavoro e di svuotamento delle democrazie delle classi medie e, così, si può salvare e ritrovare senso storico soltanto se riesce a spezzare la gabbia dell’euro. Se si ricostruisce nazionale e popolare. Altrimenti è finta o fa testimonianza”.

Parole e fatti

Parole sante, quelle di Fassina, ma vi sono atti conseguenti? Per il momento temo di dover rispondere di no.

Rompere con l’euro e con l’eurozona, ricostruire un punto di vista “nazionale e popolare” non sono cose che possano essere affrontate semplicemente correggendo la linea di questo o quel partito. Sono scelte di campo internazionali (e scelte di classe sul piano nazionale) che impongono la distruzione dei partiti precedenti e la costruzione di forze politiche di tutt’altro conio. Impongono, addirittura, la nascita di una forza democratica e popolare che non si chiuda nel riferimento alla sinistra attuale(Podemos docet ), ma sappia parlare a quella vasta maggioranza di italiani, di diversa estrazione politica, comunque interessata a non dissolvere il patrimonio di civiltà apportato dalla sinistra di un tempo e radicato nella nostra Costituzione. Di questa distruzione e costruzione, di questa nascita, però, oggi non si vede traccia: ed è un male, anche per i greci.

Infatti, se ha un senso il “prendere tempo” di Tsipras e Varoufakis, lo ha perché dovrebbe consentire la formazione non già di fantomatici movimenti continentali (nei quali, ovviamente, nessuno spera) ma di nuovi governi europei, in Spagna, in Irlanda e magari altrove, capaci di affiancare Atene nella sua battaglia. Ma per affiancare Atene nella sua battaglia non basterebbe aggregarsi al coro anti-austerity: un errore non diviene meno grave solo per il fatto che sono in tanti a commetterlo, e chiedere inversioni di rotta alla politica europea confermando, nel contempo, la propria fedeltà all’euro equivale a comportarsi come un condannato a morte che mentre chiede la grazia si aggiusta con le proprie mani il cappio al collo. Per aiutare la Grecia e sé stessi è ormai necessario dire senza mezzi termini che si vuol abbandonare l’euro (magari proponendo alla Germania un patto sostituivo basato sull’autonomia geopolitica del continente…), e prepararsi a farlo. Punto. E a dirlo non deve (forse non può) essere la Grecia o la Spagna o l’Irlanda o qualcun altro, ma deve essere quello che è il più forte trai paesi che dall’euro sono maggiormente colpiti, ossia l’Italia. Certo, l’ipotesi di un governo italiano capace di fare il grande passo appare al momento assai remota. Eppure, un atto di rottura autorevole ed argomentato, ancorché inizialmente proposto da una minoranza, potrebbe sortire un notevole effetto, se quella minoranza provenisse dalla forza politica più europeista del più europeista trai paesi.

È già molto tardi

Grande è quindi la responsabilità che grava sulla parte più decente della sinistra italiana. Per questo mi permetto di suggerire all’onorevole Fassina ed ai suoi amici di meditare, se già non lo stanno facendo, sull’urgenza di un gesto efficace che li allontani sia dal PD sia dal modo confuso e inconcludente col quale si sta affrontando, ancora una volta, il tema del “nuovo soggetto a sinistra”. Confuso e inconcludente perché ci si attarda come al solito a litigare sulla forma del nuovo soggetto (unione di movimenti e partiti, oppure unione di soli movimenti, oppure, ancora, unione di soli soggetti sociali, o chissà cos’altro…) non sapendo dire nulla, se non qualche innocua ovvietà, sul contenuto della sua azione, ovvero sui suoi scopi. E non si sa dire nulla sugli scopi perché nell’obbedienza all’euro la politica, ossia la scelta collettiva, e soprattutto la scelta di puntare ad un diverso ordine sociale, è semplicemente impossibile. Invece, se corroborata dalla proposta di una nuova collocazione internazionale, di una nuova alleanza trai diversi lavoratori e trai lavoratori e le PMI, di una nuova versione dell’economia mista in un contesto di diffuso controllo popolare, se accompagnata da tutte queste cose e quindi dalla convinta ripresa di un’ipotesi socialista, l’idea di uscire dall’euro è l’unica che ci consentirebbe di uscire anche dalla palude in cui sta morendo la sinistra movimentista. I tempi per tutto questo stanno maturando. Fassina e gli altri hanno prima atteso che si concludesse il semestre di presidenza italiano. Ora sembrano attendere che i fatti mostrino l’impossibilità di un compromesso decente tra Atene e Bruxelles: ma i fatti, e l’analisi, hanno già dimostrato l’impossibilità di un compromesso decente tra Bruxelles, Francoforte, Washington e la democrazia. Adesso è l’ora di muoversi. Non possiamo lasciare l’idea della dignità nazionale a Casa Pound e a Salvini (Salvini!). Da anni si pone nei fatti il problema del nesso tra indipendenza di classe e indipendenza nazionale: risolverlo potrebbe essere la chiave per un nuovo e più ampio radicamento delle nostre migliori idee, ma se non lo affrontiamo oggi questo diverrà il motivo della nostra definitiva sconfitta. È già molto tardi.

Seminario: crisi, euro, Italia, Europa

Roma; 31 gennaio ’15

ugo boghetta

In premessa va ricordato che questo seminario è stato deciso dal congresso oltre un anno fa. Si ritenne allora che le analisi sul tema della disobbedienza e di un’Europa oltre l”euro avessero bisogno di ulteriori approfondimenti da un punto di vista di classe.

In buona sostanza, visto che di questioni congressuali si tratta, il tema è quello della linea politica e delle teorie e culture politiche che la sottendono.

Dirò dunque negli organismi dirigenti quello che penso di questa kermesse. Incontro che ha un suo senso, ma certo non è quello che avevamo ritenuto necessario.

Quella originaria necessità trova ulteriore accentuazione dopo il voto della Grecia. Certo ognuno troverà motivi di conferma della propria tesi. Tutto dipende se si guarda la luna o il dito. Nessuno qui è più saggio di altri, ma qualcuno è sì più cieco. O vuole esserlo.

Che cosa caratterizza la politica di Syriza, quello che dice sull’Europa e sull’euro, oppure la centralità dell’interesse di classe dei lavoratori e quello nazionale del popolo greco in coerenza con il radicamento ottenuto contro i memorandum?

È questa impostazione che consente l’alleanza spuria con Anel invece delle forze di centrosinistra: difesa degli interessi di classe e nazionali contro la troika e il liberismo di cui è fautrice. I primi provvedimenti non sono forse stati a favore dei lavoratori e contro le privatizzazioni?!

Iglesias, del resto, non parla di Tsipras come di un patriota? E Podemos non parla di popolo, patria, nazione?

In Italia invece Vendola continua a parlare del PD. E la stessa variegata l’Altra Europa è unita sulla lontananza dalla priorità della questione di classe e quella nazionale.

Qui si misura la distanza da una lettura di come la lotta di classe e la lotta politica oggi si svolgono in ambiti nazionali ma anche in forme popolari/ populiste. Si tratta. Infatti, di leggere da un punto di vista di classe e marxista la fase populista. Cose su cui Porcaro ci ha spesso sollecitato a riflettere.

Qui si misura la distanza culturale, teorica e pratica fra un internazionalismo astratto ma nei fatti nazionalista- grand-europeo e un approccio progressista.

Qui si misura anche la lontananza dalla concretezza, direi leniniana, nel cercare le contraddizioni, nel cercare l’anello debole.

Del resto non è stata forse la rivoluzione russa, la rivoluzione in un paese solo – a fronte di una sollevazione simultanea europea dimostratasi anche allora astratta – a determinare per decenni la più grande ondata internazionalista e anticolonialista?! È altresì vero che la sua implosione è avvenuta quando progressivamente è virata verso una logica nazionalista-imperiale a scapito del suo fondamento: il rivoluzionamento dei rapporti sociali.

Già, perchè noi, abbiamo un altro ed enorme problema: la mancanza di qualsiasi discorso, percorso, analisi, programma di uscita dal sistema capitalista. La mancanza di socialismo, di un nuovo e diverso socialismo.

Citiamo spesso socialismo o barbarie ma siccome il socialismo è assente addirittura come pensiero, allora rimane solo la barbarie.

I più audaci parlano di America Latina e di socialismo del XXI secolo ma poi il vuoto: manca il paese, le classi sociali, una lettura del liberismo ai fini della rivoluzione e non la sua fotografia, interpretazione, commento.

Le esperienze latino-americane ci insegnano che la strada è quello dello studio della composizione, dell’unificazione di classe, di nuove forme di democrazia. Ed ogni nazione segue il suo specifico percorso.

Qui da noi invece c’è la ricerca della chiave economicista che permetta di cambiare le cose senza cambiare i rapporti sociali di produzione, senza creare un blocco storico, un egemonia. Senza cambiare nemmeno il quadro istituzionale. Siamo senza Gramsci e senza Lenin.

In Italia chi ha posto il tema della sovranità nazionale come più favorevole alle forze della antiliberiste ed anticapitaliste a sinistra è stato irriso: si è rispolverato la Grande Proletaria, la contiguità con la destra (Syriza ci va al governo), l’impossibilità (contro tutta la storia del movimento operaio) del nazionalismo progressista democratico.

La sovranità nazionale, che tutti adesso sembrano volere, è però incomprensibile se non può esercitarsi su questioni economiche, finanziarie, senza la sovranità sulla moneta: anche sulla moneta.

La stessa centralità dei bilanci nazionali è tale per la mancanza dello strumento nazionale segato dal modello liberista prima nella nazione (divorzio Banca d’Italia e Tesoro), poi sistematizzato nel trattato di Maastricht e nella BCE. Senza sovranità nazionale vera e piena: Costituzione caput.

Ciò ha conseguenze pesanti sul tema del programma, del ragionamento sul blocco sociale: quello di Renzi da smantellare, quello nazional-costituzionale da costruire . È qui che si rompono e compongono le alleanze sociali e politiche: fra lavoratori che hanno qualcosa da perdere e quelli che non hanno nulla, quelli esposti ai mercati e quelli sul mercato interno, quelli che hanno redditi da rendite, la questione della fiscalità o l’evasione, i vari tipi d’impresa lo Stato ecc ecc.

E sta in questo vuoto la causa di parole d’ordine che non mordono perchè non affondano nella realtà politica, sociale, istituzionale, elettorale. Alla più grande mobilità elettorale mai vista rispondiamo con la banalità.

Sarà un caso che da 10 anni stiamo annaspando sia sulla politica sia nella costituzione di adeguati strumenti politici. Questo è quanto accade nelle assemblee dell’Altra Europa : ultima quella di Bologna.

Continuiamo a cercare la chiave sotto lo stesso lampione. In questo fase Lega e M5S sono più “marxisti” di noi, più “leninisti” di noi.

L’altra e conseguente differenza riguarda l’analisi dell’Europa ed i suoi strumenti. Qualcuno pensa che l’istituzione Unione Europea sia neutra: è solo un problema di politiche. Che la moneta sia un mero strumento anch’esso neutro e non la cristallizzazione di rapporti di forza reali fra classi ed economie. Tant’è che in virtù di ciò si è valuto vedere nelle posizioni antieuro una specie di luddismo monetario. Queste impostazioni sono improntate al più trito economicismo e lontane da analisi di classe e marxiste (dalla critica dell’economia politica al capitale). Sembrano in effetti più vicine alla socialdemocrazia post Bad Gotesberg.

Poi c’è il mito del grande: con la Grande Europa è più facile combattere la finanza. Certo, salvo che l’Europa di Maastricht è sbagliata; più si fanno gli Stati Uniti d’Europa più i popoli si allontanano.

Poi c’è chi parla di integrazioni delle reti industriali come se anche queste fossero neutre mentre sono espressione del dominio dei grandi capitali e della Germania. In effetti Garibaldo nel suo intervento alcune cose le ha dette ma, chi sono i soggetti che dovrebbero cambiare queste politiche a livello europeo? Non ci sono!!

Cos’è dunque questa Unione Europea? Ed ancor prima che cosa è stato deciso a Maastricht?

A Maastricht sono state decise due cose: l’europa-zona libero-scambista- liberista ed il suo strumento: l’euro. Poi attorno, come la pubblicità della banca Mediolanum, vi hanno costruito la BCE, i trattati operativi come il fiscal compact, le politiche d’austerità. Forse fanno di tutto per salvare l’euro perchè sono diventati samaritani?!

Il fatto è – cito il contributo di Dino Greco – che l’Unione europea è prima di tutto la forma politica di un rapporto sociale e, precisamente, di un rapporto sociale imperniato sul dominio del capitale finanziario: l’architettura monetaria che esso ha posto al suo fondamento (e che trova nell’euro non già un sottoprodotto fenomenico, ma il proprio funzionale apparato strumentale) serve appunto a stabilizzare il potere dell’oligarchia liberista che governa l’Europa.

L’Europa di Maastricth stanno sbracando l’idea stessa stessa di unione dei popoli europei.

Allora chiedo; è possibile che possa esistere solo un’idea d’Europa: quella di Maastricht!? Chiedo, ma l’unione dei popoli deve avvenire con la moneta unica?

È possibile non comprendere che politiche, mercati, istituzioni sono intrinsecamente collegati?

È possibile che per la sinistra Maastricht sia diventato un tabù o, addirittura un orizzonte insormontabile?

È possibile che si deve rompere i trattati ma non quello originario: Maastricht!?

Già: l’uscita dall’euro.

Anche in questo caso si sono usate argomentazioni borghesi: l’inflazione, il disastro e quant’altro. Si è addirittura utilizzato la guerra: fuori dall’Europa di Maastricht si torna alla guerra. Quando invece è proprio il lasciare gli interessi popolari alle destre scioviniste che può preludere a nuove guerre. È il divario, il declino inevitabile, la meridionalizzazione dei paesi deboli a preparare possibili guerre.La guerra è in Ucraina, è in medio oriente.

Vorrei ricordare che è lo stato federale USA è nato da una guerra civile fra due modelli economici diversi.

Il problema però non è come e quando uscire dall’euro. Questo lo decideranno situazioni e contraddizioni: vedi la Grecia, vedi anche il QE che sancisce il ritorno alle banche nazionali è alla nazionalizzazione dei rischi.

Forse che se parliamo di rivoluzione la facciamo il giorno dopo o pensiamo ad un atto di pura volontà?

Il problema è l’obiettivo strategico, il nostro modello d’Europa, il rapporto fra nazionalità e livello europeo da raggiungere via via al maturare dei rapporti di forza. Che siamo per disobbedienza, la rottura dei trattati, l’uscita dall’euro il problema è quale Altra Europa. Cioè un modello d’Europa che unisca i popoli, tenga conto delle loro differenze come dei loro interessi comuni: una confederalità ad esempio. Perché l’Europa per la sinistra radicale deve essere per forza federale: la super nazione europea!? Perchè non pensare ad altre relazioni internazionali oltre la Germania e gli USA, come i Brics?

Perché questo forte richiamo all’obbiettivo strategico?

Impariamo dai nostri nemici. Nel ’73 decisero che c’era un sovraccarico di democrazia: pezzo dopo pezzo la stanno smantellando. Hanno deciso i lavoratori ostruivano la massimizzazione del profitto e, colpo dopo colpo, siamo arrivati al contratto individuale.

Questo è ciò che ci manca sono obiettivi strategici: un’Altra Europa ed il socialismo. E poi le politiche per perseguirle. Senza saremo in una situazione di affanno: anche Syriza e Podemos.

Questa è la sfida. Questa è l’asticella.

Studiamo pure Syriza, Podemos, i latini americani ma poi cerchiamo la nostra strada.

Torniamo a riveder le stelle dopo che per lungo tempo la diritta via è stata smarrita.

Mimmo Porcaro

Un pensiero forte a sinistra?

Sergio Cesaratto ha recentemente salutato con favore, su Micromega, le ultime prese di posizione di Stefano Fassina, che ormai sostiene (pur se, a mio parere, con qualche oscillazione di troppo) l’irriformabilità dell’Unione europea, l’insostenibilità dell’euro e la necessità di ripristinare la nostra sovranità nazionale. Cesaratto ha notato come ciò dia luogo ad un importante cambio di scena, giacché tesi analoghe sono state proposte, finora, solo da sparuti gruppi della sinistra estrema o dalla destra. Ed ha invocato, per consentire alla sinistra di accelerare la fine dell’euro e gestirne le complesse conseguenze, la nascita di un pensiero forte, ossia “l’opposto del mélange di pensiero economico debole, utopismo europeista e movimentismo che ha contraddistinto le poco convincenti recenti esperienze elettorali a sinistra”.

E’ difficile dargli torto. Ogni pur minimo spostamento verso un nazionalismo democratico e pacifico, ogni rafforzamento di un antieuropeismo (rectius: “antiunionismo”) progressivo è benvenuto. Così come è giusto riconoscere la coerenza di chi, come Fassina, ha sostenuto che il semestre di presidenza italiano era l’ultimo appello per l’europeismo di sinistra e che persa questa occasione si sarebbero dovute trarre conseguenze radicali, e così ha fatto. Del resto, se un’efficace rottura col renzismo sta maturando nel PD (è lecito dubitarne, ma non è lecito escluderlo o sottovalutarne l’importanza) questa non potrebbe che basarsi su una rottura col dogma europeista: uscire dal partitone “a (presunta) vocazione nazionale” per inventarsi una “grande Sel” o per irrobustire la lista Tsipras non avrebbe proprio alcun senso.

Eppure, non credo che per dar vita al pensiero forte di cui abbiamo effettivamente bisogno sia sufficiente prendere le distanze dal verboso estremismo, e sostanziale moderatismo, della sinistra sedicente radicale. Bisogna piuttosto saper considerare tutte le conseguenze del giudizio negativo sull’euro e tutte le implicazioni della rivendicazione della sovranità nazionale: conseguenze ed implicazioni assai severe.

Qui ne suggerisco tre.

Deve prima di tutto essere chiaro che la rottura con l’euro implica la rottura con l’Unione europea, magari per proporne da subito un’altra la cui nascita richiederebbe, però, un mutamento dei rapporti di potere nei più importanti paesi del Vecchio continente. E deve essere altrettanto chiaro che ha poco senso rompere con l’Unione se al contempo non si avvia un più generale riposizionamento internazionale del nostro paese, un allontanamento dal capitalismo atlantico (e quindi dal suo braccio militare, oggi particolarmente attivo: la Nato), un’apertura verso i Brics. In mancanza di ciò diminuiremmo la nostra dipendenza da Berlino solo per aumentare quella da Washington, avremmo la fine dell’austerity, ma solo come modo per rafforzare il neoliberismo e peggiorare la situazione debitoria del paese.

In secondo luogo, l’uscita dall’euro non può essere vantaggiosa per le classi subalterne (e non comporta una ripresa della sovranità) se non è accompagnata da serie misure di protezione dei salari e di limitazione del movimento dei capitali. In mancanza di ciò pagherebbe ancora Pantalone, e le imprese italiane sarebbero oggetto di rapina ben più di quanto non lo siano oggi. Inoltre, nelle inevitabili turbolenze che accompagneranno l’exit (e che Fassina, tra l’altro, sembra sottovalutare), sarebbe illusorio pensare, ben più di quanto non lo sia oggi, che un aumento dell’occupazione possa venire dagli investimenti privati o dal semplice rilancio degli investimenti pubblici. Sarà piuttosto necessaria una coraggiosa ricostruzione della proprietà pubblica (che diverrà peraltro inevitabile per le imprese – banche incluse – indebitate con l’estero in moneta diversa dalla “nuova lira”), senza la quale gli interventi fatti col denaro dei contribuenti andrebbero a puntellare gli attuali, e fragili, assetti proprietari e le solite strategie di investimento labour saving. Siamo sicuri che, su questo punto, le posizioni della sinistra del PD siano molto diverse dal gracile keynesismo della sinistra radicale? Io non lo sono affatto, perché parlare di protezione dei salari, di controllo dei capitali e soprattutto, di ricostruzione della proprietà pubblica (che comporta una vera e propria “espropriazione degli espropriatori”, ossia di coloro che hanno lucrato sulle privatizzazioni) significa né più né meno che riprendere il discorso sul socialismo. Per carità: un socialismo appena abbozzato, appena iniziale, una sorta di riproposizione dell’economi mista che però, nelle attuali condizioni storiche, rappresenta comunque una netta inversione di tendenza rispetto ad un trentennio di controrivoluzione, perché comporta, ripeto, non un semplice incremento dell’intervento pubblico ma un mutamento dei rapporti di proprietà (accompagnato, bisogna aggiungerlo, da un deciso controllo sui nuovi manager pubblici esercitato da comitati di lavoratori e associazioni di cittadini). Una tale prospettiva è assai poco congeniale alla gran parte della sinistra radicale, che è movimentista e quindi antistatalista, che vuole il welfare e l’intervento pubblico senza però volerne le condizioni istituzionali, ossia un deciso rafforzamento dello stato (che tale resta anche se è doverosamente accompagnato da un parallelo rafforzamento delle istituzioni della società civile). Siamo proprio sicuri che tale prospettiva sia maggiormente congeniale alla sinistra del PD, cresciuta nell’identificazione tra modernità e mercato?

Infine, e sempre a proposito di pensiero forte, la ricollocazione geopolitica del paese, l’inizio di una politica socialista, la ricostruzione di una sovranità nazionale sono percorsi talmente ardui e (per noi) inediti, da poter essere affrontati solo sulla base di una vasta e profonda unità popolare e quindi sulla ricucitura dei rapporti, lacerati da tempo, tra frazioni qualificate e frazioni dequalificate del lavoro, tra lavoratori garantiti e no, tra lavoro dipendente e parti assai consistenti del lavoro autonomo. Anche su questo punto penso che la sinistra del PD non abbia posizioni molto più chiare di quelle della sinistra radicale, e continui anch’essa a presentarsi come espressione politica delle frazioni qualificate e garantite del lavoro dipendente e quindi a produrre proposte occupazionali, fiscali e di welfare destinate a confinare tutto il restante mondo del lavoro nell’astensione o nel consenso alla destra.

Sì, quello di cui abbiamo bisogno è davvero un pensiero forte, capace di guidarci nello scontro internazionale, nella lotta di classe interna, nella costruzione di una nuova egemonia: un pensiero che però, al momento, non alberga in nessuna delle forze politiche della sinistra, e sembra destinato ad attendere, per svilupparsi, una nuova leva di militanti politici e sociali estranea alle esperienze che hanno formato (e deformato) gli attuali gruppi dirigenti. Ma non mettiamo limiti alla provvidenza: è possibile che la forza delle cose e la coerenza di cui qualcuno è ancora capace facciano sì che la rottura dell’euro sia il primo passo di un cammino più impegnativo e coraggioso. Ma bisogna far presto: ci abbiamo messo anni ed anni a capire che l’adesione piatta alla globalizzazione, e quindi all’euro, è stata un errore: non possiamo permetterci di impiegare lo stesso tempo a capire che l’errore più grande è stato l’adesione al capitalismo e il credere che il socialismo sia un relitto della storia.