Tendenze al socialismo nel XXI secolo

Mimmo Porcaro

Tendenze al socialismo nel XXI secolo

Riassunto

In questo saggio la possibilità e la desiderabilità del socialismo non vengono dedotte da scelte etiche o da semplici posizioni politiche bensì, come voleva Marx, dalla contraddizione tra la forma irreversibilmente sociale della produzione e la forma ostinatamente privata della appropriazione della ricchezza. Ma, a differenza di quanto a volte accade in Marx, tale contraddizione non appare qui destinata ad uno sviluppo lineare né ad esprimersi sempre nello stesso modo e con la stessa intensità. Dopo un’analisi della forma attuale della produzione, della circolazione e dello Stato l’autore argomenta infatti che nell’attuale fase storica (e a differenza di quanto è avvenuto nel ciclo di lotte sociali degli anni 1960-1970) la contraddizione individuata da Marx si presenta con maggiore evidenza, ed apre maggiori possibilità politiche, non nel campo della produzione immediata, ma in quello della gestione complessiva della ricchezza sociale: denaro, politiche fiscali, debito pubblico, Stato. Analogamente il movimento socialista non si presenta, almeno in questa fase, come un puro movimento di classe, né come l’effetto della presunta potenza della moltitudine, ma come un movimento di cittadini e di popolo, un’alleanza tra diverse frazioni del lavoro e tra diverse classi subalterne. Ciò non implica affatto, però, un ammorbidimento della posizione socialista, anzi. Nel corso di una descrizione del funzionamento del cosiddetto mercato, della rete e della governance l’autore ribadisce che il socialismo non è né la realizzazione del “vero” mercato (come vorrebbe la sinistra liberista), né l’effetto delle connessioni solo apparentemente paritarie e democratiche della rete, né una forma più egualitaria di governance: esso è piuttosto il risultato di una cosciente attività politica di pianificazione economica e sociale che si realizza attraverso la dialettica tra uno Stato autorevole ed un complesso di istituzioni popolari autonome.

  1. Introduzione: le forme ambivalenti dell’organizzazione sociale.

Come è noto, secondo Marx (ed Engels) il socialismo scientifico si distingue da quello utopistico perché non si fonda soltanto su esigenze di tipo etico o sul desiderio di giustizia, ma sull’esistenza di forme ambivalentidi organizzazione sociale che, pur se generate dal capitalismo, entrano in contraddizione col capitalismo stesso, ne determinano la crisi e costituiscono la base per il suo superamento. Marx riassume questa situazione dicendo che la forma sociale della produzione entra in contraddizione con la forma privata dell’appropriazione della ricchezza, che le forze produttive suscitate dal capitalismo entrano in contraddizione coi rapporti sociali borghesi, e che soltanto rapporti sociali di tipo comunista possono consentire il massimo sviluppo delle forze produttive stesse.

Fino ad un certo punto la storia del capitalismo ha confermato questa tesi, ed il forte sviluppo della produttività sociale è stato accompagnato da modi di organizzazione (monopoli, società per azioni, intervento dello Stato) ben diverse dal regime della proprietà privata e dalla concorrenza, che hanno reso possibili soluzioni socialiste. Ma il crollo del socialismo di Stato sembra invece aver smentito la visione di Marx perché, secondo l’opinione di molti, il socialismo è scomparso proprio a causa della sua incapacità di favorire lo sviluppo produttivo e l’innovazione tecnologica. Così, dopo il fatidico 1989 è sembrato che i rapporti sociali capitalistici siano la forma più adeguata allo sviluppo della produzione moderna, ed i residui progetti socialisti si sono basati sulla rivendicazione etico-politica di una distribuzione più egualitaria della ricchezza, sulla necessità di difendere il welfare State o l’ecosistema, ma non sulla ricerca, all’interno del capitalismo, delle forme sociali che ne possono favorire il superamento. E’ anche per questo che molti dei progetti socialisti del XXI secolo (con la parziale eccezione di quelli latino americani) si presentano come semplici correzioni del capitalismo e non come ipotesi di un modo di produzione e di organizzazione sociale integralmente nuovo.

La grande crisi del capitalismo, manifestatasi con forza negli anni 2007-2009 e ben lontana dall’essere conclusa, ci impone oggi di porre nuovamente il problema di un modo di produzione socialista (o comunque orientato verso il socialismo), e quindi il problema delle forme sociali che già da oggi potrebbero facilitare la costruzione di tale modo di produzione.

Si tratta di una questione importante e delicata, perché riguarda sia la filologia marxista (Marx ed Engels non ci hanno lasciato una trattazione sistematica dell’argomento, e le loro tesi al riguardo non sono univoche) sia l’analisi teorica del concetto di capitale, sia lo studio del funzionamento concreto del capitalismo attuale. L’importanza di questa ricerca è accresciuta dal fatto che l’idea di una contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive ed i rapporti di produzione, se da un lato ha certamente rafforzato la prospettiva socialista basandola su dinamiche oggettive della produzione moderna, dall’altro è stata una delle cause teoriche ed ideologiche del carattere autoritario del socialismo di Stato e del suo fallimento finale. Infatti nel socialismo della seconda e della terza Internazionale la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione è stata quasi sempre considerata come contraddizione tra un “contenuto” tecnico neutro ed una “forma” sociale esteriore e caduca. Il contenuto è stato identificato con la crescita della produttività del lavoro e della pianificazione produttiva delle grandi imprese, la forma è stata identificata con la sola proprietà privata dei mezzi di produzione. Si è così pensato che eliminando la proprietà privata si potessero eliminare o attenuare sia le contraddizioni interne alle unità produttive sia quelle tra le diverse unità produttive e che, risolto il problema della forma sociale attraverso la proprietà collettiva, la gestione della produzione potesse ridursi ad un semplice problema di combinazione tecnica tra grandezze fisiche (materie prime, macchine, lavoro, bisogni). Così i contraddittorirapporti sociali generati dalla continua differenziazione tecnica della produzione e gli inevitabili conflitti trai diversi agenti della produzione stessa (conflitti che nel capitalismo hanno una forma antagonista, ma che nel socialismo non possono comunque scomparire) sono stati considerati come una patologia del sistema e non come un modo fisiologico del suo funzionamento, ed invece di dare una forma visibile e pluralista alle proprie contraddizioni il socialismo si è presentato come società organica e rigidamente unitaria, dando vita a poco a poco ad un mix di inefficienza economica ed oppressione burocratica. Per inventare un socialismo diverso è quindi necessario, tra l’altro, allontanarsi da una versione rozza della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione, riconoscere che anche le forze produttive sono un rapporto sociale (sono, cioè, l’organizzazione tecnologica di una relazione tra classi) e che quindi uno sviluppo economico efficace ed equilibrato non è possibile senza la mediazione pluralistica e pubblica dei conflitti sociali che derivano dalla natura delle forze produttive stesse.

Nel presente contributo non proporremo però un’analisi dell’esperienza del socialismo di Stato, bensì una sommaria descrizione delle forme ambivalenti dell’organizzazione produttiva e sociale del capitalismo odierno, ed in particolare del capitalismo occidentale. In questa descrizione utilizzeremo la nozione di socializzazione della produzione presente nel Capitale (e definita da Marx anche produzione sociale, o forma sociale della produzione) e la useremo nei tre distinti significati attribuiti da Marx a questo termine (Marx, 1932). Il primo significato è quello della crescita dell’interdipendenza tra le diverse unità produttive; il secondo è quello della crescente integrazione consapevole e pianificata del processo produttivo (che Marx identifica con l’integrazione verticale della produzione all’interno di imprese sempre più grandi); il terzo è quello della crescente dipendenza della produzione capitalista dall’esistenza di risorse che non sono generate dal capitale, ma dalla natura, dal lavoro e dalla società: l’energia e le materie prime, la cooperazione sociale del lavoro, la conoscenza tecnico-scientifica, il credito (e, come si è capito successivamente, il lavoro gratuito di riproduzione domestica dei rapporti sociali).

Nel seguire lo sviluppo attuale di queste forme ambivalenti dell’organizzazione sociale non intendiamo affatto ritornare ad una filosofia della storia che rivendica la necessità del socialismo come effetto ineluttabile della crescente socializzazione della produzione. Nemmeno intendiamo, all’opposto, negare o indebolire la prospettiva socialista sulla base di un’eventuale indebolimento della socializzazione stessa. Nella successione storica dei modi di produzione non esiste nessun determinismo tecnologico: a partire da un certo grado di sviluppo della cooperazione sociale del lavoro e dell’utilizzo della scienza nella produzione capitalistica, il socialismo è sempre possibile. Ma la sua effettiva realizzazione dipende dall’incontro tra una profonda crisi mondiale e i soggetti sociali e politici capaci di utilizzarla in senso progressivo: e nulla garantisce che questo incontro avvenga davvero. La socializzazione capitalistica della produzione non è il soggetto impersonale della costruzione del socialismo, ma l’oggetto di un lungo lavoro di trasformazione. Lo studio delle forme capitalistiche della socializzazione non serve dunque a predeterminare il futuro, ma a comprendere quali siano le forme attuali, storicamente particolari di questa socializzazione, come esse influenzino la costituzione dei soggetti sociali e politici, quale di esse si manifesti con più nettezza nel corso della crisi e possa divenire, più delle altre, oggetto immediato di lotta politica, quali potrebbero essere oggi i particolari problemi e le particolari caratteristiche di una attività di pianificazione sociale.

Nelle pagine seguenti proporremo quindi alcune riflessioni sull’organizzazione industriale, sul funzionamento del mercato e delle reti, sulla funzione attuale dello Stato (anche in rapporto ai mutamenti geopolitici), sulla forma attuale della cooperazione del lavoro. Non tratteremo direttamente le questioni relative all’ambiente ed al lavoro gratuito di riproduzione sociale (che è soprattutto lavoro femminile) non perché esse siano poco importanti, ma perché negli ultimi decenni esse sono state oggetto di numerosi studi, mentre, anche a causa del momentaneo declino delle lotte operaie, tutto quello che riguarda l’organizzazione industriale è quasi scomparso dalle discussioni della sinistra.

Infine, è necessario un chiarimento sul modo in cui in queste pagine vengono usati i termini “comunismo” e “socialismo”. Comunismo è un movimento politico che ha per scopo la massima estensione della cooperazione del lavoro; socialismo è un sistema sociale che realizza la cooperazione nelle forme di volta in volta storicamente possibili, e quindi la realizza in alcuni settori più che in altri, e sempre come combinazione di differenti modi di produzione. Il socialismo non è uno “stadio” che prelude all’instaurazione del comunismo “integrale” (e che dunque può giustificare duri sacrifici e limitazioni della libertà in nome del radioso futuro), ma è la realizzazione storica, e dunque inevitabilmente imperfetta, del comunismo. Nonostante ciò esso non è una forma moderata di comunismo, ma un progetto che rende più radicale la prospettiva comunista in quanto la rende più realistica. D’altra parte il movimento comunista, per essere credibile, deve proporre ogni volta concreti e realizzabili progetti socialisti, ma in ogni caso un movimento comunista, qualunque denominazione esso assuma, è assolutamente necessario sia per costruire il socialismo, sia per contrastare l’inevitabile tendenza alla degenerazione di ogni sistema sociale, e quindi del socialismo stesso.

  1. Concentrazione senza centralizzazione.

Secondo una solida convinzione marxista lo sviluppo del capitalismo comporta il contemporaneo aumento della concentrazione e della centralizzazione del capitale, ossia della grandezza di ogni singolo capitale (concentrazione) e dell’assorbimento dei piccoli capitali preesistenti da parte dei capitali più grandi (centralizzazione). La concentrazione implica la competizione fra capitali; la centralizzazione invece la riduce, e implica l’aumento dell’integrazione verticale dei processi produttivi, ossia della connessione funzionale di tutte le fasi di una determinata produzione all’interno di una sola impresa (monopolio) o di poche grandi imprese (oligopolio). Progressivamente la centralizzazione diviene il fenomeno dominante e la condizione di un aumento della concentrazione, ma diviene anche la base di una organizzazione pianificata della produzione (Marx, 1932).

Questa concezione è stata criticata fin dalla sua origine (Bernstein, 1902), e più recentemente, intorno agli anni ’80 dello scorso secolo, si è pensato che essa fosse completamente e definitivamente smentita dal nuovo sviluppo delle piccole e medie imprese, dovuto sia al passaggio dalla produzione standardizzata di massa alla produzione flessibile di prodotti diversificati (Piore e Sabel, 1984; Kumar, 1995), sia all’accresciuta importanza dell’ innovazione tecnologica, che secondo alcuni trova proprio nelle piccole e medie imprese l’ambiente più favorevole (Grandinetti e Rullani, 1996).

In realtà la storia dell’impresa capitalistica non può essere descritta come un’evoluzione lineare, né in un senso né nell’altro, e il rapporto tra le grandi imprese e quelle minori si presenta in ogni fase in una forma originale e mai definitiva. Nella fase attuale questo rapporto può essere descritto come concentrazione senza centralizzazione (Garibaldo, 2009; Harrison, 1994): cresce il capitale dei singoli oligopoli, ma cresce anche la loro competizione e, soprattutto, si inverte la tendenza ad assorbire le imprese più piccole in quelle più grandi, cosicché alla concentrazione del capitale nelle grandi imprese non corrisponde più l’integrazione verticale di tutti i processi produttivi. Anche se questa definizione può essere imprecisa, perché il movimento della centralizzazione non scompare, resta comunque vero che mentre aumenta la concentrazione finanziaria delle imprese, diminuisce la loro integrazione tecnica (Bellofiore, Garibaldo e Halevi, 2011; Brecher e Costello, 1994). L’integrazione dei processi produttivi è oggi affidata oltre che alla gerarchia (ossia al comando diretto da parte del centro dirigente delle grandi imprese) anche ai meccanismi del mercato e della rete. Ciò non significa affatto, però, che il potere delle grandi imprese sia diminuito e che alle relazioni asimmetriche tra grandi e piccole imprese si siano sostituiti rapporti paritari basati sullo scambio (mercato) e sulla comunicazione (rete): significa solo che il potere delle grandi imprese ha cambiato forma e si esercita, oltre che con i soliti meccanismi della gerarchia, anche con un particolare uso dei mercati e delle reti, che ne trasforma il funzionamento a vantaggio delle grandi imprese stesse.

All’origine della concentrazione senza centralizzazione c’è infatti pur sempre la dinamica delle grandi imprese, e l’attuale organizzazione della produzione è frutto del modo in cui tali imprese hanno cercato di rispondere alla generale caduta dei profitti industriali verificatasi intorno agli anni ’70 dello scorso secolo come effetto della sovrapproduzione, dell’aumento della competizione tra capitalisti e della crescita del potere dei lavoratori (Arrighi, 2007; Gallino, 2005 e 2011; Chesnais, 1994). A questa caduta dei profitti le grandi imprese hanno dato tre risposte principali: finanziarizzazione, frammentazione del processo produttivo e mondializzazione.

Finanziarizzazione

La finanziarizzazione non consiste soltanto nell’aumento delle attività finanziarie e speculative delle imprese. Certo, una parte crescente del capitale delle grandi imprese è impegnata in tali attività, ed è noto che General Motors o General Electrics, per fare solo due esempi, ricavavano prima della grande crisi una buona parte dei loro profitti più dal credito al consumo e dalla speculazione che dalla vendita dei loro prodotti. Ma le trasformazioni più importanti riguardano il mutamento dello scopo delle imprese ed il mutamento della natura della loro proprietà. Infatti il classico criterio del profitto industriale, dato dalla differenza tra il costo di produzione delle merci ed il loro prezzo di vendita, è stato a poco a poco sostituito dal criterio dell’aumento del valore delle azioni della singola impresa. La massima valorizzazione del capitale rimane pur sempre il fine generale dell’impresa capitalistica, ma questa valorizzazione non viene più cercata solo attraverso l’aumento della produttività bensì soprattutto attraverso un’attività speculativa nella quale la produttività dell’impresa è solo uno dei fattori che determinano la crescita del valore delle azioni: lo dimostra l’aumento delle fusioni e delle acquisizioni prive di un’effettiva razionalità produttiva e dettate solo dal bisogno di influenzare le dinamiche della borsa (Gallino, 2005).

Questo passaggio dal criterio del profitto al criterio dell’aumento del valore per gli azionisti (o shareholder value) è accompagnato e in gran parte generato dall’acquisizione (totale o parziale) della proprietà delle grandi imprese da parte dei cosiddetti investitori istituzionali (fondi pensione, fondi di investimento, private equity e così via). Poiché il capitale delle singole imprese non è più sufficiente a fornire i mezzi finanziari per gli investimenti produttivi o speculativi, le imprese devono ricorrere alla ricchezza sociale, vendendo quote della loro proprietà agli investitori istituzionali. Divenuti azionisti dominanti in moltissime imprese e capaci di abbandonare in fretta le imprese che si mostrano meno redditizie, tali investitori non sono interessati a progetti di sviluppo industriale di lungo periodo, ma solo al rapido aumento del valore della propria quota azionaria. E poiché l’aumento delle attività speculative, liberando (apparentemente) la valorizzazione del capitale dai limiti e dalle difficoltà della produzione, consente guadagni assai ingenti, i tassi di rendimento attesi dagli investitori istituzionali oscillano in genere dal 15 al 25% per cento, mentre il rendimento “normale” dell’attività industriale oscilla tra il 5 ed il 10% e non raggiunge quasi mai il punto massimo. Tutto ciò costringe le imprese a realizzare immediatamente alti profitti e quindi a privilegiare gli obiettivi di breve periodo, e trasforma inoltre le gerarchie interne all’impresa stessa: se nel periodo del capitalismo produttivista orientato al profitto industriale la figura centrale era il manager tecnico (l’ “ingegnere”), oggi quest’ultimo è spodestato dal manager politico-finanziario (lo “stratega”), la cui tendenza ad operare in funzione dello shareholder value è dovuta non solo alla sua sottomissione agli azionisti-proprietari ma anche alla forma della sua remunerazione, ossia alle stock options. Il cuore dell’impresa è ormai la holding finanziaria, che domina sia le diverse imprese del grande gruppo industriale sia le piccole imprese autonome che ruotano attorno ad esso.

La finanziarizzazione dell’impresa capitalistica non deriva quindi solo da meccanismi esogeni (la caduta dei profitti industriali, la crescita delle occasioni di guadagno speculativo), ma dalla stessa struttura interna delle imprese. Anche se molte imprese mantengono una forte vocazione produttivistica, non si può più parlare di una assoluta contrapposizione tra capitale finanziario e capitale produttivo perché la cultura e l’organizzazione tipica delle imprese finanziarie si sono ormai diffuse in tutti i grandi gruppi industriali.

E’ molto importante notare che la finanziarizzazione delle imprese è causa di un profondo mutamento della società per azioni. Secondo una delle teorie più diffuse, in gran parte simile alla teoria di Marx, l’avvento della società per azioni è una forma di socializzazione della produzione perché da un lato distribuisce la proprietà su numerosi soggetti e dall’altro, separando la proprietà dal controllo dell’impresa, affida la gestione dell’impresa stessa agli amministratori ed ai manager che, non essendo capitalisti, si comportano ormai esclusivamente come funzionari tecnici della produzione (Berle e Means, 1932). E’ per questo che Marx definisce la società per azioni come “la soppressione della proprietà privata nell’ambito della proprietà privata”. Ma l’intervento degli investitori istituzionali inverte questa tendenza. Da una parte il potere dei risparmiatori, ossia dei piccoli azionisti diviene del tutto irrilevante di fronte a quello dei manager dei fondi di investimento, che amministrano in piena libertà il denaro altrui, tanto che all’aumento del valore delle azioni, ossia del capitale dei fondi di investimento, non corrisponde un proporzionale aumento del valore per il singolo risparmiatore. Dall’altra, grazie al principio della responsabilità limitata, al controllo di minoranza ed alla trasformazione dei manager d’impresa in azionisti possessori di stock option, i proprietari dell’impresa intervengono direttamente nella gestione tecnica della stessa, distorcendo la logica produttiva a vantaggio di quella finanziaria. Si assiste quindi oggi ad una duplice “rivincita della grande proprietà privata”, sui piccoli azionisti e sui manager tecnici: la proprietà azionaria diffusa si trasforma in proprietà concentrata ad opera dei fondi di investimento, e questa proprietà riacquisisce il controllo del processo tecnico di produzione e lo frammenta in funzione dell’aumento immediato del valore delle azioni (Rossi, 2008; Gallino, 2005 e 2009). Invece di avere la dispersione della proprietà e la centralizzazione della produzione abbiamo la concentrazione della proprietà e l’indebolimento dell’integrazione tecnica della produzione. Anche se non può superare o rimuovere l’interdipendenza oggettiva trai diversi momenti della produzione, la forma attuale della società per azioni non fa deperire la funzione della proprietà a vantaggio della socializzazione tecnica della produzione, ma fa dipendere la socializzazione stessa dalle strategie finanziarie dei grandi proprietari. La socializzazione insomma sembra essere più di ieri, ed in parte è effettivamente, un risultato dell’attività del capitale e non del lavoro.

Frammentazione del ciclo produttivo

La frammentazione del ciclo produttivo consiste o nella suddivisione dei grandi oligopoli in imprese distinte, formalmente autonome ma in realtà possedute dalla medesima holding finanziaria, oppure nell’affidamento ad imprese esterne ed indipendenti di attività precedentemente svolte all’interno dell’oligopolio – ossia nell’outsourcing. Essa risponde sia alle esigenze immediate degli azionisti (o comunque dei fondi di investimento), sia alle più generali esigenze di riduzione dei costi della produzione. Il rapido spostamento degli investimenti dai settori meno produttivi a quelli più produttivi di una stessa impresa, reso necessario dal bisogno di realizzare in poco tempo rendimenti altissimi, è certamente più facile se ciascun settore dell’impresa si trasforma a sua volta in un’impresa giuridicamente autonoma che può essere venduta o sottodimensionata senza che questo influenzi immediatamente anche i settori più redditizi (Gallino, 2005 e 2011). Inoltre il ricorso continuo all’outsourcing consente ai grandi gruppi capitalistici di distribuire il rischio d’impresa sia sulle imprese satelliti che sui lavoratori: le fluttuazioni del mercato ricadono immediatamente sulle imprese satelliti, i lavoratori delle attività esternalizzate hanno una minore forza contrattuale, e la trasformazione di molti dipendenti dell’impresa in lavoratori formalmente autonomi carica su questi ultimi i costi di welfare che prima gravavano sull’impresa. L’unità fra struttura tecnica e proprietà giuridica, tipica della grande impresa “fordista” viene così fatta esplodere, e ciò che prima era unito in un ciclo produttivo integrato si presenta ora come una “filiera” di diverse imprese in cui, man mano che ci si allontana dal centro, tende a peggiorare sia la solidità tecnica e finanziaria dell’impresa sia la condizione dei lavoratori (Garibaldo, 2009). Anche quando questa frammentazione risponde ad esigenze tecniche, ossia anche quando le imprese satelliti non si limitano a fare con costi minori quello che le grandi imprese facevano con costi maggiori, ma fanno ciò che le grandi imprese non sanno fare (produzioni particolari, sperimentazioni tecnologiche, ecc.) il movente generale della frammentazione (ossia la riduzione dei costi e la mobilità degli investimenti) fa sì che la crescita delle imprese satelliti, nella maggioranza dei casi, non si identifichi con una diffusione e “democratizzazione” del capitalismo, ma con l’aumento della fragilità delle imprese e dello sfruttamento dei lavoratori. Inoltre, grazie a questa frammentazione la grande impresa riesce a mettere in competizione tra loro sia le diverse imprese dipendenti dalla holding centrale sia le imprese satelliti: da ciò deriva una ulteriore diminuzione dei costi che compensa, almeno parzialmente, la diminuzione delle economie di scala inevitabilmente connessa alla frammentazione del ciclo produttivo.

Mondializzazione

La mondializzazione del capitale, ossia la crescita degli investimenti diretti all’estero, risponde alla caduta dei profitti esportando la massa di capitale in eccesso ed acuendo la competizione tra capitalisti grazie ad una specie di invasione reciproca (Chesnais, 1994). Essa riproduce al massimo livello la frammentazione del ciclo produttivo, utilizzando le differenze geografiche (e quindi le differenze nel mercato del lavoro) come fonte ulteriore di riduzione dei costi e di messa in competizione delle diverse unità produttive (Harvey, 2010). Grazie alla mondializzazione gli oligopoli possono sfruttare non solo la competizione fra le imprese che da loro dipendono, ma anche la competizione fra gli Stati, che sono indotti ad offrire le migliori condizioni per gli investimenti oligopolistici, riducendo l’imposizione fiscale, le norme che tutelano l’ambiente e soprattutto quelle che tutelano il lavoro (Stopford, Strange e Henley, 1991). Considerata come effetto della risposta delle grandi imprese alla caduta dei profitti, la mondializzazione non appare più come un semplice risultato della crescita degli scambi commerciali e dei mercati finanziari, né come l’inizio dell’integrazione armonica dei processi produttivi di tutto il globo, ma come lo spostamento a livello globale della competizione trai vari oligopoli e come la trasformazione della differenza, interna agli oligopoli, tra centralizzazione finanziaria e frammentazione produttiva, in una differenza geografica tra paesi centrali (sedi delle holding finanziarie) e paesi periferici (sedi dei processi produttivi frammentati). La mondializzazione del capitale non è dunque una diffusione omogenea del capitalismo in tutti i luoghi del mondo, non è un’integrazione irreversibile della produzione globale: è piuttosto una disseminazione di parti del processo produttivo in funzione delle momentanee esigenze di redditività degli oligopoli. E come la singola holding può spostare gli investimenti dall’uno all’altro dei suoi segmenti produttivi, così il singolo paese centrale può abbandonare gli investimenti nei paesi periferici quando le condizioni siano mutate, invertendo almeno in parte il processo della globalizzazione.

  1. Mercificazione senza mercato

Le trasformazioni che abbiamo appena descritto sono spesso interpretate come una rivincita del mercato e della concorrenza contro i monopoli e contro il coordinamento gerarchico della produzione: il conflitto tra le imprese è aumentato, sono aumentate le imprese piccole e medie, e le stesse grandi imprese sono diventate una merce, perché sono continuamente esposte al rischio di scalate ostili. In realtà l’economia attuale non è dominata dal mercato impersonale, ma è ancora dominata dalle grandi imprese, i cui rapporti reciproci non sono rapporti di mercato. E se è vero che il potere delle grandi imprese si esercita anche attraverso una più accentuata mercificazione del lavoro, della natura e dei beni comuni, non è altrettanto vero che all’estensione della forma-merce corrisponda l’estensione della concorrenza mercantile. Insomma: il capitalismo odierno non si identifica col mercato (e per conseguenza, il socialismo non si identifica né con la semplice correzione delle imperfezioni del mercato né, all’opposto, con il superamento integrale del mercato stesso).

Le teorie che considerano il capitalismo come un sistema di mercato sono essenzialmente due: la teoria neoclassica dell’equilibrio economico generale e quella dei vantaggi comparati. La prima teoria sostiene che quando sul mercato si incontrano soggetti economici indipendenti e privi di relazioni reciproche, che posseggono tutte le necessarie informazioni e non possono influenzare i prezzi attraverso un aumento della produzione, si verifica una situazione di concorrenza perfetta, ed il libero gioco della domanda e dell’offerta produce necessariamente un sistema di prezzi grazie ai quali l’una e l’altra si equivalgono ed il sistema economico raggiunge l’equilibrio (Walras, 1874; Pareto, 1909). La seconda teoria, che riguarda il mercato internazionale, sostiene che il commercio mondiale conduce ad una situazione positiva per tutte le nazioni che vi partecipano, perché induce ciascuna di esse a esportare i beni nei quali il suo vantaggio produttivo rispetto ai concorrenti è più alto, e ad importare quelli nei quali il suo vantaggio è più basso, giungendo così ad un equilibrio funzionale ed equo (Ricardo, 1817). La prima teoria sostiene che la concorrenza perfetta distribuisce le risorse economiche in maniera molto più efficiente di quanto non faccia l’economia pianificata (Hayek, 1948). La seconda sostiene che l’espansione del mercato mondiale, oggi la globalizzazione, è in ogni caso migliore del protezionismo. Entrambe queste teorie sono smentite dall’attuale evoluzione delle grandi imprese capitalistiche e del mercato mondiale.

Competizione versus concorrenza

Prima di tutto bisogna considerare che i rapporti tra le grandi imprese oligopolistiche non sono rapporti tra soggetti indipendenti e privi di relazioni reciproche. Ciascuna di esse, infatti, conosce bene i rivali e le loro strategie, e cerca di anticipare queste strategie e di contrastarle anche al di fuori della vera e propria concorrenza di mercato. Ciò vuol dire che la competizione tra imprese oligopolistiche non avviene solo al momento della vendita dei loro prodotti, ma si attua soprattutto prima, attraverso lo spionaggio industriale, la sottrazione di personale qualificato all’impresa rivale, la ricerca di alleanze con gli apparati di Stato e con altre imprese, o addirittura attraverso l’acquisizione dell’impresa concorrente. Anche se i meccanismi abituali della “concorrenza di prezzo” continuano ad essere operanti, essi sono inglobati da meccanismi “politici” basati, più che sull’efficienza produttiva, sul potere complessivo dell’impresa come soggetto politico-finanziario. La scomparsa di un’impresa dal mercato non deriva più semplicemente dal fatto che i consumatori preferiscono i beni prodotti da altre imprese, ma dal fatto che essa è stata sconfitta nello scontro di potere con le altre imprese che le hanno sottratto i mezzi finanziari, tecnologici e politici per poter produrre a condizioni più vantaggiose. La concorrenza di mercato è in questo caso sostituita dalla pura e semplice competizione distruttiva, ed in questa competizione il prezzo dei prodotti, prima di indicare il rapporto tra la domanda e l’offerta di un bene, indica piuttosto il rapporto di potere tra le diverse imprese.

Il mercato finanziario ed il tramonto dei prezzi

Lo sviluppo del mercato azionario e di quello finanziario conduce alla formazione di prezzi che si allontanano sempre di più dalla loro presunta funzione di equilibrare domanda ed offerta. La trasformazione delle azioni in titoli liberamente commerciabili e la creazione del mercato azionario mondiale, svincolano il prezzo delle azioni dal loro rapporto con lo sviluppo tecnico ed economico dell’impresa che le emette, e lo fanno dipendere piuttosto dalle strategie finanziarie dell’impresa stessa e dalle dinamiche particolari del mercato finanziario. E il mercato finanziario è un mercato di anticipazione: esso cioè non registra il rapporto attuale tra l’offerta dell’impresa e la domanda dei consumatori, ma scommette sulla futura espansione finanziaria dell’impresa stessa (Cassidy, 2009). Inoltre il mercato finanziario è un mercato mimetico, in cui il singolo investitore tende a seguire il comportamento degli altri: quindi se l’investitore acquista determinate quantità di un’azione o di un titolo finanziario non lo fa perché si attende il successo di una attività economica reale, ma perché immagina che altri investitori faranno altrettanto, ed acquisteranno altre quantità del titolo in questione facendone aumentare il prezzo, a prescindere da qualunque effettivo sviluppo produttivo (Orléan, 2004). Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che sul mercato finanziario si scambiano molto spesso titoli “strutturati”, ossia composti da diversi titoli di differente affidabilità e mischiati in modo che è sempre più difficile risalire all’attività reale che sta alla base della loro emissione, si comprende come il “mercato” finanziario sia completamente diverso dal mercato immaginato dall’economa neoclassica, perché in esso manca un presupposto fondamentale della teoria dell’equilibrio generale, ossia la possibilità di conoscere con precisione la qualità della merce che è oggetto dello scambio. Insomma: il mercato più importante, quello in cui viene scambiata la maggiore quantità di valore, quello che, in assenza di una pianificazione centrale, dovrebbe assicurare l’afflusso della ricchezza sociale verso le attività economiche più promettenti e più utili, ha perso ogni rapporto con l’attività economica reale ed ogni capacità di determinare un uso razionale delle risorse. I prezzi che in esso si formano indicano le dinamiche interne del mondo finanziario e solo indirettamente (ed in modo distorto) quelle della produzione. Ma c’è di più: nel mercato finanziario si presenta in maniera più chiara una caratteristica generale dei prezzi, che dipende dall’inevitabile incertezza sul valore di prodotti complessi. In quanto effetto del comportamento degli investitori (acquisti o vendite) il prezzo dovrebbe essere la sintesi di tutte le informazioni disponibili riguardo all’utilità di un bene. Ma in realtà, in un mondo in cui l’informazione è asimmetrica, difficile e costosa, la semplicità numerica del prezzo disincentiva l’acquisizione di informazioni ulteriori da parte degli investitori. Così, se il prezzo di un titolo tende a crescere o a decrescere, numerosi investitori lo acquisteranno o lo venderanno pur non disponendo delle informazioni necessarie a valutarne l’effettivo valore, e a mano a mano il prezzo sarà sempre meno il risultato di effettive informazioni e sempre più l’effetto di comportamenti disinformati e mimetici (Grossman e Stiglitz, 1980), perdendo così la funzione di indicatore razionale che l’economia neoclassica gli attribuisce.

Fine dei vantaggi comparati

Lo sviluppo del commercio mondiale sembra essere semplicemente l’effetto della liberalizzazione degli scambi, e la mondializzazione delle imprese sembra dunque essere un adattamento delle imprese stesse a questo processo esogeno. Ma i dati sul commercio mondiale mostrano una realtà a molti ignota, e cioè il fatto che una gran parte degli scambi avviene tra le grandi imprese e, molto spesso, all’interno della stessa impresa oligopolistica, ossia tra le diverse imprese che sottostanno ad una identica holding finanziaria (Rossi, 2008; Chesnais, 1994). Questo fatto ha due importanti conseguenze. Da una parte, infatti, una quota molto significativa degli scambi commerciali mondiali non avviene secondo i principi della concorrenza perfetta, ma si realizza entro pseudo-mercati in cui il prezzo è determinato dai rapporti strategici tra grandi imprese complementari, oppure (nel caso del commercio interno ad una stessa impresa) è determinato dal rapporto gerarchico tra l’impresa centrale e le sue filiali. Dall’altra, il commercio internazionale cessa di essere, in moltissimi casi, un rapporto tra paesi che si specializzano in determinate produzioni, e diviene un rapporto interno alle grandi multinazionali dei paesi centrali. La teoria dei vantaggi comparati perde il proprio valore quando a circolare non sono più solo le merci, ma è lo stesso capitale (Ruffolo, 2008): la crescita degli investimenti diretti all’estero effettuati dalle grandi multinazionali fa sì che gran parte delle esportazioni dai paesi periferici ai paesi centrali non sia altro che una fase della vita delle imprese dei paesi centrali.

  1. Dalla critica del mercato alla critica del capitalismo

Come abbiamo visto il mercato non è il meccanismo fondamentale di coordinamento dell’economia capitalista. Il mercato “tradizionale” vale, e solo in parte, per le imprese piccole e medie, per i beni abituali di consumo di massa e per la piccola distribuzione, ma i rapporti tra le grandi imprese e la distribuzione delle risorse attraverso il “mercato” finanziario sono regolati dagli pseudo-mercati interni alle grandi imprese, dalla competizione distruttiva, dai comportamenti mimetici e disinformati. Queste caratteristiche della società capitalistica sono riconosciute da almeno tre importanti teorie: quella dei fallimenti del mercato, quella dell’integrazione sociale del mercato e quella del mercato come metamorfosi del capitale, e tutte queste teorie si chiedono, tra l’altro, se sia possibile e opportuno restaurare i meccanismi di mercato o se non si debba sostituirli con altri meccanismi di coordinamento.

Fallimenti del mercato

La teoria neoclassica dell’equilibrio generale ha riconosciuto da tempo la differenza tra il proprio modello e la realtà. Ritiene però che questa differenza non dipenda da una inadeguatezza del modello teorico ma da una inadeguatezza della realtà: se la concorrenza perfetta non funziona, se il prezzo non è più l’indicatore razionale dell’utilità sociale di un bene, ciò avviene perché vi sono fenomeni reali che ostacolano il libero mercato, e che quindi devono (e possono) essere rimossi. La teoria dei fallimenti del mercato (Cassidy, 2009; Palermo, 2011) indica appunto tutti quegli ostacoli alla libera concorrenza che il mercato non riesce a rimuovere da solo, e che quindi devono essere eliminati dall’azione dell’autorità pubblica: lo Stato può e deve intervenire solo in questi casi, e solo per ripristinare il funzionamento del mercato. E’ opportuno notare che è proprio questo lo “spazio teorico” in cui si situa l’ideologia della sinistra liberista, per la quale la razionalità del mercato è un principio indiscutibile, e la politica ha soltanto il compito di rendere possibile il più ampio funzionamento dei meccanismi mercantili. Ma se consideriamo anche solo alcuni dei fallimenti del mercato, ad esempio l’esistenza delle asimmetrie informative e l’esistenza dei monopoli e degli oligopoli, si vede subito come essi non possono essere rimossi da un semplice intervento indiretto dello Stato e rappresentano una smentita permanente dei presupposti del modello della concorrenza perfetta. In particolare l’esistenza dei monopoli e degli oligopoli non è un incidente occasionale, ma nasce dalla logica delle economie di scala, ovvero dal fatto che nella gran parte delle attività produttive l’aumento dell’efficienza è dovuto all’aumento delle dimensioni dell’impresa. Inoltre, l’idea che i monopoli e gli oligopoli possano essere eliminati dall’attività dello Stato, dimentica l’enorme influenza delle grandi imprese sugli apparati politici, e quindi il fatto che questi ultimi possono limitare solo molto parzialmente il potere delle imprese. Peraltro, anche quando l’intervento indiretto dello Stato sembra ricostruire i presupposti della concorrenza, esso si limita a creare le condizioni formali che rendono possibile l’acquisizione di un oligopolio da parte di un altro oligopolio: ma ciò significa che un meccanismo simile al mercato funziona solo nel momento dell’acquisizione dell’impresa, e funziona solo come lotta politico-economica tra l’oligopolio ed i suoi possibili acquirenti. Una volta che l’acquisizione sia avvenuta, una nuova posizione di oligopolio si costituisce contro il mercato.

Integrazione sociale del mercato

Ma anche ammesso che la restaurazione della concorrenza perfetta sia possibile, l’errore della teoria neoclassica consiste nel pensare che il meccanismo degli scambi funzioni solo come meccanismo economico puro, indipendentemente da ogni relazione di tipo politico e sociale, quando ormai da tempo numerose correnti della sociologia e dell’antropologia economica hanno dimostrato che anche il più semplice atto di scambio si basa su complesse relazioni sociali, culturali e simboliche la cui eliminazione condurrebbe ad un blocco del funzionamento del mercato stesso (Hann e Harth, 2011, Orléan, 2003, Polanyi, 1944, 1968). Alla teoria dei fallimenti del mercato si aggiunge quindi una teoria dell’integrazione sociale del mercato secondo la quale il mercato stesso può avere un ruolo nel coordinamento della produzione sociale, ma non può mai divenire il principio esclusivo di questo coordinamento. Le versioni più radicali di questa teoria sono probabilmente quelle che si ispirano all’opera di Karl Polanyi, secondo il quale l’esistenza della società, e quindi anche del mercato, si basa su tre fondamentali fattori, che non sono merci perché non sono prodotti per lo scambio: il lavoro, la terra ed il denaro. Il mercato “autoregolato”, trasformando artificiosamente in merci questi tre fattori, distrugge la società, e quindi sé stesso (Polanyi, 1944). La soluzione di Polanyi, che confina con una soluzione di tipo socialista, è quella di eliminare la forma di merce del lavoro, della terra e del denaro, e di considerare lo scambio mercantile soltanto come uno dei diversi modi in cui si costruiscono i legami sociali. A questa teoria si collegano, direttamente o indirettamente, molte delle teorie dei commons che oggi costituiscono la più diffusa base ideologica della sinistra radicale, secondo le quali il funzionamento delle società si basa su diversi e numerosi beni comuni, donati dalla natura (l’ambiente) o creati dalla società stessa (il lavoro, e soprattutto la conoscenza) che il capitalismo tende a mercificare e che la società deve invece difendere e preservare. Se e quando non trasforma in merce i beni comuni, il mercato può continuare a funzionare come efficace strumento economico, anche se devono essere preferiti i mercati “corti” e locali, più facilmente controllabili dalla società, ai mercati “lunghi” e globali, più facilmente controllabili dal capitale. Le versioni più moderate di queste teorie si limitano a considerare il ruolo delle relazioni sociali non mercantili (ed in particolare le reti tra imprese basate sulla condivisione della conoscenza) come un fattore produttivo che deve essere direttamente integrato nell’attività economica capitalistica per renderla coerente con la crescente importanza della scienza nella produzione (Grandinetti e Rullani, 1996).

La teoria dell’integrazione sociale del mercato costituisce senz’altro un passo avanti nella comprensione e nella critica della “società di mercato”: a differenza della teoria dei fallimenti del mercato essa ci fa capire che il mercato non può mai funzionare come semplice meccanismo economico, e che può svolgere un ruolo positivo di connessione solo se è ricondotto sotto il dominio della società. Questa teoria ha però almeno due limiti: da una parte essa tende a considerare il capitalismo più come una forma di mercato (e quindi di circolazione delle merci) che come una forma di produzione; dall’altra essa sembra a volte credere che quando il mercato viene reintegrato nella società, le leggi della domanda e dell’offerta possano funzionare nel modo previsto dalla scuola neoclassica (Godelier, 1966).

Il mercato come metamorfosi del capitale

A differenza delle teorie del fallimento del mercato e di molte delle teorie dell’integrazione sociale del mercato, l’approccio di Karl Marx non identifica il capitalismo col mercato, ossia con la circolazione delle merci, ma con una particolare forma dei rapporti sociali di produzione (Marx, 1932, 1953). I più importanti effetti di questa posizione teorica sono tre.

  1. Il pieno sviluppo della circolazione delle merci presuppone il pieno sviluppo della produzione capitalistica, perché solo sulla base della produzione capitalistica tutti i prodotti del lavoro divengono merci. Infatti la sfera dell’autoproduzione scompare solo quando tutto il lavoro è lavoro salariato (ossia lavoro per altri, lavoro per il capitale), e solo allora i mezzi di sussistenza devono essere necessariamente acquisiti attraverso lo scambio.

  2. La circolazione delle merci non è un semplice processo di scambio, ma è il luogo in cui avviene la metamorfosi della merce in valore, ossia in denaro. Nella circolazione delle merci si sviluppa la contraddizione tra l’interdipendenza sostanziale di tutti i lavori (lavoro sociale) e l’indipendenza formale di ciascun produttore (lavoro privato). Come ogni lavoro privato non è immediatamente lavoro sociale, ma deve dimostrare di esserlo, così ogni merce, prodotto del lavoro privato, non esprime immediatamente in sé stessa il proprio valore, ma è costretta ad esprimerlo in qualcosa che le è esterno, ossia nel denaro, in cui essa deve trasformarsi per dimostrare la propria utilità sociale. Da ciò derivano due importanti conseguenze: a) la separazione tra merce e denaro implica che la metamorfosi può realizzarsi ma anche non realizzarsi, e quindi nella sfera della circolazione si dà immediatamente la possibilità formale di una crisi; b) se soltanto il denaro rappresenta immediatamente il valore, soltanto il denaro è immediatamente scambiabile con ogni altra merce, e per questo motivo il denaro (che non a caso l’economia neoclassica esclude completamente dal proprio modello di equilibrio generale) non è un semplice strumento degli scambi, ma diviene lo scopo principale della produzione in quanto è il rappresentante del lavoro sociale, e la forma generale della ricchezza nel capitalismo.

  3. Infine la circolazione delle merci non è soltanto la sfera della metamorfosi della merce, ma anche la sfera della metamorfosi del capitale. Nella circolazione il capitale-merce si trasforma in capitale-denaro, realizza il plusvalore prodotto e ricomincia il ciclo della produzione su basi più ampie. In quanto è metamorfosi del capitale la circolazione delle merci, ossia il mercato, non ha come funzione principale quella di distribuire razionalmente le risorse sociali ma quella di ottenere una massa di denaromaggiore di quella iniziale (valorizzazione del capitale), anche a scapito della razionale distribuzione delle risorse. Così tutte le contraddizioni della produzione capitalistica (caduta del saggio di profitto, sovrapproduzione, sottoconsumo), si riversano nella sfera della circolazione e fanno sì che il mercato sia strutturalmente privo di equilibrio. Le difficoltà della circolazione, ed in particolare le crisi che nella circolazione si manifestano, non sono dunque un effetto dei fallimenti del mercato (che pure esistono), o della sua mancata integrazione nei rapporti sociali, ma della sua integrazione nei rapporti sociali capitalistici e del funzionamento “normale” dell’accumulazione capitalistica. Non è possibile risolverle perfezionando la concorrenza, ma solo modificando la dinamica del capitale e dei rapporti sociali che la determinano. E non è sufficiente ricondurre il mercato sotto il dominio della società, se la società continua a basarsi sui rapporti sociali capitalistici, ed in particolare sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sul lavoro salariato.

Ricostruire il mercato?

Come abbiamo visto, anche se le società odierne sono considerate “società di mercato” in realtà in esse non vigono i principi del mercato perfetto, sia perché il mercato perfetto è, in ogni caso, impossibile, sia perché esso, come circolazione delle merci, è sottoposto alle dinamiche del capitalismo e quindi all’inevitabile esistenza dei monopoli e degli oligopoli ed alle crisi. Si potrebbe però pensare che, superato il modo di produzione capitalistico ed eliminata la sua tendenza allo squilibrio, una nuova forma di mercato possa diventare il mezzo fondamentale del coordinamento della produzione. Questa idea è meno assurda di quello che sembra. Anche il fondatore della teoria dell’equilibrio generale, Léon Walras, pensava che il suo modello teorico potesse funzionare sia in presenza di molti imprenditori che in presenza di un imprenditore unico (ad esempio il Ministero della Pianificazione), a patto che questo imprenditore unico si mostrasse capace di fondare la propria attività sul principio dell’equivalenza tra prezzo di costo e prezzo di vendita, determinando il prezzo sulla base di una previsione dei movimenti della domanda e dell’offerta (Walras, 1874). Ma, soprattutto, importanti teorici della pianificazione socialisti hanno pensato di poter utilizzare un modello analogo a quello dell’economia neoclassica per risolvere il problema dell’efficienza del sistema socialista (Lange e Tyler, 1964). In effetti il modello dell’equilibrio generale considera esclusivamente i rapporti fisici tra le risorse e trai beni prodotti, e non considera né i rapporti sociali trai produttori né l’esistenza del denaro (che è a sua volta l’effetto di particolari rapporti sociali). Questa idea si è incontrata con uno degli orientamenti della cultura sovietica secondo il quale, una volta eliminati i rapporti sociali capitalistici e ridotto il denaro a puro strumento di calcolo, la questione della produzione sociale diviene esclusivamente un problema tecnico: la ricerca di un equilibrio tra i beni richiesti dalla società e quelli prodotti dal sistema collettivistico (Boffito, 1978). Qui si manifesta probabilmente uno dei (numerosi) motivi che hanno condotto la pianificazione sovietica al fallimento, ossia l’incomprensione del fatto che, anche nel socialismo, dietro i rapporti quantitativi trai diversi beni si celano i nuovi rapporti sociali trai diversi soggetti del sistema (imprese socialiste, imprese cooperative o private, lavoratori, sindacati, apparati di stato e di partito…), e che quindi una razionale distribuzione delle risorse deve considerare non solo le quantità o le qualità dei fattori di produzione e dei prodotti, ma anche le diverse strategie dei diversi soggetti sociali.

In conclusione un’economia socialista non può usare criteri simili a quelli del mercato come criteri fondamentali della pianificazione, né può illudersi di ricostruire il “vero” mercato fra grandi gruppi industriali. Essa deve piuttosto pianificare la produzione e l’uso delle risorse fondamentali, trasformare il duro e occulto conflitto politico tra oligopoli in una trasparente relazione politico-economica, aperta alla discussione pubblica, e poi ricostruire forme di mercato tradizionale solo nei settori dove le esigenze funzionali lo rendano necessario e possibile, senza temere che questo possa condurre alla restaurazione del capitalismo giacché, come precisa Marx, non è la circolazione delle merci a generare il capitalismo, ma è il capitalismo a rendere universale la forma-merce.

  1. La rete.

Molti studiosi considerano la rete come un meccanismo di coordinamento del lavoro sociale diverso sia dalla gerarchia tipica della fabbrica tradizionale (ma anche di quella “grande fabbrica” che è il socialismo di Stato) sia dal semplice mercato (Grandinetti e Rullani, 1996; Callieri, 1998, Grazzini, 2008). Secondo queste teorie nella rete si sviluppano rapporti fondati soprattutto sulla cooperazione libera e volontaria (diversa dalla cooperazione forzata e “meccanica” della fabbrica tradizionale) e sulla condivisione, la fiducia e la reciprocità (diverse dalla natura occasionale e puramente utilitaristica dello scambio mercantile). La crescente diffusione della rete è dovuta all’intreccio fra due processi. Da un lato c’è la trasformazione dell’impresa che sia per rispondere alla instabilità e variabilità del mercato, sia per produrre e utilizzare al meglio le conoscenze scientifiche, deve dotarsi di una struttura flessibile e quindi trasformarsi in una impresa a rete (quando una singola impresa si organizza al proprio interno come rete) o in rete di imprese (quando l’impresa funziona come coordinamento reticolare di diverse imprese autonome). Dall’altro lato c’è lo sviluppo intensivo delle tecnologie dell’informazione che, accrescendo al massimo grado le capacità di libera comunicazione, tipiche della rete, consente alla rete stessa di espandersi in tutte le sfere sociali (produzione, consumo, ricerca scientifica, spettacolo, politica). Secondo i suoi apologeti la rete diviene così il principale mezzo di connessione sociale, e, poiché si basa su un bene accessibile a tutti (l’informazione), essa tende a costruire rapporti sociali orizzontali, paritetici ed egualitari, e a dare vita, progressivamente, ad un ordine sociale che scaturisce dall’autorganizzazione della rete stessa (Formenti, 2011). Tutto ciò viene spesso presentato come un superamento sia dell’ordine prodotto dallo Stato sia dell’ordine prodotto dal mercato (ed è anche per questo che l’ideologia della rete seduce una parte importante della sinistra radicale): ma in realtà l’immagine di un equilibrio autorganizzato, ottenuto attraverso il libero gioco di miriadi di componenti individuali, è molto più vicina all’ispirazione della teoria economica neoclassica che a qualunque idea di governo politico della società, che implica invece l’azione consapevole ed organizzata di gruppi sociali e politici.

Scienza e network

In effetti la produzione e l’utilizzo delle conoscenze scientifiche non sono pienamente compatibili con i meccanismi del mercato. La produzione scientifica richiede infatti libera cooperazione ed indifferenza all’utilità immediata della conoscenza. Inoltre l’utilizzo delle conoscenze non può avvenire come semplice uso di un prodotto acquisito sul mercato, perché il “prodotto conoscenza” è privo della caratteristica fondamentale che i prodotti devono avere per essere scambiati in maniera impersonale, ossia una qualità certa e nota a tutti. In moltissimi casi la qualità del “prodotto conoscenza” può essere stabilita solo dal rapporto costante tra il produttore e l’utilizzatore (progettazione, verifica, modificazione, apprendimento delle modalità d’uso): essa quindi è in qualche modo una costruzione sociale, che dipende dall’interazione comunicativa e dalla reciproca fiducia tra partners. Il prezzo finale del prodotto è in questo caso l’effetto di un rapporto sociale, e non il presupposto di una relazione di scambio mercantile.

Inoltre è innegabile che le imprese si rivolgono frequentemente alle reti esterne per acquisire o sperimentare conoscenze. Ciò avviene perché la conoscenza scientifica non è una risorsa predeterminabile come lo sono le materie prime o l’energia, e quindi sia i risultati della grande ricerca pianificata, sia quelli della sperimentazione settoriale sono incerti: può essere quindi più conveniente per l’impresa esternalizzare una parte del processo di produzione di conoscenze per non esporre l’intera struttura produttiva ai rischi dell’incertezza (Cassidy, 2009). Da ciò deriva la tendenza ad affidarsi a piccole imprese esterne, a spingere parte dei propri knowledge workers a costituire imprese autonome (spin-off), ad utilizzare le conoscenze che vengono spontaneamente prodotte dalla rete comunicativa globale (e soprattutto, come vedremo, a sfruttare le ricerche scientifiche gestite dallo Stato).

Questi effetti del ruolo crescente della scienza nella produzione indeboliscono certamente l’ideologia del profitto e del mercato, rendono ancor più ragionevole e legittima una pianificazione di tipo socialista di questo settore strategico del lavoro sociale, e nello stesso tempo costringono la pianificazione a dotarsi di strumenti di gestione non puramente statalisti e top-down. Ma né la relativa indipendenza della scienza dal mercato, né la relativa indipendenza dei produttori di conoscenza dalla grande impresa possono condurre alla diffusione di forme di cooperazione capaci da sole di superare il capitalismo (come vuole l’ala radicale della net-culture) o alla creazione di un nuovo equilibrio sistemico generale (come vogliono i teorici del net-capitalism).

Se la rete fosse davvero il nuovo medium sociale universale ed il nuovo fattore di equilibrio si dovrebbero constatare almeno tre grandi tendenze: i lavoratori della conoscenza dovrebbero essere sempre più indipendenti dal capitale; la produzione dovrebbe essere organizzata in maniera sempre più democratica e decentrata; la società e l’economia dovrebbero tendere ad un maggiore equilibrio. Invece oggi assistiamo a fenomeni opposti: la maggior parte dei lavoratori della conoscenza (come vedremo meglio in un prossimo paragrafo) è sottoposta ad una crescente dequalificazione e ad una crescente dipendenza dalle strategie delle grandi imprese; la concentrazione del capitale cresce invece di diminuire; la diffusione della rete non elimina le leggi fondamentali del capitalismo e la sua tendenza allo squilibrio, e quindi non riesce né ad impedire la crisi, né a proporre valide soluzioni al riguardo. E tutto ciò deriva sia dal fatto che il capitalismo riesce a “catturare” le reti e a trasformarle in un proprio strumento, sia dal fatto che è lo stesso funzionamento delle reti, con o senza il capitalismo, a produrre squilibri e nuove gerarchie.

La gerarchia delle reti di imprese

Il mercato “interno” è, come abbiamo visto, il particolare rapporto, fondato su un particolare sistema di prezzi, che si stabilisce tra una holding finanziaria e le imprese che essa possiede direttamente o indirettamente. La rete di imprese è invece un rapporto tra soggetti formalmente autonomi, in cui, paradossalmente, la subordinazione delle imprese minori si realizza proprio grazie alla loro formale autonomia. L’autonomia delle piccole imprese implica infatti che la grande impresa non investe direttamente in esse il proprio capitale e quindi non assume direttamente i costi ed i rischi della produzione da esse svolta (Chesnais, 1994). Questo significa che anche quando la piccola impresa è fortemente autonoma dalla grande dal punto di vista tecnico (ossia possiede un savoir faire specifico) essa soffre di una dipendenza finanziaria che la costringe ad accettare gli obiettivi di produzione imposti dalla grande. A ciò si deve aggiungere che, anche nel caso della produzione scientifica di alta qualità, l’attività della piccola impresa consiste quasi sempre nell’utilizzo di brevetti che sono di proprietà della grande impresa, e quindi non consentono un’autonoma strategia industriale. Ancor maggiore è la dipendenza, infine, quando la piccola impresa si limita a produrre su scala ridotta quello che prima veniva prodotto all’interno della grande. Se l’autonomia delle piccole imprese di fronte ad una grande consiste essenzialmente nel poter scegliere il modo in cui raggiungere l’obiettivo fissato dall’impresa dominante, questa libertà scompare del tutto quando la piccola impresa non ha nessuna autonomia tecnica: in quel caso la grande impresa determina anche il modo di lavorare della piccola, la collocazione spaziale dei mezzi di produzione e la divisione dei compiti trai lavoratori, come dimostra, ad esempio, la dura esperienza delle piccole imprese familiari che costituiscono la rete di imprese della holding italiana Benetton, considerata per molto tempo un modello notevolmente positivo (Perazza, 2001). Salvo rari casi, la rete di imprese è quindi in realtà solo una nuova forma del dominio degli oligopoli sulla produzione sociale, e ciò dipende essenzialmente dal fatto che anche nel caso di produzioni ad alto contenuto tecnologico in cui la piccola impresa possiede una relativa autonomia tecnica, la posizione dominante della grande impresa è assicurata dalla permanente importanza delle dimensioni dell’impresa anche e soprattutto nel campo hi-tech (Romano e Lucarelli, 2012). Questa centralità strutturale della grande impresa nella produzione ad alto contenuto tecnologico è dimostrata anche dal fatto che la stessa innovazione tecnologica generata dalle reti paritarie e cooperative dei knowledge workers autonomi (le cosiddette reti peer to peer) viene in qualche modo fatta propria dalle grandi imprese sia perché queste mantengono la proprietà dei risultati delle ricerche peer to peer, sia perché sono esse, e non i knowledge workers autonomi, a possedere i mezzi finanziari ed organizzativi per socializzare questi risultati nell’intero processo produttivo (Bauwens, 2003 e 2005).

L’ordine oligopolistico della rete

Ma il segno più chiaro della subordinazione delle reti ai meccanismi del capitalismo è il fatto che proprio nelle imprese del settore delle tecnologie informatiche, ed in molti dei settori hi-tech, ossia proprio là dove la preminenza della conoscenza e della comunicazione dovrebbe realizzare il massimo di decentramento, si realizza invece oggi il massimo grado della concentrazione del capitale e spesso (come dimostrano Google e Microsoft) anche dellacentralizzazione (Formenti, 2011; Chesnais, 1994; Grazzini, 2008; Cassidy, 2009). Qui, infatti, le tendenze alla concentrazione agiscono da almeno tre lati. Dal lato della produzione, il costo elevatissimo delle attività di ricerca e sviluppo favorisce la formazione di grandi, e spesso grandissime imprese. Dal lato della competizione, l’importanza dei brevetti e, in ogni caso, delle conoscenze specifiche elaborate da ogni singola impresa, aumenta la tendenza, tipica del capitalismo odierno, a sostituire la concorrenza con l’acquisizione diretta del potenziale competitor.Dal lato della vendita del prodotto finale,la rapida obsolescenza dei prodotti informatici impone alle imprese di accelerare al massimo i tempi di produzione e di vendita per recuperare i grandi investimenti iniziali prima che il nuovo prodotto sia superato da un modello successivo: e solo apparati produttivi di grande dimensione possono raggiungere questo obiettivo. La grande concentrazione (e spesso centralizzazione) di capitale nei settori di punta del capitalismo tecnologico non è dunque il frutto della sopravvivenza di “vecchi” meccanismi del capitalismo, ma deriva in gran parte dell’intreccio tra la logica del capitalismo e la logica stessa della produzione di beni ad alto contenuto di conoscenza.

Inoltre si deve assolutamente sottolineare il fatto che, contrariamente ad una diffusa opinione, anche senza il dominio del capitalismo la logica delle reti produce da sé stessa fenomeni spontanei di concentrazione (Grazzini, 2008; Barabási 2002). Infatti, anche supponendo una fase iniziale in cui tutti i nodi di una rete abbiano lo stesso numero di link, basta che uno di essi aumenti anche di poco i propri link per far sì che gli utenti si colleghino preferenzialmente ad esso, accrescendo così in proporzione geometrica la “densità connettiva” dei nodi maggiori. A causa di ciò, e di altri meccanismi analoghi, tutte le reti sono composte da pochi grandi hub dotati di milioni di link ed attorniati da nodi minori dotati solo di centinaia o di decine di link. Se è vero che le reti creano l’ordine attraverso l’autorganizzazione spontanea e non grazie all’intervento di un’autorità esterna, è però altrettanto vero che questo ordine spontaneo non è un ordine decentrato e “democratico”, ma un ordine “oligopolistico”.

Anche ammesso che la rete sia diventata (o stia diventando) la forma principale della connessione sociale, tale connessione non ha i caratteri libertari ed emancipativi che spesso le vengono attribuiti ed anzi, per quanto riguarda le attività di conoscenza, essa produce una forma di sapere selettiva e conformista, perché l’utente è portato a riferirsi quasi esclusivamente ai siti più “linkati” e ad escludere quelli meno frequentati, non in base ad un giudizio sul valore effettivo dell’informazione, ma in base all’imitazione del comportamento altrui, secondo una logica analoga a quella dei mercati finanziari.

Nemmeno si può dire che la rete, pur con questi difetti, sia in ogni caso un legame globale ed universale che ottiene comunque l’enorme risultato di connettere finalmente tutta l’umanità. Il carattere non universale della rete non dipende solo dal fatto che miliardi di persone ne sono ancora escluse (ossia dal digital divide): si potrebbe infatti ragionevolmente sostenere che prima o poi tutti saranno in qualche modo “connessi”. Dipende piuttosto dal fatto che, anche per la presenza di spazi relativamente chiusi che non permettono un facile ingresso o una facile uscita, la geografia effettiva di Internet non si presenta come una sfera, ma come un insieme di continenti: un grande continente centrale formato dai più noti hub (Google etc), vari altri continenti meno permeabili ed alcune isole quasi inaccessibili (Barabási, 2002). Inoltre, recenti trasformazioni tecnologiche e politiche tendono a rompere anche la facilità di comunicazione interna al continente centrale. Le nuove “meraviglie” informatiche, come l’Ipad, ricorrono infatti a linguaggi che non sono identici a quelli della rete più grande e creano, anche per motivi di ordine commerciale, veri e propri wallen gardens popolati da utenti che costituiscono “popoli” relativamente autonomi (Formenti, 2011). E, cosa ancora più importante, le concessioni fatte dall’amministrazione Obama ai grandi produttori di tecnologia wireless tendono a distruggere la neutralità della rete, ossia l’assenza di controllo sui contenuti trasmessi, aprendo la strada a pratiche consapevoli di selezione e di censura che si aggiungono alla generale tendenza conformista di Internet.

Infine si deve considerare che la sostituzione dello scambio mercantile e del comando politico con le relazioni personali tipiche della rete non produce necessariamente da sola nuovi rapporti orizzontali e democratici. I rapporti personali possono infatti essere gerarchici, e questa gerarchia, nell’ambito della rete, si realizza proprio in relazione all’informazione. Le informazioni presenti nella rete non sono infatti immediatamente trasparenti ed accessibili a tutti (Boltanski e Chiapello, 1999): sono qualcosa che deve essere conquistato con una consapevole selezione tra milioni di dati grezzi. La vera informazione è l’effetto di un processo di riduzione dell’incertezza che può essere attuato solo da chi già possiede un forte capitale di conoscenze, mentre gli altri restano prigionieri di un eccesso di dati non rielaborati. Anche l’informazione, quindi, è sotto certi aspetti un bene scarso che può essere oggetto di appropriazione monopolistica.

Insufficienze della rete

La comunicazione e la rete sono quindi importanti processi di connessione sociale non mercantile, che però non implicano necessariamente una socializzazione democratica della conoscenza e (ammesso che il governo della conoscenza consenta il governo dell’economia) della produzione. Per chi già possiede un autonomo progetto di ricerca e di azione sociale, la rete è indubbiamente un enorme bacino di conoscenze ed un’eccezionale veicolo di relazioni. Per gruppi sociali che siano già posti in una relazione di effettiva parità, la rete è indubbiamente il mezzo per costruire rapporti capaci di superare sia l’utilitarismo economico che il comando politico gerarchico. Nelle situazioni in cui la divisione del lavoro e la moltiplicazione delle unità produttive siano l’effetto di esigenze funzionali e non di esigenze di comando della grande impresa, la rete può essere davvero uno strumento di socializzazione “dal basso”. Ma purtroppo la rete, da sola, non genera i soggetti capaci di autonomia progettuale, non istituisce la parità trai gruppi sociali e tra le imprese, non supera le leggi della competizione capitalistica. Anzi, quando si incontra col capitalismo, essa aggiunge alle differenze di potere prodotte dal capitalismo quelle prodotte dalla rete stessa. Come il mercato (o, meglio, alcuni aspetti del mercato) può divenire un valido strumento di connessione soprattutto quando viene utilizzato da una autonoma attività di pianificazione sociale, così la rete può favorire la democrazia decentrata e la socializzazione da basso soprattutto quando è lo strumento di una consapevole attività politica.

  1. Il cosiddetto ritorno dello Stato

Dopo lo scoppio della grande crisi molti hanno parlato di “ritorno dello Stato” (Grewal, 2010), come se nei decenni precedenti il mercato e la rete avessero sostituito completamente lo Stato assicurando da soli il coordinamento dell’attività economica e sociale. In realtà l’idea di una scomparsa o di un indebolimento dello Stato può essere giustificata solo sulla base di una nozione ristretta di Stato, che lo identifica con le istituzioni pubbliche che agiscono nel territorio nazionale attraverso lo strumento della legge coercitiva. In realtà lo Stato, come insegnano anche le teorie marxiste più evolute (Gramsci, 1975; Althusser, 1970; Poulantzas, 1978) è una struttura molto più complessa. Esso è l’insieme delle istituzioni pubbliche, private e associative che agiscono a livello nazionale, sovranazionale o regionale per assicurare la riproduzione ordinata dei rapporti sociali capitalistici, attraverso la produzione di norme che possono avere un carattere pubblico e coercitivo, oppure un carattere privato e contrattuale, ma sempre garantito in ultima istanza dalle norme pubbliche. Nei periodi di sviluppo economico, poiché aumentano le risorse a disposizione ed è quindi meno necessario ricorrere alla forza per risolvere i conflitti, sembrano prevalere le istituzioni private e sociali, lo spazio extranazionale e le norme contrattuali e consensuali. Nei periodi di crisi la situazione si inverte. Ma ciò non significa che prima lo Stato fosse assente e dopo ritorni, perché la dimensione pubblica, territoriale e coercitiva dello Stato è sempre presente, in quanto è imposta dalla necessità di: a) reprimere o neutralizzare la lotta di classe, b) indirizzare la ricchezza sociale (raccolta con le tasse) verso un uso funzionale all’accumulazione del capitale, c) fornire le infrastrutture localizzate ed i beni pubblici (primo fra tutti la scienza) necessari allo sviluppo del capitale, d) gestire il denaro pubblico e garantire il denaro privato, e) agire nei conflitti geopolitici per tutelare le imprese il cui centro decisionale si situa all’interno del territorio statale.

Senza Stato, niente liberismo

Il fatto che lo Stato abbia avuto una importante funzione anche durante la fase della globalizzazione ascendente e del trionfo dell’ideologia liberista è dimostrato da almeno tre esempi.

  1. L’apertura del mercato interno e la costruzione del mercato “globale” sono state il frutto di una serie di decisioni politiche, spesso accompagnate da operazioni militari. Il grado di apertura del mercato ed il grado di dipendenza dal mercato finanziario globale sono stati in gran parte proporzionali alle differenze di potenza fra i diversi Stati.

  2. Nonostante la riduzione del welfare State, la rete di protezione sociale costruita nella seconda metà del XX secolo ha consentito un adattamento non eccessivamente traumatico alla globalizzazione, continuando a garantire, almeno fino all’esplosione della grande crisi, un consenso di massa al sistema capitalistico occidentale. E quando questo consenso ha iniziato ad incrinarsi, l’apparato repressivo di Stato si è incaricato di garantire l’ordine alternando l’uso della forza e l’uso di raffinate tecnologie di controllo.

  3. L’accumulazione delle conoscenze scientifiche e tecnologiche che hanno consentito al capitalismo di trovare nuovi settori da cui trarre nuovi profitti (e così di contrastare parzialmente la tendenza alla caduta degli investimenti industriali) è in gran parte il frutto degli investimenti pubblici e di un’attività di ricerca coordinata e pianificata dallo Stato. E’ opportuno infatti ripetere che le caratteristiche intrinseche della ricerca scientifica fanno sì che essa non possa essere gestita esclusivamente dall’impresa privata. Quest’ultima si interessa soprattutto alla ricerca applicata (e spesso lo fa grazie a sovvenzioni pubbliche), ma il rischio della ricercadi base, che è quella che realmente crea nuovi prodotti e nuovi modi di produzione, viene assunto quasi per intero dallo Stato. Qui non si tratta semplicemente di un fallimento del mercato, e lo Stato non si limita, in questo caso, a creare le condizioni per cui qualcun’ altro, ossia l’impresa privata, possa svolgere al meglio la propria funzione innovativa e dinamica. Qui è lo Stato stesso a divenire imprenditore “schumpeteriano”, ossia ad assumersi il rischio dell’innovazione e a creare nuove vie di sviluppo (Mazzucato, 2011). Il capitalismo, quindi, è intervenuto solo raramente nella produzione di quella risorsa sociale strategica che è la ricerca scientifica di base. Esso si è limitato ad appropriarsi gratuitamente dei risultati della ricerca, a sfruttare in maniera oligopolistica i brevetti della ricerca applicata e contemporaneamente a ridurre il proprio contributo fiscale, e quindi le risorse pubbliche necessarie allo sviluppo della scienza.

La grande crisi e la socializzazione del denaro

Lo Stato ha quindi avuto un ruolo assai importante anche all’epoca del liberismo trionfante e dell’ideologia della “fine dello Stato”. Ma la grande crisi ha reso ancor più importante ed evidente questo ruolo, mostrando come soltanto lo Stato possa aiutare il capitalismo a “socializzare le perdite” facendole pagare ai lavoratori, e possa inoltre gestire il “mediatore fondamentale” della società capitalistica, ossia il denaro.

Quando l’attività economica procede senza ostacoli, il denaro sembra non costituire un problema: sembra essere solo uno strumento tecnico che serve ad “oliare” la circolazione delle merci e del capitale. I produttori ed i consumatori ottengono facilmente credito dalle banche, ed i titoli finanziari emessi dai soggetti privati vengono considerati come denaro a tutti gli effetti. Quando però giunge la crisi, viene svelata la funzione fondamentale del denaro (Théret, 2007), che non è un semplice strumento, ma l’espressione di un rapporto sociale particolare del capitalismo, ossia della reciproca indipendenza dei produttori, per i quali il possesso di denaro, e di denaro considerato socialmente valido, è l’unico modo di stabilire una relazione con gli altri. E la crisi attuale, nel suo aspetto finanziario, può essere descritta anche come crisi del denaro privato e ritorno al denaro pubblico come “perno” del sistema degli scambi. Il sistema finanziario entrato in crisi nel 2007 deve infatti essere considerato come una gigantesca fabbrica di denaro privato. Il monetarismo si è presentato come una teoria che voleva limitare l’emissione del denaro pubblico, considerato il vero responsabile dell’inflazione (e quindi della svalorizzazione del capitale monetario). In realtà, oltre a non ostacolare affatto una politica monetaria espansiva (come nel caso della Fed di Alan Greenspan) il monetarismo ha consentito l’espansione di una massa di denaro privato (titoli di credito, titoli “spazzatura” cartolarizzazione di tutti i debiti, etc.) che ha creato una vera e propria inflazione finanziaria. Il motivo fondamentale di tale esplosione non sta semplicemente nell’eccesso di deregulation o nell’avidità degli speculatori. Sta piuttosto nel fatto che oggi nessun singolo capitale, come abbiamo già detto, ha la possibilità di affrontare da solo i costi crescenti della ricerca, della produzione e della commercializzazione di prodotti sempre nuovi. Ogni singolo capitale deve dunque ricorrere alla ricchezza sociale, che può assumere la forma del credito statale, del credito bancario e dei fondi di investimento. Nella seconda metà del XX secolo il credito statale, diretto o indiretto, è giunto a dimensioni considerevoli, conducendo ad una vera e propria dipendenza del capitale privato dalle risorse pubbliche. Di fronte alla crisi degli anni ’70 il capitalismo ha dovuto scegliere tra l’aumento della dipendenza dallo Stato e la ricerca di una strada completamente nuova: e poiché la prima scelta avrebbe condotto al socialismo, esso ha scelto la strada nuova. Da un lato, quindi, ha esteso il proprio potere sullo Stato per poter assorbire le risorse collettive senza per questo aumentare la propria dipendenza dagli apparati pubblici (e quindi, potenzialmente, dai cittadini); dall’altro, attraverso la finanziarizzazione, ha fatto ricorso alla crescita abnorme del denaro privato. Il capitalismo ha privatizzato sia lo Stato che l’emissione di denaro, e così ha aggiunto alla crescita del debito pubblico, dovuta in gran parte alla diminuzione delle entrate fiscali, la crescita vorticosa del debito privato fino a dimensioni enormemente superiori a quelle del debito pubblico stesso (Gallino, 2009, 2011). La crisi che ne è derivata può essere interpretata quindi anche come una crisi di socializzazione: rifiutando la forma pubblica della socializzazione del denaro il capitalismo ha scelto la sua forma privata, ma quando la socializzazione assume forma privata, ossia quando il denaro viene creato e gestito esclusivamente secondo le regole della massima valorizzazione del capitale, essa non può che condurre alla formazione di enormi bolle speculative. E quando la più grande di queste bolle è esplosa, il capitalismo non ha potuto far altro che tornare direttamente allo Stato come titolare dell’emissione dell’unico denaro ritenuto socialmente valido, e come soggetto autorizzato a drenare la ricchezza dei cittadini (e dunque dei lavoratori) per evitare il crollo disastroso dell’intero sistema.

Ma se la fuga dallo Stato avvenuta alla fine del XX secolo è stata in qualche modo una fuga dal socialismo, il ritorno allo Stato avvenuto all’inizio del XXI secolo non è un ritorno al socialismo, perché nel frattempo lo Stato, come abbiamo visto, è stato integralmente privatizzato, e si presenta oggi non più come il risultato contradittorio di un compromesso fra il capitale e il lavoro, ma come uno strumento all’esclusivo servizio del capitale. E’ anche grazie a ciò che la crisi del capitale, ossia la crisi del debito privato, viene oggi presentata come crisi del debito pubblico, autorizzando così ulteriori spostamenti di risorse a vantaggio del capitale.

Ciò non toglie che, in ogni caso, lo Stato sia ormai divenuto, anche nell’occidente capitalistico, direttamente o indirettamente proprietario di gran parte dell’apparato produttivo, e comunque garante decisivo della sopravvivenza del sistema economico, dando così vita ad una nuova forma di capitalismo di Stato o di capitalismo a direzione politica (Musacchio et al., 2012). Tutto ciò dimostra ancora una volta, ed in forme rese drammatiche dalla crisi, che la sopravvivenza del regime della proprietà privata può essere assicurata solo dalla privatizzazione (garantita dallo Stato) della ricchezza sociale. Ma se le imprese private dimostrano di poter sopravvivere solo grazie all’uso della ricchezza sociale, ciò giustifica nuovamente l’obiettivo di trasformare la proprietà di queste imprese in proprietà direttamente sociale, rilanciando così l’idea del socialismo come soluzione della contraddizione tra forma sociale della produzione e forma privata dell’appropriazione.

In ogni caso, dato il nuovo ruolo dello Stato, se una coalizione politica socialista potesse oggi conquistare il governo, e se potesse usarlo con sufficiente autonomia, potrebbe, almeno negli Stati più forti, avere buone probabilità di modificare alcuni dei meccanismi economici fondamentali del capitalismo. Ma per farlo non potrebbe limitarsi, oggi meno di ieri, ad ereditare la macchina statale del capitalismo e ad usarla nella sua forma attuale. Una coalizione socialista dovrebbe modificare radicalmente il funzionamento dello Stato.

Il socialismo di fronte alla governance

Nella sua forma attuale, infatti, lo Stato è intrinsecamente orientato alla riproduzione dei rapporti sociali capitalistici. Se alcuni apparati del welfare hanno ancora una forma tendenzialmente “sociale” ed universalistica, la maggior parte delle istituzioni statali risente invece direttamente degli effetti della privatizzazione. La maggior parte del personale politico non proviene più da quelle grandi macchine popolari che erano un tempo i partiti, ma proviene dagli apparati di Stato, dagli organismi sovranazionali, dalle università private e dalle imprese, o comunque deve la propria carriera politica ai soldi delle lobby. Il parlamento, come sede di elaborazione della legge sulla base della volontà popolare, è stato ormai soppiantato dagli apparati governativi che, connessi agli organismi sovranazionali, decidono sulla base di esigenze “tecniche” che sono espressione diretta delle esigenze di valorizzazione del capitale. Tutti gli Stati sono posti in concorrenza fra loro per offrire al capitale le migliori condizioni di investimento, e sono quindi indotti a diminuire le tutele del lavoro e dell’ambiente. Infine, cosa ancora più importante, l’intera amministrazione pubblica è stata modificata attraverso la parziale trasformazione del government in governance (Roseneau, 1997).

Ed è proprio la governance a costituire la sfida più importante per un governo socialista. Essa, per esprimersi sinteticamente, sostituisce parzialmente la leggecoercitiva (definita dal Parlamento) col contratto e con la soft law (che suggerisce norme senza ricorrere alla costrizione), e sostituisce parzialmente l’attivitàdirettiva del governo con il negoziato e l’accordo tra i diversi soggetti istituzionali e sociali. Tutte le più importanti decisioni vengono ormai prese attraverso la continua negoziazione tra istituzioni governative, apparati sovranazionali, imprese, lobby e ONG, in un processo in cui il momento della decisione, quello dell’attuazione e quello della verifica sono indistinguibili ed in cui è difficile individuare chi sia il vero responsabile delle scelte (Ferrarese, 2010).

In questo processo, come è ovvio, i soggetti più forti, ossia le grandi imprese capitalistiche, ma anche i grandi apparati statali, vedono di fatto aumentare la propria forza, e se è vero che tutte le decisioni sono frutto di un negoziato, è altrettanto vero che la negoziazione delle decisioni strategiche avviene tra grandi imprese ed apparati di Stato in maniera occulta ed impermeabile alla critica democratica, mentre il decentramento decisionale, tanto apprezzato dagli apologeti della governance, si attua soprattutto nel caso delle decisioni secondarie. Questo processo provoca in tal modo, all’interno dello Stato, una trasformazione analoga a quella delle imprese: anche qui assistiamo ad una concentrazione senza centralizzazione, ossia alla concentrazione del potere decisionale “pubblico” nella forma di un patto occulto tra grandi imprese e governo, ed al decentramento di molte delle decisioni secondarie e delle stesse funzioni statali verso soggetti privati che divengono così soggetti dell’amministrazione e produttori del diritto, dando vita ad una specie di nuovo feudalesimo (Supiot, 2005).

La crisi ha certamente indebolito i processi di governance, perché la diminuzione delle risorse rende più difficile l’accordo ed il consenso, e richiede più di prima l’intervento coercitivo dell’autorità pubblica per risolvere i conflitti. Ciononostante non è più possibile tornare ai meccanismi tradizionali del government, perché l’avvento della governance non dipende solo dalla trasformazione neoliberista dello Stato, ma è anche frutto di limiti oggettivi del government nella gestione di società complesse. Infatti la legge parlamentare e l’attività direttiva del governo si sono dimostrate sempre meno efficaci da quando il parlamento ed il governo hanno dovuto, grazie allo sviluppo del welfare, assumere decisioni relative alle sfere più profonde della riproduzione sociale (famiglia, riproduzione della specie, salute, istruzione, territorio ed ambiente, scienza). In questo caso le decisioni hanno un forte contenuto tecnico e possono essere prese solo ascoltando le diverse soluzioni tecniche proposte dai soggetti direttamente interessati. La preparazione della decisione normativa e la verifica del suo funzionamento richiedono quindi la continua negoziazione con una pluralità di soggetti, senza la quale la norma diviene inefficace. Inoltre il crescente pluralismo di una società complessa e la crescita dell’autonomia cognitiva dei diversi soggetti sociali rendono non solo ingiusto, ma anche inefficace uno stile di governo top-down, ed impongono forme di democrazia diretta o di consultazione vincolante dei cittadini come condizione della “produttività” dell’azione di governo. Il fatto che la governance sia divenuta una forma della privatizzazione dell’amministrazione pubblica non deve quindi farci dimenticare che alcuni dei suoi meccanismi possono essere resi funzionali all’autorganizzazione sociale, e che possono divenire una fonte preziosa di informazioni sulle esigenze della società e sui modi possibili del suo coordinamento, e quindi una risorsa decisiva per una futura attività socialista di pianificazione. Probabilmente, la costruzione di una governance socialista dovrà avvenire separando il momento della preparazione e verifica della norma da quello della decisione formale e della sua attuazione. La preparazione e la verifica della norma devono avvenire nel confronto costante con gli autonomi organismi sociali, mentre la decisione formale spetta al soggetto pubblico, così come al soggetto pubblico spetta l’attuazione pratica della norma, per evitare quella delega di funzioni pubbliche ai soggetti privati che conduce alla “feudalizzazione” progressiva dell’apparato dello Stato.

  1. Stato e capitale nello spazio mondiale.

Per comprendere pienamente la funzione attuale dello Stato (e del denaro pubblico) è necessario riferirsi al rapporto tra economia e Stato ed alle reciproche relazioni tra gli Stati sullo scenario mondiale. E la comprensione dello scenario mondiale non è possibile senza una presa di distanza dalle teorie della globalizzazione, o almeno da una immagine della globalizzazione come costruzione di un “mondo piatto”, privo di confini e di differenze fra Stati, reso omogeneo dal flusso ininterrotto della produzione, delle merci e della comunicazione.

La cosiddetta globalizzazione e i suoi limiti

La parola “globalizzazione” è spesso usata sia per descrivere importanti fenomeni reali sia per fornire un’interpretazione armoniosa di questi fenomeni. I fenomeni reali sono, in ordine di importanza: 1) la crescita degli investimenti diretti all’estero da parte delle grandi imprese occidentali; 2) l’estensione dello spazio della circolazione del capitale, e quindi la creazione di un mercato finanziario mondiale; 3) l’aumento del potere di condizionamento del capitalismo industriale e finanziario sugli Stati più deboli; 4) lo sviluppo di una rete mondiale di circolazione delle informazioni sulla base di un linguaggio omogeneo. L’interpretazione armoniosa sostiene che la dissoluzione dei confini statali, finalmente raggiunta grazie al pieno sviluppo della circolazione del capitale e delle informazioni, dà vita ad uno sviluppo non conflittuale (in cui le guerre sono soltanto “operazioni di polizia” contro coloro che disturbano la marcia dello sviluppo), oppure ad un solo gigantesco conflitto tra impero globale e moltitudine globale (Hardt e Negri, 2002).

L’interpretazione armoniosa della globalizzazione ha progressivamente perso credibilità con l’avvicinarsi e poi con l’esplosione della grande crisi economica, ed è quindi stata oggetto di numerose critiche (Martell, 2010). Tali critiche non nascondono i fenomeni reali indicati dalla parola “globalizzazione” e la discontinuità che la nuova organizzazione della produzione e della finanza rappresenta rispetto alla fase precedente del capitalismo, ma sottolineano che la globalizzazione 1) non è un fenomeno radicalmente nuovo e irreversibile; 2) non è realmente “globale”; 3) non implica la definitiva perdita di importanza del territorio e dello Stato, ma la riorganizzazione dell’uno e dell’altro.

Una globalizzazione degli scambi commerciali e finanziari forse ancor più significativa di quella attuale si è avuta nella fase che ha preceduto l’esplosione della prima guerra mondiale (e dunque ha preparato un’accentuazione dei conflitti e non una loro attenuazione), ed è stata seguita da decenni di politiche di regolazione nazionale ed internazionale degli scambi. La globalizzazione non è quindi un fenomeno irreversibile: essa è possibile e “utile” quando i costi del trasporto di merci e del decentramento produttivo diminuiscono più velocemente dei costi della produzione (Deaglio, 2004), ma quando altre situazioni spaziali, ad esempio la costruzione di grandi aree produttive continentali, offrono condizioni economiche analoghe riducendo contemporaneamente le incertezze della produzione mondializzata, la globalizzazione può invertire al sua marcia. E questo anche senza considerare gli effetti di una crisi generale.

Così come è avvenuto in altri casi analoghi, anche la globalizzazione attuale non è veramente globale, ossia non si estende in maniera completa ed omogenea su tutto il pianeta. Infatti la crescita degli investimenti diretti all’estero, che è il più importante indicatore della fuoriuscita delle grandi imprese dagli spazi nazionali, si è riversata soprattutto nel Nordamerica, in Europa ed in Giappone, mostrando di essere più una forma di competizione (e di alleanza) interna al capitalismo occidentale che un momento dell’espansione mondiale di quel capitalismo. Anche l’espansione apparentemente illimitata del capitale finanziario non è in realtà priva di confini perché non riesce ad integrare completamente a sé i mercati valutari “regionali”, come dimostra il caso dell’America latina e soprattutto quello della Cina e dei paesi ad essa collegati. La globalizzazione (che a questo punto sarebbe più corretto chiamare “occidentalizzazione”) incontra dunque forti ostacoli, ed anche se assistiamo ad una crescita dell’interdipendenza dell’economia mondiale, questa interdipendenza non comporta affatto l’omogeneità delle forme produttive, delle norme giuridiche e del denaro.

Dire che la globalizzazione incontra forti ostacoli significa dire che non si è realizzata quella completa deterritorializzazione dello spazio economico e politico che molti avevano affrettatamente previsto. E che quindi il territorio e lo Stato continuano a contare. Dal punto di vista empirico si può constatare come i diversi Stati reagiscano diversamente alla globalizzazione (Martell, 2010; Roseneau, 1997). Alcuni, i più deboli, scompaiono del tutto; altri, come gli Stati europei cedono volontariamente una parte della propria sovranità a vantaggio di una forma inedita di Stato capitalistico sovranazionale in cui l’unica istituzione politica è la Banca centrale; altri ancora (Svezia, Finlandia, Norvegia, Inghilterra) mantengono con successo una relativa capacità di gestione economica autonoma; inoltre dietro le più importanti success stories dell’economia del XXI secolo, (Brasile, Cina, Russia ed India) c’è il ruolo decisivo dello Stato nazionale, sia come forma di direzione – più o meno accentuata – della produzione interna, sia come forma di controllo politico del flusso di capitali proveniente dall’esterno. Infine, l’influenza dello Stato più importante (gli Usa) non si realizza semplicemente nella funzione di tutore “esterno” dei mercati: essa si realizza anche nella forma più alta del potere politico, ossia come dislocazione della forza armata in un’area mondiale di dimensioni mai raggiunte prima da nessun esercito.

La funzione permanente dello Stato territoriale

I diversi Stati, quindi, reagiscono diversamente alla globalizzazione, dimostrando che quest’ultima non elimina gli Stati ma favorisce una loro selezione ed una nuova gerarchia interstatuale. Questa “resistenza degli Stati” non è un fatto occasionale, un residuo del passato, una momentanea imperfezione della globalizzazione, ed è piuttosto dovuta a profondi motivi strutturali. Prima di tutto, il capitalismo non può mai essere completamente deterritorializzato perché ha bisogno anche di infrastrutture materiali e sociali fisse e quindi localizzate (Harvey, 2010) la cui gestione e protezione dipendono da un’autorità pubblica. Queste infrastrutture sono, per il capitale, la piattaforma di base per l’espansione transnazionale (Stopford, Strange e Henley, 1991), ed è per questo che è difficile immaginare una stateless corporation: può succedere – ma è un fenomeno raro – che una corporation abbandoni del tutto il proprio territorio originario (come sta facendo Fiat con l’Italia), ma ciò avviene solo per cercare un altro territorio in cui insediare la propria base operativa principale (nel caso Fiat, il Nordamerica). Inoltre il capitalismo ha continuamente bisogno di assorbire risorse dai diversi territori: lavoro, energia, materie prime, spazi economici, ed anche ricerca e conoscenza (che, pur essendo “immateriali”, sono prodotte in genere da istituzioni stabili e territorializzate). Non è possibile assorbire queste risorse in maniera relativamente ordinata e sicura se non esiste un potere legittimo capace di regolarne l’uso e di gestire (anche con la forza) le conseguenze sociali della loro appropriazione da parte dei privati: e questo potere può essere solo quello dello Stato. Paradossalmente, la stessa privatizzazione dei servizi e dei beni pubblici e la stessa competizione trai diversi Stati per attrarre capitali, anche se indicano una momentanea debolezza degli Stati di fronte alle imprese, dimostrano che gli Stati hanno comunque una funzione irrinunciabile, oggi come agenti della privatizzazione, domani, magari, come agenti di riappropriazione collettiva. Infine, come abbiamo visto alla fine del paragrafo precedente, sono soltanto gli Stati a garantire l’esistenza del denaro come forma universalmente riconosciuta, e quindi sicura, di mediazione sociale ed economica. Se è vero che il denaro privato svolge una funzione utilissima nei periodi di espansione economica, è altrettanto vero che solo lo Stato può creare denaro che viene accettato anche in periodo di crisi, perché solo lo Stato, come entità legittimata a raccogliere risorse fiscali e ad usare in ultima istanza la forza anche per la regolazione dei più importanti settori economici, può garantire la solidità sociale di una valuta. E’ proprio su questo punto che lo Stato, e per di più lo Stato nazionale, ha recentemente dimostrato la propria ineliminabile funzione: nel momento culminante della crisi il denaro privato non valeva più nulla, le istituzioni sovranazionali (Fmi, Banca mondiale, Unione europea) sono diventate mute, e soltanto gli Stati nazionali, singolarmente (gli Usa, la Gran Bretagna) o alleati ad altri (la Francia e la Germania), hanno potuto, almeno momentaneamente, salvare il capitalismo dalla sua stessa crisi.

Ciò non significa, però, che nel prossimo futuro assisteremo necessariamente al ritorno di Stati nazionali dotati di forma e funzioni analoghe a quelle dei “trent’anni gloriosi” del capitalismo occidentale (1945-1975), giacché i fenomeni reali descritti con l’impreciso termine di “globalizzazione” hanno comunque trasformato in maniera importante i modi e lo spazio in cui si esercita il potere di Stato.

Una crisi di egemonia

Come sostiene Giovanni Arrighi, che su questo punto accoglie e modifica alcune tesi di David Harvey (Arrighi, 2007; Harvey, 2001), le diverse grandi fasi della storia del capitalismo sono scandite dalla costruzione di diversi spazi economico-politici e dalla successione di diverse potenze capaci di esercitare un’egemonia su quegli stessi spazi. Genova, l’Olanda, l’Inghilterra ed oggi gli Stati Uniti sono le potenze che, nel corso del tempo, hanno gestito il capitalismo entro spazi via via più grandi. L’ultima fase di estensione del capitalismo non può essere descritta solo come conseguenza della risposta delle imprese alla crisi dei profitti, ma anche come conseguenza della crisi dello spazio economico mondiale che aveva garantito quei profitti, e quindi come conseguenza della risposta degli Stati Uniti alle difficoltà, e poi al tendenziale declino, della loro egemonia. Dal 1945 agli anni ’70 del secolo scorso gli Stati Uniti sono stati la maggiore fonte di liquidità monetaria mondiale, hanno in gran parte finanziato lo sviluppo del capitalismo occidentale, hanno gestito la difesa militare contro il comunismo e contro i nazionalismi dei Paesi del Sud. Hanno svolto, cioè, il ruolo di una potenza egemone, perché esercitavano un dominio che consentiva anche ai dominati una crescita economica e sociale. Ad un certo punto questo ruolo egemone è entrato in crisi a causa della convergenza di tre fattori: la crescente competizione economica con le imprese tedesche e giapponesi; i costi crescenti del welfare americano; i costi della guerra al comunismo ed al nazionalismo, resi ancor più pesanti dalla sconfitta in Vietnam. La risposta strategica degli Stati Uniti è stata il dichiarare la fine della convertibilità del dollaro in oro (decisa da Richard Nixon nel 1971), cosa che ha consentito uno spregiudicato uso del dollaro come arma di guerra economica all’esterno e come regolatore dei rapporti di classe all’interno. Alternando, grazie alla maggiore autonomia del dollaro, inflazione e deflazione, espansione e recessione, gli Stati Uniti hanno ridotto i costi del welfare all’interno, hanno accentuato la competizione oligopolistica portandola (con gli investimenti diretti all’estero) dentro i Paesi concorrenti, ed hanno ampliato lo spazio del mercato finanziario divenendo infine il maggior centro di concentrazione mondiale delle risorse finanziarie così create. In tal modo, secondo Arrighi ed Harvey, gli Stati Uniti hanno tentato di creare uno spazio mondiale di circolazione del capitale adeguato alla massa del capitale reso eccedente dalla caduta dei profitti e dalla sovrapproduzione che affliggono il capitalismo nordamericano (e occidentale) da circa quarant’anni. La cosiddetta globalizzazione quindi, anche se ha consentito ai suoi artefici di riportare notevoli successi, è soprattutto una risposta alla crisi di una determinata configurazione mondiale del capitalismo, e non il segno di un suo maggiore sviluppo. Uno dei più importanti successi della globalizzazione è stato, infatti, la sconfitta dell’Unione Sovietica e del suo sistema di Stati satelliti, e la causa principale di questo successo è stata proprio la possibilità di finanziare un forte incremento delle spese militari statunitensi attraverso l’afflusso della ricchezza di tutto il globo nel “centro” del sistema. Ma in tal modo la finanziarizzazione, che all’origine aveva mascherato la debolezza economica degli Stati Uniti, si è rivelata un boomerang, perché attraendo il capitale finanziario di tutto il globo gli Stati Uniti sono divenuti il principale debitore mondiale. Il progetto del “nuovo secolo americano”, ossia della creazione del primo vero impero mondiale e di uno spazio globale reso completamente omogeneo alle esigenze del capitalismo occidentale si interrompe, oltre che per la sostanziale sconfitta in Iraq, per la crescente dipendenza degli Stati uniti da aree economiche che si sviluppano in maniera relativamente autonoma e tendenzialmente conflittuale rispetto all’Occidente. Come la finanziarizzazione dell’Inghilterra alla fine del XIX secolo ha segnato il declino della sua egemonia, così la finanziarizzazione attuale accentua il declino economico (non ancora accompagnato dal declino politico-militare) degli Stati Uniti. E come l’Inghilterra, prima di perdere la propria posizione dominante, è divenuta debitrice degli Stati Uniti, così gli Stati Uniti sono divenuti debitori delle economie dell’area orientale, ed in particolare della Cina. Così l’equilibrio del terrore nucleare della Guerra Fredda è stato sostituito dall’equilibrio del terrore finanziario tra Stati Uniti e Cina. Ma l’equilibrio non può durare a lungo, anche perché gli Stati Uniti tenteranno inevitabilmente di mantenere una posizione dominante sia attraverso il controllo militare delle più importanti risorse energetiche sia attraverso la svalutazione del dollaro, come mezzo per favorire le proprie esportazioni e, soprattutto, per ridurre il proprio debito: in entrambi i casi l’esercizio dell’egemonia viene sostituito dall’esercizio della forza, e ciò non può che aggravare la turbolenza mondiale.

Il nuovo Stato continentale ed i compiti del movimento socialista

L’esito più probabile della crisi è dunque l’apertura di una nuova fase di conflitti geopolitici. Credere che questi conflitti potranno essere evitati grazie alla crescente interdipendenza delle economie del globo è illusorio. Alla vigilia della prima guerra mondiale le economie nazionali europee erano notevolmente interdipendenti. Alla vigilia del secondo conflitto mondiale l’Inghilterra era il maggiore partner commerciale della Germania (Grewal, 2010). L’interdipendenza economica aiuta a mantenere la pace quando questa sia già stata stabilita dall’accordo politico delle potenze, ma quando questo accordo non esiste l’interdipendenza accentua la tendenza al conflitto ed alla guerra perché ogni potenza tenta di ridurre il rischio e l’incertezza che derivano proprio dal fatto di dipendere da altri (Jha, 2006).

Nella situazione di turbolenza multipolare che ha interrotto il progetto di impero mondiale degli Stati Uniti, ed ha segnato la fine dell’idea di una irreversibile globalizzazione, i diversi Stati tornano ad essere attori decisivi: qualunque sia l’esito della turbolenza, i protagonisti della guerra e della pace saranno pur sempre gli Stati, ed i gruppi capitalisti transnazionali, anche se in alcuni casi hanno raggiunto una relativa indipendenza dai legami territoriali, dovranno comunque allearsi con gli Stati come gestori delle grandi aree economiche regionali. Ma, data la massa dei capitali liberati dal processo di finanziarizzazione, nessuno Stato può riuscire ad emettere denaro relativamente autonomo (ed eventualmente usarlo in funzione della socializzazione) se non ha le dimensioni territoriali che gli consentono una forte concentrazione della produzione (sia inglobando i diversi segmenti delle imprese “decentrate”, sia costruendo nuove integrazioni verticali del ciclo produttivo), un agevole approvvigionamento delle risorse, l’uso di un mercato del lavoro di ampie dimensioni e fortemente differenziato e soprattutto unsignificativo controllo dei movimenti del capitale finanziario mondiale. Il futuro appartiene quindi a Stati nazionali di dimensioni continentali (come gli Stati Uniti, la Russia, la Cina…) oppure a federazioni di Stati e a Stati sovranazionali che sappiano comunque raggiungere la dimensione ottimale. Oltre ad avere dimensione continentale, gli Stati protagonisti dei prossimi conflitti avranno però anche un preciso ruolo di direzione politicadell’economia, anche se questo ruolo assumerà forme diverse. Nel capitalismo occidentale prevarrà una forma di Stato capitalistico, ovvero uno Stato completamente integrato ai grandi oligopoli, diretto da agenti politici che provengono direttamente dal big business o dai think tank transnazionali, che eserciterà il proprio potere attraverso la politica monetaria e attraverso investimenti pubblici in infrastrutture e ricerca i cui risultati verranno però immediatamente privatizzati. Nelle aree economiche emergenti, invece, sia per difendere la crescita interna dal condizionamento del capitalismo occidentale sia per costruire in tempi ridotti una forza lavoro capace di dedicarsi a produzioni a contenuto tecnologico crescente, prevarrà una forma di capitalismo di Statoin cui gli agenti politici avranno maggiore autonomia dagli agenti economici, le aziende strategiche saranno nazionalizzate, la direzione dell’economia verrà assicurata da politiche fiscali e non solo monetarie, e l’afflusso di capitale estero sarà regolamentato.

Il nuovo movimento socialista mondiale si svilupperà all’interno dello scontro globale tra Stato capitalistico e capitalismo monopolistico di Stato, e molto probabilmente dovrà allearsi tatticamente col secondo, ma distinguersi strategicamente da esso, poiché il socialismo non è solo controllo della politica sull’economia, ma anche controllo dei cittadini e dei lavoratori sulla politica.

Prima di chiudere questo argomento è però necessario precisare che l’Europa, nonostante sia stata la culla del movimento socialista, non sembra affatto avviarsi verso una forma di Stato continentale capace di contrastare efficacemente il capitale. L’Unione Europea, infatti, non è un vero e proprio Stato perché ha rinunciato ad ogni forma di sovranità politica delegando le scelte fondamentali ad organismi apparentemente tecnici, come la Bce, che di fatto agiscono come esecutori delle esigenze del capitale senza che sia possibile contrastarli democraticamente. Essa inoltre, rendendo più forti le differenze fra gli Stati del sud e gli Stati del nord del continente, incrementa le divisioni fra lavoratori e rende assai difficile la costruzione di un movimento unitario dei lavoratori europei contro le politiche neoliberiste. Così l’Unione si presenta come la forma di “Stato” più consona alla creazione di quella zona transatlantica di libero scambio che dovrebbe consentire, entro qualche anno, al capitalismo anglosassone di esportare definitivamente anche nel vecchio continente il proprio modello di rapporti sociali. La creazione di uno Stato continentale europeo utile ad un rinnovato movimento socialista dovrà quindi prendere le mosse, molto probabilmente, da una distruzione dell’attuale Unione Europea a favore di una Confederazione di Stati che, recuperata momentaneamente la propria sovranità, la usino per costruire un coordinamento tra le economie e le società continentali con le forme ed i tempi dettati dalla politica e non dalle esigenze apparentemente impersonali e “naturali” dell’accumulazione capitalistica.

  1. La difficile socializzazione del lavoro

Come gli attuali oligopoli sono il risultato di una trasformazione della grande impresa capitalistica, e non della sua scomparsa, così il lavoro attuale è effetto della trasformazione del lavoro industriale e non del suo tramonto: si tratta cioè, ancora oggi, di un tipo di lavoro che si svolge, pur sempre in funzione della grande industria, e che è sempre caratterizzato, nella grande maggioranza dei casi, dalla dequalificazione e dalla scarsa autonomia decisionale. Ciononostante, le trasformazioni del lavoro sono più significative di quelle della grande industria perché mentre quest’ultima, anche quando il suo ciclo produttivo è frammentato, è pur sempre sottoposta al comando unitario esercitato dalla proprietà o comunque dal board finanziario, la frammentazione del lavoro non viene invece bilanciata da nessuna riunificazione di carattere giuridico o “politico”, ed anzi le forme giuridiche che oggi regolano il mercato del lavoro tendono ad accentuare piuttosto che ad attenuare le divisioni trai lavoratori.

Il patchwork dell’organizzazione del lavoro

Lo studio dell’organizzazione del lavoro delle grandi imprese (Gallino, 2007; Garibaldo, 2009) mostra prima di tutto come queste non abbiano mai completamente abbandonato i metodi fordisti e tayloristi di divisione del lavoro. Anche senza considerare il grande sviluppo di aziende di tipo fordista “classico” nei Paesi emergenti (sviluppo che rende del tutto infondate le tesi sulla scomparsa del lavoro a prevalente contenuto “materiale”), numerose produzioni di tipo tradizionale persistono anche nell’occidente più sviluppato. Ma anche se si concentra l’attenzione sulla moderna fabbrica decentrata, informatizzata e reticolare non si assiste alla scomparsa delle gerarchie, ma da un lato alla ripetizione di gerarchie di tipo fordista-taylorista (basate sulla standardizzazione, semplificazione e dequalificazione delle mansioni di tipo informatico), dall’altro alla nascita di gerarchie di tipo nuovo che non si traducono più nell’opposizione lineare tra la “direzione d’impresa” ed il “lavoratore collettivo” ma nella crescente differenziazione tra i lavoratori appartenenti alle diverse unità produttive, ossia nella crescita della precarizzazione e della dequalificazione del lavoro man mano che ci si allontana dal core della grande impresa e si giunge alle imprese subordinate. Mentre nel centro della grande impresa valgono ancora, in genere, gli accordi sindacali e le tutele legali del lavoro, le imprese subordinate si basano invece sul lavoro informale e non tutelato, e ricorrono alla forza lavoro saltuaria, giovanile, femminile o immigrata.

Una divisione analoga si può ritrovare nello stesso core dell’impresa. Anch’essa si divide in un nucleo centrale in cui è presente il lavoro altamente qualificato e la cooperazione di team (in cui persone aventi compiti diversi collaborano secondo una logica di flessibilità funzionale), e diversi nuclei periferici in cui è presente soprattutto il lavoro a qualificazione medio-bassa ed in cui vige la cooperazione di gruppo (in cui persone aventi lo stesso compito si alternano secondo una logica di flessibilità numerica). Ricerche empiriche svolte a livello europeo (Garibaldo e Telljohan, 2007) mostrano inoltre che nelle aziende contemporanee il lavoro comporta una fatica fisica crescente e che il superamento della rigidità del fordismo non si traduce in un vero miglioramento della qualità del lavoro. Se, per comprendere il livello di creatività delle diverse attività di lavoro, distinguiamo le attività no problem (che comportano la semplice esecuzione delle direttive), le attività problem solving (che comportano la capacità di risolvere problemi posti da una determinata procedura lavorativa) e le attività problem setting (che comportano la capacità di porre problemi nuovi ed eventualmente di modificare le procedure esistenti), si può dire che la grande maggioranza dei lavoratori che sono oggetto delle ricerche qui considerate ritiene che la propria attività abbia soprattutto caratteristiche no problem o problem solving e, quindi in buona parte simili all’attività fordista (che non era affatto puramente ripetitiva, ma era un mix di pura esecuzione e di soluzione di problemi parziali e limitati). Peraltro, anche se si considera l’attività dei team più qualificati, si vede come l’autonomia decisionale consentita a questi gruppi consista essenzialmente nello scegliere autonomamente i mezzi per raggiungere gli obiettivi definiti dalla direzione d’impresa. La relativa autonomia così ottenuta è in realtà un modo per costringere i lavoratori ad essere efficienti anche in situazione di scarsità di risorse. Infatti, quando – come avviene col taylorismo-fordismo – la direzione determina dettagliatamente tutte le operazioni che il lavoratore deve compiere, essa si impegna implicitamente a far trovare sempre al lavoratore le risorse con cui lavorare (se mi obblighi a montare dieci ruote in un minuto devi fornirmi almeno dieci ruote ogni minuto). Invece quando il lavoratore è libero di scegliere il modo col quale raggiungere il risultato, può anche essere costretto a trovare da solo le risorse necessarie (ad esempio sollecitando il “fornitore” – che può essere un reparto della propria azienda, oppure un’altra azienda indipendente – a consegnare un determinato numero di ruote). In questo modo, esattamente come avviene nel rapporto tra la grande impresa e le piccole imprese indipendenti ad essa coordinate, il comando dell’impresa sul lavoro si realizza proprio attraverso la concessione di una parziale autonomia a cui corrisponde una diminuzione della responsabilità diretta dell’impresa rispetto all’esito dell’attività produttiva. Cresce in tal modo una delle più importanti caratteristiche del lavoro attuale, ossia la sua tendenziale individualizzazione: il lavoratore ed il gruppo di lavoro considerano tutto il lavoro come qualcosa che ricade sotto la loro responsabilità diretta, e considerano un’eventuale performance negativa in primo luogo come effetto della propria incapacità, e solo secondariamente come colpa della direzione d’impresa (Sennet, 1999). Da ciò nasce anche la pressione del gruppo nei confronti del singolo lavoratore “meno produttivo” e la pressione di ogni gruppo nei confronti degli altri gruppi con cui interagisce, affinché questi forniscano la qualità e quantità desiderata di prodotti intermedi: in tal modo la concorrenza tra singoli lavoratori e tra gruppi di lavoro sostituisce il controllo diretto da parte della direzione d’impresa, creando un meccanismo disciplinare che non costa nulla al capitale ed è più efficace del vecchio autoritarismo (Fiocco, 1997, 1999).

Accanto alla catena dell’impresa oligopolistica, ed al suo esterno, si sviluppano poi numerose piccole imprese che offrono servizi di alta qualità: si tratta spesso di aziende individuali a cui la grande impresa delega, come abbiamo visto, i servizi a più alto contenuto scientifico-tecnologico. Qui il rapporto cliente-fornitore sostituisce completamente quello padrone-dipendente e l’autonomia del lavoratore è apparentemente massima. Ma l’autonomia dal padrone si trasforma in dipendenza dal cliente (è il cliente a definire scopo e tempi della produzione ed è quasi sempre il cliente a decidere se continuare o rompere il rapporto col fornitore), e l’autonomia del lavoratore individuale dal resto dei lavoratori dipendenti si trasforma spesso nell’impossibilità di partecipare direttamente all’inserimento dei risultati del proprio lavoro all’interno del processo produttivo della grande impresa. E’ questo un caso evidente di sottomissione formale del lavoro, in cui il capitale non trasforma direttamente il modo di lavorare, ma subordina egualmente a sé il lavoratore.

Inoltre la grande impresa può oggi contare sul lavoro di numerosi utenti di network informatici (Internet o intranets) che, gratuitamente e per il semplice gusto di esprimere la propria creatività, sviluppano software messi a disposizione da un’azienda informatica, funzionano come focus group per determinati prodotti, selezionano i lavoratori di migliore capacità oppure i contenuti culturali più facilmente commerciabili dalle industrie della comunicazione, producono o selezionano notizie che vengono poi gestite da hub informativi, offrono una miriade di dati per le indagini di mercato. E’ il fenomeno del cosiddetto crowdsourcing (Formenti, 2011) che, sistematicamente sfruttato dalle grandi aziende, offre loro una massa di lavoratori occasionali, ma entusiasti e creativi, consentendo così di licenziare i tradizionali lavoratori qualificati (programmatori, analisti di mercato, giornalisti) .

Se questo è il modo in cui la grande impresa coordina o comunque utilizza i propri lavoratori e quelli “esterni”, al di fuori della grande impresa e delle imprese ad essa connesse si assiste ad altri tre importanti fenomeni.

Il primo è la trasformazione del lavoro pubblico che, causata dalla crescente difficoltà dell’azione pubblica e dallo sviluppo della governance, consiste nella parziale sostituzione dell’amministrazione “weberiana”, basata sul rispetto di procedure rigide e predeterminate, con l’amministrazione “performativa” finalizzata a realizzare obiettivi particolari e mutevoli. In tal modo anche il lavoro pubblico tende a somigliare al lavoro d’impresa ed anche nel lavoro pubblico si assiste, a causa della costante diminuzione delle risorse disponibili, ad una crescente individualizzazione del lavoro, ad una crescente assunzione di responsabilità da parte del singolo lavoratore o del team, favorita dagli incentivi etici e solidaristici che spesso accompagnano questo tipo di attività.

Il secondo è lo sviluppo di una miriade di lavori servili, in cui si concentrano lavoratori dequalificati di diverso tipo (dagli addetti all’assistenza personale agli addetti alle lavorazioni agricole più faticose, dai sex-workers ai fornitori di servizi di pulizia), tutti basati sulla precarietà, sul ricatto, sulla dipendenza personale e sovente su forme di vero e proprio schiavismo.

Il terzo è la diffusione di forme di lavoro gratuito che possono essere distinte in tre grandi categorie: la prima (difficilmente misurabile) riguarda il surplus di intelligenza e di creatività che tutti i lavoratori (anche quelli meno qualificati) sono indotti a fornire in una situazione di scarsità di risorse e di continua variazione degli obiettivi, senza che questo surplus sia formalizzato, riconosciuto e remunerato dal datore di lavoro; la seconda riguarda il lavoro domestico di cura dei rapporti sociali e di assistenza personale, un lavoro “riproduttivo” (svolto in particolare dalle donne, ma oggi anche da maschi pensionati e disoccupati) che ha sempre accompagnato il lavoro “produttivo”, ma che ora diviene sempre più importante a causa della riduzione del welfare State; la terza è quella del lavoro svolto nel volontariato, nelle associazioni civili, nelle ONG ed altro, il cui aumento è legato al generale aumento del tempo libero, dovuto sia al crescere della disoccupazione sia all’allungamento del tempo di vita attiva dopo la vita lavorativa. Tutto questo lavoro gratuito (diverso da quello del crowdsourcing) si presenta come lavoro immediatamente sociale sia perché ha come scopo proprio la costruzione di rapporti sociali solidali, sia perché non richiede una remunerazione monetaria ma solo un riconoscimento simbolico.

La dissoluzione sociologica del lavoratore collettivo

Se questa sommaria descrizione del lavoro nel capitalismo occidentale è realistica, ne deriva che le forme attuali della cooperazione del lavoro sono in parte diverse da quelle ipotizzate da Marx. Per Marx lo sviluppo della grande industria conduce alla creazione di un “lavoratore collettivo” che è soggetto unitario della produzione e, potenzialmente, della rivoluzione. La cooperazione del lavoratore collettivo è mediata dal capitale, sia quando esso riunisce sotto il proprio comando lavori che si svolgono in maniera tradizionale (sottomissione formale del lavoro al capitale) sia quando esso trasforma il modo di lavorare assorbendo nelle macchine le capacità lavorative prima possedute dal lavoratore (sottomissione reale del lavoro al capitale): ciononostante, il fatto di lavorare continuamente “fianco a fianco” fa sì che si possa sviluppare una autonoma cooperazione trai lavoratori, intrecciata ad una solidarietà di classe (Marx, 1932). Ma quando, come oggi avviene, il ciclo produttivo è frammentato, la cooperazione trai lavoratori dipende più di prima dal capitale perché in molti casi solo il capitale – ovvero il board finanziario dell’impresa moderna – può riunire processi di lavoro che si svolgono separatamente gli uni dagli altri. La cooperazione è quindi indiretta e, più di prima, ha un carattere strumentale: la solidarietà che si stabilisce fra i team “autonomi” ha solo la funzione di raggiungere più facilmente gli obiettivi di produzione, ogni team compete coi team degli altri reparti e tutti competono con le imprese concorrenti. La consistenza sociologica del lavoratore collettivo tende così a dissolversi, o quanto meno ad indebolirsi.

In questo quadro, la controtendenza costituita dalla crescita del lavoro gratuito e solidale non è sufficiente a compensare la frammentazione e la concorrenza interna al mondo del lavoro salariato e subalterno. Infatti il lavoro volontario cresce perché diminuisce il tempo di lavoro socialmente necessario, e questa è una dinamica strutturale che potrebbe contribuire indirettamente alla abolizione del lavoro salariato. Ma tale possibilità è attualmente vanificata dal fatto che la riduzione del tempo di lavoro non si distribuisce nella stessa misura fra tutti i lavoratori, e mentre per alcuni di essi il tempo libero aumenta, per altri aumenta invece il tempo di lavoro o il tempo impiegato nella ricerca di un lavoro. In tal modo il lavoro gratuito si presenta come una forma sociale che anticipa il futuro senza però riuscire a costruirlo: il superamento del lavoro salariato non può essere il risultato dello sviluppo gradale del lavoro volontario.

Insomma, anche se oggi l’incentivazione della creatività e della cooperazione autonoma del lavoro potrebbe essere il modo migliore per gestire una produzione ad alto contenuto di conoscenza e soggetta a continue variazioni, il capitalismo riproduce invece la frammentazione e la subordinazione del lavoro per mantenere il proprio dominio sul processo produttivo. La stessa rivoluzione informatica, che potrebbe virtualmente rafforzare l’autonomia dei lavoratori se i software fossero disegnati nel corso di un processo democratico di ridefinizione delle procedure di lavoro, vede prevalere in realtà una costruzione top-down dei software che spesso aumenta la subordinazione piuttosto che l’autonomia (Gallino, 2007). La democrazia industriale potrebbe essere il modo ottimale di gestire le risorse potenziali della produzione moderna, ma il capitalismo non è un modo di gestione ottimale delle risorse. La conseguenza di tutto ciò è che, pur astraendo dall’indebolimento dell’ideologia socialista, i lavoratori stentano a pensarsi come classe e non riescono a prendere atto della loro potenza collettiva come lavoratori sociali, proprio perché il lavoro sociale si presenta oggi come lavoro frammentato. Inoltre, anche se oggi i lavoratori divenissero la classe politicamente dominante, essi non potrebbero organizzare immediatamente la produzione come produzione sociale, ma dovrebbero utilizzare il loro predominio politico per riunificare il ciclo produttivo e per acquisire quelle competenze di gestione cooperativa che il capitale continua a sottrarre al lavoro o che distribuisce solo in modi parziali e distorti.

Contro il determinismo tecnologico

Sarebbe però completamente sbagliato dedurre da una descrizione sociologica del lavoro attuale una conclusione definitiva sui comportamenti sindacali e politici dei lavoratori, e sostenere che, data la frammentazione del ciclo produttivo, la mobilitazione dei lavoratori è impossibile o inefficace. Come ha osservato il “padre” dell’operaismo italiano, Raniero Panzieri, è impossibile dedurre il comportamento degli operai dalle caratteristiche tecnologiche del capitale (Panzieri, 1972). E come nota Beverly Silver, anche la nascita del taylorismo-fordismo fu considerata in un primo momento come la fine della lotta di classe, perché distruggeva la figura sociale che era stata protagonista del precedente ciclo dell’iniziativa politica del lavoro, ossia l’operaio specializzato, orgoglioso del proprio lavoro e consapevole del proprio ruolo sociale (Silver, 2003). La piena occupazione, lo sviluppo del welfare e la presenza di forti sindacati e partiti operai fecero invece emergere il “lato positivo” del taylorismo-fordismo, ossia l’esistenza di forti concentrazioni di operai aventi mansioni eguali o intercambiabili, che fu la base di un lungo ciclo di dure lotte egualitarie di classe. La condensazione di fattori sociali e politici eterogenei ha trasformato quello che, dal punto di vista tecnologico, sembrava un puro strumento di subordinazione del lavoro in uno strumento di mobilitazione di classe.

Ciò significa che in tutte le fasi storiche di esistenza del capitalismo la cooperazione “socialista” dei lavoratori non esiste mai come risultato immediato e diretto del capitalismo stesso, ma deve essere costruita da un lavoro sociale e politico che può essere reso più facile o più difficile dalle condizioni oggettive in cui si svolge, ma che è sempre il frutto di una attività distinta ed autonoma rispetto a quella che viene svolta sotto il comando del capitale. Sono utili, a questo proposito, le osservazioni di Charles Tilly, secondo cui la mobilitazione dei lavoratori dipende dall’incrocio di due diversi modi di associazione: l’associazione primaria, che si basa sull’organizzazione capitalistica del lavoro, e che Tilly definisce come associazione di categoria o “catness”, e l’associazione secondaria, che è il frutto della libera attività dei lavoratori e costruisce networks di organismi autonomi, sindacati, consigli di fabbrica, cooperative, partiti, e che Tilly chiama “netness” (Tilly, 1978). Utilizzando questa distinzione possiamo dire che in alcuni casi, ad esempio nel fordismo, la netness si limita a rafforzare i legami della catness, consentendo il passaggio dalla produzione di massa al sindacato ed al partito di massa. In altri casi, come nell’epoca attuale, la netness deve invece costruire in maniera quasi del tutto autonoma quei legami che l’organizzazione della produzione tende invece a dissolvere: e può addirittura succedere che solo attraverso la propria autonoma associazione i lavoratori si accorgano di far parte di un unico ciclo produttivo.

La ricostruzione idealistica del lavoratore collettivo: il modello della moltitudine

La sinistra radicale occidentale ha elaborato due modelli teorici per tentare di ricostruire la cooperazione dei lavoratori. Il primo, più compiuto e coerente, è quello della moltitudine; il secondo, ancora incerto ed embrionale, può essere momentaneamente definito come modello dell’alleanza popolare.

Secondo il modello della moltitudine (Negri e Hardt, 2002, 2004) il capitalismo attuale si basa più che sullo sfruttamento dell’energia fisica del lavoro sullo sfruttamento delle sue facoltà intellettuali, emotive e sociali, ossia delle cosiddette caratteristiche “immateriali” del lavoro. Poiché la produzione è basata sempre di più sulla conoscenza (ossia sulla produzione e manipolazione di simboli), e poiché la continua variazione degli obiettivi e dei metodi di lavoro richiede capacità di adattamento e attitudine alla costruzione di rapporti sociali, il capitale ha bisogno di sfruttare soprattutto il lavoro immateriale, ed anche il tradizionale lavoro materiale diviene un “momento” dell’attività intellettuale ed emotiva. Ma poiché il lavoro immateriale è essenzialmente lavoro comunicativo, e poiché la facoltà di comunicare appartiene immediatamente a tutto il genere umano, la cooperazione comunicativa del lavoro si stabilisce senza la mediazione del capitale, come effetto dell’autonoma attività dei lavoratori. Detto in altro modo, secondo i teorici della moltitudine il cervello del lavoratore è oggi il più importante mezzo di produzione, e poiché questo mezzo di produzione non è separabile dal lavoratore, la tradizionale separazione tra lavoratore e mezzo di produzione (su cui si è sempre fondato il dominio del capitale) non esistepiù, ed il processo produttivo è sostanzialmente dominato dai lavoratori: il comando del capitale si esercita ormai come un comando esterno, non più giustificato da nessuna esigenza produttiva. Questa concezione del lavoro comporta infine un deciso ampliamento della nozione stessa di lavoro e di lavoratore: se il capitale sfrutta tutte le capacità vitali del lavoro, ciò vuol dire che ogni momento della vita è sottomesso al capitale (dominio biopolitico del capitale), ma anche che l’intera sostanza biologica della vita può insorgere contro il capitale e fondare un nuovo rapporto sociale libero dal dominio capitalistico: la moltitudine è il “nome politico” di questa insorgenza della vita stessa.

Questo modello, che ha il merito di porre nuovamente la questione delle forme ambivalenti della socializzazione, e quindi di fondare la prospettiva comunista su una base non semplicemente etica, è però privo di realismo (Calzolari e Porcaro, 2005). Sostenendo che la cooperazione del lavoro è immediata ed autonoma rispetto al capitale, esso elude il problema della frammentazione reale del lavoro e non consente di affrontarlo efficacemente. Nonostante si presenti come discorso radicalmente nuovo, come ribaltamento delle vecchie concezioni politiche del movimento operaio, l’idea della moltitudine è una versione neoanarchica della tradizionale teoria delle forze produttive di cui abbiamo parlato all’inizio del presente scritto: nella teoria della moltitudine come nell’economicismo produttivistico della II e della III Internazionale, lo sviluppo tecnologico generato dal capitalismo diviene la base fondamentale della società comunista, ed il comunismo sembra poter ereditare i risultati di quello sviluppo senza doverne trasformare l’intima natura.

A ben vedere tutti i passaggi logici di questo modello (che spesso ricalca le tesi apologetiche di chi sostiene che le attuali trasformazioni del lavoro sono positive e liberatorie) sono infondati.

Prima di tutto non è affatto vero che tutto il lavoro attuale sia soprattutto lavoro immateriale, né che il tradizionale lavoro fordista sia semplicemente lavoro materiale. La grande diffusione del lavoro fordista nei paesi emergenti e l’incremento della fatica fisica degli stessi lavoratori occidentali rendono difficile sostenere che il lavoro immateriale sia divenuto il modello generale del lavoro. Inoltre la comunicazione autonoma fra lavoratori era una caratteristica presente anche nel lavoro fordista, sia perché nessun processo di lavoro meccanizzato funziona veramente come una “macchina perfetta” priva di imprevisti, sia perché non tutti i processi di lavoro erano, anche in passato, rigidamente meccanizzati.

Ma anche ammettendo che tutto il lavoro sia oggi divenuto immateriale e comunicativo, non si può sostenere che ciò implichi una cooperazione immediata, orizzontale e democratica fra i lavoratori. “Comunicazione”, infatti, non è sinonimo di “comunismo”, ed il fatto che il linguaggio sia una proprietà comune degli esseri umani non significa che un lavoro basato sul linguaggio sia necessariamente un lavoro organizzato in maniera cooperativa. Una lettera di licenziamento è un atto comunicativo, ma è il contrario della cooperazione egualitaria. Un linguaggio comune può servire anche a trasmettere un comando e ad accettare una subordinazione. Inoltre l’attività comunicativa e l’attività di costruzione di rapporti sociali danno vita a situazioni concrete che definiscono nuovi livelli di realtà, ovvero nuove condizioni materiali, che non sono necessariamente più elastiche di quelle determinate dalla disciplina fordista: ribellarsi ai ritmi di lavoro eccessivi imposti da una macchina può essere più facile che liberarsi dal senso di responsabilità individuale che il nuovo capitalismo ha inoculato nei lavoratori. Ed infine non è vero che tutta l’esperienza di vita sia divenuta lavoro: “lavoro” è solo l’attività formalizzata e codificata e, per esempio, il fatto di fornire inconsapevolmente, navigando in Internet, informazioni sui propri gusti letterari ad un’azienda editoriale, non è assimilabile al lavoro vero e proprio (Formenti, 2011). Peraltro, la “vita”, il “bios” di cui parlano i teorici della moltitudine, non è affatto, di per sé, il fondamento di una attività di trasformazione sociale. Se è vero che le caratteristiche biologiche dell’individuo umano ne fanno necessariamente ed immediatamente un “essere sociale”, un individuo che può vivere solo in società (Cimatti, 2011), questa dipendenza dalla società può svolgere una funzione conservatrice o addirittura reazionaria, perché l’individuo può essere indotto a preferire la società attuale ad una società futura, idealmente migliore ma incerta, se la società attuale gli assicura comunque le condizioni elementari della sopravvivenza.

Ma anche ammesso che il lavoro sia immateriale e che la comunicazione sia l’anticamera del comunismo, non è affatto vero che con ciò sia superata la separazione del lavoratore dai mezzi di produzione. Il “cervello”, infatti, non è un mezzo di produzione, ma è lavoro: è capacità di lavoro intellettuale, che può trasformarsi in lavoro intellettuale effettivo solo se si combina con i mezzi di produzione e con l’organizzazione produttiva che sono e restano di proprietà del capitale. Così il lavoro intellettuale di alta qualificazione diviene veramente attivo solo quando vende i propri risultati al capitale che li usa nel processo produttivo complessivo (sottomissione formale); mentre quello di bassa qualificazione viene direttamente subordinato ai software che lo costringono ad operazioni mentali semplificate (sottomissione reale). Ed è per questo che la cooperazione del lavoro è anche oggi mediata e comandata dal capitale, e che il compito dei lavoratori non dovrebbe essere semplicemente quello di espandere la loro attuale capacità cooperativa, bensì quello di riappropriarsi delle capacità assorbite dal capitale e di ricostruirle ex novo.

La teoria della moltitudine, anche se ha prodotto alcune importanti riflessioni ed anche se si presenta oggi, a volte, in forme più raffinate, è quindi un ostacolo alla costruzione della cooperazione del lavoro perché sostiene che questa cooperazione è già esistente, si svolge già nelle normali attività di lavoro, e quindi non ha bisogno non solo di costruire un nuovoStato, ma nemmeno di dar vita a strutture associative autonome distinte da quelle della produzione, ossia dalle condizioni ordinarie della vita. Il limite fondamentale di questo modello è quello di astrarre alcune caratteristiche del lavoro e di pretendere che tutto il lavoro sia conforme a quelle caratteristiche. Ma in tal modo le esigenze ed i modelli d’azione di una particolare frazione del lavoro, quella dei knowledge workers ad alta qualificazione, vengono arbitrariamente estesi a tutto il lavoro, impedendo di comprendere le differenze interne al mondo del lavoro (ed in particolare le forti differenze che dividono lo stesso mondo dei knowledge workers). Inoltre, dal punto di vista del programma politico, la teoria della moltitudine è sostanzialmente indifferente al problema di un nuovo modo di produzione, di una nuova forma della proprietà, del coordinamento dell’attività produttiva e dello Stato, perché ritiene che tutto ciò sia già risolto, potenzialmente, dalla cooperazione attuale, cosicché la moltitudine può limitarsi a rivendicare il reddito di cittadinanza, per poter sviluppare liberamente la propria attività (che si presume essere immediatamente sociale) senza dipendere dal capitale o dall’organizzazione statale.

Per rendere meno drastico questo giudizio critico sulla teoria della moltitudine si potrebbe però sostenere che il concetto di lavoro immateriale, pur non descrivendo affatto tutto il lavoro, indica comunque il suo punto più avanzato, il punto “più alto” dello sfruttamento capitalistico e quindi il punto in cui può formarsi la più importante “avanguardia rivoluzionaria”. Ma a questa idea devono essere mosse due obiezioni. Prima di tutto non esiste nessuna legge storica o sociologica che imponga che la frazione politicamente più combattiva del lavoro sia necessariamente quella che è situata nel punto più avanzato dello sviluppo tecnologico. Un’idea del genere è viziata dal determinismo tecnologico, che fa derivare i comportamenti politici del lavoro dalle sue caratteristiche tecniche, e da una filosofia della storia secondo la quale ogni epoca della storia del mondo produce sempre il soggetto che è in grado di comprenderla e di interpretarla nel modo migliore. In secondo luogo appena si parla di un’avanguardia del lavoro si esce dalla teoria della moltitudine, perché questa teoria presuppone un soggetto sociale unitario e privo di significative differenze interne, mentre l’idea di un’avanguardia pone il problema, incompatibile col concetto di moltitudine, dell’alleanza tra le diverse frazioni popolari e della politica che può guidare questa alleanza.

La ricostruzione politica del lavoratore collettivo: il modello dell’alleanza popolare

Il modello dell’alleanza popolare, che per adesso non ha avuto una precisa definizione teorica ma è stato indirettamente descritto in numerose e differenti opere (Brecher e Costello, 1994; Harvey, 2010; Bosteels, 2011) prende le mosse da due caratteristiche fondamentali del capitalismo attuale: la frammentazione del processo produttivo e la molteplicità delle forme di sfruttamento e di oppressione. Esso riconosce che i lavoratori sono realmente divisi e che il primo compito di una politica socialista è la costruzione di una effettiva unità del lavoro, sia attraverso la promozione di associazioni mutualistiche di base (analoghe a quelle sperimentate nelle prime fasi del movimento operaio) sia attraverso una strategia unitaria di trasformazione della proprietà e dello Stato. Esso riconosce inoltre che il capitalismo ricorre oggi a tutte le forme di sfruttamento del lavoro (aumento del plusvalore relativo e del plusvalore assoluto, sottomissione formale e sottomissione reale dei lavoratori) e che aggiunge allo sfruttamento del lavoro la rapina delle risorse naturali e sociali, aumentando così a dismisura il numero delle persone e delle classi sociali danneggiate dallo sviluppo capitalistico. Questa massa di lavoratori diversamente sfruttati e di persone e classi diversamente danneggiate dal capitalismo non costituisce una moltitudine, perché non forma un soggetto unitario e non riesce a cooperare veramente finché i principali mezzi di produzione sono in mano al capitale. Ma può essere unificata dal fatto di avere lo stesso avversario e dal fatto di dover progettare un nuovo modo di produzione, e dunque anche un nuovo Stato. Questa massa non si definisce semplicemente come massa di lavoratori ma come insieme di cittadini (in un senso che preciseremo tra poco). E può essere definita come “popolo” se per popolo si intende (a differenza di quanto fa il populismo) l’insieme di coloro che lottano contro le classi dominanti e non contro le frazioni più deboli delle classi subalterne. L’autonomia culturale, organizzativa e politica di questo popolo non può essere conquistata sulla base delle istituzioni esistenti (ossia sulla base delle imprese, degli apparati di Stato e delle organizzazioni sociali che riproducono i rapporti di capitalistici di subordinazione) ma solo sulla base di associazioni popolari distinte dalle istituzioni esistenti. L’insieme di queste nuove istituzioni deve trasformare le modalità della cooperazione capitalistica e costruire ex novo la cooperazione laddove essa non esiste: in tal modo la rete delle istituzioni popolari, anche se non può sostituire immediatamente le agenzie della produzione capitalistica, può servire come sede di empowerment dei lavoratori e dei cittadini, come scuola di formazione di una futura classe dirigente, e quindi come momento della costituzione del soggetto della trasformazione. Per non ripetere l’esperienza del socialismo di Stato e per adeguarsi alla complessità della società contemporanea le istituzioni popolari, pur contribuendo a formare i gruppi dirigenti dei partiti e dello Stato non devono identificarsi né coi partiti né con lo Stato, ma devono mantenere continuamente una distanza critica nei confronti dell’uno e dell’altro. Il soggetto politico dell’alleanza popolare si presenta così, come avviene in alcune esperienze dell’America latina e come è in parte avvenuto nel cosiddetto movimento no-global, come un soggetto molteplice sia nella dimensione orizzontale (perché è composto di diverse classi e risponde a diverse contraddizioni) sia nella dimensione verticale (perché è composto da diverse forme di associazione politica che si avvicendano nel compito di direzione generale del movimento).

Così definita, l’alleanza popolare, anche se non è un “puro” fronte di classe, non è comunque un’ alleanza populista, perché a differenza del populismo non difende una parte del popolo contro un’altra, non esalta le qualità spontanee del popolo ma lo induce all’autotrasformazione ed all’autoeducazione, non si affida ad un capo, ma ad istituzioni autonome ed a partiti strutturati, non combatte solo contro alcune frazioni del capitalismo (gli “speculatori”, i “parassiti”), ma contro l’insieme dell’ordinamento capitalistico.

  1. Conclusioni: Polanyi versus Marx?

1.

La nostra sommaria analisi ha mostrato che le diverse contraddizioni del capitalismo non si sviluppano con lo stesso ritmo e non hanno tutte la stessa efficacia politica. Alcune lavorano in profondità, quasi nascoste. Alcune sono più visibili, ma la maggior parte delle persone le giudica immodificabili. Altre sono immediatamente evidenti e possono diventare oggetto di scontro politico immediato.

Una contraddizione profonda, importantissima ma quasi invisibile per la maggioranza delle persone è quella che oppone l’impresa capitalistica e la ricerca scientifica: le grandi imprese delegano la ricerca scientifica di base allo Stato e delegano una parte della ricerca applicata alle piccole imprese, ma nello stesso tempo diminuiscono il loro contributo fiscale e sfruttano a proprio vantaggio l’elasticità delle imprese subordinate. In tal modo un’attività vitale per il genere umano (perché da essa dipendono l’uso razionale delle risorse del pianeta, la sopravvivenza alimentare e la salute degli abitanti del globo) è svolta in maniera limitata e distorta. La crescente importanza della ricerca scientifica trasforma lentamente il capitalismo facendolo dipendere sempre di più dalla ricchezza pubblica e imponendo, come migliore soluzione tecnica, la cooperazione orizzontale del lavoro e relazioni paritarie tra grandi e piccole imprese; ma il capitalismo liberista resiste a questa tendenza privatizzando la sfera pubblica aumentando la concentrazione del capitale e la subordinazione del lavoro. Una prospettiva socialista potrebbe liberare la scienza dai limiti del capitalismo e permettere all’umanità di sfruttarne al massimo le potenzialità, ma è molto difficile che si costituisca un movimento politico di massa basato sulla rivendicazione dell’uso sociale della scienza.

Più visibile della contraddizione fra scienza e impresa è la contraddizione tra interdipendenza del ciclo produttivo e frammentazione della produzione. Molte persone sono ormai consapevoli del fatto che la frammentazione serve soprattutto a indebolire il lavoro di fronte al capitale. Ma questa consapevolezza non riesce a tradursi in movimento politico efficace proprio a causa della divisione dei lavoratori generata dalla frammentazione, e del carattere mondiale (o semi-mondiale) assunto dalla frammentazione stessa. Poiché il coordinamento delle imprese disperse, e quindi la realizzazione del carattere sociale del lavoro, avviene esclusivamente grazie al capitale, tutto il carattere sociale del lavoro sembra essere esclusivamente frutto del capitale, e così le lotte dei lavoratori raramente giungono a chiedere la socializzazione delle imprese come conseguenza della socializzazione del lavoro. Finché le imprese non torneranno a concentrarsi nello spazio nazionale, o finché non verranno costruiti spazi politici capaci di inglobare i diversi frammenti delle imprese, sarà molto difficile assistere a contestazioni dirette dell’organizzazione capitalistica del lavoro, simili a quelle avvenute nel periodo 1960-1970. Proprio quando la trasformazione dell’organizzazione del lavoro diventa più urgente, il soggetto di questa trasformazione appare più debole.

Mentre la produzione capitalistica è momentaneamente percepita come un destino immutabile imposto dalla tecnica, o comunque come una sfera non modificabile a causa di rapporti di forza estremamente sfavorevoli ai lavoratori, diverso è il caso delle contraddizioni che emergono sul piano del denaro e del debito pubblico. In questo caso infatti la dipendenza della ricchezza privata dalla rapina della ricchezza pubblica può divenire evidente a tutti, e può essere la più chiara manifestazione della contraddizione tra la forma sociale della produzione e la forma privata dell’appropriazione. Inoltre tutti gli individui, in quanto cittadini di uno Stato, possono impegnarsi sul tema del debito pubblico con la speranza di poter modificare le decisioni delle classi dominanti. Sembra quindi che alcune delle contraddizioni del capitalismo possano oggi emergere più facilmente e divenire oggetto di battaglia politica nel campo dello Stato e della gestione del denaro pubblico, quindi in un campo in cui gli individui intervengono non semplicemente come lavoratori, ma come cittadini. E in questo caso agire come cittadini non significa regredire rispetto alla lotta di classe, ma tendere ad obiettivi generali di trasformazione che non possono essere perseguiti nel confronto diretto tra lavoratori e capitalisti all’interno delle singole imprese.

Insomma, dal punto di vista della politica socialista, nell’occidente capitalistico le contraddizioni (e le opportunità) che si sviluppano nella sfera dell’azione pubblica e statale sembrano essere, in questo particolare momento storico, più importanti di quelle che si sviluppano a livello industriale. Il processo dominante nella società è sempre quello della produzione. Ma lo spazio in cui oggi si può aprire un passaggio verso il socialismo non è quello della produzione, bensì quello dell’azione pubblica e dello Stato. Se nelle fasi precedenti il movimento socialista accumulava le proprie forze sul terreno industriale per poi lanciarle sul terreno politico, oggi potrebbe avvenire il contrario, e le stesse lotte operaie, per ottenere risultati tangibili in un periodo di crisi, potrebbero essere costrette a indirizzarsi immediatamente contro la politica industriale dello Stato più che contro le scelte del singolo capitalista. Questa inversione segnerebbe probabilmente un parziale indebolimento della prospettiva socialista, costretta a ricostruire per via politica (dall’alto e dal basso) il proprio presupposto materiale, ossia quella interconnessione della produzione che l’economia finanziaria tende a distruggere. Ma nessuna legge storica prescrive che il punto di rottura del capitalismo sia sempre e necessariamente il suo punto più importante e che la trasformazione sociale debba e possa partire sempre dalla sfera dei rapporti della produzione immediata.

2.

La forma attuale delle contraddizioni del capitalismo ci può insegnare qualcosa anche a proposito dell’attività di pianificazione di un futuro governo socialista.

Questa pianificazione dovrà prima di tutto ricostruire l’unità del ciclo produttivo là dove la sua rottura non è dovuta ad esigenze funzionali ma all’esigenza capitalistica di subordinare il lavoro. Ma dovrà anche favorire la molteplicità dei soggetti produttivi là dove questo sia richiesto dalle esigenze di sviluppo della ricerca scientifica applicata. La ricostruzione dell’unità del ciclo produttivo non potrà avvenire senza la partecipazione diretta dei lavoratori e senza lo sviluppo della democrazia industriale. Ma in questo campo dovranno essere usati con decisione anche gli strumenti del comando politico, perché i poteri da contrastare sono molto forti, perché i mezzi finanziari da usare sono molto ingenti e perché anche l’eventuale downsizing dei gruppi oligopolistici le cui grandi dimensioni non siano giustificate da una necessità tecnica deve avvenire secondo un piano. Nella gestione della molteplicità dei soggetti produttivi ad alta intensità di conoscenza si dovrà invece prevedere una maggiore autonomia delle imprese, ed il governo socialista dovrà incentivare la cooperazione reticolare tra soggetti indipendenti piuttosto che usare il comando politico o la concorrenza di prezzo: il prezzo, in questo caso, dovrà essere l’effetto di un consapevole rapporto sociale e non il suo presupposto. Il mercato dei mezzi di produzione e dei beni intermedi potrà essere regolato attraverso la fissazione di prezzi “interni” (interni ad un settore o ad un’ impresa) che, come già avviene oggi, non saranno l’effetto delle impersonali oscillazioni della domanda e dell’offerta, ma della preliminare consultazione e dei patti “politici” delle diverse imprese o trai diversi settori di una stessa impresa. La concorrenza di prezzo potrà invece essere incentivata (e regolamentata) soprattutto nel campo della produzione dei beni abituali di consumo di massa, ed in quello della piccola distribuzione, perché in questi campi le oscillazioni della domanda e dell’offerta sono effettivamente più efficaci, per comprendere le esigenze sociali, di qualunque piano centralizzato.

Bisogna inoltre aggiungere che, oltre a prevedere la sopravvivenza di tradizionali imprese orientate al mercato, il socialismo dovrà incentivare lo sviluppo sia delle imprese cooperative e “sociali”, sia di imprese socialiste. Queste ultime sono costituite da individui o gruppi che intendono dedicarsi a produzioni innovative o rivolte a mercati particolari, a cui lo Stato concede l’uso di risorse pubbliche e che possono ottenere, in caso di successo, una forma particolare di remunerazione che consenta un reddito superiore ma non consenta l’accumulazione privata della ricchezza.

La pianificazione socialista si presenta quindi oggi come combinazione di: a) pianificazione centralizzata dell’attività dei grandi aggregati produttivi, b) creazione di mercati interni (o “pseudo-mercati”) per i rapporti tra grandi industrie dello stesso settore o di settori contigui, c) sviluppo di produttori indipendenti e di reti di imprese nel campo dei beni ad alto contenuto di conoscenza; d) sviluppo di imprese cooperative e socialiste; e) mercato tradizionale nel campo del consumo di massa e della piccola distribuzione. Non si tratta né della pianificazione integrale, né della costruzione del “vero mercato”, né di una forma intermedia tra Stato e mercato, ma di un sistema in cui domina la produzione socialista e che, sulla base della proprietà pubblica e della gestione collettivistica dei grandi gruppi industriali e finanziari (la cui attività deve essere sottratta al mercato per evitare che l’intera economia sia orientata dal criterio della massima valorizzazione del capitale) sviluppa da un lato forme di connessione non statali né mercantili (reti e pseudo-mercati) e dall’altro forme di mercato tradizionale.

3.

Una simile combinazione di differenti modi di regolazione sociale può essere realizzata solo da uno Stato di dimensione continentale (e quindi capace di gestire il denaro in maniera sufficientemente autonoma e di inglobare i frammenti dispersi dell’attività produttiva) e solo da uno Stato capace di esercitare una direzione politica attraverso la dialettica del pluralismo economico e sociale e l’uso socialista della governance. Nell’epoca in cui il neoliberismo ha tentato di distruggere lo Stato, i fini del socialismo possono essere realizzati, paradossalmente, attraverso la ricostruzione di uno Stato rinnovato. Questa ricostruzione-rinnovamento deve ridurre il peso degli apparati verticali di comando e repressione e aumentare quello degli apparati orizzontali di mediazione sociale. Deve inoltre garantire l’autonomia dell’autorganizzazione sociale sia come forma di democrazia diretta ed autogoverno (anche e soprattutto sul terreno della produzione), sia come luogo di formazione di soggetti politici autonomi dallo Stato stesso e quindi capaci di contrastarne la degenerazione e di costringerlo ad una costante evoluzione. In ogni caso non si dovrebbe parlare né di estinzione né di rafforzamento dello Stato, ma piuttosto di un suo sdoppiamento: da una parte devono esserci gli apparati formali, legittimati da un mix di democrazia rappresentativa e democrazia diretta e partecipativa, dall’altro devono esserci gli apparati informali (le libere associazioni di cittadini e lavoratori) che controllano dall’esterno lo Stato e ne stimolano l’evoluzione, e il cui ruolo deve essere garantito dalla Costituzione e indirettamente favorito dallo Stato, ma non deve essere formalizzato come fondamento dello Stato, proprio per evitare l’inglobamento delle associazioni all’interno dello Stato stesso.

4.

La nostra analisi è probabilmente riuscita a dimostrare che molti dei concetti di Marx sono ancora utili, ma che devono essere liberati da alcuni equivoci (come l’idea della “neutralità” delle forze produttive) e soprattutto che non devono essere considerati come “fotografie” di altrettanti stadi di uno sviluppo lineare del capitalismo in una direzione univoca. La circolazione delle merci è un presupposto della produzione capitalistica solo da un punto di vista logico, perché dal punto di vista storico essa si realizza soltanto sulla base della produzione capitalistica pienamente sviluppata. La concentrazione del capitale non è sempre accompagnata dalla centralizzazione. La sottomissione reale del lavoro non è il superamento definitivo della sottomissione formale, perché ad ogni ciclo di innovazione tecnologica la sottomissione formale può ripresentarsi, anche se successivamente essa può essere nuovamente trasformata in sottomissione reale. I meccanismi dell’accumulazione originaria (rapina e violenza) si ripresentano più volte nella storia del capitalismo, e non solo al suo inizio. Infine il lavoratore collettivo, che per Marx è il prodotto finale del capitalismo ed il soggetto del suo superamento, non è un risultato irreversibile ma può, in alcune fasi, essere sostituito da altre modalità di aggregazione dei lavoratori.

5.

Quest’ultima modificazione dei concetti originari di Marx presenta chiaramente i propri effetti nel caso del modello politico dell’alleanza popolare.

Il modello dell’alleanza popolare potrebbe infatti sembrare un allontanamento dal tradizionale modello marxista perché non pone al centro la lotta della classe operaia. E in effetti l’alleanza popolare non si riferisce esclusivamente ai lavoratori e, anche quando organizza i lavoratori, non lo fa necessariamente in base alle loro caratteristiche ed ai loro immediati interessi “di classe”, ma li mobilita anche come cittadini che lottano per la difesa del welfare, come membri di comunità che lottano contro il degrado ambientale, come individui che rivendicano diritti di libertà. Questo spostamento è reso necessario dal fatto che l’attuale frammentazione della cooperazione del lavoro tende a separare i luoghi della socializzazione politica degli individui dai luoghi del lavoro. Per questo motivo molti lavoratori possono divenire soggetti politici radicali non immediatamente come lavoratori, ma come portatori di altri interessi lesi dal capitalismo, e riconoscere solo in un secondo momento che la radice della loro condizione si trova nei rapporti di lavoro (Porcaro, 2008). Così l’alleanza popolare non si presenta da subito come una modalità di trasformazione dei rapporti capitalistici dall’interno, ma come un accerchiamento del capitalismo dall’esterno: come richiesta di limitare il potere dei capitalisti, e quindi di limitare la proprietà privata dei mezzi di produzione, e non immediatamente come richiesta di rovesciare la sottomissione del lavoro al capitale nel “cuore” del processo produttivo. Più che a Karl Marx questo modello sembra riferirsi a Karl Polanyi ed alla sua idea di un movimento di autodifesa della società contro gli effetti distruttivi del “mercato autoregolato”, e sembra quindi che l’alleanza popolare non sia necessariamente un’alleanza socialista (Polanyi, 1944).

Questa osservazione è solo parzialmente fondata, e deve essere corretta da alcune considerazioni ulteriori.

Al “modello Polanyi” va in ogni caso riconosciuto il merito di arricchire il fronte di una potenziale alleanza socialista mostrando come il socialismo possa essere non solo interesse di una classe, ma dell’intera società. Polanyi dichiara più volte che il socialismo può vincere solo se non si presenta semplicemente come il frutto della lotta di classe, ma come un movimento di difesa delle forme elementari della vita sociale. Questo tema è connesso, in Polanyi, all’idea che il socialismo non può essere definito semplicemente come un sistema economico più produttivo di quello capitalista, ma piuttosto come un sistema che riconduce l’economia sotto il controllo della società, non regredendo a modi di produzione pre-industriali, ma trovando la forma sociale più adatta a gestire gli effetti della rivoluzione tecnologica. Nonostante la vaghezza dell’idea di socialismo (e di capitalismo) in Polanyi, l’idea del controllo sociale dell’economia contrapposta all’idea del socialismo come sviluppo delle forze produttive ci aiuta a liberarci dell’economicismo presente nel marxismo ed a riscoprire un socialismo che, seguendo altre indicazioni dello stesso Marx, non è basato sull’ottimizzazione delle forze produttive (e quindi sull’aumento continuo della produzione) ma sulla costruzione di rapporti sociali che sono “adeguati alle forze produttive” perché capaci di gestire in maniera socialmente utile le forze produttive stesse (Godelier, 1966).

Inoltre, l’esperienza storica del movimento operaio insegna che non sempre l’azione di classe è la forma di azione politicamente più avanzata dei lavoratori. Definirsi come classe non significa definirsi immediatamente come soggetto di trasformazione sociale, ma semplicemente come soggetto di una relazione di scambio mercantile con la classe capitalista, e questo scambio può conoscere momenti conflittuali, ma anche momenti di alleanza: la normale azione sindacale, che è indubbiamente azione di classe, tende spesso a confermare (eventualmente migliorandola) la sottomissione dei lavoratori al capitale, e non a rovesciarla. Può dunque esserci un’ azione sociale che ha la forma di un’azione di classe, ma non ha un vero e proprio contenuto di classe perché non mette in discussione i rapporti di proprietà e di potere. D’altra parte può esserci un’azione che non ha forma di classe, ma ha contenuto di classe, come avviene quando lotte di tipo nazionalista difensivo (diverso è il caso del nazionalismo aggressivo) riconducono la proprietà del capitale sotto il controllo di una determinata comunità territoriale. Certamente, il momento più alto della politica socialista si ha quando vi sono lotte che hanno forma e contenuto di classe, ma nulla vieta che, in determinate condizioni storiche, una coalizione politica radicale di forze operaie, comunitarie, ambientaliste e democratiche sia più efficace, nel raggiungere obiettivi socialisti, di una formazione politica puramente classista ma ideologicamente moderata.

Infine bisogna riconoscere che la stessa prospettiva di Marx non è semplicemente una prospettiva di classe. Marx è consapevole del fatto che, distruggendo i rapporti di classe del capitalismo, i lavoratori “distruggono” anche sé stessi come classe, superano la propria ristretta natura di classe (che è sinonimo di subordinazione) e si costruiscono come individui sociali, ossia come individui liberamente associati: le stesse istituzioni autonome dei lavoratori, in quanto sostituiscono alla limitata cooperazione imposta dal capitalismo la cooperazione liberamente scelta dai lavoratori, sono un momento del superamento dell’esistenza dei lavoratori come classe. Se il modello di rivoluzione del Capitale prende le mosse dal “lavoratore collettivo” che si forma dentro la produzione capitalistica e la rovescia dall’interno (Marx, 1932), il modello di rivoluzione dei Grundrisse prende le mosse dall’individuo sociale che si forma accanto alla produzione e che usa il proprio tempo libero (ossia il tempo non subordinato alle esigenze del capitalismo) come base per la costruzione di rapporti sociali liberi (Marx, 1953). Il soggetto della trasformazione socialista non si costituisce quindi necessariamente nel corso della produzione: esso deve necessariamente agire sulla produzione, modificandola, ma può acquisire anche al di fuori del processo produttivo le risorse necessarie a questa trasformazione. Anche se il modello dei Grundrisse è un semplice abbozzo, ed anche se i teorici della moltitudine lo hanno interpretato erroneamente, (ritenendo che l’individuo sia, anche nel capitalismo, un individuo immediatamente sociale), è evidente che in Marx non esiste solo il modello del “lavoratore collettivo” e che quindi non si tratta di sostituire Marx con Polanyi, ma di sviluppare le intuizioni di Marx elaborando una teoria della libera associazione come modo di costruzione della cooperazione socialista.

6.

Il primo passo per la costruzione di una simile teoria potrebbe essere la verifica della seguente ipotesi.

Le forme attuali della cooperazione capitalistica non sono né una pura e semplice frammentazione, né la realizzazione immediata della cooperazione della moltitudine, ed il lavoro non è né una semplice appendice dell’organizzazione capitalistica, né una libera attività immateriale. La caratteristica più importante del lavoro attuale non è data dalla sua capacità di produrre conoscenza, ma dalla sua capacità di produrre rapporti sociali: a causa della frammentazione delle unità produttive e della costante trasformazione dei ruoli di lavoro in risposta alla mutevolezza del mercato, la continuità e la regolarità della produzione non potrebbero essere assicurate se il lavoro non ricostruisse continuamente i rapporti sociali distrutti dalla mobilità del capitale. E mentre i rapporti sociali della produzione fordista potevano essere costruiti, o meglio confermati, dall’alto, la continua mutevolezza della produzione contemporanea richiede un’attività di trasformazione dalbasso, più flessibile ed efficace. Questa attività, che è svolta da tutti i lavoratori e non solo da quelli maggiormente qualificati, anche se è un’attività parzialmente autonoma non è però una attività immateriale, se per “lavoro immateriale” si intende un lavoro libero dalle costrizioni imposte dalla macchina capitalista. Da un lato, infatti, i rapporti sociali che vengono costruiti hanno sempre lo scopo di organizzare il rapporto con le macchine, e quindi sono condizionati dalla natura e dai tempi di funzionamento delle macchine stesse. Dall’altro, anche quando non sono mediati dalle macchine tradizionali, i rapporti sociali si condensano in un linguaggio codificato che può essere tradotto in software che impongono comportamenti determinati, incorporando così il comando capitalistico.

Se questa ipotesi fosse verificata dall’analisi empirica, si potrebbe sostenere che una parte considerevole dei lavoratori (compresi i lavoratori meno qualificati) non svolge compiti meramente esecutivi, e che mentre il possesso di diversi livelli di conoscenza formale tende a dividere i lavoratori, la comune partecipazione alla costruzione di rapporti sociali tende ad unirli. Si dovrebbe però aggiungere che la costruzione di rapporti sociali all’interno dell’impresa capitalistica è pur sempre mediata e controllata dal capitale, e che la capacità di costruzione di rapporti che i lavoratori mostrano all’interno dell’impresa, può divenire base di rapporti sociali liberi solo se si condensa al di fuori delle imprese stesse, in istituzioni popolari autonome. In queste istituzioni si possono fondere sia le capacità sociali stimolate dall’impresa capitalistica, sia le capacità sociali che maturano al di fuori di essa, nelle attività di volontariato, nelle attività di riproduzione sociale, nel vero e proprio lavoro sociale degli addetti al welfare,nei processi di mobilitazione politica. In tal modo le istituzioni autonome dei lavoratori e dei cittadini inventano e sperimentano rapporti sociali che potranno essere usati, in futuro, sia per trasformare il lavoro che si svolge nelle imprese, sia per rendere socialmente efficace il lavoro volontario e libero favorito dalla generale diminuzione del tempo di lavoro.

Preparata da questo processo di apprendimento, la cooperazione socialista del lavoro potrà svolgersi, dopo le necessarie rotture nelle forme della proprietà e del potere politico, sia come lavoro pienamente cooperativo all’interno delle imprese sia come lavoro sociale libero e volontario, erogato in cambio dell’accesso gratuito ai servizi del welfare ed ai beni di consumo essenziali.

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