uscita dall’euro: sondaggio

Sondaggio uscita dall’euro: un approfondimento

Simone Casadei

 

L’Associzione “a/simmetrie” in collaborazione con il Dipartimento di Economia dell’Università Gabriele d’Annunzio ha organizzato l’edizione 2013 del convegno internazionale Euro, mercati, democrazia, intitolata Come uscire dall’euro. Nel corso dell’evento, che si è svolto a MOnesilvano (PE) il 26 e 27 ottobre scorsi, è stato presentato un sondaggio svolto dalla redazione di scenarieconomici.it  scenaripolitici.com su un campione di ben 4.000 persone, in occasione del tradizionale rilevamento per le elezioni politiche e per gli indicatori economici. QUi sotto il link agli esiti del sondaggio.


http://www.scenarieconomici.it/sondaggio-esclusivo-scenarieconomici-it-sarebbe-favorevole-alla-reintroduzione-di-una-valuta-nazionale-al-posto-delleuro-si-48-no-45/

La domanda rivolta era: ” sarebbe favorevole alla reintroduzione di una valuta nazionale al posto dell’Euro affiancando questo processo con il ripristino della Banca d’Italia come prestatore di ultima istanza, al fine di calmierare i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico italiano?” 

Un sondaggio simile, nel 2011, aveva registrato un 20% di intervistati favorevoli all’uscita dall’Euro a fronte dell’80% di contrari. Ad ottobre 2013, il 48% degli intervistati risulta favorevole alla reintroduzione della Lira, in crescita di 4 punti percentuali anche rispetto ad un analogo sondaggio svoltosi nell’aprile scorso.

Proviamo ad elencare di seguito alcuni elementi sociologicamente interessanti in merito alla propensione degli intervistati a reintrodurre la moneta nazionale ad 11 anni dall’era Euro.

In tutte le classi di età considerate – che al netto delle ultime coorti di sessantenni coincidono con la popolazione attiva – prevale il No all’euro: i nativi con lira per ciò che hanno perso, i nativi con euro per ciò che non hanno avuto finora (delusione da promessa mancata?), a 11 anni dall’introduzione dell’euro.

La parte più dinamica del Paese (Il Nordest ed il Nordovest) e quella più arretrata (il Meridione) sembrano  convergere nella posizione maggioritaria anti euro: la prima perchè ha leso le economie distrettuali export oriented ed ha accentuato il gap di knowhow della grande industria, la seconda perchè la dualizzazione del paese dentro un modello economico contoterzista ha accentuato emigrazione, desertificazione sociale di servizi e saperi, sottosviluppo.

Pensionati e dipendenti pubblici rimangono categorie ancora saldamente pro euro poichè il prezzo della crisi lo hanno pagato finora solo in parte (blocco stipendi, mancato rinnovo dei CCNL, attenuata o mancata rivalutazione delle pensioni) ma non con i prelievi forzosi in busta paga o sul libretto di pensione, di qui la sensazione di lascare il certo per l’incerto. Si potrebbe essere di fronte ad un meccanismo di difesa, strenuo, che forse ha più a che vedere con la psicologia sociale che non con l’economia, atteso che dalla prossima Lege di Stabilità in poi, ogni momento potrebbe rivelarsi “quello giusto” per introdurre le misure di cui sopra, squarciando così anche le ultime illusioni delle fasce e dei soggetti sociali in questione.
Per contro, i dipendenti privati – che hanno mediamente salari più bassi e maggiore incertezza della condizione occupazionale – stanno già sperimentando il calo del loro potere di acquisto in maniera pronunciata ed hanno margini di mantenimento della propria capacità di risparmio e di spesa  ben più esigui. Ciò contribuirebbe a spiegare la loro maggiore propensione, sebbene di misura, alla reintroduzione della Lira. Per gli imprenditori vale il discorso complementare circa le dinamiche indotte dall’euro per quanto attiene alla domanda sociale di beni e servizi: la sua riduzione sarebbe alla base del’euroscetticismo, mentre l’avversione all’euro di artigiani ed autonomi è una accentuazione di quanto appena detto con l’aggravante di una fiscalità punitiva e di un autosfruttamento come elemento per rilanciare la propria competitività in un mercato globale che è un campo minato per il lavoro autonomo deregolamentato e privo di tutele da parte dello Stato.

Operai, casalinghe, disoccupati accomunati dall’essere percettori diretti di redditi molto bassi, ovvero di trasferimenti monetari su base familiare o assistenziale via via decrescenti per le misure di contenimento dei costi delle politiche passive ed assistenziali  hano evidentemente una percezione impressionistica, vivida di come oggi sia più difficile di viere rispetto a ieri. Quindi la loro euroavversione non lascia dubbi. 

I laureati mantengono una propensione all’euro maggiore dei diplomati o di chi ha conseguito solo l’obbligo scolastico: rispetto agli altri hanno ancora una speranza di cogliere la propria stabilità lavorativa, anche mettendo in conto anni di precariato. Il salto nel post euro continua a spaventarli di più a fronte della persistenza di tale aspettativa di stabilità futura. Aspettativa che invece non hanno diplomati o persone con titolo di studio più basso, che fanno registrare negli anni condizioni occupazionali con salari inferiori, maggiore discontinuità professionale e quindi si collocano tra gli euroscettici con maggiore propensione perchè le loro condizioni di vita necessiterebbero percorsi di accompagnamento e welfare ora in via di veloce dismissione. Gli studenti rimangono pro euro: crediamo che ciò possa costituire il portato delle pervasive strategie comunicative incentrate sull’Europa dei Fondi, delle opportunità, del sentirsi europeo, ecc. La retorica della europeità (scuola di livello europeo, formazione europea, mercato del lavoro aperto in chiave europea, ecc. ) porta infatti a sedimentare anche una propensione a non immaginarsi senza la moneta unica. 

Le analisi relative alle aree di appartenenza politica e “di voto” del compione di intervistati, sembrano collimare con questi elementi di analisi: i bacini e gli insediamenti elettorali del centro sinistra (regioni saldamente in mano al centrosinistra, dipendenti pubblici, pensionati) conservano una indubbia propensione all’euro euro, quelli di centrodx (a prevalenza, almeno) come dipendenti privati, casalinghe, autonomi, imprenditori, sono decisamente anti euro. Gli operai fano eccezione, forse perchè da tempo erano già in fuga dal Centrosx verso Lega ed ora verso l’astensione o il Movimento 5 Stelle. 

Del resto lo stesso profilo politico dei partiti di Centrosx è organicamente e senza ravvedimenti o rimpianti europeista e quindi concorre a veicolare una lettura della crisi e delle soluzioni che non contempla alcuna exit strategy dall’euro.

Simone Casadei 

 

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