news lettera rifondazione no-euro

25 novembre ’13
in questo numero
> l’unico modo per uscire dalla crisi SAPIR
> dal socialismo reale all’europeismo: il tabù della sinistra italiana (Rocca)
> amoroso bruno i falsi dilemmi su sinistranoeuro.wordpress.com

L’unico modo per uscire dalla crisi è uscire dall’euro
di Sapir
Nel suo ultimo articolo Jacques Sapir analizza l’ulteriore deterioramento della situazione economica
della Francia, con il calo del PIL dello 0,1% nel terzo trimestre del 2013. Rispetto agli annunci del
governo Hollande,l’economia francese non è uscita dalla stagnazione: i consumi delle famiglie fermi per
il crollo dei redditi dovuto all’aumento del prelievo fiscale, il saldo della bilancia commerciale, su cui
pesa la forza dell’euro rispetto al dollaro; gli investimenti produttivi fermi e le politiche di svalutazione
interna che Spagna, Portogallo ed Italia stanno attuando, abbattendo il costo salariale e migliorando la
competitività a discapito della Francia, spiegano secondo Sapir questa situazione.
È chiaro che esiste un’alternativa per uscire dalla crisi: la dissoluzione dell’area euro. Riconsegnare ai
paesi la loro sovranità monetaria e la possibilità di svalutare, consentirebbe un riallineamento della
competitività francese, sia rispetto ai paesi che adottano il dollaro, sia rispetto alla Germania. Una
svalutazione del 23% determinerebbe effetti positivi per tutti i paesi, Francia inclusa : questi calcoli sono
stati pubblicati nell’opuscolo Gli scenari di dissoluzione dell’eurozona, pubblicato da Fondazione Res
Publica lo scorso settembre. Per la sola Francia, la crescita potrebbe aumentare del 20% nei tre o
quattro anni successivi a questa dissoluzione dell’eurozona, mentre la creazione di posti di lavoro
potrebbe essere tra 1 e 2,5 milioni.
Il rischio di distruzione del tessuto produttivo francese, prosegue Sapir, da qui a tre anni è diventato tale
che il governo non ha più tempo. L’euro è ormai irrecuperabile ed è, conclude l’economista francese, «
un punto di chiusura essenziale della camicia di forza che stritola le economie del sud Europa. Più
velocemente ce ne libereremo e meglio sarà, non solo per i francesi, ma anche per la maggioranza
degli europei».
Dal socialismo reale all’«europeismo reale»: il tabù della sinistra italiana
di Massimo Rocca
Ma si può essere in Italia di sinistra, anche “molto” di sinistra, e dichiarare apertamente la propria
avversione all’Eu ro e a questa Europa che lo sostiene? La domanda dovrebbe essere retorica, ma
la realtà dei fatti e dei sondaggi ci dice che oggi, nell’intero continente, il nocciolo duro
dell’adesione ideologica all’Europeismo reale, per parafrasare Breznev, è costituito proprio dalla
sinistra italiana. In tutte le sue componenti, editoriali, politiche, sindacali, culturali. Non accade da
nessuna altra parte. Non in Germania, dove un peso massimo come Lafontaine, ha riconosciuto, da
tedesco e da uomo di sinistra, l’errore costitutivo della moneta unica. Non in Francia dove,
ricordiamolo, furono i socialisti di Fabius a distruggere il processo di unificazione politica ai tempi
del referendum e dove un uomo intrinseco alla storia della sinistra moderata come Chevenement
cerca di strappare alla Le Pen questa bandiera. Non in Spagna dove le vicende di Izquierda Unida
sono di questi giorni. Ma non è solo questione dei vertici, la parte più spendibile e dimenticabile
della politica. È questione di popolo. La sinistra pro euro si sta dissolvendo a livello di consensi. Il
Pasok in Grecia. Il consenso ridicolo di cui gode Hollande. L’incapacità delle opposizioni spagnola
e della SPD di sfruttare la rendita di opposizione durante la più grande crisi degli ultimi 80 anni.
In Italia, invece. Ce lo chiede l’Europa. Il mantra che ha distrutto l’economia e la società italiana. Il
mantra che ha fatto passare l’impassabile in materia di pensioni e di legislazione del lavoro, con il
voto della stessa sinistra che, ovviamente, si opponeva quando lo chiedeva Berlusconi o la
Confindustria. Ma al ce lo chiede l’Europa, il popolo della sinistra, i votanti del Pd, gli iscritti della
Cgil, quelli della Fiom, i lettori di Repubblica si inchinano. Oddio. Anche qui, tutte queste categorie
stanno lentamente svanendo in numeri assoluti. Ma in percentuale, tra quanti ancora frequentano
l’esercizio, un po’ vano, della democrazia partecipativa, dell’impegno politico e della informazione,
restano sostanzialmente immutabili.
Esiste una sola spiegazione, una volta che si sia deciso di mettere in discussione il mantra se non
per la semplice osservazione dei suoi effetti concreti, almeno per conoscenza del dibattito
economico mondiale. Ed è che l’Europa, la vaga, confusa, nei fatti fallimentare, idea
sovranazionale, abbia preso il posto del sol dell’avvenire. Tramontato quello sotto le macerie del
Muro, per la sinistra italiana che con tutta la sua talvolta geniale elaborazione politica non era
riuscita ad individuare la vagheggiata terza via, l’europeismo ha sostituito il comunismo, il
socialismo, il progressismo come racconto fondante, come Mito, come scorciatoia per raggiungere
la modernità, illudendosi che esso fosse un ideale puro. E così tutti i padri nobili del dopo Muro,
non uno escluso, hanno creato o talvolta ricreato la propria legittimità, basti pensare a Giorgio
Napolitano, rimasto fino all’ultimo minuto, nonostante tutto il suo conclamato migliorismo,
appollaiato nelle garitte dei vopos su cui era salito ai tempi di Budapest.
Eppure non uno qualunque, ma proprio l’inventore della teoria economica delle aree valutarie
ottimali, il Nobel Robert Mundell aveva ammonito che l’Euro sarebbe stato per il vecchio
continente ciò che Ronald Reagan era stato per gli Stati Uniti.
(Da ESSE)

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