IX congresso PRC; interventi di Dino Greco, Ugo Boghetta

10 dicembre ’13
sinistranoeuro.wordpress.com
SOMMARIO
> IX congresso interventi Dino Greco, Ugo Boghetta

IX congresso PRC
intervento Dino Greco
Straordinario o no che lo si voglia chiamare, il Congresso deve dare una risposta
chiara a questioni cruciali, dirimenti per la vita e le ragioni stesse di esistenza di
Rifondazione:
– la linea politica, che va mondata di tutti gli elementi di schizofrenia che
l’attraversano;
– l’adeguatezza del gruppo dirigente chiamato ad interpretarla;
– il partito che occorre costruire – perché oggi in larga parte non c’è – affinchè le
parole non restino caciocavalli appesi;
– il rinnovamento, anche nei metodi e nella vita interna della nostra comunità, di
fronte agli elementi di necrosi correntizia che rischiano di sommergere le energie
più fresche e vitali che pure ci sono.
La straordinarietà del Congresso è allora data dalla necessità primaria di superare il
gap clamoroso che separa l’obiettivo dallo stato presente del partito e dunque dalla
qualità dell’impegno che va messo in campo.
Allora, con uno sforzo di sintesi estrema.
Primo. La crisi e l’Europa sequestrata dall’oligarchia finanziaria che la tiene in
pugno non si sconfiggono con pratiche di stalking verso la Germania o il board
della Bce e della Commissione europea.
Se siamo davvero convinti che la nostra analisi sull’avvitamento progressivo della
crisi sia giusta – e non un mero esercizio propagandistico – dobbiamo sapere che
dentro la cornice dell’euro, dei patti europei e della governance del capitale c’è da
aspettarsi solo il precipizio sociale e democratico, del nostro paese e dell’Europa
medesima.
Insomma, in fondo al tunnel se ne apre un altro, e lì non c’è un refolo di aria fresca,
ma l’annichilimento di ciò che resta del welfare, la privatizzazione e la messa a
mercato di imprese, beni e servizi pubblici, la regressione, già galoppante, di forme
sempre più estese di lavoro schiavile. Tutte condizioni reggibili solo dentro uno
Stato sempre più autoritario e repressivo.
La disobbedienza nei confronti dei parametri europei impastati di ideologia
monetarista è una linea giusta, purché si abbia l’intelligenza e la concretezza di
declinarla. Occorre cioè definirne l’architettura, tanto nei confronti del governo
centrale quanto delle amministrazioni decentrate. Altrimenti resta solo propaganda,
per giunta scarsamente o per nulla visibile.
Ma c’è dell’altro. Il teorema liberista sta franando; il divario fra i paesi dell’area euro
e fra i diversi strati sociali all’interno di ciascuno di essi aumenta insieme a livelli di
povertà mai raggiunti nel dopoguerra. E si vede che la cura somministrata ammazza
il malato ma, ecco il punto, contemporaneamente, peggiora i conti che lor signori
vorrebbero rimettere in ordine: il rapporto debito/pil veleggia oltre il 130% e non può
che peggiorare, perché il salasso dei salari, la dissoluzione del manifatturiero e
degli asset strategici della nostra economia, il dilagare della disoccupazione
rendono ogni politica di taglio della spesa pubblica sociale non solo ingiusto, ma
inutile. Insomma, si insiste a segare freneticamente il ramo su cui si siede. Ma la
protervia del capitale procede indisturbata insieme alla sua intrinseca e insuperabile
cecità.
Dentro questa gabbia che replica terapie autodistruttive l’euro è già morto. E’ solo
questione di tempo. E allora, piuttosto che “mesmerizzarne” il cadavere, col rischio
di essere scambiati per petulanti sostenitori dello status quo, sarà meglio dedicarsi
con più impegno a delineare una via di uscita dalla moneta che non ne lasci alla
destra la gestione. Perché la destra – e in essa quella più reazionaria – a questo
compito è già attrezzata e in assenza di una nostra linea rischia di assolverlo
proprio con il consenso di masse proletarie diseredate.
Secondo. Il Centrosinistra, e il Pd che ne è il proprietario più che l’azionista di
riferimento, con o senza Renzi, è totalmente incapace di interpretare una linea di
discontinuità. L’espianto di una cultura critica del capitalismo ha lì raggiunto livelli
tali che la stessa Costituzione repubblicana e il progetto politico di democrazia
progressiva che ne costituisce la nervatura è divenuto del tutto estraneo a quel
partito che si muove dentro una cornice neppure più moderatamente
socialdemocratica, ma liberale.
Se Jp Morgan può permettersi chiedere che siano mandate in soffitta le Costituzioni
nate dalla sconfitta dei fascismi, il Pd opera già da tempo in quella prospettiva e ne
ha già dato ampia e concreta dimostrazione, con tutte le conseguenze culturali,
sociali e politiche che questo implica.
Per questo, ogni politica, esplicita o surrettizia, di alleanza con il Pd porta – per
ragioni di merito, non per pregiudizi ontologici – alla subalternità e alla
compromissione di qualsiasi credibilità di un disegno politico alternativo.
Tutte le scissioni di R.C., il fallimento stesso della F.d.S. e persino l’accrocchio
elettorale di Riv.civ., dettato, a dirla con onestà, da un senso fatalistico della propria
marginalità e dall’angoscia elettoralistica di una propria definitiva estinzione, sono
figli di una non risolta ambiguità strategica su cui occorre finalmente mettere un
punto fermo. Non per arroccarsi in un neppure troppo splendido isolamento, non
per precludersi la manovra politica che un partito rivoluzionario deve saper fare, ma
per stare in campo con tutta la forza delle proprie idee, scansando ogni
opportunistica autocensura, ogni preventiva limitazione del carattere radicale – e
non per questo meno concreto – della propria proposta.
Su questa base – e solo su questa – si possono creare alleanze serie, capaci di
fecondare la vita politica, di rientrare in sintonia con gli strati sociali di cui ambiamo
ad essere la rappresentanza politica e, per questo, capaci di durare nel tempo.
Qui si pone la questione del lavoro. C’è qualcosa di surreale nel nostro definirci
partito di classe, mentre l’analisi dei flussi elettorali racconta che nell’ultima
competizione il 27% dei voti degli operai è andato al Pdl e poi, a scendere, a Grillo e
infine al Pd.
La ricomposizione del lavoro, spezzato dalla riorganizzazione capitalistica della
produzione e dall’autolesionistica autodistruzione della sinistra è il primo cimento a
cui dedicarsi.
Così sul sindacato. La questione non si risolve reinventando cinghie di
trasmissione o con gli ordini di servizio da impartire ai comunisti che militano nella
Cgil piuttosto che nei sindacati di base. La reciproca indipendenza, fra sindacato e
partito, è un bene essenziale. Purché il partito non sia reticente e guadagni fino in
fondo la sua autonomia di giudizio e di azione su tutto ciò che riguarda il lavoro.
Esattamente come fece Berlinguer quando nel 1980 andò davanti ai cancelli della
Fiat presidiati dagli operai contro l’opinione della Cgil che si apprestava alla resa. O
come quando nell’82 il segretario del Pci disse “no” all’accordo di San Valentino
che tagliava la scala mobile, con una forza tale che impedì alla Cgil, titubante, di
sottoscrivere quell’intesa capestro.
Terzo. Il Partito. La struttura del partito è in troppi luoghi evanescente, quando non
evaporata. Noi non possiamo soltanto “sembrare” un partito comunista. Né pensare
che tutto si risolva immergendosi nei movimenti, che sono per propria natura “di
scopo” e che proprio in questo loro tratto trovano la propria forza, ma anche il
proprio limite oggettivo. Dei movimenti ti devi nutrire, se riesci li devi promuovere e
guidare, ma il partito è un’altra cosa. Il partito ha un’ambizione totalizzante. Deve
averla! Si tratta della capacità di guardare al tutto dal punto di vista di una parte e di
lavorare nel senso di un generale processo trasformativo dei rapporti sociali. Per
questo un partito – e specialmente un partito comunista – non può ridursi ad un
partito di opinione (per quanto radicale questa opinione possa essere); non si può
limitare a mettere il suo punto di vista sul mercato in attesa che qualcuno batta un
colpo. Il partito comunista che vive di comunicati è una macchietta caricaturale. La
linea politica la devi praticare (che è poi il solo modo di verificarne la bontà) e la
pratichi se costruisci nel lavoro quotidiano il tuo radicamento, se ti dai
un’organizzazione, non un simulacro.
Per esempio devi rendere sistematica, come un compito primario, la formazione
culturale e politica dei quadri che sempre, ma in modo particolare oggi, diventa
decisiva.
Poi devi essere capace di comunicare. E devi avere un giornale.
Non c’è stato mai, neppure nei momenti più oscuri, e non c’è oggi, un partito
comunista al mondo che non abbia un giornale. E i grandi rivoluzionari di ogni
tempo hanno sempre avuto un’attenzione quasi maniacale per la stampa comunista,
intesa proprio come uno strumento indispensabile per la costruzione di una
coscienza politica di classe.
Lo voglio dire nel modo più esplicito possibile: se pensi che alla formazione delle
tue idee basti leggere Repubblica o il Manifesto, passando per il Fatto Quotidiano,
allora vuole dire che non hai un tuo punto di vista da offrire. Ma se non hai un p.dv.
da esprimere vuole dire che non solo non hai bisogno di un giornale, ma neppure di
un partito.
Ebbene, oggi siamo di fronte alla seria eventualità che nel volgere di pochi giorni
sparisca anche Liberazione on line, che attualmente si regge sul lavoro di due
persone. Ebbene, tutti gli alibi, tutti i pretesti ora stanno a zero. Se finirà così sarà
per colpa nostra. Non di Berlusconi e Monti che pure ci hanno messo del proprio.
Pensate, con 10mila abbonamenti si potrebbe intanto salvare Liberazione, per poi
magari affidarla ad una cooperativa di giornalisti, più coerente con lo spirito
militante di un partito che vorrebbe rifondare il comunismo e cambiare la società.
Allora mettiamoci alla prova. Io propongo di promuovere, subito, un referendum fra
tutti gli iscritti per chiedere loro non soltanto se vogliono continuare ad avere un
giornale, ma se siano disposti a mantenerlo in vita, assumendosi, ognuno, la
responsabilità di sottoscriverne l’abbonamento, ma anche di contribuire alla sua
redazione e di farne un vero strumento di lotta politica.
Scriveva Gramsci che la differenza fra i progettisti parolai e i rivoluzionari è che
questi ultimi non si limitano ad immaginare la trasformazione della realtà, ma ne
delineano il processo attuativo, ne redigono “il regolamento”. Le grandi azioni –
diceva – sono spesso il risultato di tante piccole azioni, quelle che al progettista
parolaio vengono a noia perché egli guarda all’atto rivoluzionario oleograficamente,
nei suoi esaltanti momenti epici. Per cui non basta essere bravi teorici, occorre
essere anche bravi organizzatori, bravi amministratori. E’ anche questa la cura del
partito di cui spesso si parla senza precisa cognizione di cosa comporti questa
fatica. Ma è così che si cambia davvero rotta e si toglie Rifondazione dai bassi
fondali in cui è incagliata.

 

IX congresso PRC
intervento ugo boghetta

Avevamo detto di aver bisogno di uno straordinario congresso.
E questo perché siamo ai minimi storici di influenza, credibilità, identità.
Perchè siamo al massimo di divaricazione fra l’opportunità della crisi e la possibilità
di coglierla.
Hanno pesato su di noi le scissioni, gli errori che ne sono seguiti, la crisi del soggetto
antagonista frammentato in mille rivoli, la crisi della sinistra e dunque non solo la
nostra.
Il tempo lungo congressuale è stato giusto ma non è stato utilizzato a dovere.
I documenti non hanno aiutato. Il risultato è che Le analisi e proposte dei tre
documenti sono le solite: mute per le grandi masse, e non mobilitano il partito.
Non possiamo fare più congressi così, dove non è chiaro quali sono gli oggetti veri
della discussione.
Volenti o nolenti L’unica proposta innovativa è la centralità dell’euro, l’uscita
dall’euro.
Questa proposta è la coerente conseguenza del documento 1 che afferma che abbiamo
sbagliato sulla moneta unica e che l’Europa può saltare.
In effetti è l’euro ed il suo cane da guardia BCE a far saltare l’Europa.
Una moneta unica per economie tanto diverse non è stata in effetti la scelta migliore
come afferma un premio nobel per l’economia.
Le economie forti, la Germania in primis, hanno una moneta sottovaluta. Per le
deboli è il contrario.
Rigida la moneta, inevitabile è la riduzione di salari, pensioni, occupazione.
La recessione che ne segue avvita i bilanci su se stessi e prepara tagli continui al
walfare. Nell’incertezza la Finanza imperversa.
La causa della crisi dell’Europa sta anche nell’aver ritenuto gli Stati un limite.
Ciò per favorire una sovrannazionalità tecnocratica, mentre le decisioni che contano
sono comunque prese sempre più dalla sola Germania.
Per questi errori l’ideale europeista è stato travolto. L’Europa divide popoli e
proletariati. L’euro funziona come gli Orazi e i Curiazi. Le destre vanno a nozze in
nome di beceri e mai sopiti nazionalisti.
Per questo pensare a movimenti sincronici di contestazione su tutto il continente è
tanto idealistico quanto irrealistico.
Ma La politica va veloce.
Le larghe intese fra Markel e SPD tolgono qualsiasi speranza per cambiare questa
Europa, e l’utilità di disobbedire o rompere i trattati.
L’Europa è irriformabile.
Si è detto che non si può rimettere il dentifricio nel tubetto, ma la storia più volte,
dall’impero di Alessandro Magno in poi, ha cambiato dentifricio e tubetto.
Accadrà anche questa volta.
L’Europa va dunque ripensata.
É il ritorno allo SME come dice Lafontaine, è un’Europa confederale, è lo spazio
euro-mediterraneo? La discussione è aperta.
Il tema è sempre più all’attenzione anche in Italia e nei nostri partiti fratelli: Linke,
Portoghesi, la stessa Syryza. Il PCE.
Dobbiamo cambiare approccio.
Rischiamo di essere comunisti senza Marx poiché non studiamo la struttura vera
dell’Europa attuale, altro che crtica dell’economia politica. L’analisi è istituzionale, le
proposte politiciste.
Rischiamo di essere comunisti senza Lenin perchè non analizziamo la situazione
concreta.
I comunisti del catechismo denunciano che l’uscita dall’euro non è l’attacco al cuore
del capitalismo! È vero. Ma quasi è accaduto che l’attacco venisse portato ad una
contraddizione secondaria o all’anello debole.
E lo scontro contro l’euro è oggi possibile proprio utilizzando le energie negative, le
contraddizioni, le fratture che esso stesso produce.
Rischiamo di essere comunisti senza Gramsci poiché, * incapaci di affrontare la
questione nazionale, non elaboriamo analisi e proposte adeguate alla composizione di
classe del nostro paese: per la costruzione di un blocco sociale e storico alternativo;
per l’egemonia ideologica e culturale; per innestare il cambiamento dei rapporti
sociali verso il Socialismo del XXI secolo; per dare alla Rifondazione un oggetto
concreto: l’elaborazione di un socialismo dinamico, plurale, a democrazia
partecipata.
Solo cambiando, e solo così, potremo tentare di affrontare i nodi storici del paese:
uno Stato volutamente inefficiente, il familismo amorale, la mafia, la cultura italberlusconiana,
l’ipocrisia del centro-sinistra, soprattutto la marginalità dei lavoratori,
senza il protagonismo dei quali non c’è uscita dalla crisi.
Così stanno le cose.
Allora un partito comunista responsabile si attrezza per un exit strategy.
Prepara a questo evento i lavoratori, le classi popolari, i sinceri democratici che
difendono la Costituzione.
Solo dentro a questa rottura storica le nostre proposte potranno entrare in connessione
con i conflitti sempre più duri che stanno nascendo e nasceranno. E la presenza nei
conflitti, il radicamento, il partito sociali acquistano stanno in una prospettiva
generale.
È in questa rottura che acquistano senso reale la difesa dei salari e delle pensioni, un
nuovo e diverso intervento pubblico per un altro modello economico e sociale, la
nazionalizzazione del credito, la difesa dei beni comuni, la democrazia partecipata.
È una proposta politica, non solo una soluzione economica. Questo si fatica a capire.
La sovranità popolare non può che essere riconquista del potere sulla moneta e sulle
scelte economiche e politiche. Ma É anche la conquista di uno spazio più alla portata
dei conflitti.
L’uscita dall’euro è la fine degli alibi, fa tornare la politica e lo scontro chiaro fra
opzioni ed interessi diversi. In questo modo si smascherano i poteri forti e la
lumpenboghesia italiota che si nascondono dietro alla naturalità dell’euro.
Solo così potremo cercare di contrastare il populismo di turno: Grillo ieri, Renzi oggi.
Solo in questo modo la proposta di costruire un fronte popolare classista e
democratico ed un soggetto politico plurale trova un bandolo, un filo rosso, un
catalizzatore.
Il nostro posizionamento politico alternativo al centro- PD esce largamente vincente
da questo congresso. Assurdo questo patetico continuare a rincorrere SEL, o il Civati
di turno. Ma, come si vede, “via maestra” sembra essersi persa: del resto era solo un
movimento d’opinione. Ross@ è ancora un’ipotesi. L’unità del 12 e del 18 e 19 ha
tempi lunghi.
Il giorno dopo il congresso, dunque, rischiamo di non avere alcuna linea politica:
debole la disobbedienza, debole per ora la prospettiva di creare un fronte ed un
soggetto della sinistra.
Dobbiamo allora conquistare centralità politica.
Solo i ciechi non vedono lo scarto fra le proposte contenute nei documenti e le
dimensioni della crisi del capitale, dell’Europa, dell’Italia.
In tanta confusione Abbiamo bisogno di proposte forti, chiare, semplici.
Questo è il punto.
Diceva Mandela: “il nostro giocare in piccolo non serve al mondo”
Inoltre, solo in una prospettiva certo difficile ma chiara, il rinnovamento di cui tanto
abbiamo bisogno acquista un senso. Altrimenti è come farsi belli per la festa e restare
a casa a rimirarsi allo specchio.
Si dice che si deve ancora approfondire. Certo c’è tanto da approfondire.
Ciò però dovrebbe valere anche per la quella disobbedienza o rotture dei trattati
quasi mai citate nei congressi: tanto non fanno danno.
C’è da approfondire ma l’essenziale è noto.
A breve ci sono le europee. Penso che il nostro slogan debba essere grosso modo:
l’Europa non cambia, fuori dall’euro per un’altra Italia un’altra Europa.
Non ci sono più alibi. Nemmeno per noi.
Avanziamo dunque con determinazione questa proposta.
Solo cosi possiamo tentare di parlare alla testa ed alla pancia dei lavoratori, delle
classi popolari, dei democratici, ad un paese esausto e di mobilitare un partito
altrettanto esausto.
Siamo arrivati fin qui, contro tutto e contro tutti, per passione, per amore, per
orgoglio.
Ora usciamo dalla resistenza, usciamo dalle trincee. Facciamo sì che l’orgoglio
comunista ritorni ad essere la forza che cambia il mondo.

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