Intervista a Canfora; Considerazioni post congresso

13 dicembre ’13

Mi chiedo che cosa significhi questa ideologia europeista. Ne deduco che esista un valore
denominato Europa. Ma allora vorrei capire se esiste anche un valore Asia o Africa. Perchè
non dichiararsi asiatisti o africanisti, piuttosto che europeisti? E l’Australia, dove la
mettiamo? Non si sente l’esigenza di uno spirito australianista?”

Luciano Canfora, noto filologo e appassionato studioso di storia antica, ha
recentemente dato alle stampe la sua ultima fatica (“Intervista sul potere”, ed.
Laterza), una lunga digressione sotto forma di intervista su una moltitudine di
temi: dal senso della democrazia a Napoleone, da Mao ai rapporti tra Sparta ed
Atene, da Tucidide all’Euro. E proprio sul senso politico e sociale di quest’ultimo
dedica l’ultimo capitolo, intitolato significativamente “Elite e popolo”.
Messo sotto fuoco incrociato lo spirito internazionalista, ciò che le élites propongono in
sua vece è una poco elegante riduzione linguistica del coacervo di interessi che ha
spostato e sta spostando immense somme di denaro dalle tasche dei cittadini alle loro.
Ciò avviene nel nome di quella dottrina europeista che riempie quotidianamente
pagine di giornali e programmi televisivi. Dottrina che permette all’AD della Fiat di
delocalizzare lasciando a casa migliaia di lavoratori. “Non bastano i vantaggi che mi
offre l’Italia, dichiara Marchionne, perchè se vado in Serbia posso guadagnare di più…
mi da un certo fastidio chi sostiene chi ci siano “dottrine” adatte a giustificare
comportamenti del genere. Tutto dipende, ripeto, dai rapporti di forza.”
A tale riguardo la denuncia di Canfora è precisa: “l’equilibrio delle forze si è spostato
nettamente a favore di questi ceti tecnocratici ristretti, che non intendono farsi governare
dal potere politico. Al contrario, sono essi che non solo lo influenzano, lo rimbrottano e lo
limitano, ma addirittura lo contrastano apertamente e lo soverchiano”.
Quindi lo scenario attuale vede un apparato politico (che dovrebbe regolamentare la
vita sociale nel nome del massimo profitto per i cittadini) succube di quelle forze
elitiste, e si ritrova ad assecondare ogni loro capriccio, semantica inclusa. Tutto ciò si
traduce in una “perdita di sovranità degli Stati nazionali, in particolare dell’Italia,
rispetto all’influenza dei mercati finanziari.”
Questo stato di cose, nel quale i cittadini sono destinati a perdere sempre più potere a
favore delle élites, è determinato da un processo ben definito: “via via che si
internazionalizza la produzione cresce enormemente il potere di ricatto della grande
industria e delle banche.”
La globalizzazione è quindi quel processo che permette a grandi industrie e banche di
entrare a pieno titolo nelle aule parlamentari per far valere i propri interessi a tutto
svantaggio di quelli dei cittadini. Ma il profitto (di cui banche e corporation sono gli
attuali maggiori difensori) non è anche fautore dello sviluppo? “Il problema è
esattamente questo: se si debba ritenere che il profitto sia un valore assoluto, in quanto
unico possibile motore dello sviluppo, o se lo sviluppo stesso possa essere un fatto sociale,
che non si basa necessariamente sul tornaconto individuale. E’ un dilemma con cui
siamo alle prese da secoli. Io sono convinto che i capitalisti non siano benefattori
dell’umanità e che la crescita economica non passi necessariamente per l’esaltazione di
un egoismo esasperato, individuale o collettivo.”
Eppure ci dicono che le attuali politiche europee siano l’unico approdo sensato per
evitare il disastro del ritorno alle monete locali. “Io contesto alla radice l’attuale
retorica europeista. Ci viene fatto credere che questo tipo di costruzione, che
notoriamente ci penalizza rispetto alla megapotenza tedesca, sia l’unica possibilità di
realizzare delle aggregazioni significative a livello internazionale. Invece ne esistono
altre.”
L’intervistatore a questo punto pone una domanda essenziale: “Lei giudica l’ingresso
nell’euro una scelta fallimentare?” “Sì. Capisco il PD che la difende, ma è solo perchè
non ha altro da dire. Se si toglie l’euro, che ci ha rovinati, tutta l’esperienza di governo
del centrosinistra, con Romano Prodi e con Carlo Azeglio Ciampi, è finita. Che cosa
hanno combinato gli eredi del PCI, da quando quel partito si è sciolto? Hanno procurato
agli italiani un po’ di miseria in più tramite la scelta di entrare nell’euro, compiuta per
giunta in modo autocratico, senza alcun referendum. Mi sembra piuttosto che stiamo
smantellando metodicamente lo Stato sociale proprio in nome dell’Europa…siamo di
fronte a un’enorme ondata di disagio e di rifiuto da parte dei cittadini, ai quali è stato
impedito di dire la loro quando dall’alto calavano decisioni pesantissime o, peggio
ancora, presentate in maniera ingannevole. L’introduzione dell’euro venne esaltata come
un grande passo in avanti e invece ha portato al dimezzamento dei salari. Facciamo una
terapia di salasso dei contribuenti e di macelleria sociale senza limiti solo per poter dire
che l’Europa, cioè la Germania con i suoi vassalli nordici, è una grande potenza? Non mi
pare un valore per cui sacrificarsi. Non abbiamo un governo (se ce l’abbiamo, è quello
tedesco), non abbiamo un esercito, non abbiamo una statualità di tipo elvetico o
statunitense. Abbiamo solo una moneta, che serve alla Germania per imporre
all’eurozona i suoi prodotti, peraltro validissimi, mentre noi italiani rinunciamo ad avere
una forza espansiva sui mercati. Inoltre, per puntellare tutto ciò, bisogna bastonare la
Grecia, mettere in ginocchio la Spagna, schiaffeggiare il Portogallo, stangolare
Cipro….Ma neanche la Santa Alleanza arrivava a tanto. E non si intravede una
prospettiva a questo calvario.”
Dall’analisi appena letta sembra che non esista attualmente alcuna alternativa,
nessuna “exit strategy”. E invece… “Secondo me i tedeschi terranno in piedi l’euro
finchè farà comodo alla loro economia, ma hanno già pronta una via di uscita. Tutta
l’Europa orientale è ai loro piedi. Polacchi, sloveni, slovacchi, romeni, bulgari sono in
ginocchio con il piattino in mano e riconoscono la Germania come paese leader. In fondo
così si realizza il grande sogno del Fuhrer, il primo vero “europeista”. L’unico suo errore
fu pensare di raggiungere quel risultato con i carri armati.”
Bene, le Merkel ha raggiunto quegli scopi europeisti che Hitler non riuscì a portare a
termine. Evidentemente l’euro è ben più potente dei carri armati. A parità di
manipolazione mediatica e propaganda, s’intende. Ma esiste una qualche cura, un
vaccino contro questo morbo che ha ormai infettato tutta l’Europa? “A mio parere, il
luogo dove le tendenze oligarchiche dominanti possono e devono essere messe in
discussione è il laboratorio immenso costituito dal mondo della formazione e della
scuola..è lì che l’educazione antioligarchica, su base critica, può farsi strada.”

 

Appunti post congresso:”Ce n’è q’un debut, continuon le combat”!
Ugo boghetta

Non è semplice fare un bilancio del IX congresso del PRC per cui parto da alcune premesse.
La prima la traggo da una canzone di Vasco Rossi:”Eh già, sembrava la fine del mondo e (siamo)
ancora qua”. Non era affatto scontato.
Sedimentate nel congresso lungo le reazioni giustamente emotive rispetto la rocambolesca
esperienza di Rivoluzione Civile, il congresso ha dimostrato, pur fra grandi difficoltà, che il Prc è
ancora vivo. Inevitabilmente la discussione è stata anche un’auto-coscienza. Questa ha prodotto
quel bagno di realismo di cui avevamo bisogno: Così è stato, mi sembra, per l’area di maggioranza,
e per quelle parti di essere comunisti e della doc 3 non disfattisti.
C’è un atteggiamento psico-emotivo che vede erroneamente nell’atto finale di un congresso la fine
del percorso e non l’inizio. Cerchiamo invece di proiettare le valutazioni verso il futuro.
Il posizionamento in un campo alternativo al e dal centrosinistra è chiaro e forte:
l’emendamento di Essere Comunisti verso Sel, e per la proprietà transitiva, verso il PD, ottiene ¼
dei delegati. Il documento finale su questo punto, ha affermato il compagno professor Burgio, non è
in contraddizione con l’emendamento Albertini. Chi si accontenta gode.
Tuttavia, viste le premesse ed anche a causa della discussione fatta sui soliti tre documenti,
l’elaborazione di una nuova proposta è ancora un po’ confusa ma la soluzione è possibile, è alla
nostra portata.
La questione rinnovamento ha giustamente tenuto banco: timido nel testo base del doc 1,
strumentale nel emendamento Burgio-Grassi; chiaro nell’emendamento Mainardi significativamente
approvato dal congresso.
La vitalità del rinnovamento è stata poi dimostrata dalla non elezione ripetitiva del segretario. Il
CPN appena eletto ha deciso, come noto, di avviare un percorso di elaborazione e proposta su tutta
la questione dei gruppi dirigenti. Questa è stato il frutto di una discussione tesa, franca nell’area
di maggioranza (cosiddetta Ferrero) che, anche per questo dimostra di essere in grado di guidare il
partito: rinnovamento, verifica dei risultati, dei metodi usati nella direzione politica. Un altro
aspetto importante in questo senso è la decisione di indire la Conferenza d’organizzazione per
discutere e decidere finalmente di cambiare il nostro modello organizzativo e le modalità del suo
funzionamento. Ciò operando subito il cambiamento dello Statuto con la riconvocazione
dell’assemblea congressuale. Un mio emendamento allo Statuto è stato bocciato per 3 voti in
assemblea plenaria; l’ho riproposto in altra forma in commissione politica ed è stato approvato nel
documento finale. Bisogna sempre crederci e riprovarci.
Negativo è stata invece la bocciatura dell’obbligo al referendum sulle presentazioni elettorali con
una resistenza trasversale di tanti conservatori mascherati da innovatori. Sono i tanti onanisti delle
interminabili discussioni sul tema elettorale. Trovo per altro sorprendente che a questi si siano
aggregati anche delegati del doc 3. Non si comprende perchè alla democrazia degli iscritti in certi
ambiti debba essere preferita quella degli organismi?! Ma ci torneremo sopra alla Conferenza.
L’altro elemento molto, molto negativo è la questione di genere che si evidenzia nella
composizione dei gruppi dirigenti ma che nasce dal nostro mancato lavoro su di una questione pur
così fondamentale.
Positivo è stato l’avvio in commissione politica del dialogo con il doc 3. Dialogo avvenuto non su
mediazioni fittizie ma nell’approfondire problemi che sono di tutto il partito e cercando le soluzioni
nel percorso e nelle verifiche. Si poteva fare di più da entrambi le parti, ma il dialogo è aperto.
Al contrario si è posto un problema ormai non rinviabile che riguarda Falce e martello. Nelle
dichiarazioni finali grosso modo è stato dichiarato che il doc 2 parteciperà alle riunioni degli
organismi dirigenti e poi farà altro. Ritengo questo inaccettabile per la presenza nel PRC.
L’ancora incerta linea politica è attenuata dal proporre con forza ed in modo articolato la questione
del radicamento, la presenza e ruolo nei conflitti, la questione sindacale e, anche, la conferenza
d’organizzazione sopra citata che dovrebbe dar gambe e concretezza a questi obiettivi.
Il giusto obiettivo di creare un movimento contro il governo Letta , l’austerità, l’Europa è
ancora troppo genericamente declinato e con vuoti di analisi e proposta ancora rilevanti.
Servirebbero parole d’ordine forti, chiare aggreganti, che parlino alla testa ed alla pancia dei
lavoratori, delle classi popolari, dei democratici.
In primo luogo non si è ancora compreso che i movimenti si configurano oggi non come
immediatamente o prioritariamente classisti ma in modo popolare. Che il punto di catalizzazione di
questi movimenti è mobile (contro la globalizzazione), o di natura politico-populista, (il Vaffa), o
generico ( la via maestra, il movimento dei forconi). Per comprendere e far politica in questo
contesto è necessario un’elaborazione della composizione di classe al fine di ragionare seriamente
sui modi, tempi e contenuti della costruzione di un movimento e di un blocco sociale anticapitalista
e democratico. Altrimenti i nostri programmi e le nostre campagne rischiano, come ben sappiamo,
di essere mute.
Così come dobbiamo sapere che é senza sbocchi a breve l’obiettivo della costruzione del
soggetto plurale della sinistra. La debolezza di “via maestra”, le difficoltà della Fiom, la difficile
convergenza con altri pezzi organizzati, non compensata dalla più radicata situazione dei
protagonisti del 19 ottobre, ci dice che questo obbiettivo è ancor ben lontano dall’essere maturo.
Non è certo con le petizioni di principio e la stancante apertura a SEL e PDCI di Burgio e Grassi
che risolviamo il problema. Anzi.
Dobbiamo tuttavia a continuare a proporre e costruire spazi pubblici pluralisti ed inclusivi e
iniziative unitarie a livello nazionale come a livello locale. Ma altrettanto deve essere chiaro che ci
rivolgiamo in primo luogo alla diaspora comunista, di sinistra, che sta nei conflitti ed in alternativa
al Centro-PD. Rincorrere gli altri mini-spezzoni partitici è una perdita di tempo. Unificarci
sommerebbe più gli aspetti negativi.
Per far questo è necessario che il PRC riconquisti una centralità politica forte, evidente,
trainante.
Anche a tal fine abbiamo proposto il tema della centralità dell’euro, la riconquista vera della
sovranità nazionale e popolare, la discussione su di un’altra idea d’Europa (confederale, euromediterranea
ecc ecc). Al congresso questa posizione ha ottenuto il 20% circa dei consensi nel doc
1 comprensivo dei delegati di essere comunisti contrari poichè no-euro è, senza senza ma e senza
tante parole, un muro verso SEL e PD. Presenza che sale a circa il 30% del totale del congresso con
i delegati del doc 3.
Nel documento finale, tuttavia, è contenuta una vittoria di principio:” Il PRC è inoltre
chiamato ad approfondire il dibattito sulla possibile implosione dell’area euro e della moneta unica,
anche a causa delle politiche di austerità e sulle possibili proposte alternative e eventuali strategie
di uscita, in difesa dei lavoratori e della sovranità popolare e democratica.
È un risultato positivo ottenuto partendo in pochissimi ed in soli due mesi: con la difficoltà di
arrivare a tutti con l’informazione, per una discussione difficile piena di perplessità e domande;
contro il centro nazionale che ha ostacolato questa discussione nonostante fosse pienamente interna
al congresso lungo e nonostante fosse la concretizzazione della più volte citata necessità della
critica dell’economia politica; nonostante che essere comunisti sia contrario perchè no-euro è “senza
parole” alterativo al PD e SEL pilastri delle posizioni euro-pirla. Tanti delegati hanno votato contro
ma in perfetta ignoranza poiché non ne hanno mai discusso. Meglio ha fatto chi si è astenuto.
Questo tema è importante se vogliamo parlare alla testa ed alla pancia delle classi popolari.
Questo tema è importante se vogliamo contendere alle destre il disagio che viene dalle politiche
filo europee dei governi italiani: vicenda dei forconi docet.
Questo tema è importante se vogliamo essere efficaci alle prossime elezioni europee.
Come si diceva nel maggio francese:”Ce n’è q’un debut, nous continuon le combat”. Vale per
l’euro, vale ovviamente per tutta Rifondazione.

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