forconi

 Sinistra, svegliati! Mimmo Porcaro
 i forconi, rifondazione, il congresso Ugo Boghetta

 Sinistra, svegliati! Mimmo Porcaro

Il movimento dei forconi è ambiguo, rozzo, largamente influenzato dalla destra estrema.
Certo. Ma se sono vere le cose che da tempo diciamo sugli effetti della crisi, sulle
trasformazioni (e disgregazioni) del mondo del lavoro, sulla chiusura del sistema politico,
sulla natura liberista del PD e sulla subalternità dei sindacati maggioritari, se sono vere tutte
queste cose, è allora inevitabile che ogni radicale protesta popolare assuma forme
ambivalenti e diventi oggetto di una contesa tra destra e sinistra riguardo agli obiettivi ed ai
modi dell’azione. Ed è inevitabile quindi assistere ad un crescere di proteste senza vero e
proprio conflitto, di conflitti senza un vero e proprio movimento, di movimenti decisamente
segnati dal populismo, ossia dall’illusione del “tutti a casa”, dall’incapacità di individuare
gli avversari, dalla tendenza a prendersela con altri poveracci, dalla fascinazione per un capo
ed uno stato autoritari. Sarà certamente questione di gradi, di analisi fattuali, di valutazioni
fatte caso per caso, e magari quello del “9 dicembre” risulterà essere un caso
particolarmente ambiguo. Ma nessun movimento potrà più essere giudicato “prima”, senza
parteciparvi o senza aver tentato di farlo, senza attraversarlo e senza averne separato il
buono ed il cattivo: senza aver proposto dall’interno un’altra definizione dei fini e dei mezzi.
D’ora in poi snobbare o contrastare una mobilitazione perché è in odore di populismo
significherà snobbare o contrastare qualunque mobilitazione. Tranne quelle sindacali, che
però (e non è un caso) latitano, o quelle studentesche, che però (e non è un caso) alla lunga
sono inefficaci.
Se la sinistra vuol tornare ad essere sinistra e a contare qualcosa deve quindi allontanarsi
dall’atteggiamento che oggi sembra prevalere al suo interno. Se vuole essere una soluzione
per il Paese deve pima riconoscere di essere, essa stessa, una parte del problema. Perché la
sua componente maggioritaria è da tempo passata al nemico ed è corresponsabile della
distruzione neoliberista della democrazia e dello stato sociale (altro che “pericolo di
destra”… la destra più pericolosa c’è già ed è già al potere, si chiama “larghe intese”, si
chiama “Grosse Koalition”, si chiama PD e sedicente “socialismo europeo”…). Perché
l’alternativa della democrazia partecipata proposta da ciò che resta del movimento
altermondialista è debolissima rispetto all’esigenza ormai acuta di trasformare i rapporti di
proprietà, e soprattutto è incomprensibile per quella larga parte del popolo che non ha il
tempo e le risorse per partecipare ad alcunché. E infine perché la stessa sinistra radicale,
forse spaventata dalle conseguenze delle proprie migliori analisi, non riesce ad emanciparsi
dalla trappola dell’europeismo (e dell’euro), non riesce a proporre fin da oggi soluzioni
neosocialiste in grado di traghettare il Paese fuori dalla subalternità al capitalismo atlantico,
non riesce a costruire un discorso “nazionaldemocratico” capace anche di prevenire il
diffondersi del nazionalismo di destra, non riesce a svincolarsi dall’idea che l’unica vera
lotta popolare sia quella della CGIL, o di movimenti da sempre legati alla sinistra (come il
benemerito movimento No Tav).
Bisogna smetterla con esitazioni ed illusioni. Bisogna svegliarsi. E cominciare magari a
porre una buona volta il problema dei problemi: che è quello di rompere l’alleanza tra le
frazioni sindacalizzate (e qualificate) del lavoro ed capitalismo europeista, e l’alleanza tra le
frazioni più deboli del lavoro ed il capitalismo protezionista, per costruire una vera unità del
lavoro subalterno (dipendente o no). Come si può fare? Si può fare concentrando gli sforzi
sulla rottura dell’oligopolio dei sindacati maggioritari, senza quindi accodarsi sempre alla
Fiom e senza sperare sempre nel rinsavimento della CGIL. Si può fare costruendo comitati
popolari contro la crisi (e quel “partito sociale” di cui spesso ci limitiamo a parlare) capaci
di muoversi nel magma dei conflitti attuali. Si può fare elaborando idee forti, certo (nuovo
socialismo, nazionalismo costituzionale e democratico…), ma anche idee apparentemente
più prosaiche. Comprendendo, ad esempio, che la questione fiscale ha cambiato forma,
perché se il piccolo evasore degli anni passati difendeva la propria ricchezza sottraendola
allo stato sociale, quello di oggi – vista la durezza della crisi e visto il crescente
dirottamento del denaro pubblico verso il pagamento del debito – si difende dalla miseria
sottraendo denaro alla speculazione. Non dobbiamo certo fare l’elogio dell’evasione, ma
riconoscere che chiedere oggi la normalizzazione fiscale è condannare la gente alla fame.
Riconoscere che la durezza delle sanzioni sui “piccoli” è effetto della scelta di non chiedere
denaro ai “grandi”. E riconoscere che se i lavoratori sindacalizzati proponessero, invece
della generica lotta all’evasione, una riduzione del carico e delle multe per i “piccoli” ed un
deciso aumento della tassazione delle rendite e delle plusvalenze, riuscirebbero finalmente
ad attrarre a sé sia le “partite IVA per forza”, ossia gli strati dequalificati del lavoro, sia i
lavoratori autonomi di seconda generazione e di alta qualificazione. E soprattutto
incrinerebbero quella loro nefasta alleanza col grande capitale che, riflessa nelle incapacità e
nelle colpe della sinistra attuale è, ad oggi, il principale ostacolo ad una soluzione
democratica della crisi italiana.

I forconi, rifondazione, il congresso Ugo Boghetta

L’analisi della vicenda dei forconi di Ferrero è opportuna ed in larga parte condivisibile. Se
avesse fatto questa relazione al congresso sarebbe stato un passo in avanti. Per completare
l’analisi, tuttavia, sarebbe stato necessario andare oltre come afferma Porcaro nel suo pezzo.
Avremmo dovuto affrontare la questione della composizione di classe, delle problematiche,
tensioni e propensioni dei vari settori. Avremmo dovuto cercare di capire di come si
muovono i vari soggetti proprio a partire dal seminario su Grillo di primavera. Sono ormai
tre decenni che siamo attraversati da populismi e noi nulla abbiamo cercato di capire.
Purtroppo Ferrero sembra non trarre dall’analisi alcun elemento generale, nessun elemento
di teoria e cultura politica.
Da tempo stiamo insistendo che i movimenti oggi non sono prioritariamente classisti ma
alleanze popolari variegate. E che i punti di aggregazione sono spesso mobili, non sempre
ce n’è uno forte. Questo dipende dalla stratificazione dei vari soggetti in campo e dalla forza
egemonica o meno delle singole parti. Questo richiederebbe da parte nostra un modo di
agire su due livelli diversi. Il primo riguarda la messa in movimento di pezzi plurimi che,
come sempre, può avvenire su qualsiasi questione, il secondo la determinazione di un punto
forte di catalizzazione che, gestito opportunamente, dia il segno di sinistra. In questo senso
abbiamo avanzata la proposta no-euro. Proposta che per un verso parlava alla pancia, per
l’altro alla testa proponendone una declinazione di sinistra. Era il tentativo di contrastare il
centro liberal-liberista del PD e la destra e sfidarli sul terreno dell’egemonia.
È proprio nel vuoto da noi non conteso e, per altro, lasciato libero da Grillo a causa della sua
logica tutta istituzional-mediatica che si sono inseriti i forconi e la destra.
Si afferma che il substrato ideologico dei forconi è liberista. Avendo noi rinunciato da tempo
ad avanzare un’uscita a sinistra in senso socialista rideterminandone nuove caratteristiche, ci
siamo preclusi di svolgere una critica al liberismo, al presunto mercato, poiché solo
un’alternativa può indicare la critica di un sistema e dei singoli aspetti. In questo il
congresso è stato totalmente carente.
Anche Grassi dal suo blog si lamenta. Ignaro di quanto accade, però, continua a parlare di
SEL, del Pdci, di niente insomma. Si è persa una qualsiasi analisi di classe. Sembrare
comunisti, si potrebbe dire. Ciò affermato senza polemica poiché questi atteggiamenti
danneggiano tutto il partito.
La parziale e tardiva analisi di classe, l’incapacità di comprendere la radicalità della
situazione che deriva dalla negazione degli effetti dell’euro, l’evidente erroneità dell’idea di
Europa Reale, la mancata estrapolazione di nuovi approcci teorici e di cultura politica,
portano Ferrero (figuriamoci Burgio e Grassi) a chiudere l’articolo con le proposte fuori asse
avanzate nel pre-congresso: vecchie e sbagliate, quasi inservibili ora.
Non si può andare molto avanti con le analisi del giorno dopo e le proposte del giorno
prima.
Il prossimo CPN dovrà necessariamente fare mente locale e mettere a tema quegli spunti
che nel documento finale del congresso comunque ci sono per pensare e praticare una svolta
di cui noi e tutta la sinistra ha bisogno.

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