Dino Greco

Il “Job act” di Renzi: una porcata reazionaria

Ve ne erano tutte le premese e noi ne eravamo certi. Lo strombazzato “Job act”, il piano per il lavoro con cui Renzi vorrebbe imprimere un deciso impulso al rilancio dell’occupazione in Italia non è che pubblicità ingannevole. Si tratta della riesumazione raccogliticcia del vecchio progetto di Pietro Ichino, vale a dire la definitiva riduzione dei lavoratori a forza lavoro precaria, a basso costo, priva di diritti esigibili, licenziabile ad nutum (al cenno) entro i primi tre anni di lavoro, a prescindere dalla motivazione con cui il padrone decida di rescindere il rapporto. Ma – in definitiva – anche dopo, considerato che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, dopo la cura Fornero, non esiste più, poiché la reintegrazione nel posto di lavoro è stata sostituita dall’elargizione di una mancia, anche ove il licenziamento sia intimato senza giusta causa e giudicato illegittimo da un magistrato. La stabilizzazione dei rapporti di lavoro (a tutela progressiva nel tempo) esiste dunque solo nel titolo del progetto, ma non nella realtà. Tutti i contratti di lavoro, anche se formalmente riuniti in un’unica fattispecie, sono infatti “a tempo”: l’azienda, e solo essa, è titolata a decidere sino a quando tenere in forza un lavoratore o quando invece sia giunto il momento, o l’oppotunità o, semplicemente, il desiderio di disfarsene. Non occorre scomodare sofisticate argomentazioni per comprendere che il lavoratore il cui rapporto di lavoro è in ogni momento appeso alla discrezionale volontà (più prosaicamente: agli umori) del suo datore di lavoro non è una persona libera, ma soggiogata dal ricatto implicito nell’asimmetria di forze fra i due soggetti e nell’impossibilità di fare valere qualsivoglia diritto, in quanto ciò potrebbe costargli molto caro. La stessa forza contrattuale dei sindacati, già ridotta al lumicino, scomparirebbe del tutto. In effetti, a ben guardare, questo progetto unifica davvero il balcanizzatissimo mondo del lavoro. Lo fa mettendo tutti sullo stesso piano: quello più basso.

Ma i regali alle imprese non finiscono qui. Renzi ne mette in cantiere due, entrambi formidabili: l’abolizione della cassa integrazione (al suo posto una modestissima indennità di disoccupazione, sul modello Aspi) e il trasferimento degli oneri contributivi per i neo-assunti allo Stato.

La prima operazione serve a dissolvere qualsiasi legame fra l’impresa e i suoi dipendenti nelle fasi di crisi. I padroni sono così assolti da qualsiasi vincolo al confronto con le rappresentanze aziendali dei lavoratori e con i sindacati: la flessibilità ‘in entrata’ si fonde mirabilmente con quella ‘in uscita’, “lacci e laccioli” che imponevano all’impresa qualche dovere di negoziazione e una qualche responsabilità sociale, sono del tutto recisi; i luoghi di produzione tornano ad essere – incondizionatamente – una ‘zona franca’, impermeabile a qualsiasi inferenza esterna alla giurisdizione imprenditoriale.

Ciò che è bene per i detentori dei mezzi di produzione – questa la filosofia immanente al progetto – è senz’altro bene anche per l’intera comunità e per il Paese. Mai come nel moderno progetto del rottamatore la libertà d’impresa, condizionata rigorosamente dalla Costituzione repubblicana, torna ad essere un principio assoluto. Matteo Renzi prova cioè a fare quello che Tony Blair fece al Labour e ai lavoratori britannici qualche decennio fa, portando a compimento l’architettura reazionaria di Margareth Tatcher. E chi vi si oppone è solo perché irriducibilmente malato di vetero-operaismo.

La seconda operazione, la fiscalizzazione degli oneri sociali per i neo-assunti, sgrava le imprese da costi che ad esse competerebbero e li mette in carico alla collettività. Anche in questo caso agisce prepotentemente un’idea falsa: quella secondo cui il lavoro lo si crea abbattendone il costo. Una tesi priva di qualsiasi riscontro. In primo luogo perchè il costo del lavoro è in Italia fra i più bassi del mondo occidentale e poi perché è provato l’esatto opposto, e cioè che la possibilità di disporre di manodopera a basso costo, oltre a promuovere forme di lavoro di tipo schiavile, diseduca le imprese, alleva una classe imprenditoriale con una mentalità parassitaria, ne alimenta le pulsioni peggiori, disincentiva una competitività fondata sugli investimenti e sull’innovazione, piuttosto che sullo sfruttamento ad libitum del lavoro.

Osserviamo, di passaggio, che rapiti da questa ispirazione di modernità ottocentesca, Renzi e i suoi ragazzotti non hanno invece ritenuto di applicare il proprio furore riformatore all’articolo 8 ( l. 148 del 2011) con cui Maurizio Sacconi, ex ministro del welfare del defunto governo Berlusconi, distrusse l’intangibilità del contratto nazionale di lavoro e delle stesse leggi dello Stato, prevedendo la possibiltà che all’uno e alle altre fosse possibile derogare previo accordi aziendali fra imprese e sindacati compiacenti. E se ne capisce la ragione. Quella cosetta lì a Renzi piace, poichè giova alla salute della nostra economia tutto ciò che fa piazza pulita delle più rilevanti conquiste del giuslavorismo moderno.

Allora non c’è proprio nulla di positivo nel Job act? Una cosa c’è. E’ il sostegno renziano ad una legge sulla rappresentanza sindacale. Facciamo una scommessa? Sarà il solo aspetto di tutto il marchingegno che non andrà in porto. Ne riparliamo fra un po…

 Liberazione

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