sommario
– luci ed ombre del programma della sinistra europea (Enrico Grassini)
– per un Bilancio del congresso di Rifondazione (ugo boghetta)

 

Da micromega
Enrico Grazzini
 …………………………………………. Sinistra Europea ed euro
Fatte queste premesse, per un osservatore esterno come il sottoscritto è opportuno focalizzare in
maniera critica i problemi e le debolezze del programma economico e politico presentato
recentemente da SE nel Quarto Congresso che si è tenuto a metà dicembre a Madrid[1]. Il primo
problema del programma del gruppo europeo è quello relativo al nodo dell’euro: ma proprio questa
questione sarà ovviamente al centro della consultazione elettorale europea che si terrà a fine maggio.
Se la posizione sull’euro – che (mercato unico a parte) è l’unica e vera (disastrosa) realizzazione
dell’Unione Europea – sarà sbagliata, il gruppo della Sinistra Europea rischierà di perdere il suo
elettorato potenziale, e quindi le elezioni, e in Italia la lista per Tsipras potrebbe anche non
raggiungere il quorum. Un errore sulla questione centrale dell’euro significa infatti quasi certamente
bucare le elezioni. Purtroppo, anche se molte analisi di SE sono condivisibili, le proposte di SE sulla
crisi dell’euro non si distinguono molto da quella dei partiti socialisti tradizionali.
SE è nettamente contro il liberismo e per il welfare e la democrazia, e afferma chiaramente che l’euro
– che ovviamente non è una semplice moneta, ma una politica monetaria ed economica centralizzata
da poteri non eletti (Commissione UE e BCE) sotto la guida del governo tedesco – è fonte di
ingiustizie e sottosviluppo per l’Europa, e che la UE così com’è rappresenta gli interessi delle elite
finanziarie. L’euro non garantisce per nulla i due obiettivi per cui era nato, stabilità e sviluppo, anzi li
contraddice. La UE porta avanti politiche che dividono e sottomettono i paesi europei. Di fronte al
clamoroso fallimento dell’euro, SE sottolinea che occorre “non applicare le politiche di austerità,
rifiutare di aderire ai trattati europei, e ripudiarli basandosi sulla sovranità popolare”. Questo per
l’immediato. Per il futuro il suo programma invoca cambiamenti radicali dell’unione monetaria e
riconosce che in molti paesi si discute legittimamente se uscire o no dall’euro. Ma conferma anche
che “la Sinistra Europea non intende ritirarsi dall’euro dal momento che non produrrebbe
automaticamente politiche più progressive. Il ritiro non risolverebbe il maggiore problema che è il
ruolo dei mercati finanziari e del potere del grande capitale. Occorre una trasformazione
dell’eurozona grazie a un cambiamento radicale dell’architettura dell’euro orientato a un’economia
basata sulle esigenze sociali…. Questo riguarda cambiare il ruolo, lo status e i compiti della Banca
Centrale Europea… basarla sul controllo popolare, dandole il potere di diventare il prestatore di
ultima istanza …”.
Questo approccio mi sembra illusorio e sbagliato dal momento che non sembra possibile cambiare
tutta l’architettura dell’euro, sottoscritta da molteplici trattati europei e dai diversi governi europei
da Maastricht in poi, cioè dal 1992 in avanti. Riformare l’euro nella prossima legislatura europea è
oggettivamente utopistico. La Germania – e non solo la Germania – non permetterà mai di rovesciare
l’architettura dell’Unione Europea, perché questa è funzionale al suo benessere e alla sua egemonia.
E senza l’appoggio della Germania ogni riforma della UE è da escludere. Inoltre, anche se la Merkel
per magia – o a causa del precipitare della crisi – fosse costretta a cambiare completamente le sue
posizioni, trasformare i trattati UE in senso riformista richiederebbe anni di trattative, negoziazioni,
referendum, approvazioni parlamentari in tutti i paesi europei, ecc . E’ impensabile che questo possa
accadere.
E’ invece molto più realistico proporre – come pure suggerisce SE – di rigettare i trattati sottoscritti,
come quello del Fiscal Compact. SE si impegna anche a proporre di rinegoziare i debiti pubblici. Ma
non basta. Occorre ritornare alla sovranità monetaria nazionale. La sinistra dovrebbe proclamare
con forza che le politiche economiche delle nazioni europee devono essere decise dai popoli europei e
dai loro governi liberamente eletti, e non dalla UE o dalla Germania, o dalla Troika (UE, BCE, FMI) e
dalla speculazione internazionale. E’ in gioco la democrazia, e non solo l’euro.
La possibilità di uscire dal tunnel di questo euro esiste. Occorre però uscire anche dal dilemma che
finora ha bloccato ogni azione alternativa: rimanere intrappolati nella moneta unica o invece uscire
in maniera unilaterale, rischiando però il disastro dell’economia nazionale e la rottura di tutta
l’Unione Europea. L’alternativa c’è: convenire a livello UE il ritorno concordato alla sovranità
monetaria, cioè alle monete nazionali con cambi fissi ma aggiustabili periodicamente; e abolire l’euro
come moneta unica trasformandola invece in una moneta comune verso le valute extraeuropee. Una
proposta analoga è stata fatta da uno statista e politico di lungo corso come Oskar Lafontaine. Il
socialista Lafontaine, già presidente della potente SPD, e uno dei padri dell’euro e poi fondatore della
Linke, ha suggerito che i paesi europei, Germania compresa, concordino l’uscita coordinata dall’euro
prima del dissesto totale e di una rivolta generalizzata contro l’austera e suicida egemonia tedesca. Si
tratta di riprendere e arricchire questa proposta approfittando delle tesi di J. M. Keynes. L’idea
infatti non è solo quella di concordare la fine della moneta unica e di ritornare alle monete nazionali:
occorrere anche creare un euro-bancor riprendendo il progetto Bancor già avanzato da Keynes a
Bretton Woods. Grazie a un sistema di compensazione multilaterale dei debiti e dei crediti
commerciali in grado di comminare penalità simmetriche per i deficit e i surplus strutturali della
bilancia dei pagamenti dei diversi paesi, il commercio nell’area euro potrebbe aumentare in maniera
equilibrata con soddisfazione di tutti. Debiti e crediti troverebbero una tendenziale compensazione.
Il nuovo euro-bancor sarebbe composto da un “paniere” delle monete nazionali europee. La valuta
comune gestita dalla BCE sarebbe utilizzata per tutte le operazioni con i paesi extraeuropei e
rappresenterebbe una barriera contro la speculazione del mercato monetario internazionale.
Questa proposta keynesiana offre tre vantaggi sostanziali: 1) sarebbe facilmente comprensibile e
condivisibile dall’opinione pubblica e potrebbe diventare la leva del successo per vincere le elezioni.
Infatti il sentimento popolare è ormai contrario alle politiche economiche della UE, anche se non è
avverso all’unità europea. Invece rimanere nell’euro e proporre di non rispettare i trattati UE, come
suggeriscono SE in Europa e Rifondazione Comunista in Italia, è non solo contraddittorio, ma
provoca grande confusione e sconcerto presso l’opinione pubblica, e potrebbe fare perdere le
elezioni. 2) smantellare la moneta unica e ritornare alle monete nazionali non porrebbe vincoli
costituzionali alla Germania, che forse ritornerebbe anche volentieri al marco per non rischiare di
pagare i debiti altrui. Al contrario ogni progetto di riforma della UE e dell’euro cozza contro il fatto
che la Germania ha (giustamente) vincoli costituzionali nel cedere sovranità alle istituzioni
sovrannazionali, e che non vuole pagare la solidarietà verso gli altri paesi; 3) Il terzo vantaggio è che
l’Euro sarebbe però mantenuto come moneta comune europea, e quindi non distruggerebbe l’Europa
unita ma costituirebbe la nuova piattaforma per rilanciarla su nuove basi rispettose della democrazia
e delle sovranità nazionali. La fallimentare moneta unica del dirigismo finanziario europeo
scomparirebbe. Ma l’euro come moneta comune sarebbe la base per riproporre una nuova solidarietà
europea. E il progetto di Keynes potrebbe trovare buon ascolto anche presso i settori più avanzati del
centrosinistra europeo. E’ quindi effettivamente realizzabile.
Sinistra Europea e Unione Europea
La battaglia contro la moneta unica è necessaria, ma non basta. Occorre anche capire quale Unione
Europea si vuole. Sinistra Europea non intende dare fiato ai nazionalismi regressivi ma punta a
rifondare la UE contro l’attuale Europa neoliberista e ultramonetarista.. Vuole dare più potere al
Parlamento Europeo che attualmente conta pochissimo ma che dovrebbe essere il pilastro della
nuova Unione. E questo è senz’altro giusto. Per riformare l’Europa è pronta a sottoscrivere alleanze
con il centrosinistra ma senza subordinazioni di sorta. Anche questo è giusto. Ma chi scrive non
comprende se SE voglia un’Europa federata o invece confederata. SE non sembra esprimersi in
maniera chiara su questo punto cruciale, se cioè l’Unione Europea si fonderà innanzitutto sulle
democrazie e sui parlamenti nazionali o se invece dovrà diventare la guida sovranazionale
dell’Europa come il governo federale degli Stati Uniti d’America.
Che il Parlamento europeo debba avere maggiori ed effettivi poteri decisionali è fuori di dubbio. Però
andrebbe anche detto con chiarezza che attualmente gli Stati Uniti di Europa, per quanto siano un
nobile ideale concepito da personalità straordinarie, come Mazzini, Churchill e Spinelli, non sono
attualmente proponibili. Semplicemente non esistono le condizioni storiche, culturali, democratiche,
politiche ed economiche per la federazione europea. Non esiste una lingua comune, una storia
comune tra i paesi scandinavi, del centro e del sud Europa, tra quelli dell’ovest e quelli dell’est
Europa ex comunista, non esiste una opinione pubblica europea in grado di fare circolare idee e
dibattiti comuni – dalla Finlandia alla Spagna, dalla Lettonia alla Polonia e al Portogallo, dalla
Francia alla Svezia e all’Italia –, non esistono veri partiti europei, non esiste una politica sociale e
fiscale comune, non esiste un bilancio autonomo europeo, non esistono istituzioni democratiche
efficienti e di garanzia a livello europeo, non esistono stampa e tivù paneuropee, non sono radicate
azioni sindacali comuni. Non esistono politiche internazionali e di difesa comuni, anzi gli interessi
internazionali di Germania, Francia, Italia e UK divergono sempre di più. Gli Stati Uniti dei 27 paesi
europei sono allo stato attuale oggettivamente impensabili.
Il federalismo europeo può restare come ideale e direzione di marcia nel lunghissimo periodo –
quando saremo quasi certamente tutti morti – ma allo stato attuale occorre prendere atto della realtà
e non sognare. La politica non è solo utopia ma anche sano realismo. Chiedere “più Europa” quando
l’Europa è dominata da un solo paese (che per di più non vuole la cooperazione europea) significa in
pratica concedere ancora più potere a organi e strutture non democratiche che rappresentano
sostanzialmente gli interessi della grande finanza e dei paesi più ricchi, quelli creditori, Germania in
testa. Non bisognerebbe, magari con buone intenzioni e in nome dell’unità europea, favorire la
centralizzazione del potere nella UE e nella BCE sperando di riformarle e di farle diventare più
democratiche. A questa Europa occorre invece innanzitutto togliere potere e dare più democrazia.
L’Europa democratica può essere rifondata passo per passo solo se rispetta pienamente le autonomie
e le democrazie nazionali e se non le prevarica. In questo senso chiedere oggi, come fanno per
esempio SEL e RC in Italia, l’Europa federata può essere controproducente e antidemocratico, e può
portare alla rovina il faticoso e lungo cammino verso la costruzione europea.
Ci sono molti ottimi aspetti della proposta della Sinistra Europea. Il suo programma comprende
diritti sociali, civili e politici assolutamente condivisibili. Altri aspetti convincono di meno. Per
esempio manca la proposta del reddito garantito, mentre c’è quella del salario minimo, che però
riguarda solo i lavoratori già occupati. La proposta di uscire dalla Nato non risolve per nulla il
problema della difesa europea. Il timbro ideologico dei documenti politici di SE è in generale più
comunista che socialista, anche se è molto aperto verso le libertà democratiche e civili che un tempo
sarebbero state definite “borghesi”. I lavoratori della conoscenza e il ceto medio non vengono però
neppure citati come fronte sociale progressista su cui basare la propria politica. Il problema cruciale
della democrazia economica è solo accennato. Ma la vera e grande questione da affrontare è, come
abbiamo detto, quella dell’euro e della UE.
E’ possibile che in Grecia sia stato opportuno non proporre l’uscita dall’euro, anche perché il bilancio
pubblico del piccolo paese era irrimediabilmente disastroso, la speculazione colpiva duramente, e
perché la Grecia è un paese importatore. La Grecia ha cercato di salvarsi con la UE. Ma le condizioni
di ogni paese europeo sono diverse e specifiche. L’Italia per esempio è un grande paese esportatore
che non può sopportare il fiscal compact, che non può essere salvato dalla UE in caso di crisi
verticale, e che, secondo alcuni studi, potrebbe invece guadagnare dall’uscita dall’euro e dalla
conseguente svalutazione. La proposta di concordare insieme a livello europeo il ritorno alle monete
nazionali appare perciò essere la più efficiente, la più plurale e la più democratica. Sinistra Europea
si propone di affrontare nuovamente il problema dell’euro: è auspicabile che la proposta keynesiana
di una moneta comune, l’euro-bancor, possa guadagnare consenso.

 

Per un Bilancio del congresso di Rifondazione
ugo boghetta
 Con l’elezione di segretario, segreteria e direzione si è chiuso il IX congresso.
È dunque necessario farne un bilancio razionale, averne una visione critica e d’insieme.
 Doveva essere uno straordinario congresso e per questo lo si è pensato anche lungo. Ma se
la necessità del termine straordinario rimandava alla crisi, alla situazione italiana ed al PRC,
nulla di straordinario è avvenuto.
 Sul piano politico ha ribadito la nostra collocazione indipendente dal centrosinistra:
posizione decisa fin dal congresso della Federazione della Sinistra (motivo per cui Pdci e
Lavoro e solidarietà se ne sono andati).
 Questa tuttavia non è una linea politica ma un semplice posizionamento. Una linea
politica avrebbe bisogno di un progetto, una teoria, un’analisi, un programma (non un
piattaforma). Questo è il motivo per cui siamo sempre in ritardo e sfasati sugli eventi.
Per questo le nostre proposte sono mute. Non abbiamo le parole perchè non abbiamo
elaborato i concetti per pensarle. Vediamo il capitalismo e la crisi nei suoi aspetti
quantitativi più che qualitativi. C’è un problema enorme di dottrina e teoria politica di
cui purtroppo molti, tanti, troppi compagni non si rendono conto. Abbiamo il grande
problema di rivisitare i criteri, i paradigmi che ormai applichiamo acriticamente motivo per
cui siamo finiti in una terra di nessuno.
 Nel suo intervento al CPN Ferrero, riguardo alla vicenda dei Forconi, ha affermato che non
abbiamo capito; che non comprendiamo le dinamiche del paese. Giusto ma questo significa
che, appunto, non abbiamo una linea; che il continuismo ci ha portato in un vicolo cieco.
 Il salto di qualità di cui abbiamo bisogno, e che continuamente scriviamo nei
documenti, non avviene poiché il salto da fare è in primo luogo teorico, qualitativo.
 Un partito comunista, della e per la Rifondazione, che non è in grado di: andare oltre i
miti dell’europeismo monetario, di una concezione astratta del Proletariato Europeo
(concezione parallele all’universalismo e europeismo borghese); elaborare un’analisi
concreta della situazione concreta e mettere a tema la crisi quasi organica del paese Italia,
si condanna ad esistere come mero simulacro.
 Ciò produce corto-circuiti. Abbiamo difeso e difendiamo tutte le lotte di liberazione
nazionali, Resistenza compresa, ma siamo incapaci di distinguere fra nazionalismo e
questione nazionale. Pensiamo che la Costituzione e l’obiettivo della sovranità popolare
siano possibili fuori dalla questione nazionale. Così, mentre crediamo di avere un’idea
dell’Europa, manca l’idea di una transizione democratica, un’idea dell’Italia. È il
rovesciamento dell’apologo della volpe e l’uva. Scegliamo gli obiettivi fuori portata così
posiamo continuare a guardarli senza doverli afferrare concretamente.
 Siamo comunisti senza una proposta di transizione al socialismo pur essendo dentro
l’enormità di questa crisi. Manca del tutto l’idea di un socialismo nuovo e diverso,
concretamente innestato nella crisi e nelle vicende attuali.
 A fronte di questi enormi e fondamentali problemi il congresso invece si è prodotto e
protratto solo sulle questioni interne nella più tipica e mefitica tradizione del prc. La
segreteria non si è dimessa (compresi quelli di EC) dopo la vicenda di Rivoluzione Civile. Si
è rotta quella modalità, anch’essa mefitica, di una gestione pattizia che ha regolato in questi
anni tutto. Per essere comunisti l’obiettivo era averne un’altra sempre in direzione
moderata. . Tutto ciò ha personalizzato lo scontro e fatto della questione del segretario una
tema simbolico.
 L’errore di Ferrero, e di altri compagni, è stato quello di essere subalterni a questa
impostazione invece di capire che il problema era ben altro: la nostra storia era
arrivata ad un capolinea e andava ripensata. Rifondata. La questione del
rinnovamento riguardava anche la gestione ed il modello di partito. Un emendamento
interno alla stessa area di maggioranza non può che rappresentare una critica al
maggior responsabile: il segretario. È per liberare questa discussione che la segreteria
doveva dimettersi ed era necessario il congresso lungo.
 In questa scelta c’è tutta la debolezza di gran parte della maggioranza. Un’area
“brontolosa” che brontola prima e diventa silenziosa al momento delle scelte. Avvalla
l’idea che abbiamo solo un compagno che può rappresentare e reggere la barra della linea
politica. Avvalla l’idea insana che tutto dipenda dal leader. Se avessimo fatto il
congresso sul rinnovamento del partito e approfondito i motivi della nostra crisi, di come
risalire la china della credibilità e dell’efficacia, la posizione di essere comunisti non sarebbe
esistita. Avremmo discusso di radicamento, sindacato, di progetto. Non a caso,ad esempio,
la serata dedicata allo Statuto (e quindi al rinnovamento) è avvilente. Per queste ragioni non
ho votato il segretario.
 Gli elementi negativi sono continuati fin dopo la fine del congresso.
Inaccettabile è stato il comportamento della componente di Grassi ( e falce e martello) per
aver mandato un lettera come risposta alla consultazione. Avevamo deciso che la
consultazione fosse individuale. È questo un comportamento lesivo del partito. È mancanza
di senso del partito. È il correntismo giunto all’ostruzionismo. Essere Comunisti si è così
collocata fuori dal doc 1, cui, per altro, aveva aderito in modo trasformista.
 Ben diversamente si sono comportati i compagni del doc 3 dimostrando senso ed
attaccamento al partito; pure consentendo il varo degli organismi dirigenti. Ed è del tutto
evidente che per la prospettiva gli interlocutori si scelgono in base anche al comportamento.
 In questo clima la vittima è stata la discussione politica, l’approfondimento. In questo clima
è stato difficile ma produttivo avanzare l’unica proposta di cambiamento e di
impostazione: euro-europa, questione nazionale, analisi della composizione di classe e
sue dinamiche, blocco sociale, transizione democratica e socialismo.
 Queste problematiche si stanno già proiettando sul tema delle elezioni europee e delle
relative liste. Se per un verso è positivo l’interesse per Tsipras è però pericolosa la vicinanza
di impostazione al PD ed alle cosiddette elite antipartito ed antipolitiche. Ciò che accomuna
è la Natura dell’Europa: l’€uropa come stato europeo. È l’incomprensione di un euro camicia
di forza per realtà diverse.
 Certo Tsipras ha un grande valore simbolico e dobbiamo utilizzarlo fino in fondo, ma
non possiamo certo fermarci a questo. Per un verso dovremo evitare una politica
“moderata” sull’Europa inserendo il tema dell’euro accanto a quello della lotta
all’austerità. L’Italia non è la Grecia.
 Dall’altra è sì necessario allargare il fronte al massimo ma evitando la presenza di
posizioni antipartito, e anticomuniste. O c’è riconoscimento reciproco o non c’è alleanza
possibile. Ciò anche al fine di evitare che se andrà bene sarà merito di altri, se andrà
male sarà al solito colpa nostra.
 Va anche ricordato che il documento n. 1 propone la consultazione degli iscritti sulla
presentazione alle elezioni.
 I lati positivi del congresso. 1) Una certa tenuta del partito nonostante il momento
drammatico. 2) Il risultato complessivo delle posizioni noeuro-Europa che in pochi
mesi sono giunte attorno al 30%, con una presenza in segreteria nazionale di
compagne e compagni orientati variamente in questo modo.
 Siamo dentro un’evidente fase di transizione. Sulla politica, la Rifondazione,
dunque, il congresso è appena cominciato.

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