• cronaca da Chianciano: convegno oltre l’euro F. Fraioli 
• lettera Boghetta, Piobbichi, Porcaro al convegno di Chianciano
• sondaggio: italiani sempre più noeuro
(…)
Il convegno di Chianciano
Il convegno Oltre l’euro. La sinistra. L’alternativa è stato promosso da una parte dei soggetti che assumono
come primo valore da difendere la democrazia, e come interesse privilegiato quello del mondo del lavoro, inteso
quest’ultimo nella sua accezione più generale di tutti coloro che, per vivere, ogni giorno devono alzarsi per
andare a lavorare o cercare un’occupazione.
Una parte di questi soggetti politici, ma non tutti, ha partecipato. Tra gli assenti c’è stata anche l’ARS (di cui
faccio parte), scelta che ho combattuto nel direttivo nazionale che ha preso questa decisione, e che continuo a
ritenere sbagliata. Lo sviluppo del convegno, e gli interventi che ho ascoltato, hanno confermato questa mia
valutazione,sebbene resti convinto che essa, almeno per quanto riguarda ARS, sia stata più il
frutto di un fraintendimento che di reali motivi di contrasto.
Alla radice dei fraintendimenti continua ad esserci l’uso di una dicotomia che, negli ultimi decenni, è diventata
estremamente ambigua nella percezione che ne hanno le persone, quella “destra/sinistra”. In questo senso il
titolo del convegno, che contiene la parola “sinistra”, non è stato di aiuto alla corretta comprensione di ciò che
esso è realmente stato. Chi ha partecipato ha potuto verificarlo di persona; gli altri potranno constatarlo
visionando i video degli interventi che sono in via di pubblicazione. I relatori hanno tutti sostenuto posizioni
valoriali democratiche e proposto percorsi di uscita dalla crisi nei quali veniva chiaramente posto l’accento sugli
interessi del mondo del lavoro, ma ognuno di loro li ha declinati in modo coerente con la propria visione del
mondo, e chissà, forse anche degli interessi di bottega. Ma di ciò, noi che abbiamo vissuto abbastanza, non ci
meravigliamo né ci scandalizziamo più di tanto.
Gli interventi “politici”
La prolusione di Moreno Pasquinelli del Movimento Popolare di Liberazione (MPL) ha enucleato i quattro
scenari più probabili, che egli ha definito: soluzione socialista, soluzione liberista, soluzione fascista, soluzione
sovranista democratica. Nessuno dei relatori ha indugiato sulla possibilità di una soluzione socialista,
evidentemente improbabile sebbene gradita ad alcuni, né sul pericolo di una soluzione fascista. Quest’ultima,
essendo il fascismo l’antidoto velenoso escogitato dal Capitale per arrestare l’avanzata del socialismo, non può
sussistere se manca la “minaccia del socialismo”. Restano, dunque, due soli probabili scenari, la soluzione
liberista e quella democratica sovranista, vale a dire le due forme che il mercato ha assunto nel corso del XX°
secolo. MPL sostiene la linea di un’alleanza di tutte le forze democratiche per un’uscita democratica e sovranista
dalla trappola dell’euro e dell’Unione Europea.
Sebbene tutti i relatori si siano espressi a favore del ripristino di una forma regolata di mercato capitalistico (sia
pure come fase transitoria verso il socialismo, nel caso di Moreno Pasquinelli), quelli di loro che hanno
affrontato il tema della fuoruscita dall’euro si sono divisi sui possibili percorsi politici. La linea di demarcazione
principale può essere individuata nella specificazione della fonte di sovranità da cui far discendere l’opera di
regolazione dei mercati, per alcuni essendo questa da ricercarsi negli Stati nazionali, per altri in istituzioni
europee profondamente rinnovate.
Tra i fautori della prima posizione ci sono Moreno Pasquinelli di MPL e Luciano Barra Caracciolo (“l’alternativa
è pronta, c’è già, è il recupero del modello costituzionale!… Non abbiamo bisogno di altro: la Repubblica
democratica fondata sul lavoro…”), mentre Andrea Ricci, e soprattutto Sergio Cesaratto, sono apparsi più
favorevoli alla seconda ipotesi. Un discorso a parte merita l’intervento di Emiliano Brancaccio.
Sergio Cesaratto ha svolto la prima parte del suo intervento ricordando il contributo di Friedrich List,
secondo il quale lo Stato nazionale è “lo spazio più prossimo in cui una classe lavoratrice nazionale può
legittimamente sperare di modificare a proprio vantaggio i rapporti di forza”, a “fronte della visione cosmopolita
del capitalismo e degli interessi dei lavoratori che Marx gli contrappone”. In modo che mi è parso lievemente
contraddittorio, nella parte finale del suo intervento Cesaratto ha enunciato una posizione di compromesso,
consistente nella costruzione di una posizione politica che ponga le attuali istituzioni europee davanti alla scelta
tra un radicale cambio di rotta della gestione economica o la fine dell’eurozona. Questa posizione politica,
secondo Cesaratto, può essere perseguita aderendo alla proposta di dar vita a una lista Tsipras per le prossime
elezioni europee, nella quale dovrebbero confluire tutte le forze critiche da sinistra dell’attuale linea economica
dell’UE, fino a comprendere SEL se ciò dovesse risultare possibile. Un diffuso mormorio dell’uditorio ha fatto da
commento a questa proposta, evidentemente non ben accetta, mentre Cesaratto, in preda a un evidente
nervosismo, concludeva il suo intervento.
Più netta, ma anch’essa contraddittoria, la proposta di Andrea Ricci, consistente nell’uscita unilaterale e
immediata dell’Italia dall’euro, unitamente al rilancio del processo di integrazione europea su basi radicalmente
nuove. Ricci motiva la sua tesi da un lato per l’insostenibilità della moneta unica, dall’altro per il rifiuto di
logiche di natura protezionistica e di chiusura agli scambi che sarebbero, a suo parere, l’inevitabile conseguenza
del ritorno agli Stati nazionali. La chiusura dell’economia italiana agli scambi internazionali, conseguente al
ripristino di barriere protezionistiche, avrebbe, secondo Ricci, gravi costi per l’Italia che ha, principalmente,
un’economia di trasformazione, e profonde ripercussioni di ordine politico e culturale. Andrea Ricci argomenta
la sua tesi ricordando che i periodi migliori della storia italiana hanno coinciso con le fasi di apertura agli scambi
internazionali e al cosmopolitismo, mentre una chiusura isolazionista, protezionistica e autarchica potrebbe
legittimarsi, agli occhi dell’opinione pubblica, “soltanto in virtù di un gretto nazionalismo, anacronistico e
reazionario nel mondo attuale”. Per Ricci, il recupero della sovranità nazionale, di cui si professa fautore, “non
deve significare il ripiegamento su valori imperniati su una presunta tradizione nazionale”. Per queste ragioni
egli dichiara di essere “ancora, nonostante tutto, un convinto sostenitore dell’unità europea, perché credo che
nell’epoca attuale sia ancora l’Europa il posto nel quale il nostro paese può progredire e prosperare, in attesa poi
di un’altra epoca, un’epoca futura, quella dell’internazionale futura umanità”. In realtà, aggiunge Ricci, “quella
della sovranità nazionale perduta con l’integrazione europea, è un mito”, perché dopo la seconda guerra
mondiale, “l’Italia è stata, ben più di altri paesi europei, un paese a sovranità limitata”. La tesi, conclude Ricci,
può apparire contraddittoria, ma così non è perché non è sbagliata la prospettiva dell’unificazione europea, ma il
percorso che è stato scelto, basato sull’imposizione di una moneta unica tecnicamente insostenibile. La
soluzione, in definitiva, è per Andrea Ricci quella di rigettare l’euro e tenersi l’Unione Europea, cambiandone la
politica economica ma senza rinunciare al Mercato Unico. L’intervento di Ricci si conclude con un lungo e
caloroso applauso dei convenuti, ai quali temo sia sfuggita, anche per l’abilità dell’oratore, la questione di fondo,
ovvero che non solo l’euro è stato un errore tecnico, ma anche e soprattutto lo strumento di coercizione della
democrazia in Europa. E’ anche possibile, tuttavia, che questa sia oggi l’unica posizione sostenibile per un
economista che è stato per lungo tempo il responsabile economico del PRC, un partito nel quale è in corso una
logorante battaglia interna proprio sull’euro e l’Unione Europea, non ancora conclusasi.
L’intervento politicamente più significativo è stato quello di Emiliano Brancaccio. Dopo aver “pagato pegno”
al suo rango di “economista de sinistra” prendendo le distanze dal Front National di Marine Le Pen (“non si può
sdoganare il Fronte Nazionale in Francia pur di far saltare la baracca dell’euro”) ottenendo però un tiepido
applauso da parte dell’uditorio, Brancaccio ha rilanciato sul terreno dei diritti civili (“chi oggi combatte contro
l’assetto dell’unione monetaria europea, e dell’Unione Europea, deve farlo con lo scopo di appropriarsi della
categoria della modernità”). Una richiesta, tutto sommato, non eccessiva (Se Parigi val bene una messa, l’Eliseo,
per Marine Le Pen, può ben valere il riconoscimento dei diritti civili! – n.d.r.).
Piuttosto, lascia perplessi l’espressione “assetto dell’unione monetaria europea, e dell’Unione Europea”, che
ammicca alla possibilità di riformare questa Europa nella visione di un’altra Europa. Ipotesi che, nel prosieguo
dell’intervento, passa però in secondo piano. Il passaggio successivo è sui movimenti di protesta dal basso, e qui
Brancaccio si distacca nettamente dalle posizioni di certa sinistra ossessionata dalla purezza ideologica, allorché
dichiara “…io credo che si debba intercettare quei movimenti… ovviamente bisogna saperlo fare…”, l’applauso,
questa volta, è più convinto, “…bisogna avere idee chiare, perché in questi nuovi scenari di protesta la
concorrenza politica è tra forze antagoniste, si concorre gomito a gomito con i neofascisti. In quei contesti, o si
ha la forza di egemonizzare, o si è egemonizzati e si tracolla!”. L’ouverture brancacciana si conclude con la
richiesta/speranza di potersi rivolgere ai presenti in sala con l’appellativo di “compagni”.
Tale dichiarazione è seguita da un applauso scrosciante, ma non unanime (sono un testimone oculare – n.d.r.).
Subito dopo parte una delle sue tipiche stoccate: “questa è una fase di piccoli gruppi… piccoli gruppi crescono…
e in quest’ottica sarebbe bene evitare, io spero, protagonismi inutili, che in fin dei conti sono il retaggio di una
ideologia individualista, che è distruttiva per qualsiasi progetto politico in fieri… ed è un’impresa colossale… e
nessuno da solo potrà farcela… insomma io credo che si debba evitare come la peste il protagonismo delle
persone, la lotta tra singole individualità, insomma la pulsione che un tempo si sarebbe definita ‘gruppettara’”.
Chissà con chi ce l’aveva?
Brancaccio prosegue ponendo la domanda topica: “esiste il rischio di una gestione gattopardesca della crisi
dell’euro?”. La risposta è affermativa. Nella sostanza egli teme che, pur con la fine della moneta unica, non si
ponga per ciò mano al vero problema, che è costituito dal “profilo antistatuale, liberista e libero-scambista delle
politiche economiche”. E’ necessario, per Brancaccio, chiarire che “qualsiasi soluzione, che anche soltanto
ammicchi alla possibilità di affidarsi, in un modo o nell’altro, al libero gioco delle forze del mercato, qualsiasi
soluzione che si affidi a quei videogiochi, intesi sia come movimenti dei prezzi, sia come movimenti dei cambi,
qualsiasi soluzione di questo tipo è una soluzione gattopardesca, in fin dei conti liberista, che deve essere
combattuta sul terreno dei fatti e deve essere respinta! Più in generale, occorre contrastare il rischio di una
gestione gattopardesca della crisi, chiarendo che qualsiasi tentativo di distinguere tra unione monetaria europea
e Unione Europea, cioè qualsiasi tentativo, magari di gettare via la moneta unica tenendo tuttavia in piedi
intatto il Mercato Unico Europeo, è un’opzione sbagliata”. Un applauso scrosciante copre le parole di
Brancaccio, il quale continua affermando che “la storia sta muovendosi rapida… e che persino parole indicibili
fino a qualche tempo fa, come ‘protezionismo’, come ‘intervento pubblico nell’economia’, e (concedetemelo)
perfino ‘socialismo’… possono tornare in gioco!”.
Considerazioni di un videoreporter
Penso che questo convegno segni uno spartiacque e mi auguro, da iscritto all’ARS, che anche la nostra
associazione possa presto dare un contributo, sia al dibattito che alla necessaria mobilitazione dal basso.
Ho già fatto cenno alla discussione interna, il cui esito è stata la scelta di non co-promuovere, con MPL e Bottega
Partigiana, il convegno. Alla fine hanno prevalso il timore di rimanere coinvolti in un confronto tutto interno
alla sinistra radicale e la scelta di dedicare tutte le energie allo sforzo di far crescere la nostra organizzazione, a
parere di molti ancora troppo piccola (poco più di qualche centinaio di iscritti) per proporsi come un vero ed
esistente soggetto politico. Per quanto attiene la prima obiezione, essa mi sembra ampiamente smentita
dall’andamento del convegno, stante il fatto che la frazione della sinistra radicale contraria ad identificare
nell’euro e nell’Unione Europea il nemico da abbattere non solo non ha partecipato al convegno, ma lo ha
addirittura boicottato attivamente. Una scelta legittima, in politica, ma che lascia l’amaro in bocca. Quanto alla
seconda ragione, cioè il fatto che ARS deve dedicare tutte le sue energie allo sforzo di crescere, prima di proporsi
come reale ed esistente soggetto politico, osservo che se è vero che prima di fare è necessario esistere, è
altrettanto vero che, per esistere, è necessario fare.
Gli interventi di maggior rilievo sono stati quelli di Andrea Ricci ed Emiliano Brancaccio: il primo ci ha
confermato che il PRC è ancora in mezzo al guado, e che è necessario attendere ancora prima di avere un quadro
più chiaro della situazione in quel partito; Brancaccio, dal canto suo, ha fissato due paletti insuperabili all’ipotesi
di “contaminazione tra diversi” in funzione della lotta per uscire dalla gabbia dell’euro e dell’UE: il rapporto con
il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, e quello con i sostenitori della tesi secondo cui basta uscire dall’euro e
lasciare spazio al libero gioco dei prezzi e dei cambi (magari addolcito da qualche marginale provvedimento di
indicizzazione dei salari) perché tutto vada a posto.
Per quanto attiene il primo paletto, il rapporto con il Fronte Nazionale, questa posizione pone dei problemi ad
ARS che, al contrario, è più possibilista, sebbene sempre altamente vigile. Saranno gli avvenimenti e le
dichiarazioni dei prossimi mesi a chiarire la situazione. Quello che posso affermare, con convinzione profonda, è
che ARS considera il fascismo in termini profondamente negativi (pur non demonizzandone alcune
realizzazioni) e gli ascrive, tra le altre, due colpe imperdonabili: l’aver promulgato le leggi razziali nel 1938, e
l’aver messo a rischio l’unità della Nazione con la scelta di dar vita alla repubblica di Salò, schierandola al fianco
della Germania nazista.
Diverso è il discorso per quanto riguarda il secondo paletto. In questo caso è ARS che deve essere rassicurata, da
Brancaccio e da quanti si riconoscono in quello che ha detto nel suo intervento, sulla necessità di reintrodurre
vincoli protezionistici e forti limitazioni alla libera circolazione di merci, capitali, servizi e, punto dolente, delle
persone; intese, queste ultime, non come rifugiati che chiedono asilo dalle guerre e dalle persecuzioni, bensì
come forza lavoro che preme sui confini, utile a ricostituire continuamente quell’esercito di riserva dei lavoratori
che ARS vuole estinguere definitivamente nel nostro paese. Un segnale positivo, in tal senso, viene da una
recente dichiarazione dello stesso Brancaccio, il quale ha fatto notare come i fenomeni migratori di massa siano
una evidente conseguenza della libera circolazione dei capitali, delle merci e dei servizi.
Un’osservazione, infine, relativa all’intervento di Sergio Cesaratto. Sono rimasto molto perplesso, anzi
negativamente sorpreso, dalla parte finale del suo intervento, allorché ha accennato alla lista Tsipras. Considero
la lista Tsipras null’altro che il tentativo di limitare la critica al liberismo (insito nel progetto europeo) alla
costruzione di una forza minoritaria critica dei suoi eccessi; con la speranza, ahimè vana, che queste istanze
possano, un giorno lontano, prevalere, battendo i grandi interessi del capitale finanziario sovranazionale sul
terreno di gioco da esso stesso costruito. Insomma, un sogno… o un “fogno”, se anche SEL sarà della partita.

 

Cari Compagni,
è solo per motivi contingenti, ed in particolare per lo svolgimento di una delicata
sessione del Comitato politico nazionale del PRC, che non siamo presenti
all’importante convegno da voi organizzato a Chianciano.
Ci sarebbe piaciuto approfondire con voi i nodi che ci portano a ritenere irriformabili
l’Unione europea e l’euro ed analizzare insieme i motivi che rendono così difficile, in
Italia, liberarsi dall’europeismo dogmatico che tanto male ha fatto alla sinistra, ma
soprattutto ai lavoratori ed al paese tutto intero.
In particolare ci sarebbe piaciuto evidenziare come le parole d’ordine relative
all’Europa non siano fini a sé stesse – come spesso avviene nell’antieuropeismo di
destra – ma comportino, per la sinistra anticapitalista, almeno tre importanti
implicazioni.
La prima riguarda la composizione del fronte sociale interessato alla rottura della
macchina europea, un fronte che è sicuramente più composito e più ampio del
tradizionale blocco sociale della sinistra, e chiede indicazioni di fase non limitate
all’aggregazione della sinistra di alternativa o di classe. La seconda è quella della
rilevanza di un discorso nazionale (di tipo democratico-costituzionale e non
aggressivo) come forma transitoria della progressiva autonomizzazione del paese dal
distruttivo capitalismo euroatlantico e come condizione della stessa autonomia di
classe. L’ultima è quella della definizione di una forma concreta (e quindi non
puramente retorica) di socialismo, sia come risposta alle inevitabili difficoltà
derivanti dalla sfida dell’uscita dall’euro (che comporterà, per non essere regressiva,
controllo dei capitali, nazionalizzazione delle banche, protezione del lavoro…), sia
come esito necessario di ogni seria critica ad un capitalismo ormai incapace di
prospettare soluzioni di compromesso.
Siamo certi che sarà possibile sviluppare l’interlocuzione su questi temi già a partire
da una riflessione sui materiali del convegno, ed iniziare a costruire uno stabile
rapporto tra tutti coloro che, indipendentemente dai particolari orientamenti e dalle
forme attuali dell’impegno politico, fanno comunque della critica all’Unione europea
ed all’euro il perno di ogni ricostruzione di una prospettiva anticapitalista e socialista
10 gennaio 2014

Ugo Boghetta
Francesco Piobbichi
Mimmo Porcaro

 

No-Euro: un italiano su due boccia la moneta della Bce
Scritto il 17/1/14 • nella Categoria:segnalazioni
«Euro? No, grazie». Gli italiani – in maggioranza, ormai – bocciano la moneta unica europea. Lo rivela un
sondaggio proposto da “Scenari economici” a un campione di 2.400 persone, che include ogni categoria
sociale e produttiva, da nord a sud, e tutte le principli fasce di età. Contro l’euro soprattutto il
settentrione e gli elettori del centrodestra e del “Movimento 5 Stelle”, compresi fra i 30 e 59 anni: operai,
casalinghe, disoccupati, artigiani e lavoratori autonomi. Cioè l’Italia che – più di ogni altra – subisce la
devastazione socio-economica della grande recessione:tagliai salari e alle pensioni, enti locali senza più
soldi per scuola, sanità e assistenza,crisidel credito e dei consumi, fatturati a picco, chiusure e
licenziamenti, erosione dei risparmi, inaudito inasprimento fiscale. Risultato: a pochi mesi dalle europee,
il partito “No-Euro” raccoglie già il 24% di voti “sicuri”, mentre un altro 32% ammette: «Prenderei in
considerazione l’ipotesi di votarlo». Il restante 44%, quello dei “fedeli” alla moneta della Bce, corrisponde
alla roccaforte storica del centrosinistra, quella delle regioni “rosse”.
“Scenari economici” mostra l’inesorabile progressione dell’opposizione all’euro: ad aprile 2013, il
centrodestra era schierato al 68% contro la moneta di Francoforte, mentre a ottobre la quota dei contrari
è salita al 76%. Percentuali analoghe a quelle dei “grillini”, mentre il centro – Monti e Casini – resta
ancorato alla valuta della Bce, anche se in modo più tiepido (dal 94 si passa all’83%), mentre il consenso
verso l’euro cresce solo nel centrosinistra, che passa dall’89 al 90%. La bocciatura dell’euro diventa
definitiva nella terza tornata di sondaggi, effettuata lo scorso dicembre. Un italiano su due (il 49%) si
dichiara «favorevole alla reintroduzione di una valuta nazionale al posto dell’euro». Postilla: occorre
ovviamente affiancare questo processo «con il ripristino della Banca d’Italia come prestatore d’ultima
istanza, al fine di calmierare i tassi d’interesse sui titoli deldebito pubblicoitaliano». Era solo la fine del
2011 – due anni fa – e proprio l’alibi dello spread aveva spianato la strada a Mario Monti ed Elsa Fornero,
saliti alpotereper “rimettere in ordine in conti”, come se lo Stato fosse un’azienda privata.
Un po’ è davvero così, da quando la repubblica italiana ha perso il suo “bancomat” istituzionale, la Banca
d’Italia, come finanziatrice “illimitata” del governo, attraverso il Tesoro, grazie alla “privatizzazione” del
debito a vantaggio dellafinanzaprivata. Poi, con l’euro, il definitivo ko: l’impossibilità tecnica di risalire la
china, emettendo moneta come fa il resto del mondo, fino al caso-limite del Giappone il cui debito
raggiunge il 250% del Pil senza timore di attacchi speculativi: gli “squali” sanno benissimo che la banca
centrale di Tokyo sarebbe in grado in qualsiasi momento di sostenere il debito con emissione di valuta
sovrana a costo zero. All’Italia invece è stata inferta la peggiore delle terapie:taglisutagli, col pretesto
neoliberista di dover eliminare il debito (cioè il motore economico dello Stato e quindi
dell’economiaprivata), fino alla tagliola del Fiscal Compact e al delirio puro del pareggio di bilancio
inserito in Costituzione dalle “anime morte” del Parlamento, ipnotizzate dal referendum permanente
suBerlusconi. Risultato finale, meno servizi e più tasse: senza più disponibilità monetaria, lo Stato è
costretto a dipendere dal denaro che riceve dai cittadini, sotto forma di imposte e bollette.
Silenzio totale, sull’euro, anche da Confindustria e dagli stessi sindacati: nessuna analisi approfondita
sullacrisi, nessuna soluzione alternativa, nessuna proposta. Micidiale, su questo fronte, il black-out
deimedia: per giornali e televisioni, l’euro è stato un sostanziale tabù, un dogma intoccabile. Ed
eccezione della Lega Nord – ferma comunque ai soli slogan – il grande silenzio ha allineato tutti i partiti, a
cominciare dal Pd, mentre l’ostilità verso l’euro affiora a tratti nella “pancia” del centrodestra e tra i
grillini, anche se Grillo – anche nel V-Day di Genova – sulla moneta unica si è limitato a proporre un
semplice referendum. La rilevazione di dicembre effettuata da “Scenari economici” parla da sola: l’euro
“resiste” solo nel centrosinistra e viene travolto sia dal centrodestra (77%) che dal M5S (73%) e dall’area
del non-voto (58%). Il partito virtuale No-Euro vince al nord con 8 punti di scarto e al centro-sud con 4
punti, mentre nelle “regioni rosse” si ferma al 43%, contro un 50% di “fedelissimi” pro-euro. In caso di
elezioni, se ci fosse «una formazione fortemente anti-euro», Forza Italia potrebbe perdere quasi l’8% dei
suoi elettori (e Grillo il 6,7%), mentre centro e centrosinistra manterrebbero quasi invariato il proprio
bottino elettorale. A conti fatti, già oggi una lista anti-euro varrebbe almeno il 24% dei consensi – un
italiano su quattro – ma la percentuale potrebbe più che raddoppiare: si ottiene addirittura il 56% dei
consensi, sommando i contrari all’euro e la quota di italiani disponibili a “prendere in considerazione”
l’ipotesi di votare un partito capace di dire no alla moneta della Bce.
Le elezioni europee – maggio 2014 – potrebbero rivelarsi un vero e proprio referendum sull’attuale
Unione Europea a guida tedesca e sul suo strumento principale dipotere, l’Eurozona: «Sovranità
monetaria, svalutazione, parametri di Maastricht, Fiscal Compact, politiche di austerity, vincoli di bilancio
e rapporti con la Germania – sottolinea “Scenari economici” – saranno temi che verranno discussi ed
approfonditi durante la campagna elettorale, e molti cittadini potrebbero votare in modo diverso rispetto
ad una consultazione per il Parlamento italiano». Cresce il desiderio di tornare alla sovranità monetaria,
individuata come toccasana per difendere il bilancio statale e quindi il benessere della comunità
nazionale: il ritorno a una lira garantita dalla Banca d’Italia piace «non solo tra gli elettori del
centrodestra e del “Movimento a 5 Stelle”, ma anche nell’area degli indecisi e del non-voto». A favore
della “permanenza nell’euro” resta invece «granitico» l’elettorato del Pd, e a livello di categorie i
favorevoli alla moneta “ammazza-Italia” «sono maggioritari unicamente tra pensionati e dipendenti
pubblici».
«Euro? No, grazie». Gli italiani – in maggioranza, ormai – bocciano la moneta unica europea. Lo rivela un
sondaggio proposto da “Scenari economici” a un campione di 2.400 persone, che include ogni categoria
sociale e produttiva, da nord a sud, e tutte le principli fasce di età. Contro l’euro soprattutto il
settentrione e gli elettori del centrodestra e del “Movimento 5 Stelle”, compresi fra i 30 e 59 anni: operai,
casalinghe, disoccupati, artigiani e lavoratori autonomi. Cioè l’Italia che – più di ogni altra – subisce la
devastazione socio-economica della grande recessione: tagli ai salari e alle pensioni, enti locali senza più
soldi per scuola, sanità e assistenza, crisi del credito e dei consumi, fatturati a picco, chiusure e
licenziamenti, erosione dei risparmi, inaudito inasprimento fiscale. Risultato: a pochi mesi dalle europee,
il partito “No-Euro” raccoglie già il 24% di voti “sicuri”, mentre un altro 32% ammette: «Prenderei in
considerazione l’ipotesi di votarlo». Il restante 44%, quello dei “fedeli” alla moneta della Bce, corrisponde
alla roccaforte storica del centrosinistra, quella delle regioni “rosse”.
“Scenari economici” mostra l’inesorabile progressione dell’opposizione all’euro: ad aprile 2013, il
centrodestra era schierato al 68% contro la moneta di Francoforte, mentre a ottobre la quota dei contrari
è salita al 76%. Percentuali analoghe a quelle dei “grillini”, mentre il centro – Monti e Casini – resta
ancorato alla valuta della Bce, anche se in modo più tiepido (dal 94 si passa all’83%), mentre il consenso
verso l’euro cresce solo nel centrosinistra, che passa dall’89 al 90%. La bocciatura dell’euro diventa
definitiva nella terza tornata di sondaggi, effettuata lo scorso dicembre. Un italiano su due (il 49%) si
dichiara «favorevole alla reintroduzione di una valuta nazionale al posto dell’euro». Postilla: occorre
ovviamente affiancare questo processo «con il ripristino della Banca d’Italia come prestatore d’ultima
istanza, al fine di calmierare i tassi d’interesse sui titoli deldebito pubblico italiano». Era solo la fine del
2011 – due anni fa – e proprio l’alibi dello spread aveva spianato la strada a Mario Monti ed Elsa Fornero,
saliti al potere per “rimettere in ordine in conti”, come se lo Stato fosse un’azienda privata.
Un po’ è davvero così, da quando la repubblica italiana ha perso il suo “bancomat” istituzionale, la Banca
d’Italia, come finanziatrice “illimitata” del governo, attraverso il Tesoro, grazie alla “privatizzazione” del
debito a vantaggio della finanza privata. Poi, con l’euro, il definitivo ko: l’impossibilità tecnica di risalire
la china, emettendo moneta come fa il resto del mondo, fino al caso-limite del Giappone il cui debito
raggiunge il 250% del Pil senza timore di attacchi speculativi: gli “squali” sanno benissimo che la banca
centrale di Tokyo sarebbe in grado in qualsiasi momento di sostenere il debito con emissione di valuta
sovrana a costo zero. All’Italia invece è stata inferta la peggiore delle terapie: tagli su tagli, col pretesto
neoliberista di dover eliminare il debito (cioè il motore economico dello Stato e quindi
dell’economia privata), fino alla tagliola del Fiscal Compact e al delirio puro del pareggio di bilancio
inserito in Costituzione dalle “anime morte” del Parlamento, ipnotizzate dal referendum permanente
su Berlusconi. Risultato finale, meno servizi e più tasse: senza più disponibilità monetaria, lo Stato
ècostretto a dipendere dal denaro che riceve dai cittadini, sotto forma di imposte e bollette.
Silenzio totale, sull’euro, anche da Confindustria e dagli stessi sindacati: nessuna analisi approfondita
sulla crisi, nessuna soluzione alternativa, nessuna proposta. Micidiale, su questo fronte, il black-out
dei media: per giornali e televisioni, l’euro è stato un sostanziale tabù, un dogma intoccabile. Ed
eccezione della Lega Nord – ferma comunque ai soli slogan – il grande silenzio ha allineato tutti i partiti, a
cominciare dal Pd, mentre l’ostilità verso l’euro affiora a tratti nella “pancia” del centrodestra e tra i
grillini, anche se Grillo – anche nel V-Day di Genova – sulla moneta unica si è limitato a proporre un
semplice referendum. La rilevazione di dicembre effettuata da “Scenari economici” parla da sola: l’euro
“resiste” solo nel centrosinistra e viene travolto sia dal centrodestra (77%) che dal M5S (73%) e dall’area
del non-voto (58%). Il partito virtuale No-Euro vince al nord con 8 punti di scarto e al centro-sud con 4
punti, mentre nelle “regioni rosse” si ferma al 43%, contro un 50% di “fedelissimi” pro-euro. In caso di
elezioni, se ci fosse «una formazione fortemente anti-euro», Forza Italia potrebbe perdere quasi l’8% dei
suoi elettori (e Grillo il 6,7%), mentre centro e centrosinistra manterrebbero quasi invariato il proprio
bottino elettorale. A conti fatti, già oggi una lista anti-euro varrebbe almeno il 24% dei consensi – un
italiano su quattro – ma la percentuale potrebbe più che raddoppiare: si ottiene addirittura il 56% dei
consensi, sommando i contrari all’euro e la quota di italiani disponibili a “prendere in considerazione”
l’ipotesi di votare un partito capace di dire no alla moneta della Bce.
Le elezioni europee – maggio 2014 – potrebbero rivelarsi un vero e proprio referendum sull’attuale
Unione Europea a guida tedesca e sul suo strumento principale di potere, l’Eurozona: «Sovranità
monetaria, svalutazione, parametri di Maastricht, Fiscal Compact, politiche di austerity, vincoli di bilancio
e rapporti con la Germania – sottolinea “Scenari economici” – saranno temi che verranno discussi ed
approfonditi durante la campagna elettorale, e molti cittadini potrebbero votare in modo diverso rispetto
ad una consultazione per il Parlamento italiano». Cresce il desiderio di tornare alla sovranità monetaria,
individuata come toccasana per difendere il bilancio statale e quindi il benessere della comunità
nazionale: il ritorno a una lira garantita dalla Banca d’Italia piace «non solo tra gli elettori del
centrodestra e del “Movimento a 5 Stelle”, ma anche nell’area degli indecisi e del non-voto». A favore
della “permanenza nell’euro” resta invece «granitico» l’elettorato del Pd, e a livello di categorie i
favorevoli alla moneta “ammazza-Italia” «sono maggioritari unicamente tra pensionati e dipendenti
pubblici».

Annunci