25 – gennaio – 2014
➔L’Intervista esclusiva all’ex ministro tedesco che negoziò l’Unione
monetaria per poi definire l’euro “una moneta catastrofica2
➔ “Lavoro: un’utile inchiesta
➔ I Francesi non credono più all’euro
*
L’Intervista esclusiva all’ex ministro tedesco che negoziò l’Unione monetaria per
poi definire l’euro “una moneta catastrofica”
di Alessandro Bianchi
Oskar Lafontaine. Ex ministro delle Finanze tedesco nel governo Schröder. Dimessosi nel 1999 e
fondatore nel 2005 del Partito della sinistra (Die Linke). Autore di “I l cuore batte a sinistra”
– Nel maggio del 2013 ha dichiarato come “la situazione economica europea sta peggiorando di mese
in mese e la disoccupazione mette in discussione sempre più le strutture democratiche. Per questo
bisogna farla finita con questa moneta catastrofica”. Considerando che anche la dirigenza del partito da
Lei fondato, Linke, ha poi preso le distanze da queste sue conclusioni, come giudica il fatto che la
maggior parte della sinistra europea non riesce a compiere questo passaggio critico verso l’attuale
architettura istituzionale europea e rimane ancorata al mantra del “sogno” – “incubo” per i cittadini –
degli “Stati Uniti d’Europa”?
Se le economie europee si trovano sotto il tetto di una moneta, allora c’è solo la possibilità di svalutare
o rivalutare in modo reale. Se i salari si sviluppano in modo troppo distante gli uni da gli altri, si arriva
alle ormai visiblissime distorsioni. Poiché i tedeschi hanno messo in pratica in questi ultimi anni il
dumping salariale, ora si pretende dagli stati del sud dell’Europa diminuzioni salariali, tagli alle pensioni,
riduzione dei diritti dei lavoratori e lo smantellamento dei servizi pubblici. Questa non è una
svalutazione monetaria, ma una svalutazione reale che è un incubo per le persone colpite.
– Krugman in uno dei suoi ultimi articoli ha scritto come “l’euro, nato per unire, sta irremediabilemnte
dividendo le nazioni europee”. Come ministro delle Finanze del governo tedesco che negoziò
l’introduzione della moneta unica, ci può dire se vi è stato qualche uomo politico che all’epoca delle
trattative aveva predetto una tale possibilità?
Quando è stato introdotto l’euro, un gruppo di politici, a cui anche io appartenevo, ha sostenuto che la
moneta unica sarebbe sopravvissuta solo se in Europa ci fosse stato un coordinamento salariale.
Poiché non è stato previsto nessun coordinamento salariale, il sistema monetario è inevitabilmente
entrato in crisi.
– Quando era il candidato socialista alla carica di Cancelliere nel 1990, Lei si era dichiarato contrario
all’introduzione del deutchemark alla Germania Est, avendo compreso bene che questo avrebbe
determinato, soprattutto per quel che riguarda il mondo del lavoro, molte di quelle dinamiche
economicamente drammatiche che oggi intrappolano anche i paesi del sud Europa con l’euro. Perché
non ha utilizzato questa sua intuizione nella fase negoziale dell’Unione monetaria ed economica
europea?
Il marco tedesco era una moneta troppo forte per l’economia della Germania orientale e la sua
introduzione ha inevitabilmente comportato la drammatica perdita di posti di lavoro. Ora i paesi
dell’Europa meridionale si trovano in una situazione molto simile ed hanno solo due possibilità di
ripresa: o riescono a fermare il dumping salariale tedesco, oppure si stabilisce a livello europeo un
meccanismo di compensazione tra i paesi in surplus ed i paesi che hanno deficit commerciali. Se
questo non sarà possibile,allora bisogna pensare, all’interno di un sistema monetario europeo nuovo,
ad un’ulteriore svalutazione monetaria per ripristinare la competitività.
– Nella sua lettera di dimissioni dal primo governo Schroeder, Lei concludeva con la speranza di un
successo dell’esecutivo “nel lavoro futuro per la libertà, giustizia e solidarietà”. I partiti socialisti
tradizionali hanno da allora deciso di abbracciare i valori neo-liberisti ed oggi si sono praticamente fusi
con i partiti conservatori o con i governi tecnici per difendere austerità, rinegoziazione dei diritti sociali
acquisiti ed attuare una serie di privatizzazioni selvagge. Come giudica la loro azione?
I tradizionali partiti socialdemocratici e socialisti d’Europa hanno interiorizzato i valori neo-liberali.
Pertanto, hanno accettato il patto fiscale europeo (Fiscal Compact). Per cambiare le cose, abbiamo
bisogno di una rigorosa regolamentazione delle banche. Abbiamo bisogno di casse di risparmio, invece
che di “giocatori d’azzardo”. Abbiamo bisogno di un taglio dei debiti in modo che soprattutto i paesi
dell’Europa meridionale abbiano la possibilità di riprendersi. Al fine di ridurre i debiti residui, infine,
devono essere introdotte a livello europeo tasse patrimoniali. Il patrimonio dei milionari è superiore a
tutto il debito sovrano europeo e per questo i Paesi che adottano la tassa sui grandi patrimoni
dovrebbero acquisire il diritto della Banca centrale europea di ottenere prestiti. Queste sono le proposte
da avviare per una svolta verso un ordine economico giusto in Europa.
– Nel maggio del prossimo anno ci saranno le elezioni europee e sarà un test per tutti i partiti
critici dell’attuale architettura istituzionale. Partiti di destra, sinistra e movimenti post-ideologici
entreranno a Bruxelles con l’obiettivo di invertire le scelte attuali che stanno portando il
continente al collasso. Crede che possano avere successo?
Sono preoccupato che siano i partiti di destra a diventare sempre più forti. Sarebbe auspicabile, al
contrario, che in Europa, come del resto sta accadendo ad esempio in Grecia, a crescere fossero i
partiti di sinistra forti di modo che nel nuovo Parlamento europeo possano formare un’opposizione
efficace contro le distruttive politiche neoliberiste.
*
Liberazione 23/01/2014
LAVORO
Un’utile inchiesta sul sindacato
Sul numero della rivista Inchiesta n. 180 del 2013 è pubblicato un dossier riguardante il futuro del sindacato.
L’iniziativa è della Fondazione Sabattini vicina alla Fiom. Il tema è come fermare il declino del sindacato. L’animatore,
Francesco Garibaldo, introduce ricordando la drammaticità della situazione italiana e, dentro questa, l’inadeguatezza
profonda sindacati. La domanda è ancor più pregnante per lo scenario che viene dipinto. L’Europa del sud, e
progressivamente anche la Francia, non possono stare dentro l’euro. L’Italia, per starci, dovrebbe avere una crescita
(dicono gli esperti) del 2/5%. L’inadeguatezza, in questo contesto, riguarda i fondamentali. Ciò che è in discussione
sono 20 anni di sindacalismo. Una delle problematicità più rilevanti sta nella scarsissima presenza dei giovani e,
dunque, della precarietà. Ciò comporta che ci siano i lavoratori rappresentati e quelli no. Da ciò Garibaldo trae la
conseguenza che la Cgil perde una delle sue caratteristiche fondanti: l’inclusività. Per altro verso nemmeno gli accordi
consociativi sarebbero possibili proprio perchè la rappresentanza è bassa. Nonostante ciò è cresciuta una deriva
aziendalista e corporativa ben rappresentata da Cisl e Uil. Ma la Cgil che non è d’accordo con questo modello, si chiede
Garibaldo, che risposta da?
Nel primo intervento il prof. Romagnoli (Università di Bologna) riprende la questione dal punto di vista costituzionale.
Il sindacato è un ente privato, ma con funzione pubblica. Agisce su mandato, dunque la democrazia dovrebbe essere
ineluttabile. Contemporaneamente lo Statuto tiene conto del collettivo ma anche dell’individuo. La normazione, a causa
di ruoli così ibridi, è complessa: collettivo ma anche individuo, istituzione ma anche associazione, associati ma anche
non iscritti. Proprio per questi motivi Romagnoli afferma che, paradossalmente, il ruolo del sindacato è stato
salvaguardato non concretizzando mai l’art 39 della Costituzione. Ma la legislazione è poi intervenuta inserendo i patti
con i padroni che sono inquinanti, vedi art 8. Si è inoltre sviluppata un concezione proprietaria della contrattazione
collettiva. Tutto ciò fa sì che il lavoratore che pure è un cittadino abbia meno diritti formali di quest’ultimo.
Lucio Baccaro, dell’Università di Ginevra affronta in primo luogo il tema dei tassi di sindacalizzazione pur nella
difficoltà riguardo le fonti. Il dato medio starebbe attorno al 28%. Un elemento significativo sta in quel 9.3% nelle
aziende fino a 10 dipendenti. Se invece il tasso lo si verifica in base alle classi di reddito risulta che l’1/4 più ricco è
sindacalizzato per il 17.4%, mentre il più povero sale al 28,3%. La questione viene ripresa anche attraverso le fasce
d’età. Fra 15 e 24 anni la percentuale di sindacalizzazione è del 3%, mentre sopra i 50 giunge al 33%. Manifattura e
commercio hanno il tasso più basso della media. Da un’indagine emerge, inoltre, che la soddisfazione del lavoro è in
calo. Ciò viene ovviamente messa in relazione anche alla disaffezione ai sindacati. Passando invece a opinioni più
generali, Baccaro sostiene la necessità che il pubblico valorizzi le esternalità positive del sindacato sull’economia ed il
modello sociale. Là dove più decresce il sindacato, infatti, maggiore è la perdita di posti di lavoro. Per altro verso,
tuttavia, il compromesso corporativo nasce proprio dalla fine dello scambio politico. Concludendo Baccaro pone la
necessità di un partito che rappresenti il lavoro e prospetta una piattaforma in otto punti: legge su rappresentanza e
contratti, no al precariato, lotta all’evasione e patrimoniale, meno tasse sul lavoro, investimenti pubblici, scuola,
rinazionalizzazione delle utilities, ristrutturazione debito, rinegoziazione dell’Europa oppure no-euro, limitazione ai
movimenti dei capitali. Afferma infine che far ripartire il sindacato non è molto diverso dal far ripartire la democrazia.
Guglielmo Meachi della Worwick School fa un quadro interessante di quanto accade nell’Europa dell’est. Gli scioperi
sono diminuiti. In generale il divario dell’est è diminuito nella prima fase dell’entrata nella Ue. Poi è accaduto il
contrario. C’è tanto disincanto. Significativa è la dichiarazione di un operaio della Fiat polacca: “Abbiamo combattuto
per motivi politici. É cambiato tutto in politica ma il capo in azienda è rimasto lo stesso!” Da un sistema dove uno era
più uguale di altri si è passati a tutti precari, ma dove qualcuno è più precario di altri, commenta il relatore. I giovani
non hanno futuro. La spesa sociale è diminuita. Cita l’esempio della Slovenia dove è stato smantellato un sistema
pubblico efficiente per liberalizzare e privatizzare. Ora è a rischio rischio default.
Mimmo Carrieri dell’Università di Teramo avanza il tema della problematica controversa indipendenza del sindacato
dalla politica che si traduce in autosufficienza e/o indifferenza alla sfera pubblica. Al declino di iscritti e della
contrattazione il sindacato supplisce con i servizi. Se per un verso si ritiene giusta la istitituzionalizzazione, questa
modalità tuttavia introduce un interesse diverso fra organizzazione e lavoratore. Conclude affermando che c’è la
necessità di risposte pratiche, e di risposte di senso.
Il quadro che emerge, pur nella differenza degli approcci, appare davvero grave e necessita di una approfondimento
ancor più radicale. Romagnoli cita la Costituzione, ma quanto conta dopo il ventennio a-democratico, l’inserimento del
pareggio di bilancio e i nuovi tentativi di modifica? Non solo. I sindacati sono schiacciati sulla la classe padronale, ma
questa a sua volta è schiacciata dalla borghesia finanziaria o dalla finanziarizzazione. Quest’ultima modifica
enormemente nel tempo e nello spazio i vecchi criteri fondanti l’agire dell’impresa e il rapporto padrone-lavoratore.
Ciò che emerge troppo poco nella discussione è la necessità del/dei partiti di riferimento del lavoro. È fin troppo
evidente che il problema è molto politico e solo relativamente sindacale. Il problema ed il tema è la lotta di classe:
l’irriducibilità al profitto, tanto più se finanziario, al mercato, alla globalizzazione come forma ultima di costruzione
degli eserciti di riserva. La necessità non è di un partito del lavoro qualsiasi, non siamo più nell’era socialdemocratica,
ma di un partito per un progetto socialista. Nella dichiarazione del lavoratore polacco, che ha combattuto contro la
Polonia socialista/sovietica, c’è un nodo di fondo che non abbiamo ancora affrontato fino in fondo. Nella politica non ci
sono forse i capi del capo-fabbrica di cui si lamenta l’operaio?!. Abbiamo poco riflettuto sugli effetti di lunga durata
derivanti dallo scioglimento dell’Urss. Effetti ai quali abbiamo aggiunto le nostre risse interne. Le macerie ci
sommergono. Senza riaprire la questione del socialismo anche il trade-unionismo nel liberal-liberismo viene spazzato
via e si ritorna indietro di 200 anni. L’apoteosi non è forse il contratto individuale o nessun contratto!
Un ultimo e non secondario aspetto riguarda l’attualità. La Cgil in questi ultimi anni ha dimostrato di contraddire la sua
autonomia dal quadro politico operando con scioperi blandi ma numerosi per mandare via Berlusconi e ottenere un
governo amico: Prima le elezioni scippate dal governo Monti; poi “l’amico” Bersani che ha vinto non vincendo ha
scoperto la Cgil mancante di un piano B.
La situazione attuale è imbarazzante. Per essere indipendenti bisogna avere un proprio progetto. Ed ancora. Qual’è il
nesso fra questo dibattito, il congresso Cgil e la collocazione adottata dalla Fiom. Collocazione che sancisce la
debolezza delle sinistre sindacali in Cgil che non possono che vedere ridurre il già scarso peso. La reazione di Landini
alla firma del regolamento sulla accordo ne è una testimonianza. Tutto ciò evidenzia la divaricazione fra teoria e pratica.
Evidenzia la mancanza di un progetto e di un partito politico.
Ugo Boghetta
*
I francesi non credono più all’euro
Gennaio 23, 2014 Rodolfo Casadei
A Le Monde sono rimasti basiti. Che i risultati del sondaggio da loro promosso sulle “fratture” che
attraversano la società francese non sarebbe stato incoraggiante per chi è politicamente collocato a sinistra se
lo aspettavano. Ma non nella misura che le risposte alle domande poste ai francesi dall’istituto Ipsos-Steria, a
cui è stata commissionata l’inchiesta, hanno rivelato.
Dunque, andiamo con ordine: solo l’8 per cento dei francesi ha fiducia nei partiti politici, solo il 28 nel
parlamento, solo il 31 nell’Unione Europea; il 79 per cento ha fiducia nell’esercito e il 73 nella polizia, mentre
l’”istituzione” più gettonata è la piccola e media impresa con l’84 per cento. Quindi le statistiche che
mostrano la svolta conservatrice dei francesi: l’87 per cento di loro pensa che «l’autorità è un valore oggi
troppo spesso criticato», il 78 dichiara «nella vita, mi ispiro sempre più ai valori del passato», il 74 dice che
«in Francia si stava meglio in passato», il 62 per cento che «in Francia non ci si sente più a casa propria».
Che gli stranieri che vivono in Francia siano troppi lo pensa il 66 per cento, e questo si riflette sul giudizio che
i francesi danno del Front National, il partito di estrema destra sin dalle origini considerato xenofobo. Solo
ormai un francese su due (51 per cento) lo considera «un partito pericoloso per la democrazia», il 47 lo
considera «un partito utile», il 32 ritiene che si tratti di un partito vicino alle sue preoccupazioni (cioè
votabile alle elezioni).
Non solo l’estrema destra, ma addirittura la pena di morte esce sdoganata dal sondaggio: il 45 per cento dei
francesi si dichiara favorevole a reintrodurla. Fra gli operai l’opinione favorevole al suo ritorno è
plebiscitaria: 64 per cento!
È proprio fra le convinzioni degli operai e quelle dei dirigenti che in Francia si manifestano le più grandi
fratture, quelle di cui si parla nel titolo del sondaggio commissionato da Le Monde: per il 68 per cento dei
dirigenti la mondializzazione è un’opportunità, mentre il 74 per cento degli operai la considera una minaccia;
secondo il 72 per cento dei dirigenti la Francia deve aprirsi di più al mondo d’oggi, mentre il 75 per cento
degli operai pensa esattamente l’opposto. La massima distanza riguarda la questione della pena di morte:
solo il 26 per cento dei dirigenti è favorevole a reintrodurla, contro il già citato 64 per cento degli operai. Il 74
per cento di loro ugualmente dichiara di non sentirsi più a casa propria in Francia, contro soltanto il 38 per
cento di dirigenti che la pensano così.
Ma quella che esce peggio dal sondaggio è l’Europa: non solo ad avere fiducia nell’Unione Europea è rimasto
appena il 31 per cento dei francesi, ma il 70 per cento vorrebbe arrestare la devoluzione di poteri dalla
Francia alla Ue e cominciare a rinazionalizzarli. Solo il 17 per cento dei francesi desidera che si continuino a
trasferire competenze e materie da Parigi a Bruxelles. L’uscita dall’euro è preconizzata solo da una minoranza
del 33 per cento dei francesi, ma tale opinione è diventata già maggioritaria, col 52 per cento, fra gli operai.
@RodolfoCasadei

Annunci