Tsipras: “Per non sprecare un’occasione”; Mimmo Porcaro

La candidatura di Alexis Tsipras alle prossime elezioni europee ha suscitato, come era auspicabile,
un’affollata discussione all’interno di ciò che resta della sinistra radicale. Peccato che la discussione
verta quasi solo su questioni secondarie e dia per scontata la questione più importante, ossia quella
della presunta riformabilità dell’Unione europea.
Secondaria, ed anche un po’ consunta, è infatti la querelle tra partiti e società civile, alla quale non
mi sottraggo solo perché sono stanco di sentir ripetere che i partiti sono i malati e la società civile è
il dottore: la prima affermazione è giusta, la seconda no. Da chi è composta, infatti la famosa
società civile? Da lavoratori di media o alta qualificazione, da intellettuali che tutti insieme vanno a
formare quella classe “riflessiva” che è senz’altro decisiva per qualunque seria politica, ma che al
momento (con le dovute eccezioni) riflette su tutto tranne che sulle cose essenziali. Che sono: a)
come pensare una concreta alternativa al modo di produzione capitalistico (qualcosa, insomma, che
vada oltre la rivendicazione di questo o quel diritto e si concentri sui rapporti di proprietà e di
potere), visto che il capitalismo attuale non mostra alcuna intenzione di scendere a compromessi? E
poi: b) come sanare quella crescente frattura tra frazioni qualificate e frazioni dequalificate del
lavoro, tra organizzati e frammentati, tra “democratici” e “populisti” che è il principale ostacolo alla
formazione di una efficace alleanza popolare? E infine: c) come continuare a farsi paladini dei
valori costituzionali e restare, imperterriti, dentro uno spazio europeo che li rende inattuabili? Non
riflettendo su tali questioni, la classe “riflessiva” mostra di non saper fornire le indicazioni di cui
abbiamo bisogno: tanto quanto i deprecati partiti.
Ma la società civile è formata anche e soprattutto dalle numerosissime associazioni votate all’azione
di cittadinanza, all’intervento sociale, alle più varie attività altruistiche. Vero, e vero anche che le
associazioni autonome dei cittadini (a cominciare da quelle dei lavoratori), sono componente
decisiva di quel socialismo pluralista che alcuni di noi iniziano ad immaginare. Ma mentre, nel
mondo ideale, il concetto di libera associazione tenta di tornare in sintonia con quello di socialismo,
nel mondo reale le associazioni concretamente esistenti (anche qui, con le dovute eccezioni)
continuano a flirtare col capitalismo e col suo stato. Chi si fa parte attiva della sussidiarietà, e quindi
delle privatizzazioni. Chi vive di fondi europei e quindi dipende dalle burocrazie di Bruxelles. Chi è
costretto a continue mediazioni con questo o quel governo, mediazioni non necessariamente più
onorevoli di quelle, ben più visibili ed esposte alla critica, dei partiti politici. Per non parlare delle
zuffe interne, delle fazioni e delle cordate, della formazione di gruppi interessati più alla
sopravvivenza dell’associazione che al raggiungimento del suo scopo: tutte dinamiche che non
affliggono solo i partiti, ma qualunque forma complessa di organizzazione. Cosicché viene da dire,
a chi ha proposto che nella lista Tsipras non vi sia spazio per chi ha avuto incarichi di partito o di
governo negli ultimi dieci anni, che lo stesso draconiano divieto andrebbe esteso ai dirigenti ed ai
lobbisti (eh sì, ce ne sono, eccome!) delle associazioni.
“Ma come! – dirà a questo punto l’onesto attivista di questo o quel gruppo di volontariato –
Nessuno ci può confondere con la casta! Noi ci spendiamo per scopi altruistici! Lottiamo per
avvicinare i cittadini alla politica, per la democrazia partecipativa e non per la limitata ed elitaria
democrazia rappresentativa!”. Nessuno contesta l’altruismo degli scopi: resta comunque l’egoismo
dei mezzi. La democrazia partecipativa (uno dei presunti antidoti al “deficit democratico”
dell’Unione europea) è certo una gran cosa, ma funziona solo per chi ha il tempo e le risorse per
partecipare. Essa cioè amplia meritoriamente il numero delle persone coinvolte nelle procedure
decisionali, e quindi amplia le élite di governo, ma erge tra queste nuove élite e le masse escluse un
muro ancor più alto e solido di quello che separava elettori e partiti: perché votare è semplice,
partecipare è difficile; per influenzare un partito basta un voto, per influenzare i decisori della
governance ci vuole ben altro. Integrare la democrazia rappresentativa con altre forme è certo
necessario. Ma se togliete al popolo la democrazia rappresentativa (ovvero la possibilità di operare
– pur delegandone ad altri l’attuazione – scelte efficaci in merito ad alternative effettive) e gli date
in cambio una democrazia partecipativa a cui non può partecipare, ne ricaverete il populismo, ossia
il rifiuto di qualsiasi mediazione: quella dei partiti politici in primis, ma anche quella degli esperti
del “sociale”. E’ per questo che sostituire gli esponenti dei partiti con quelli di una società civile
spesso impigrita nelle retoriche ormai gergali della “partecipazione” non porterà, se non per caso, a
qualche apprezzabile risultato: gli uni e gli altri sono egualmente sconosciuti, o invisi, a quel popolo
che hanno da tempo abbandonato nelle mani dei mestatori.
Detto ciò, non avanzo nessuna obiezione di principio ad una lista che non abbia simboli di partito.
Oggi più di ieri quel che importa non sono i simboli, bensì le idee. Ma purtroppo, almeno per
quanto riguarda le questioni essenziali, le idee che circolano non sono certo le migliori. La
candidatura Tsipras ha infatti acceso, per ora, soprattutto l’interesse della parte più moderata della
sinistra radicale quella che, per intenderci, è di gran lunga più disposta a dialogare col gruppo dei
“socialisti” europei. Questo uso moderato della figura di Tsipras è dovuto al fatto che il partito della
Sinistra Europea ne ha presentato la candidatura con un documento politico in cui prevale senza
riserve l’idea della riformabilità dell’Unione e dell’irrinunciabilità dell’euro, un documento che non
contiene nessun serio riferimento alla rapida diffusione di sentimenti e di elaborazioni anti-euro nei
cittadini, ma anche nella sinistra del vecchio continente (valgano ad esempio i nomi di Oskar
Lafontaine e di Wolfgang Streek, che di tutto possono essere accusati tranne che di avventurismo
populista). E’ questa dichiarazione di fede assoluta nell’Unione europea ad aprire il campo alle
incursioni moderate, perché chi ritiene insuperabile lo spazio dell’Unione (e dell’euro) ritiene di
fatto insuperabile anche il liberismo, che nell’Unione (e nell’euro) trova la sua più efficace forma di
funzionamento; e per quanto dichiari di avere obiettivi radicali deve rassegnarsi a fare quello che
Vendola ed il PD già dicono di voler fare: correggere gli eccessi del liberismo, e poco più.
La caratura del candidato Tsipras, l’acuto conflitto di cui è espressione, le possibili conseguenze di
un’affermazione di Syriza in Grecia avrebbero certamente meritato tutt’altra cornice, più aperta ad
esiti radicali, più adatta a gestire le diverse alternative che si potrebbero presentare. E invece… . E
invece tutto tende a ridursi all’obiettivo (tatticamente valido ma strategicamente insufficiente) della
lotta all’austerity: come se fare qualche investimento dopo aver costretto i lavoratori – tramite
l’austerity – a vendersi a vile prezzo non fosse esattamente lo scopo dei tanti capitalisti europei;
come se l’abbandono della deflazione potesse in qualche modo eliminare quei differenziali di
inflazione che sono la matrice principale del crescere degli squilibri intra-europei.
Questo diabolico perseverare, questa vocazione a credere nell’incredibile (ossia nella possibilità di
democratizzare una macchina europea che è stata costruita proprio per impedire la democrazia) non
sono ormai più comprensibili né giustificabili, soprattutto di fronte a due inequivocabili e recenti
fatti che dovrebbero essere ben più convincenti dei nostri argomenti. Primo: il brusco tramonto
dell’ipotesi di un ripensamento dei socialisti francesi, e magari tedeschi; ipotesi con la quale molti
hanno giustificato nei mesi scorsi la loro rinnovata scommessa sull’euro, e che è stata seccamente
smentita dalle scelte di Hollande e dalla completa assunzione della politica europea della Merkel da
parte della SPD. Secondo: il brusco tramonto dell’idea per la quale la crisi avrebbe prima o poi
indotto la Germania a più miti consigli, idea seccamente smentita dal fatto che le più influenti
fondazioni e la più alta carica istituzionale di quel Paese insistono da mesi non già sulla necessità di
una svolta inflattiva e cooperativa bensì sulla necessità di trasformare la supremazia economica
della Germania in aperta supremazia politico-militare. Come mostrano i fatti di Kiev,
significativamente rimossi dalla sinistra europeista, che vedono Berlino sostenere le forze
neonaziste ucraine pur di ampliare, coi confini dell’Unione, la propria sfera di influenza. E
l’espansione dell’Unione ad est – così rischiosa per quella pace che secondo l’opinione corrente
solo l’Unione stessa saprebbe garantire – implica non già l’allentamento della subordinazione
economica del sud, bensì la sua stabilizzazione come base di ogni ulteriore sviluppo.
Di fronte a tutto ciò attardarsi sulla riforma dell’Europa è, quanto meno, colpevole pigrizia
intellettuale. Ed è di fatto una posizione interna al discorso del Pd, che non mancherà certamente,
nel corso della campagna elettorale, di dire che in Europa qualcosa deve cambiare, che ci vogliono
più investimenti e magari un po’ più di democrazia. Cosicché la lista Tsipras, se non darà spazio e
visibilità a posizioni più radicali, se non indicherà quantomeno la possibilità della rottura
dell’Unione europea e dell’euro (cosa pur prevista dal congresso del Prc, cosa che sarebbe certo
insufficiente, ma potrebbe esser colta dagli elettori come un inizio di allontanamento reale dal Pd)
non farà molta strada. Farà la fine di Rivoluzione Civile: né carne né pesce, troppo radicale per gli
uni e troppo blanda per gli altri, non supererà la fatidica soglia. Oppure, se qualche occasionale
flusso o riflusso elettorale la porterà oltre lo sbarramento, finirà in mano a gente magari
ragguardevole, ma del tutto indecisa sul da farsi e pronta a lasciarsi incantare dal minimo segnale
pseudo riformista che dovesse giungere dai “socialisti” europei.
Come ho appena detto, so bene che il Prc – che poi è il mio partito – ha recentemente ribadito la
propria presa di distanza dal PD, la volontà di rompere la forma attuale dell’Unione e addirittura di
mettere in discussione l’euro, pur se solo in casi estremi. Ma è impossibile rompere davvero col Pd
se poi si accettano di fatto le opzioni internazionali di quel partito. E quanto alle bellicose (ma
contraddittorie) intenzioni verso l’Europa, per adesso non se ne parla con la necessaria nettezza, e
quando se ne parla non si è capiti (per forza: cosa mai vorrà dire “disobbedienza ai trattati”, e che
senso ha rompere con l’Unione per tenersi il suo frutto più avvelenato, ossia l’euro?) e quand’anche
si venisse capiti il tutto comunque si confonderebbe nella melassa dell’ “Europa migliore”. Perché il
punto è sempre lo stesso: o si è per distruggere l’Unione europea e l’euro (scegliendo
adeguatamente tempi e modi, e prospettando un altro tipo di europeismo) o si è per tenerseli. Chi è
per la prima scelta voterà Grillo, chi è per la seconda voterà Pd: i nostri sottili distinguo – a meno di
robusti correttivi – non verranno per nulla compresi dall’ ”elettore medio”. E nemmeno “dalla sua
gentile signora”, come avrebbe aggiunto il Gadda in tempi in cui il politically correct, così caro alla
burocrazia europea, non lo impediva ancora.
P.S. Questo articolo è stato scritto prima delle conclusioni del congresso di Sel. Mi pare che esse
confermino ed aggravino quanto ho qui sostenuto: il moderatismo implicito nell’europeismo
dogmatico fa balenare la possibilità di un utilizzo della lista Tsipras anche da parte di chi, critico del
Pd solo quando è il Pd a non volerlo, ha comunque deciso che non entrerebbe nel gruppo
parlamentare che l’ha promossa. Spero che al presuntuoso cinismo di questa proposta non
corrisponda la colpevole acquiescenza dei destinatari.
Mimmo Porcaro
29/01/2014

 

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