Per Prodi (e Nomisma) all’Italia l’euro non conviene; marco
palombi
Più mordente per la lista con Alexis Tsipras, Sergio Cesaratto
Lettera a Claudio Grassi
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Per Prodi (e Nomisma) all’Italia l’euro non conviene
di Marco Palombi
“Succede, raramente in verità, che la realtà sia più pervicace della volontà di rimuoverla. Quando accade in
faccende che riguardano la politica, si può allora assistere a un secondo fenomeno che discende
direttamente dal primo: le persone più sveglie e ambiziose cominciano un bizzarro processo di
riposizionamento, impercettibile ma continuo, che alla fine li porta esattamente dall’altro lato della questione
rispetto a quello da cui erano partiti. Capita a quel punto che l’osservatore distratto, tornando dopo un po’ a
fissare l’occhio sul soggetto, finisca per domandarsi: “Ma questo tizio, qualche tempo fa, non diceva il
contrario?”. Ecco, per dire, Romano Prodi e l’euro sono un caso di scuola: l’uomo che ci ha regalato la
moneta unica – e non vuole andare al Quirinale, dice lui – sul tema sta pian piano riposizionando se stesso e
il suo mondo in posizione critica. Ovviamente, in questi casi, il giochino funziona se si trova un colpevole:
quello scelto dal professore è la Germania cattiva. Si parte col grande sogno europeo (anche se,
incidentalmente, parecchi paesi Ue non hanno adottato la moneta unica), poi arriva la crisi e la corda
dell’austerità che si stringe al collo dei Piigs. Non durerà, prevede Prodi nel gennaio 2012: se Merkel non si
deciderà a fare la cosa giusta, “allora saranno le cose a decidere per lei”. Perché? “La Germania è forte
sopratutto perché c’è l’euro e gli altri non possono svalutarle in faccia la moneta”. La Cancelliera, come si
sa, non s’è convinta e il nostro è dunque passato a “cambiare altrimenti si muore” (luglio 2013), poi
all’alleanza con Francia e Spagna “per battere i pugni sul tavolo” (novembre ) infine a “l’eccessivo surplus
tedesco rende il il rapporto di cambio dell’euro insopportabile per gli altri Paesi”, con relativo “aumento della
disoccupazione diffusa a cui si cerca di rimediare con spezzoni di lavoro sottopagato” (febbraio 2014).
Anche il mondo prodiano, per così dire, reagisce. Il capo economista di Nomisma, centro studi fondato dal
professore, Sergio De Nardis, dopo aver proposto una maxipatrimoniale da cento e passa miliardi, venerdì
scorso ha pubblicato un report in cui ha il merito almeno di dire la verità sulle cause della crisi dell’eurozona.
Questa crisi, scrive De Nardis, “viene identificata con quella dei debiti sovrani”, ma non è questa la verità:
nasce nel settore privato con l’esplosione del debito estero nei Piigs causata dal deficit strutturale delle
partite correnti scatenato dal cambio fisso (e finanziato dai paesi in surplus come la Germania); viene poi
aggravata dalle politiche “asimmetriche” imposte da Bruxelles. “Lo sforzo di aggiustamento – si legge nel
Report – è stato finora demandato esclusivamente ai paesi periferici e si è tradotto in forti contrazioni delle
domande interne, deterioramenti dei mercati del lavoro, peggioramento delle condizioni sociali”. Tradotto: i
deficit con l’estero sono stati ripianati con la disoccupazione, che fa calare le importazioni.
IN NUMERI significa che tra il 2007 e il 2013 in Spagna la disoccupazione passa dall’8,3 al 26,5 per cento,
in Italia dal 6,1 a 12,1 per cento. Ci è andata persino bene, dice De Nardis, visto che “se l’Italia avesse
sperimentato in questi anni il tipo di aggiustamento della Spagna (calo dell’occupazione superiore alla
flessione dell’output), risulterebbe oggi con un tasso di disoccupazione nell’ordine del 20 per cento”. Il
giochino sponsorizzato a Bruxelles, peraltro, nemmeno funziona: a questi ritmi, alla Spagna serviranno “dai
dodici ai trenta anni per azzerare il ritardo”. Per allora, il Professore, sarà già un pasdaran anti-euro da anni.”
Più mordente per la lista con Alexis Tsipras
Sergio Cesaratto
Non vi è dubbio che la situazione del nostro paese sia di una gravità eccezionale. Le più ottimistiche
previsioni per il 2014 stimano una sostanziale stagnazione in un futuro che vede intere generazioni
di giovani disoccupate e l’impoverimento complessivo del paese. La netta presa di posizione di
Hollande a favore di politiche dell’offerta ha zittito chi coltivava illusioni sul cosiddetto socialismo
europeo. La prepotenza tedesca nel far prevalere i propri (presunti) interessi appare non aver più
ostacoli. Lo slogan dell’uscita dall’euro, ammesso che possa far presa, è tuttavia visto con
comprensibile inquietudine, politica ed economica. E anche con indignazione, non perché l’euro sia
una creatura difendibile, ma perché l’Europa potrebbe almeno tentare altre strade pur mantenendo il
mostro in vita. Per come si prefigura, la lista Tsipras sceglie di sostenere quest’ultima battaglia. La
ragionevolezza è tuttavia, come tutti sanno, un’arma a doppio taglio.
La giustificata accusa di perpetuare un velleitario utopismo europeista, peraltro facilmente imitabile
da un Renzi qualsiasi, è dietro l’angolo. Questo aliena alla lista Tsipras la simpatia di quella parte
del paese, fra cui migliaia di giovani, che ha consapevolezza del segno reazionario con cui l’Europa
monetaria è stata costruita e viene difesa, una impronta non facilmente modificabile. Pari coscienza
non è ancora, sospetto, patrimonio di molti padri (e madri) nobili della lista. Dotata di un messaggio
così debole, quale può dunque essere il suo appeal? Allo stato essa appare come un
rassemblement di istanze politiche e movimentiste déjà vu attorno a un grido di dolore di una élite di
volenterosi intellettuali. Il respiro programmatico della proposta politica va dunque radicalizzato.
Il rilancio in tempi rapidi dell’occupazione deve essere la priorità a cui subordinare ogni altra
considerazione, mentre il giudizio sulla costruzione monetaria (e non solo) europea deve essere più
impietoso. Per come si è configurata, essa ha costituito un deliberato svuotamento delle autonomie
economiche nazionali e dunque delle battaglie democratiche per redistribuire il reddito e accrescere
l’occupazione. In questo senso la lista deve impegnarsi a un duro ostruzionismo che paralizzi ogni
deliberazione euro-parlamentare che perpetui questo disegno, puntando a riformarlo radicalmente o
a abbandonarlo. Su questo terrà tempestivamente informata l’opinione pubblica italiana,
promuovendo la mobilitazione popolare. Una lista di movimento, dunque, da costruire anche in
rete. Mentre va sostenuta ogni misura straordinaria economica e monetaria che consenta la
riacquisizione di spazi di autonomia nazionale per accrescere l’occupazione, non va esclusa
l’opzione di una rottura consensuale dell’euro. Tale rottura deve preservare un processo di
cooperazione europea liberato dagli orpelli liberisti e rispettoso degli spazi democratici nazionali.
Politicamente la lista si dovrebbe così mostrare aperta e inclusiva anche verso le istanze più
scettiche – e pour cause – della riformabilità di questa Europa. Infine essa dovrebbe selezionare
adeguate competenze per i propri rappresentanti affiancando loro una ricerca progettuale alternativa
sulla politica economica europea e per il nostro paese, inclusa ogni possibile misura straordinaria
che esso possa adottare in tempi rapidi e in autonomia per rilanciare l’occupazione. A questa
progettualità dovrebbero essere immediatamente devolute le risorse che si rendessero disponibili se
si riscuotesse un successo elettorale.
Lettera a Claudio Grassi
Ho saputo che nell’ultima Direzione hai preso la parola per fatto personale per stigmatizzare la frase
contenuta in un recente articolo da me firmato. Questa la frase incriminata:”…. il partito è inquieto,
a volte sgomento, tranne la cricca Burgio, Grassi, Oggionni passati al fronte antiPRC, antipartito e
anticomunista”.
Capisco le tue rimostranze ma proviamo ad andare indietro e osservare i comportamenti. Da mesi e
mesi siete dediti all’ostruzionismo. Ostruzionismo sospeso momentaneamente con le candidatura
pattizie di Rivoluzione Civile dove anche voi speravate di portare a casa la vostra fetta. Ostilità
riprese subito dopo il fallimento. Avete affermato che segretario e segreteria si dovevano dimettere
(cosa che io condividevo), ma voi per primi non lo avete fatto consentendo alla medesima di
continuare ad operare malamente. Avete agito con imboscate proponendo documenti all’ultimo
minuto eppure facevate formalmente parte della maggioranza. Così avete agito per gli emendamenti
al congresso al fine di evitare che se ne potesse discutere: dovevate e volevate solo marcare la
vostra posizione. Avete ripetutamente disertato le riunioni degli organismo dirigenti. Per la
consultazione, invece di presentarvi personalmente come tutti, avete inviato una letterina
cumulativa. Negli ultimi tempi avete sostenuto le posizioni di Sel e le posizioni critiche contro il
Prc proveniente dagli antipartito, anti-marxisti e anticomunisti.
Tutto ciò è una questione personale? È una questione di toni? Oppure il problema sta nei
comportamenti; ed in un partito che li tollera?
In effetti altri compagni mi hanno criticato in generale per l’asprezza e l’aggressività. Ne prendo atto
e ci rifletterò. Ma come ci si approccia a quella marmellata che è diventata il PRC? Quali toni
usare, ad esempio, dinnanzi ad un discussione sul congresso della sinistra europea di Madrid
sottratta al partito e di cui non è stata data quasi alcuna comunicazione!? Ed eravamo dentro un
congresso in cui il tema principale era il rinnovamento!! Ditemelo voi!
Saluti comunisti
ugo boghetta

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