rifondazione noeuro       N. 21 (20 – febbraio – 2014)
A proposito del quesito per la consultazione
– A proposito della lettera della segreteria (ugo boghetta – Frank Ferlisi)
– Pensate a salvare l’Europa, più che l’euro! (dalla Francia)

A proposito del quesito per la consultazione
“Sei d’accordo con la proposta approvata dal Congresso e ribadita della Direzione Nazionale del partito di
presentarsi alle prossime elezioni europee all’interno di una lista della sinistra di alternativa, contro le
politiche di austerità e neoliberiste, a sostegno della candidatura di Alexis Tsipras?”
Questo è il testo del quesito su cui dovrebbe pronunciarsi il partito. Crediamo che parli da solo. Prima ancora
di un problema politico c’è un problema logico. Che senso ha chiedere di pronunciarsi su di un documento
già votato dal congresso due mesi or sono?
Le reazioni sono state le più varie. C’è chi voterebbe solo no al quesito come è stato formulato. C’ chi a chi non
parteciperebbe al voto.
Siamo infatti ad un punto in cui, grosso modo, è ormai evidente la caratteristica che sta assumendo la lista
Tsipras. Bisognerebbe dunque chiedere alle compagne ed ai compagni se si ritiene di dover continuare, se il
gioco vale la candela. È una cosa logica, di buon senso.
Già il disagio è tanto che ci sembra davvero fuori luogo buttare altra benzina sul fuoco.
Sarebbe bene che il segretario ritirasse il quesito, ne riformulasse un altro. O si formulasse un altro modo di
esprimersi. È comunque certo che anche questa è un’altra occasione persa di rinnovamento e
democratizzazione.

A proposito della lettera della segreteria
ugo boghetta
La proposta di Tsipras avanzata dal Prc e da Ferrero, calata nel vuoto della sinistra italiana, sta
producendo una notevole aggregazione in alto. Il ciclone Renzi, l’ipotesi di legge elettorale, le
comuni debolezze, spingono in questo senso anche chi come SEL aveva cercato fortuna nel
centrosinistra. Tutto ciò sarebbe un bene se avvenisse con un baricentro di classe, popolare, o
quantomeno fosse presente un pluralismo di discorsi. L’Italia, invece, si va configurando come
l’unico paese dove la lista Tsipras non ha connotati di classe e di sinistra. La bi-troika ha imposto un
profilo moderato, antipartito, antipolitico, anticlassista, anticomunista.
I soloni pongono una questione teoria e politica che va sotto il termine melassa del civismo, per
allargarsi alla moltitudine, al movimentismo fine a se stesso. L’idea, insomma, è che ormai il
capitalismo è in crisi, che dentro la società sta nascendo e crescendo un’alternativa e che il
cambiamento avverrà “naturalmente”: per accumulo lineare, per svuotamento del capitalismo
stesso. Se un tempo il moderatismo socialdemocratico viveva del crollo inevitabile del capitalismo,
i riformisti attuali vivono dell’autoscioglimento del medesimo. Più che una politica è un placebo.
È questo evoluzionismo riformista a definire il profilo della lista. Non è un caso che i simboli siano
così generici e con slogan da sinistra da divano, quando invece sarebbe necessario una simbologia
popolare ed aggressiva che parlasse alla testa ma anche alla pancia dei lavoratori e delle classi
popolari. È possibile che solo la destra e Grillo si pongano questo problema? E quei simboli (da
tappi di bottiglia come li ha definiti un compagno) parlano invece agli attivisti politici residuali:
quelli che hanno votato PD turandosi il naso (Viale) o M5S (Bifo).
Rispetto all’idea dell’Europa, Barbara Spinelli vede l’Europa attuale come intergovernativa, da qui
l’opzione per gli Stati Uniti Europei e l’obiettivo di “più Europa”. Ma questa è solo apparenza. Nella
postdemocrazia liberista l’Europa sovranazionale è congeniale alla Finanza. Qualsiasi idea analoga
di Europa presso i popoli è ormai bocciata proprio da Maastricht e dell’euro. Insistere fa solo danno.
La proposta politica generale di Tsipras è incentrata sull’austerità. Ma può essere solo questa la
differenza dal PD e soci? Come non vedere che è partita un champions league fra chi la spara più
grossa contro la troika: la commissione del parlamento europeo, Napolitano a Bruxelles, Letta in
precedenza. Poi verrà Renzi. Il fatto è che i poteri forti, la finanza, la Germania, cui si è avvicinato
anche Hollande, che ha cambiato contemporaneamente donna e politica, hanno costruito un muro
invalicabile. Per questo ai paesi del sud-Europa serve un piano B, un exit strategy.
In questo quadro devastato e devastante la lettera della segreteria inviata al partito lascia davvero
perplessi. Se il richiamo a far quadrato in questa situazione è sensato, non lo sono altrettanto il far
credere che staremmo facendo egemonia, la minimizzazione degli errori, la mancanza di un’analisi
della prospettiva e dei relativi problemi. I compagni chiedono di fare i conti rispetto al fatto che, dal
profilo politico e alla gestione, il tutto avviene contro di noi.
Sarebbe necessario invece fare un’operazione verità.
Da una parte si dovrebbero ammettere gli errori di tatticismo, frutto dall’aver introiettato il senso di
debolezza e la logica dei contenitori e non dei contenuti. Poi, certo, ci si è messo anche Tsipras.
In secondo luogo sarebbe necessario ammettere la debolezza del nostro impianto complessivo.
Infatti, mentre i sei ci sbattono in faccia la loro filosofia antipartito, antipolitica, anticlassista, anti
comunista, noi siamo silenti. I soloni hanno messo a nudo le nostre carenze politiche ed ideologiche
e le nostre contiguità con queste culture postmoderne. E la continuità è ancora il bertinottismo, il
movimentismo fine a stesso, il “conflittismo” senza progetto.
Queste culture sono state rese inefficaci dalla crisi. Non siamo più a Genova!
Ed è perchè questo che siamo incapaci di praticare una politica efficace nel paese e di affrontare il
combinato disposto Europa/euro.
Il segretario, negli interventi che va tenendo negli attivi, a questo proposito affronta le questioni ad
un livello davvero avvilente.
Afferma ancora che l’eventuale ritorno agli stati nazionali porta al conflitto fra proletariati senza
voler vedere che dentro l’euro, fra proletariati e dentro i proletariati lo scontro è quotidiano! Afferma
che l’uscita dall’euro produrrebbe inflazione a cui bisognerebbe rispondere (Brancaccio docet), ma
non vede che l’erosione dentro l’euro avviene tutti i giorni sui salari, le pensioni, i diritti, la perdita
di occupazione! Afferma che le posizioni noeuro sono contigue a quelle delle destre, ma il nemico
principale in questa fase non è forse la grande Finanza, la tecnocrazia ed i loro scherani come il PD
e soci!? Non è forse questo il banco da far saltare per riaprire la partita!? Non solo. Finge di non
sapere che la posizione cosiddetta noeuro mette al centro la questione della sovranità nazionale con
un impianto di sinistra e progressista come tutte le lotte di liberazione nazionali che abbiamo
sostenuto e sosteniamo ancora. Che questa è l’unica modo coerente per proporre la sovranità
popolare. Come è possibile, infatti, che nei documenti scriviamo che i parlamenti nazionali devono
riconquistare la sovranità legislativa e poi non avere la leva della moneta?! E come è possibile
difendere la Costituzione se anche la nostra idea di Europa la mette in mora strutturalmente!?
Comunque, se esiste un europeismo di sinistra, esiste anche il porre la questione nazionale da
sinistra!
Come non vedere poi che l’antiliberismo ed l’anticapitalismo senza una proposta di transizione al
socialismo, senza porre il tema del potere e dello Stato, non hanno senso. Ora siamo simulacri di noi
stessi. E questo lo dico anche per i compagni del documento 3. Come possiamo infatti dirci
comunisti senza un progetto socialista?
Stante lo spessore dei problemi, non è certo con quella lettera che si affronta il disagio del partito;
anzi si produce un ulteriore spoliticizzazione e si riduce ulteriormente la voglia di fare.
Non possiamo cambiare il senso della lista? Bene, almeno cambiamo noi stessi.
Almeno affrontiamo la drammaticità delle dinamiche politiche e sociali che non trovano riscontro
reale nella proposta dei soloni.
Impostiamo noi una campagna popolare che parli alla testa ed alla pancia dei soggetti sociali
falcidiati dalla crisi: dai lavoratori, precari o meno, alle partite iva, all’artigianato, alle aziende
strozzate dalla mancanza di credito e di politiche economiche ed industriali pubbliche.
Tsipras dice che l’Europa è al collasso. Abbiamo detto di aver sbagliato a votare la moneta unica
(documento congressuale). Affrontiamone le conseguenze possibili. Tutte. Non fermiamoci ad un
troppo comodo e opportunista cogito interrupctus. Affrontiamo noi la questione nazionale in modo
progressista. Discutiamo: un’altra Europa può essere confederata, euro-mediterranea e così via.
La democrazia della lista non c’è. Il profilo dei soloni è sbagliato.
Se la lista accrocchio supererà il 4% saremo senza prospettiva. Ed è del tutto evidente che in caso di
quorum quello che subiamo ora è solo l’antipasto.
Se vogliamo essere efficaci, motivare i compagni, raccogliere le firme, organizzare le preferenze
per i nostri candidati, se vogliamo prepararci agli inquietanti scenari futuri, dobbiamo cambiare la
nostra politica ora: dentro la campagna elettorale. Il partito ha bisogno di identità, autostima,
chiarezza. Chiedere ancora ai compagni di fare gli sherpa non è più politicamente e
moralmente possibile.

 

Frank Ferlisi (Segreteria regionale della Sicilia)
Carissime e carissimi, non so in quanti vi risponderanno e se mai leggerete le risposte, ma
la lealtà nei vostri confronti mi spinge a provare ad articolare una riflessione che vi voglio
comunicare. Una premessa, per me importante: mi adeguerò con disciplina a quanto
decideranno i gruppi dirigenti del mio partito e solleciterò le altre compagne e gli altri
compagni a farlo. E però la vostra stessa lettera genera sgomento, perplessità, irritazione,
rassegnazione. Molti dei nostri hanno già la valigia in mano e non si arresta quel lento
squagliarsi del partito in atto, in particolare, dal febbraio 2013. E quel che accade oggi
fornisce altre motivazioni a rifiutare l’impegno. Questi quattro professori –lo dico con
estrema convinzione- ci vogliono distruggere. Dico quattro, perché non mi risulta che
Camilleri e Gallino si siano lasciati andare a dichiarazioni contro di noi e il secondo
quando scrive ha sempre qualcosa da insegnarci o chiarirci. Il fatto che il quotidiano
“Repubblica” dia molto spazio a Tsipras mi dà da pensare. A mio parere l’operazione è
nata con l’intenzione di far fuori definitivamente ogni riferimento al comunismo in Italia
sostituendola con l’egemonia di una sinistra <piccolo-borghese> che cancelli o limiti
drasticamente qualsiasi riferimento al mondo del lavoro, ai suoi bisogni, alle sue
aspirazioni. Non gli è riuscita appieno grazie all’intervento diretto di Tsipras, ma non hanno
mollato. Infatti l’autoritarismo con cui gestiscono la loro cosiddetta consultazione ci taglia
del tutto fuori. Il problema è che Tsipras ha concesso loro l’uso del suo nome. Lo ha fatto
perché convinto della nostra estrema debolezza o c’è anche una questione di fiducia
politica nei nostri confronti? Se fosse vero, sarebbe un problema politico che nella sede e
nel momento opportuni andrebbe affrontato. Sta di fatto che i quattro professori ci stanno
schiacciando e non è detto che le loro scelte riescano a smuovere migliaia di compagne e
compagni dall’atteggiamento dell’astensione. Loro si arrogano la rappresentanza della
sinistra diffusa –ma rifiutano la parola “sinistra” nei simboli propostimposti- ma, a parer
mio non rappresentano alcunché. Non credo che quel mondo che si è tanto impegnato per
la vittoria referendaria sull’acqua pubblica, nucleare, etc. si riconosca in loro. Ripeto,
stanno facendo un’operazione sporca. Mi domando se non siamo ancora in tempo a
sganciarci dalla loro stretta soffocante come una “garrotta” e puntare noi a riprendere in
mano il pallino per una lista larga della sinistra. In fondo in sede locale non si incontrano
grandi difficoltà nella costruzione dei comitati a favore di Tsipras. Siamo sempre noi a fare
il lavoro sul campo. E non credo che i “magnifici quattro” ci daranno un grande aiuto nella
raccolta delle firme. E Sel? Ma era proprio impossibile cercare un accordo con questa
organizzazione? So che che se la raccolta delle firme non va a buon fine, Sel è pronta ad
andare per proprioconto magari aggiungendo nel proprio simbolo la frase “Per Tsipras” in
qualche angolo. E in molti nel partito di Vendola ci sperano. Ma c’è un pericolo concreto
che non ce la facciamo e quindi l’eventualità di doverfare ricorso a questo espediente è
concreto e quindi non possiamo la possiamo ignorare. A maggior ragione dobbiamo
cercare un accordo quindi con l’organizzazione di Vendola. Molti dei nostri salterebbero in
aria, ma a questo punto sarebbe battaglia politica e culturale contro il plebeismo che
purtroppo non manca nella nostra organizzazione e si dovrebbe fare di tutto per orientare
le compagne e i compagni verso la giusta direzione. Inoltre, nella campagnaelettorale,
dovremo presentare il personaggio. Sarà conosciuto nel mondo della sinistra, ma nel
popolo largo che potrebbe andare a sinistra? Mica è Alberto Sordi. Ma ne parlano i
giornali. E’ vero, ma mentre in media in Gran Bretagna si vendono quattro quotidiani per
abitante, in Italia, abbiamo quattro italiani su un quotidiano. Quindi non sottovalutiamo
questo problema.
Credo di potere chiudere. Buon lavoro, compagne e compagni.

 

Pensate a salvare l’Europa, più che l’euro!
Sull’importante giornale francese La Tribune , un gruppo di economisti di diversi paesi
europei, tutti firmatari del Manifesto Europeo di Solidarietà, lanciano un appello ai
politici francesi e tedeschi perché mettano fine alla crisi dell’eurozona nel migliore dei
modi. Sono tutte cose che sappiamo, ma possono essere una buona sintesi per i nuovi
arrivati, e poi un punto fondamentale viene messo bene in chiaro: l’euro non è in crisi,
ma è la crisi stessa, e in questo momento rappresenta il peggiore nemico della coesione
e della pace in Europa. La permanenza dentro l’euro di Francia e Germania è insostenibile e
potrà solo essere la fonte di nuove crisi. La soluzione è un’uscita, che è fonte di incertezze, ma
gestibile. Appello ai leader francesi e tedeschi di Jean-Jacques Rosa, Jean-Pierre Vespérini, e un
gruppo di economisti europei. L’economia francese sta soffrendo gli stessi problemi dei paesi
del sud d’Europa (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia): crescita debole o nulla, aumento
della disoccupazione, debito pubblico in continuo aumento. L’esperienza dei paesi del sud
d’Europa dimostra che la politica di austerità in cui la Francia si è impegnata, lungi
dall’essere la soluzione di questi problemi, li aggrava.
La Francia, malato d’Europa
Come sottolineato dal capo economista dell’organizzazione di studi internazionali Markit,
“il profilo della Francia assomiglia sempre di più a quello del malato d’Europa”. A
dicembre 2013 l’attività economica ha registrato il suo settimo mese consecutivo di
declino. L’aumento delle imposte di 32 miliardi di euro, realizzato dal governo francese
nel 2012 e nel 2013, ha ridotto il deficit pubblico di soli 8 miliardi di euro. Ma allo stesso
tempo questo aumento ha ostacolato la ripresa, di modo che non c’è stata alcuna
crescita nel 2013, e di conseguenza la disoccupazione, che già nel primo trimestre del
2012, poco prima dell’elezione di François Hollande alla presidenza della Repubblica,
coinvolgeva il 9,5% della forza lavoro, nel terzo trimestre del 2013 ha raggiunto il 10,5%.
Per giunta, non si è riusciti ad impedire che il debito pubblico aumentasse dall’89% del
PIL del primo trimestre 2012 al 93,4% del terzo trimestre 2013.
Le politiche di austerità hanno portato il paese all’impasse
Il perseguimento di queste politiche ha penalizzato la Francia, ma penalizza allo stesso
modo gli altri paesi europei, riducendone i margini di manovra. Per questo motivo, nel
proprio interesse, ma anche nell’interesse degli altri paesi europei, la Francia dovrebbe
abbandonare tali politiche.
I mali che affliggono la Francia e i paesi del sud dell’Europa sono gli stessi perché la loro
causa è la stessa: derivano dal fatto che, dopo poco meno di quindici anni di esistenza,
l’euro ha portato ad un sistema di tassi di cambio totalmente inadeguato alla situazione
economica dei paesi europei.
Tassi di cambio interni verso la Germania: virtuali, sì, ma sopravvalutati
In effetti i tassi di cambio della Francia e dei paesi del sud verso la Germania, che
sebbene siano virtuali, tuttavia esistono eccome, sono assolutamente sopravvalutati
nella misura in cui in questi paesi i salari sono aumentati più rapidamente, e la
produttività del lavoro meno rapidamente, che in Germania, mentre invece, nel contesto
dell’euro, i tassi di cambio tra questi paesi e la Germania sono rimasti per definizione
immutabili fin dalla creazione della moneta unica. Da qui hanno origine i deficit di questi
paesi nei confronti della Germania.
Verso l’estero: un tasso di cambio dell’euro troppo debole per la Germania, troppo
forte per la Francia
D’altra parte, i tassi di cambio della Francia e dei paesi del sud sono sopravvalutati anche
verso le valute estere extra-EZ (dollaro, yen) e viceversa quelli della Germania sono
sottovalutati. La spiegazione di questi squilibri è che il tasso di cambio dell’euro è fissato
in funzione del saldo estero complessivo di tutta la zona euro. Ma questo saldo estero
comprende l’importante eccedenza della Germania e i deficit o i piccoli surplus degli altri
paesi dell’eurozona rispetto ai paesi extra-EZ.
È questo il motivo per cui il tasso di cambio dell’euro è troppo debole per la Germania e
troppo forte per la Francia e per i paesi del sud. Le economie della Francia e dei paesi del
sud sono bloccate nel seguente dilemma: o andare avanti col loro ritmo di crescita
potenziale e di conseguenza andare incontro a squilibri esterni a causa della
sopravvalutazione del loro tasso di cambio, oppure essere costretti a sopportare le
politiche di austerità per ridurre artificialmente le loro importazioni allo scopo di eliminare
i loro squilibri esterni.
La stessa prosperità della Germania è minacciata
A confronto con la Francia e con i paesi del sud, la situazione economica tedesca appare
alquanto soddisfacente. Eppure la prosperità della Germania è essa stessa minacciata,
per diverse ragioni, nel sistema dell’euro.
In primo luogo, la Germania non ha alcun interesse a vedere il resto dell’eurozona
sprofondare nella depressione economica. Nel 2007 le esportazioni tedesche verso gli
altri paesi dell’eurozona ammontavano a 432 miliardi di euro, mentre cinque anni più
tardi erano calate del 9% e ammontavano a non più di 393 miliardi di euro.
In Francia si aggrava il rischio-deflazione
In secondo luogo, l’adozione dell’euro è stata la causa di una divergenza crescente nel
ciclo economico della Germania da un lato, e della Francia e dei paesi del sud dall’altro.
Questa divergenza dovrebbe giustificare delle politiche monetarie opposte da una parte e
dall’altra, mentre la partecipazione alla moneta unica obbliga tutti i paesi a perseguire la
stessa politica, aggravando così la divergenza tra le congiunture dei diversi paesi. In altre
parole, la politica monetaria comune aggrava la tendenza alla deflazione in Francia e nei
paesi del sud, mentre accresce le tensioni inflazionistiche in Germania. Tutto ciò non può
che accentuare la discordia tra la Germania e gli altri paesi.
Le richieste alla Germania vanno contro le preferenze della sua popolazione
In terzo luogo, il contrasto tra la crescita tedesca e la stagnazione francese e meridionale
spinge la Francia e gli altri paesi a richiedere un cambiamento delle politiche tedesche
per ridurre le disparità di performance. Ma le misure richieste alla Germania (aumenti dei
salari, sostegno ai consumi e riduzione del risparmio) vanno contro le preferenze e le
priorità della popolazione tedesca.
Nuove crisi sono inevitabili
In quarto luogo, l’euro non può fare altro che condurre a nuove crisi future a causa della
rigidità del cambio che instaura all’interno dell’eurozona. Le crisi non possono essere
risolte che in due modi: o mediante politiche di trasferimenti fiscali, per le quali la
Germania dovrebbe rinunciare ai suoi principi sulla gestione di bilancio e concedere, in
ultima istanza, un default parziale sui debiti degli altri paesi; o in alternativa mediante un
intervento massiccio della BCE, che dovrebbe lanciarsi in una politica di “quantitative
easing” e mettere in circolazione un eccesso di liquidità nella zona euro, il che sarebbe
nuovamente in contraddizione con le preferenze della Germania.
La moneta unica: un ostacolo alla coesione dell’Europa
In breve, l’euro è stato per troppo tempo una moneta troppo forte per la Francia e i paesi
del sud, e troppo debole per la Germania. I tassi d’interesse della BCE rimangono troppo
forti per la Francia e i paesi del sud e troppo deboli per la Germania. Ciò significa che la
moneta unica è stata un errore, e che costituisce un ostacolo che si oppone all’unione e
alla coesione dell’Europa. Crea discordia anziché integrazione all’interno del continente, e
indebolisce l’economia complessiva dell’Europa, anziché rinforzarla. Le politiche che
erano mirate a sostenere l’eurozona hanno portato a creare livelli d’indebitamento
insostenibili, così come alla pericolosa prospettiva di una futura eccessiva creazione di
liquidità.
La Germania e la Francia dovrebbero annunciare la loro uscita
contemporaneamente
Questo dilemma non può essere risolto che con una segmentazione controllata
dell’eurozona. Ma ciò deve essere fatto con uno spirito positivo volto a rilanciare l’ideale
europeo, e non come un ritorno disperato ai chiusi nazionalismi del passato. L’iniziativa
deve venire dai paesi che costituiscono il cuore economico e politico dell’Unione e che
sono, per i loro rispettivi ruoli, maggiormente in grado di rinnovare l’ideale europeo in
una prospettiva creativa. Si tratta della Germania, che ha l’economia più forte del
continente, e della Francia, paese all’origine politica dell’unificazione europea. La
strategia che riteniamo abbia le maggiori probabilità di preservare i risultati più positivi
dell’integrazione europea consisterebbe in un accordo in base al quale i due paesi
annuncerebbero contemporaneamente la loro uscita dall’euro e il ritorno alle rispettive
monete nazionali.
La conseguenza immediata sarebbe indubbiamente una rivalutazione della moneta
tedesca rispetto all’euro e un deprezzamento della moneta francese a confronto con la
moneta tedesca. Gli altri paesi membri dell’eurozona dovranno, da parte loro, decidere se
continuare inizialmente ad utilizzare come moneta comune l’euro nella sua forma ridotta,
oppure seguire la Germania e la Francia nel ritorno alle loro vecchie monete nazionali.
Potrebbero anche eventualmente considerare di adottare una politica di cambio fisso
rispetto alla moneta francese o a quella tedesca. In ogni caso, si tratterebbe di muoversi
verso un miglioramento della competitività di prezzo delle loro economie.
Un periodo, gestibile, d’incertezza monetaria
Allo stesso tempo Francia e Germania dovranno mettere in atto dei provvedimenti
transitori per garantire la stabilità dei loro sistemi bancari e dovranno iniziare dei
negoziati con la BCE e gli altri governi dell’eurozona per la gestione dei debiti denominati
in euro, anche nel caso di uscita dall’euro da parte di tutti gli attuali Stati membri.
Un periodo d’incertezza monetaria appare inevitabile. Ma sarà gestibile e senza grossi
pericoli, in confronto all’impasse economica e politica nella quale l’eurozona si
trova adesso così profondamente impantanata.

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