n. 22 – 23 febbraio 2014
> Una nota sul mio ex-professore: Pier Carlo Padoan emiliano brancaccio
> Padoan, l’uomo che spinse l’Argentina nell’abisso di Franco Fracassi
> Uscire dall’incubo dell’euro: le asimmetrie dell’eurozona
Alberto Soler
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Una nota sul mio ex-professore: Pier Carlo Padoan emiliano brancaccio

21 febbraio 2014 emiliano brabcaccio
Pier Carlo Padoan fu uno dei miei professori durante i corsi del master in Economia del Coripe
Piemonte, presso il Collegio Carlo Alberto. Sebbene fosse un master rigorosamente
“mainstream”, ricordo che le lezioni di alcuni docenti, come Luigi Montrucchio e Giancarlo
Gandolfo, suscitavano il nostro vivo interesse e alimentavano le discussioni. Tra i docenti c’era
pure Elsa Fornero, che nel ruolo di professoressa rendeva indubbiamente molto meglio che in
quello successivo di ministra. Rammento che invece non eravamo particolarmente entusiasti delle
lezioni di Padoan. Forse a causa degli alti incarichi che all’epoca già ricopriva, in aula appariva un
po’ distratto, vagamente annoiato, non particolarmente persuaso dai grafici che egli stesso
tracciava sulla lavagna. Di una cosa tuttavia il nostro pareva convinto: la sostenibilità futura della
nascente moneta unica europea era da ritenersi un fatto ovvio, fuori discussione.
Era il 1999, data di nascita dell’euro, e Padoan guarda caso teneva il corso di Economia
dell’Unione europea. Una volta gli chiesi cosa pensasse delle tesi di quegli economisti, tra
cui Augusto Graziani, che esprimevano dubbi sulla tenuta dell’eurozona; domandai, in
particolare, quale fosse la sua valutazione di quegli studi che già all’epoca criticavano l’idea che
gli squilibri tra i paesi membri dell’Unione potessero essere risolti a colpi di austerità fiscale e
ribassi salariali. A quella domanda Padoan non rispose: si limitò a scrollare le spalle e a sorridere,
con un po’ di sufficienza.
All’epoca in effetti l’atteggiamento di Padoan era piuttosto diffuso. L’euro veniva considerato un
fatto definitivo, discutere di una sua possibile implosione era pura eresia. Ben pochi, inoltre, si
azzardavano a dubitare delle virtù taumaturgiche dell’austerità. Da allora evidentemente molte
cose sono cambiate.
Sulla capacità delle politiche di austerity di rimettere in equilibrio la zona euro, in accademia lo
scetticismo sembra ormai prevalente. Come segnalato anche dal “monito degli economisti”
pubblicato sul Financial Times nel settembre scorso, esponenti delle più diverse scuole di pensiero
concordano nel ritenere che le attuali politiche stiano in realtà pregiudicando la sopravvivenza
dell’Unione. Persino il Fondo Monetario Internazionale critica la pretesa di riequilibrare l’eurozona
puntando tutto su pesanti dosi di austerity a carico dei paesi debitori. Insomma, la dura realtà dei
fatti costringe i più a rivedere i vecchi pregiudizi. Ma Padoan, che oggi si accinge a lasciare l’OCSE
e ad assumere l’incarico di ministro dell’Economia, ha cambiato la sua opinione?
Non direi. In un’intervista rilasciata poco tempo fa al Wall Street Journal, il nostro ha affermato
che la crescente sfiducia verso l’austerity è solo “un problema di comunicazione” visto che a suo
avviso “stiamo ottenendo risultati”. E ha aggiunto: “Il risanamento fiscale è efficace, il dolore è
efficace”.
Ci sono due modi per interpretare questa affermazione. Il primo è che Padoan stia cinicamente
interpretando l’austerity come fattore di disciplinamento sociale. Dal punto di vista dei rapporti di
forza tra le classi sociali ci sarebbe del vero in questa idea. Mettendola in questi termini, tuttavia,
Padoan sottovaluterebbe il fatto che l’austerity sta anche contribuendo alla cancellazione di ogni
residua istanza di coesione tra i popoli europei. Il secondo modo di interpretare Padoan è che egli
ritenga tuttora che le attuali politiche aiuteranno il rilancio dell’economia. In questo caso
avanzerei il sospetto che Padoan sia stato sedotto dai risultati di un suo ardimentoso studio
recente, secondo il quale i paesi che passano da una situazione di indebitamento ad una di
avanzo estero, e che immediatamente attivano politiche di austerity in grado di abbattere il
rapporto tra debito e Pil, hanno maggiori probabilità di aumentare la crescita della produzione.
Ora, anche volendo trascurare gli enormi limiti di significatività di questo studio, il problema è che
esso entra in contraddizione con le evidenze oggi disponibili: non ultimo il fatto che l’austerity
non sta affatto determinando una riduzione del rapporto tra debito e Pil [1].
In un caso o nell’altro, non deve meravigliare che Paul Krugman abbia tratto spunto dalla
improvvida dichiarazione di Padoan per commentare che “certe volte gli economisti che occupano
cariche pubbliche danno cattivi consigli; altre volte danno pessimi consigli; altre ancora lavorano
all’OCSE”. E altre volte ancora, aggiungiamo noi, diventano ministri dell’Economia di un governo
che anziché fare uscire il Paese dalla crisi rischia di affondarlo definitivamente.
Emiliano Brancaccio
[1] de Mello, L., P. C. Padoan and L. Rousová (2011), “The Growth Effects of Current Account
Reversals: The Role of Macroeconomic Policies”, OECD Economics Department Working
Papers, No. 871, OECD Publishing.
Pubblicato su http://www.emilianobrancaccio.it.

Padoan, l’uomo che spinse l’Argentina nell’abisso
venerdì 21 febbraio 2014 22:33
di Franco Fracassi
«La riforma Fornero è stato un passo importante per la risoluzione dei problemi dell’Italia», dichiarò un anno fa il
neo ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Ex dirigente del Fondo monetario internazionale, ex consulente
della Bce ed ex vice segretario dell’Ocse, Padoan è di casa tra i potenti del mondo.
Scelto personalmente dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e osannato dai grandi media italiani, il
neo ministro non è stimato da tutti gli economisti, soprattutto da quelli non liberisti. Sentite cosa scrisse di lui sul
“New York Times” il premio Nobel per l’economia Paul Krugman: «Certe volte gli economisti che ricoprono
incarichi ufficiali danno cattivi consigli; altre volte danno consigli ancor peggiori; altre volte ancora lavorano
all’Ocse».
Padoan era responsabile dell’Argentina per conto del Fondo monetario internazionale nell’anno in cui il Paese
sudamericano fece default.
A cosa si riferiva Krugman? Padoan è stato l’uomo che ha gestito per conto del Fondo monetario internazionale la
crisi argentina. Nel 2001, Buenos Aires fu costretta a dichiarare fallimento dopo che le politiche liberiste e
monetariste imposte dal Fmi (quindi, suggerite da Padoan) distrussero il tessuto sociale del Paese. In quegli anni
il neo ministro si occupò anche di Grecia e Portogallo. Krugman scrisse in un altro articolo che furono proprio le
ricette economiche «suggerite da Padoan a favorire la successiva crisi economica nei due Paesi».
Ecco cosa dichiarò Padoan a proposito della crisi greca: «La Grecia si deve aiutare da sola, a noi spetta
controllare che lo faccia e concederle il tempo necessario. La Grecia deve riformarsi, nell’amministrazione
pubblica e nel lavoro». In altre parole, Atene avrebbe dovuto rendere il lavoro molto più flessibile, alleggerendo
(licenziando) la macchina della pubblica amministrazione. Nel marzo del 2013, quando la Grecia era sull’orlo del
collasso, l’allora numero due dell’Ocse suggerì più esplicitamente: «C’è necessità che il governo greco adotti una
disciplina di bilancio rigorosa e di un continuo sforzo di risanamento dei conti pubblici, condizioni preventive per
il varo di misure a sostegno dello sviluppo».
Padoan è stato per quattro anni responsabile per conto del Fmi della Grecia. Successivamente, ha influenzato le
politiche economiche di Atene in qualità di vice presidente dell’Ocse.

USCIRE DALL’INCUBO DELL’EURO: LE ASIMMETRIE
DELL’EUROZONA
14 POSTED BY ALBERTO BAGNAI – 22 FEBRUARY 2014 – MISSION
di Alberto Montero Soler
Professore di Economia applicata – Università di Malaga
Traduzione di Giuseppe Quaresima
Versione originale
I
Passano i mesi, diventano anni, e la possibilità che i paesi periferici dell’Eurozona superino questa crisi
attraverso un percorso diverso da una soluzione di rottura si allontana sempre di più all’orizzonte.
Contro quanti insistono nel sostenere che esistano soluzioni riformiste capaci di affrontare l’attuale
situazione di deterioramento economico e sociale, la realtà si sforza di dimostrare che la fattibilità di queste
proposte richiede una condizione previa ineludibile: la modificazione radicale della struttura istituzionale,
delle regole di funzionamento e della linea ideologica che guida il funzionamento dell’Eurozona.
Il problema di fondo è che questo contesto risulta funzionale ed essenziale al processo di accumulazione del
gran capitale europeo; ma è anche funzionale, ed è qualcosa che dobbiamo avere sempre presente, al
consolidamento del ruolo egemonico della Germania in Europa, e del ruolo al quale essa aspira nel nuovo
ambito geopolitico multipolare in costruzione. Per questo motivo possiamo avanzare almeno due argomenti
fondamentali per rafforzare la tesi della necessità della rottura del contesto restrittivo imposto dall’euro, se si
desidera aprire il ventaglio di possibilità a percorsi di uscita da questa crisi che consentano una minima
possibilità di emancipazione per l’insieme dei popoli europei.
Il primo argomento è che la soluzione alla crisi imposta da parte delle élite dominanti a livello europeo è, di
per sé, una soluzione di rottura, attuata da queste in nome proprio e a proprio vantaggio. Le politiche di
austerità costituiscono l’espressione più evidente del fatto che queste élite si trovano in una posizione di
forza tale, rispetto al mondo del lavoro, da potersi permettere di rompere in maniera unilaterale e definitiva il
patto implicito in base al quale si erano creati, rafforzati e mantenuti i welfare state europei.
Queste élite sanno perfettamente che una classe lavoratrice precarizzata, de-ideologizzata, destrutturata e
che ha perso ampiamente la sua coscienza di classe, è una classe lavoratrice indifesa, priva della capacità
di resistenza necessaria per preservare le strutture di benessere che la proteggevano dall’inclemenza della
mercantilizzazione dei bisogni economici e sociali essenziali. Le concessioni fatte durante il capitalismo
fordista del dopoguerra sono a rischio di eliminazione perché, tra le altre cose, la privatizzazione del welfare
state offre opportunità di guadagno tali da consentire il recupero della caduta del saggio di profitto.
Il secondo argomento è che non si può dimenticare, come invece sembra si faccia, la natura acquisita dal
progetto di integrazione monetaria europea da quando venne posto in essere e da quando si cominciarono
ad attuare le dinamiche economiche da esso promosse. Il problema essenziale è che l’eurozona è un ibrido
che non evolve verso una federazione (con tutte le conseguenze che questo avrebbe in termini di cessione
di sovranità), e si mantiene esclusivamente in un ambito di unificazione monetaria perché questa
dimensione, insieme alla libertà di movimenti di capitali e di beni e servizi, è sufficiente per plasmare un
mercato di grandi dimensioni che permetta un maggior livello di riproduzione del capitale, che elimini i rischi
delle svalutazioni monetarie competitive da parte degli Stati, e che faciliti la dominazione di alcuni Stati su
altri sulla base dell’apparente neutralità attribuita ai mercati.
Proprio per questo, l’Europa – e con essa la sua espressione di “integrazione” più avanzata che è l’euro – si
è trasformata in un progetto esclusivamente economico, messo a servizio delle oligarchie industriali e
finanziarie europee, con l’aggravante che in questo processo le oligarchie hanno cooptato la classe politica
nazionale e sovranazionale, inibendo in questo modo i meccanismi di intervento politico in ambito
economico, e restringendo i margini per qualsiasi tipo di riforma che non torni a vantaggio delle oligarchie
stesse. Di conseguenza, questo spazio difficilmente può essere identificato e difeso da parte delle classi
popolari europee come quella “Europa dei Cittadini” alla quale, una volta, la sinistra aveva aspirato.
II
Di fatto, esistono una serie di elementi che spiegano perché l’euro sia stato, nella prospettiva dei popoli
europei, un progetto fallito fin dal principio: da un lato, tanto le politiche di aggiustamento strutturale attuate
durante il processo di convergenza precedente all’introduzione dell’euro, quanto le politiche perseguite dalla
sua entrata in vigore, hanno ridotto i tassi di crescita economica, con il conseguente impatto sulla creazione
di posti di lavoro; dall’altro, l’assenza di una struttura fiscale di ridistribuzione del reddito e della ricchezza o
di qualsiasi meccanismo di solidarietà che realmente risponda a questo principio ha reso difficile la riduzione
dei disequilibri delle condizioni di benessere tra i cittadini degli Stati membri; infine, va evidenziato che le
asimmetrie strutturali esistenti tra le diverse economie a partire dal periodo iniziale del progetto sono andate
via via aumentando durante questi anni, rafforzando la struttura centro-periferia all’interno dell’Eurozona e
consolidando la dimensione produttiva della crisi attuale.
Se a tutto questo aggiungiamo che le politiche messe in atto per salvare l’euro sono politiche dirette a
preservare gli interessi dell’élite economica europea contro il benessere delle classi popolari, si riafferma
l’idea di un rapido allontanamento dalla possibilità di identificare l’Eurozona con un processo di integrazione
che i popoli europei possano riconoscere come proprio e costruito in base alle proprie aspirazioni.
Si può concludere, quindi, che l’euro – inteso non solo come una moneta in quanto tale, quanto come un
complesso sistema istituzionale e una dinamica funzionale messa al servizio della riproduzione ampliata del
capitale su scala europea – è la sintesi più cruda e perfetta del capitalismo neoliberista. Un capitalismo che
si sviluppa nel contesto di un mercato unico dominato dall’imperativo categorico della competitività, e nel
quale si è prodotto un vuoto delle sovranità nazionali – per non dire delle sovranità popolari – a tutto
vantaggio di una tecnocrazia che agisce politicamente a favore delle élite europee, senza il benché minimo
interesse alle condizioni di benessere delle classi popolari. E se siamo d’accordo sul fatto che per queste
ultime la creazione dell’euro va intesa come un progetto fallito, la questione che sorge irrimediabilmente è
che cosa le classi popolari possano fare – almeno quelle dei paesi periferici sopra le quali si sta esercitando
con maggiore intensità il peso delle politiche di aggiustamento economico – di fronte ad un futuro che
sembra così privo di speranza e nel quale le opzioni di riforma in senso solidale sono di fatto bloccate da
catene sempre più strette.
La risposta a questa domanda dipende da quale concezione si ha della crisi attuale, delle dinamiche che la
mantengono attiva, e delle prospettive di evoluzione delle relazioni politiche ed economiche all’interno
dell’Eurozona che potrebbero invertire la situazione attuale, o, al contrario, consolidarla.
III
A mio avviso, la crisi presenta attualmente due dimensioni difficilmente riconciliabili e che favoriscono il
consolidamento dello status quo presente.
La prima dimensione è finanziaria e si incentra sul problema dell’indebitamento generalizzato che, nel caso
della maggior parte dei paesi periferici, ha avuto inizio come problema di debito privato, convertitosi in debito
pubblico quando è stato riscattato dallo Stato – e in questo modo socializzato – il debito del sistema
finanziario. I livelli che ha raggiunto l’indebitamento, tanto privato come pubblico, sono così elevati che è
impossibile che questo debito possa essere rimborsato completamente, e di questo bisogna essere
assolutamente coscienti, date le conseguenze pratiche. Per questo, e per il fatto che, privati di moneta
nazionale, alcuni Stati membri sperimentano tassi di crescita del debito molto superiori a quelli del Pil, il peso
del debito si fa insostenibile e si trasforma in una bomba ad orologeria che prima o poi scoppierà senza
possibilità di soluzione.
La seconda dimensione è reale e si concretizza nelle differenze di competitività tra le economie centrali e le
economie periferiche. Queste differenze sono, con vari altri fattori, all’origine della crisi, e il problema di
fondo è che non solo non si stanno riducendo, ma addirittura si stanno ampliando. Inoltre, l’interpretazione
della riduzione degli squilibri esterni delle economie periferiche all’interno dell’Eurozona come un sintomo del
fatto che siamo in una fase di transizione verso il superamento della crisi è chiaramente distorta, perché non
considera in maniera adeguata la tremenda ripercussione del periodo di stagnazione economica sulle
importazioni.
Il legame tra entrambe le dimensioni della crisi è assicurato dalla posizione dominante raggiunta dai paesi
centrali rispetto a quelli periferici e, concretamente, dalla posizione raggiunta dalla Germania nello spazio
dell’Eurozona, rilevante non solo per il suo peso economico, ma anche per il suo controllo politico delle
dinamiche di riconfigurazione dell’Eurozona, sviluppate col pretesto di essere le soluzioni della crisi, ma che
agiscono, di fatto, per rafforzare l’egemonia tedesca.
Se a questo aggiungiamo le peculiarità della sua struttura, caratterizzata dalla debolezza cronica della sua
domanda interna – e, per questo, dall’esistenza ricorrente di un eccesso di risparmio nazionale – e la
potenza della domanda estera dei suoi beni – che è alla base dei suoi continui surplus commerciali – avremo
la prova del fatto che quello che sembrava essere un circolo virtuoso di crescita per tutta l’Eurozona ha finito
per convertirsi in un giogo per le economie periferiche, sbocco privilegiato dei flussi finanziari attraverso i
quali la Germania metteva a frutto l’eccesso di risparmio interno e il surplus commerciale, riciclandoli sotto
forma di debito estero collocato nella periferia.
In questo modo, la Germania ha riconvertito la sua posizione creditoria in una posizione di dominazione
quasi egemonica che le permette di imporre le politiche necessarie ai suoi interessi. Questo implica, in
pratica, che qualsiasi soluzione di natura cooperativa per risolvere la crisi è automaticamente rifiutata mentre
si rafforzano, al contrario, le soluzioni di natura competitiva tra economie le cui diseguaglianze in termini di
competitività già si sono dimostrate insostenibili in un contesto così dissimile e asimmetrico come è quello
dell’Eurozona.
E così è tanto tragico quanto sconsolante assistere all’accondiscendenza con la quale i governi
dell’Eurozona periferica assumono e applicano politiche che stanno aggravando le differenze strutturali
preesistenti e che, per questo, non fanno altro che accentuare le differenze in termini produttivi e di
benessere tra il centro e la periferia, senza che possa essere intravista nessuna possibilità di soluzione: i
processi di deflazione interna non solo comprimono il potere d’acquisto ma aumentano il peso reale del
debito a livello interno, sia di quello privato (a causa della deflazione salariale), sia di quello pubblico (a
causa del differenziale tra i tassi di crescita del Pil e del debito pubblico), con l’aggravante che qualsiasi
apprezzamento del tasso di cambio dell’euro si traduce in un’erosione dei benefici di competitività spuri
conseguiti attraverso la deflazione salariale. Si tratta, proprio per questo, di un cammino verso l’abisso del
sottosviluppo.
È proprio per questo che, se non si producono cambiamenti strutturali radicali (che passano tutti per
meccanismi di trasferimento fiscale in chiave redistributiva), l’Eurozona si consoliderà come uno spazio
asimmetrico di accumulazione di capitali, nel quale le economie periferiche si vedranno condannate a
districarsi in una soluzione di equilibrio senza crescita – utilizzando un eufemismo economicistico – o, nel
peggiore dei casi, l’Eurozona stessa finirà per saltare totalmente o parzialmente in aria.
Il problema è che queste riforme radicali non solo non sono all’ordine del giorno nell’agenda europea, ma
sono anche sistematicamente bloccate dal veto della Germania. Di fatto, credo sia facilmente constatabile
come in questi momenti, in seno all’Eurozona, esistano tensioni tra gli interessi delle élite economiche e
finanziarie europee e quelli delle classi popolari dell’insieme dell’Eurozona, più marcate rispetto alle classi
popolari degli Stati periferici; tra gli interessi della Germania e di altri Stati del centro e quelli degli Stati della
periferia; e tra le proposte di soluzione della crisi imposta da dette élite e Stati e la logica economica più
elementare, quella che resta espressa nelle principali identità macroeconomiche che riassumono le
interrelazioni tra i saldi dei settori privato, pubblico e estero di un’economia. Tutte queste tensioni,
debitamente gestite da coloro che detengono il potere nei differenti ambiti in cui esso si esprime, sono
funzionali al consolidamento di un’Eurozona asimmetrica (con il significato già segnalato) e dominata dalla
Germania.
IV
Queste tensioni, per concludere, riducono enormemente la possibilità di un’uscita dalla crisi, guidata dalle
classi popolari, che non sia di rottura, così come è stato evidenziato all’inizio di questo testo. Il problema
politico che si presenta appare evidente quando si consideri che gli unici che stanno immaginando questa
possibilità di rottura unilaterale (di uscita dall’euro, per l’appunto) sono i partiti nazionalisti di estrema destra,
che si appropriano così di un crescente sentimento di insoddisfazione popolare nei confronti dell’euro stesso,
rispetto a una sinistra che continua ad invocare l’opzione di riforme che si scontrano direttamente con gli
interessi di coloro che hanno posto a proprio servizio le potenzialità di dominio imperiale attraverso
l’economia facilitate dall’euro. Da questo punto di vista, sarebbe opportuno smettere di visualizzare l’Euro
semplicemente come una moneta, per arrivare ad assimilarlo concettualmente ad un’arma di distruzione di
massa che sta distruggendo non solo il benessere dei popoli europei, ma anche quel sentimento europeista
basato sulla fratellanza tra questi popoli che fu costruito con tanto sforzo.
Il problema di credibilità diventa ancora più grave per la sinistra quando, per promuovere le riforme
necessarie, si appella all’attivazione di un soggetto, la “classe lavoratrice europea”, che agisca come
avanguardia nella trasformazione della natura stessa dell’Eurozona. Il problema è che mai come ora la
condizione della classe lavoratrice in Europa si è trovata così deteriorata quanto a coscienza e identità di
classe, senza dover aggiungere che quanto detto non mina in nessun caso l’evidenza che la relazione
salariale continua ad essere la pietra angolare del sistema capitalistico. Come scriveva recentemente Ulrich
Beck, viviamo la tragedia di trovarci in momenti rivoluzionari senza rivoluzione e senza soggetto
rivoluzionario. Non c’è nulla.
Ciò nonostante, l’orizzonte sarebbe più chiaro se la sinistra fosse capace di dare una risposta credibile ad
una questione che si rifiuta di considerare e che, tuttavia, può manifestarsi prima o poi nello scenario
europeo e, concretamente, in Grecia: cosa potrebbe fare un governo di sinistra che raggiungesse il potere in
un unico paese della periferia? Dovrebbe sperare che nel resto dell’Eurozona si manifestassero le condizioni
obiettive per procedere alla sua riforma, essendo cosciente che questo esige il voto unanime dei 27 Stati? O
dovrebbe approfittare del ventaglio di opportunità che la storia le ha permesso di aprire e promuovere l’uscita
del proprio paese dall’euro?
Come è ovvio dare una risposta a tale domanda non è facile: tuttavia, eluderla non ha alcun senso. Per
questo è necessario riconoscere – per iniziare – che nel contesto dell’euro non c’è nessun margine per
politiche realmente trasformatrici che possano agire a vantaggio delle classi popolari. Anzi, oserei affermare
che in questo contesto non c’è nessun margine per la politica, perché la politica è stata sequestrata dal
sistema istituzionale sviluppato per fornire una patente di legittimità a una moneta dietro la quale manca
qualsiasi progetto di costruzione di una comunità politica che integri i popoli d’Europa. Risulta, quindi, un
controsenso reclamare processi costituenti, quando la condizione preliminare affinché processi simili
possano realizzarsi pienamente è la rottura con il contesto istituzionale, politico, economico e legale imposto
dell’euro. Una comunità può rifondarsi attraverso un processo costituente solo se lo fa senza vincoli
preliminari nelle condizioni di partenza, vincoli imposti da fuori e che operano danneggiando gli interessi
delle stesse classi popolari che reclamano questo processo costituente.
Per dirlo in altri termini, la rottura con l’euro non è condizione sufficiente ma necessaria per qualsiasi
progetto di trasformazione sociale emancipatrice al quale la sinistra possa aspirare. Per questo, rivendicare
la rivoluzione in astratto e, contemporaneamente, cercare di preservare la moneta unica e le istituzioni e le
politiche che le sono consustanziali in questa Europa del Capitale, fino a quando si diano le condizioni
europee per la loro riforma, costituisce una contraddizione in termini, priva di credibilità agli occhi di quelle
classi popolari che sembrano aver identificato il nemico con maggiore chiarezza dei dirigenti della sinistra
stessa.
È proprio per questo che fino a quando questa contraddizione non verrà compresa e superata, e i discorsi
politici ed economici diventino entrambi di rottura e vadano in parallelo; fino a quando l’uscita dall’euro non
sia percepita solo come un problema, ma anche come una parte della soluzione alla situazione di
dipendenza delle economie periferiche, che offra loro la possibilità di ristrutturarsi e trovare il proprio
percorso di sviluppo nella produzione e nell’elargizione di benessere in una forma più auto-centrata e meno
dipendente dalle relazioni con l’economia mondiale; fino a quando non smetterà di incatenarci la paura di
rompere le catene dell’euro, per la mancanza di certezze assolute su come potrebbe essere la nostra vita
futura fuori dall’euro stesso (la stessa paura che ha incatenato coloro che negavano la possibilità di rompere
con il gold standard dopo la grande depressione degli anni Trenta del secolo scorso); fino a quando tutto
questo non accadrà, mi resta solo da pronosticare, ahimè, un lungo periodo di sofferenza sociale e
economica per i popoli e i lavoratori della periferia europea.

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