Euro, diamo la parola ai cittadini di Enrico Grazzini

Euro, diamo la parola ai cittadini

 

 

Di Enrico Grazzini

Sì, lo confesso, sono un euroscettico, anzi di più, sono euro-contro, ma sono anche antifascista e di sinistra. Sì lo confesso: voto lista Tsipras ma sono anche per recuperare la sovranità nazionale per contrastare questa Europa anti-democratica e oppressiva.

Lo stato nazionale non è un ferrovecchio da buttare come suggerisce l’ideologia liberista della globalizzazione. Infatti solo nelle loro nazioni (e certamente non nell’Unione Europea) i popoli riescono a esercitare la democrazia. La democrazia nazionale è nata con decenni di lotte popolari e ha realizzato lo stato sociale. Non buttiamola via, come vorrebbe la destra liberista europea e italiana; difendiamola. Recuperare la sovranità nazionale non significa rincorrere lo sciovinismo nazionalista e xenofobo di Marine Le Pen, o sognare di riscattare improbabili glorie del passato: al contrario, indire dei referendum nazionali su euro e fiscal compact significa decidere per un futuro migliore. 

Confesso: sono contro questa Europa che agisce in nome e per conto di una finanza malata e delle banche sovranazionali “troppo grandi per fallire” (ma che sono in grado di fare fallire gli stati più deboli). Ma sono anche per un’altra Europa, un’Europa in cui i diritti democratici dei cittadini vengano rispettati e le sovranità nazionali non vengano calpestate.. 

E’ auspicabile che i cittadini si pronuncino con referendum democratici sulle questioni di fondamentale importanza che implicano cessioni di sovranità nazionale alla UE, anche sul piano economico. Questa sarebbe una vera e moderna riforma costituzionale. Sovranità nazionale non significa essere chiusi verso l’Europa e il resto del mondo, ma potere decidere democraticamente del proprio presente e del proprio futuro, anche nel campo decisivo dell’economia. 

E’ appena uscito un appello di autorevoli economisti contro l’uscita dell’Italia dall’euro, tra cui Lorenzo Bini Smaghi, Marcello De Cecco, Jean-Paul Fitoussi[1]. Si può convenire che un’uscita unilaterale sarebbe un salto nel buio; ma un fatto enorme sfugge agli eccellenti firmatari. Essi affermano che: “la proposta di uscire dall’euro… impedisce all’Italia di contribuire ai necessari cambiamenti della politica europea per contrastare la deflazione, la disoccupazione di massa e la stagnazione”. Il problema è invece che i rigidi trattati di Maastricht e del Fiscal Compact su deficit e debito pubblico impediscono a priori una gestione diversa e alternativa (espansiva) della politica economica. 

La tragedia è proprio questa: l’euro è irriformabile ed è sottratto a ogni gestione politica. La suicida politica d’austerità non può essere minimamente modificata perché tutto è già stabilito dalle minuziose e rigide regole deflazioniste dei trattati europei (dettati dalla Merkel e da Wolfgang Schäuble). E’ per questo che auspichiamo una moneta comune europea – l’eurobancor – (e non una moneta unica) e il recupero della sovranità monetaria, cioè della gestione politica della moneta. In tutti i casi sono certamente i cittadini a dover decidere, e non Bruxelles, Berlino o Francoforte, e neppure economisti pur autorevoli e stimati. 

I cittadini italiani sono stati tenuti all’oscuro dell’Europa reale e del significato di trattati capestro come il fiscal compact. In silenzio tutti i principali partiti di governo hanno messo il pareggio di bilancio in Costituzione, ma l’opinione pubblica sa poco o nulla. Referendum su euro e fiscal compact non sono populisti: servono a ridiscutere la nostra partecipazione subalterna a questa Europa, a informare per la prima volta l’opinione pubblica, a sentire la voce dei cittadini. Del resto anche in Germania le questioni europee vengono decise innanzitutto in base ai principi di interesse e di sovranità nazionale. Perché da noi i cittadini dovrebbero subire passivamente la politica europea? 

Sono favorevole a recuperare la sovranità nazionale anche perché ritengo che il federalismo europeo costituisca una pura e pericolosa illusione. La cultura federalista è particolarmente radicata in Italia. Ma l’Europa con una trentina di stati, con circa venti lingue, con storie, politiche, istituzioni, interessi e culture molto differenti non diventerà mai gli Stati Uniti d’Europa. Il federalismo europeo non tiene conto della particolare e complessa storia europea: tende quindi a sminuire il valore della sovranità nazionale, che è anche sovranità democratica. 

La reductio ad unum – anche nella forma federale, che è pur sempre una configurazione centralizzata del potere – sarebbe negativa per l’Europa, ma è soprattutto irrealizzabile. Innanzitutto senza tasse europee non può esistere un federalismo democratico. Infatti in democrazia i cittadini che contribuiscono con le tasse al bene comune acquistano anche il legittimo diritto di decidere in comune. Ma i cittadini tedeschi si tasserebbero per concedere, per esempio, sussidi di disoccupazione agli operai e agli impiegati portoghesi ? E quelli italiani accetterebbero di venire tassati per sovvenzionare i contadini romeni o gli allevatori finlandesi? Non è credibile una politica centralizzata e solidale di bilancio in Europa. I popoli hanno storie ed economie troppo diverse, e la Germania è troppo prevalente per mettersi alla pari delle altre nazioni e attivare una politica espansiva (come una federazione richiede in tempi di crisi). La storia europea sta apparentemente girando in direzione opposta. Vengono reclamate le autonomie locali e nazionali all’interno dei singoli stati: basti pensare alla questione catalana, o a quella basca, o scozzese, o alla scissione tra la Repubblica Ceca e la Repubblica slovacca. Più si tenta di centralizzare, più emergono richieste, legittime o illegittime, di autonomia. 

E poi: la Germania accetterebbe di rispettare un voto preso a maggioranza da un nuovo e rappresentativo Parlamento Europeo contro il suo interesse? Il parlamento europeo potrebbe per esempio decidere a maggioranza di spostare fondi pubblici dalla Germania alla Spagna senza provocare la reazione dei contribuenti tedeschi? No, il principio democratico della maggioranza che decide non può valere per l’Europa. La verità è che il federalismo europeo è irrealizzabile (a meno di avvenimenti al di fuori del prevedibile). Bisogna pensare a un’altra Europa possibile, a una Europa più cooperativa e solidale, ma senza tentare di scimmiottare gli Stati Uniti d’America. 

La questione centrale consiste nel fatto che, senza la prospettiva di una vera unità europea, cioè di un’Europa federale, non hanno neppure più senso la moneta unica e una unica politica monetaria per tutti gli stati d’Europa. La moneta unica doveva anticipare l’unità politica dell’Europa. In pratica invece si sostituisce alla democrazia europea e calpesta le economie nazionali. In questo senso è meglio adottare una moneta comune europea – come vedremo dopo – piuttosto che una moneta unica. L’illusione federalista è politicamente pericolosa perché può portare a giustificare la prospettiva di “più Europa”, cioè di una maggiore concentrazione di potere economico, fiscale, finanziario, militare e politico in questa Unione non democratica. Proprio quello che la tecnocrazia dell’Unione Europea desidera ardentemente. 

Non a caso in nome di una maggiore integrazione europea la UE sta diventando sempre più intrusiva. La Commissione UE sta decidendo centralmente sui bilanci pubblici – fisco e spesa – dei paesi dell’eurozona prima dei parlamenti e dei governi democraticamente eletti. Ma se la Commissione UE governa le economie nazionali, quale potere resta ai cittadini? Nulla. Invece occorre recuperare la sovranità sui bilanci pubblici e sull’economia nazionale – tenendo ovviamente conto che la sovranità nazionale è sempre relativa in un’economia globalizzata -. 

Sì, lo confesso, vorrei anche che la sinistra diventasse meno federalista, meno idealista e un po’ più “populista”. Nel senso che mi piacerebbe che la sinistra (sempre molto intelligente, ma anche elitaria ed aristocratica) riuscisse finalmente a uscire dal suo mondo lillipuziano e a intercettare la disperazione e la rabbia delle masse di milioni di lavoratori e di ceto medio che non hanno più prospettive, e che si rivolgono a Grillo come alla Madonna di Częstochowa perché non sanno più a quale santo votarsi. Nella crisi aumenta la ribellione e la rabbia, cresce la disperazione e l’elettorato si polarizza. Occorrono proposte forti e chiare. I cittadini vogliono potere decidere sulla loro economia, e desiderano una forza alternativa e credibile in grado di portarli fuori da questa crisi che non finisce mai. 

La sinistra sussurra, mentre Grillo urla le sue ragioni (e fa bene a farsi sentire). Non possiamo lasciare solo Grillo ad opporsi, e non possiamo neppure correre il rischio (molto concreto) che la lista Tsipras in Italia raccolga solo i voti dei resti esigui ed esausti di una stravecchia “nuova sinistra”. La sinistra deve capire che alla stragrande maggioranza non interessa di capire se Cuperlo o Vendola parteciperanno o no alle prossime primarie del PD. C’è invece bisogno di una sinistra forte e unitaria che faccia un’opposizione sociale credibile insieme al Movimento 5 Stelle. Non si può lasciare alle destre la protesta contro l’Europa antidemocratica dell’euro. E c’è bisogno di distinguersi chiaramente e in maniera netta dalle posizioni apparentemente “riformiste” del PD verso l’Unione Europea. 

L’euro fa male all’Italia e all’Europa 

Dobbiamo riconoscere la cruda realtà. L’euro fa molto male sia all’economia che alla democrazia. E’ francamente sempre più difficile affermare che … fuori dall’euro saremmo stati peggio! In Italia in cinque anni di crisi abbiamo perso circa l’8,5% del PIL e il 30% degli investimenti. I redditi sono scesi al livello dei primi anni ’90, quando l’euro ancora non c’era, e l’Italia ha il 13% di disoccupazione. Un terzo delle famiglie è a rischio povertà, aumenta la pressione fiscale, diminuisce la spesa pubblica – sanità, istruzione, ecc – e tuttavia cresce il debito pubblico, e l’Italia non può più neppure manovrare la sua moneta. Il futuro è nero con il fiscal compact. Peggio di così … 

La moneta unica utilizzata da 12 paesi sui 28 stati dell’Unione Europea è una solenne bestialità: infatti significa che 12 paesi molto differenti per livelli di produttività, competitività, inflazione, saldi commerciali con l’estero e disoccupazione, sono soggetti allo stesso tasso di interesse, alla stessa base monetaria e allo stesso tasso di cambio verso i paesi extraeuropei. Un’assurdità palese! L’euro è una gabbia con sbarre rigide e strette, e fa parte del problema e non della soluzione. Le statistiche economiche dicono che i paesi europei senza euro stanno uscendo dalla crisi, noi no. Mentre il debito pubblico dei paesi periferici dell’eurozona continua a crescere. I dati sono chiari e smentiscono le illusioni e le incompetenze della cattiva politica. Con questo euro la crisi continuerà, in forma più o meno acuta. 

L’euro è una valuta sostanzialmente straniera e le regole imposte dai trattati europei impongono la riduzione secca del costo del lavoro, l’aumento delle tasse per pagare i deficit pubblici alle banche estere, la drastica riduzione dei servizi e dei diritti sociali, la privatizzazione dei beni pubblici e la svendita dei beni privati al capitale estero. E’ assurdo, ma la moneta unica europea e la politica monetaria restrittiva sancita a Maastricht decretano la fine della civiltà europea basata sui diritti sociali e il welfare universale. 

Per imporre i sacrifici dell’euro il capo del governo Matteo Renzi, non eletto dagli italiani, abolisce il Senato e le Province elette dai cittadini e cambia la Costituzione. Renzi, tra gli applausi della UE, spinge per il decisionismo autoritario del leader, si finge uomo della provvidenza contro la “inefficiente” democrazia bicamerale. Come se tutti i problemi italiani dipendessero dal fatto che abbiamo un Senato eletto dai cittadini! o che ci sono troppi partiti minori e d’opposizione! In effetti Renzi è una delle incarnazioni dell’antipolitica, del populismo leaderista contro la politica rappresentativa e la Costituzione. Ma sul piano economico è un conservatore, non un riformista. La sua controriforma del lavoro abolisce di fatto i sindacati e i contratti a tempo indeterminato. 

Il futuro sarà peggiore: a causa del Fiscal Compact votato da Monti, Berlusconi e Bersani andiamo allegramente verso il disastro di drastiche restrizioni pluriennali alla spesa pubblica in tempi di crisi e di deflazione! In queste condizioni negoziare con la UE per implorare meno vincoli dettati dalla moneta unica di Maastricht è senza speranza, è masochista! Questa UE non cambierà sostanzialmente la sua politica: piuttosto si spezzerà, ma non cambierà. 

Io voto Tsipras, ma sono molto critico verso una politica pro-euro che può andare bene in Grecia ma non in Italia e in molti altri Paesi europei. Ridiscutere i debiti, pretendere la loro ristrutturazione, ma non ridiscutere il dogma della moneta unica, può andare bene per un piccolo paese come la Grecia: ma se l’Italia chiedesse, come la Grecia, la moratoria su un debito pubblico di due triliardi di euro, o un allentamento realmente significativo dei vincoli europei, farebbe comunque crollare l’euro. Occorre articolare le strategie nei singoli paesi. 

Viva la sovranità nazionale 

Ma da quando la sovranità nazionale è di destra? Forse che i partigiani non si battevano per la sovranità nazionale, cioè per la democrazia, contro gli occupanti nazisti? Forse che dovremmo arrenderci al capitalismo finanziario globale senza rivendicare la nostra sovranità nazionale, cioè le nostre conquiste democratiche, e, sul piano economico, la capacità di difendere e rafforzare la nostra moneta, le industrie e le banche strategiche per lo sviluppo – come Eni, ENEL, Telecom Italia, Intesa, Unicredit, ecc, ecc -? 

Forse che i popoli dei paesi in via di sviluppo in nome dell’internazionalismo … dovrebbero cedere le lor industria strategiche alle multinazionali estere, come stiamo facendo noi oggi sempre di più in Italia, magari plaudendo il fatto che finalmente “ritornano gli investitori esteri”? Davvero crediamo che giganti finanziari come Blackrock (ormai presente in aziende strategiche come Telecom, Unicredito, Intesa ed MPS) possano fare sempre bene alla nostra economia? Davvero crediamo che le questioni di sovranità nazionale non si debbano estendere al campo economico? Sovranità economica non significa ovviamente autarchia, ma significa invece difesa dell’industria strategica nazionale e delle possibilità autonome di sviluppo per le presenti e prossime generazioni. 

Di fronte allo scioglimento del capitalismo privato italiano, difendere la sovranità nazionale significa anche fare politica industriale e fare investimenti pubblici. L’IRI e l’intervento pubblico non ci hanno in parte salvato dalla crisi del 1929? Non hanno rilanciato l’economia nazionale (almeno fino a quando l’IRI non è stata rovinata dai partiti mangiatutto)? Obama non ha fatto politica industriale versando miliardi di dollari per salvare l’industria americana dell’auto? Solo la trionfante ma fallace e provinciale ideologia liberista porta i nostri governi a schierarci a priori contro le politiche industriali nazionali e a favore di questa Europa a guida tedesca. 

La democrazia del Parlamento Europeo è un’illusione 

Molti si aspettano che il nuovo Parlamento Europeo possa cambiare rotta alla politica UE. Ma non possiamo aspettarci svolte realmente decisive. In Europa non ci sarà democrazia con queste istituzioni. Votiamo un Parlamento Europeo che non ha potere sui trattati intergovernativi come il fiscal compact, e non ha potere di proporre leggi e di approvarle autonomamente. Non è neppure rappresentativo dei cittadini europei. In base al cosiddetto principio di “proporzionalità degressiva” Malta con 400 mila abitanti ha 6 deputati europei, uno ogni circa 67 mila, mentre la Germania con una popolazione di 83 milioni ha un parlamentare europeo ogni 870mila abitanti circa. Non c’è proporzionalità, non c’è rappresentatività, c’è poca o nulla democrazia. Comandano le lobby e la finanza, gli stati politicamente più forti. Il parlamento serve sostanzialmente a legittimare le decisioni dei governi e della Commissione UE (ovviamente non eletta). 

Nel parlamento ogni stato tira acqua al suo multino, anche perché non esistono partiti europei che riflettano una (inesistente) opinione pubblica europea. L’opinione pubblica esiste solo a livello nazionale e non può essere creata artificiosamente a livello europeo. Non a caso i partiti sono sostanzialmente nazionali e sono federati in gruppi europei. Cambierà qualcosa dopo il voto? Uno che di Europa certamente se ne intende, anche per avere scritto una Costituzione (tendenzialmente federalista) europea, bocciata poi dai cittadini europei, Giuliano Amato, ha scritto recentemente sul Sole 24 Ore: “non illudiamoci, dopo tanto rumore in campagna elettorale, il giorno dopo le elezioni non cambierà nulla, le decisioni continueranno a essere il frutto di negoziati interistituzionali lontani dai cittadini”[2]. Più chiaro di così! 

Cambiare l’Unione è molto difficile. Per cambiare i trattati della UE occorre l’unanimità di tutti i 28 Paesi. E’ però possibile ripudiare i trattati monetari europei come Maastricht e il Fiscal Compact, e ritornare a forme di autonomia e sovranità nazionale. Solo così si potrà ricostruire un’Europa solidale e non monetaria, a partire dagli interessi concreti dei cittadini – reddito minimo garantito, salario minimo garantito, orario di lavoro europeo, politiche sociali e per l’occupazione, ecc, ecc-. Solo rinunciando alla moneta unica del predominio tedesco si potrà proporre la formazione di istituzioni realmente rappresentative e democratiche. Sì alle monete nazionali, sì alla moneta comune europea 

Non serve una moneta unica a una Europa che non diventerà mai gli Stati Uniti d’Europa. Ma sarebbe utile una moneta comune europea verso il dollaro e lo yen e le altre valute internazionali. L’euro è servito alle grandi società multinazionali e alle grandi banche (soprattutto del nord Europa) per ripararsi dai rischi di cambio e dalle svalutazioni dei paesi più deboli. E’ utile agli stati forti per dominare quelli deboli. L’euro doveva servire ad ancorare le monete deboli al marco e – secondo le “brillanti” intenzioni di Francois Mitterand – a salvarci dall’egemonia tedesca dopo la riunificazione della Grande Germania. Paradossalmente oggi l’euro è, al contrario, il principale strumento del dominio tedesco sull’economia europea. L’euro forte – ma più debole del marco – serve alle industrie tedesche per esportare più facilmente, mettendo così in difficoltà i paesi europei che non possono più svalutare. I deficit commerciali e i debiti per finanziarli costituiscono le vere cause della crisi dei paesi periferici europei, mentre i deficit pubblici sono al contrario salutari in tempo di crisi. 

E’ però difficile, e quasi impossibile uscire unilateralmente dall’euro. Il rischio è ovviamente di cadere dalla padella alla brace della speculazione internazionale. Ma rimanere in questo euro praticamente irriformabile è una condanna al suicidio per soffocamento. Esiste però una terza via: la sinistra europea dovrebbe proporre un’uscita concordata e possibilmente ordinata dei paesi europei dall’euro – Germania compresa, se vuole avere ancora il suo amato marco –[3]. Occorre concordare un nuovo regime di cambi fissi aggiustabili tra le monete nazionali E’ la proposta di autorevoli personalità europee, sicuramente di sinistra, ma ancora poco ascoltate anche dai movimenti progressisti europei, come Oskar Lafontaine in Germania[4] e Frederic Lordon in Francia[5]

Tuttavia, concordare la fine della moneta unica e il ritorno alla sovranità monetaria non basta. La sinistra europeista dovrebbe anche proporre, a differenza di Marine Le Pen, una moneta comune (e non unica) europea, un EuroBancor, collegato a una camera di compensazione per le transazioni europee, una European Clearing Union simile alla International Clearing Union progettata da John M. Keynes a Bretton Woods[6]. Fu Keynes a proporre il Bancor come nuova moneta per la pace e lo sviluppo equilibrato del commercio. La sua proposta venne bocciata ma noi possiamo riprendere il suo progetto e adattarlo alla realtà europea. 

La European Clearing Union gestita dalla BCE realizzerebbe un meccanismo automatico che penalizzerebbe sia i paesi con eccessivi surplus commerciali – come la Germania – che quelli con deficit strutturali delle bilance commerciali, come i paesi del sud Europa. L’obiettivo è infatti quello di ridurre le posizioni creditrici e debitrici dei paesi europei fino ad ottenere tendenzialmente un saldo zero, cioè uno sviluppo dinamico ma equilibrato del commercio europeo. 

Le monete nazionali sarebbero agganciate a una “moneta comune europea”, un nuovo EuroBancor, che fungerebbe da unità di conto della Clearing Union europea. In questo contesto le banche nazionali potrebbero gestire in maniera flessibile le politiche monetarie in base alle condizioni specifiche dei singoli paesi, e tutte le convertibilità valutarie, esterne e interne, dovrebbero passare per la BCE al fine di eliminare le speculazioni intra ed extra europee sulle singole monete nazionali. 

La BCE gestirebbe in maniera esclusiva i pagamenti relativi alle transazioni tra i paesi aderenti all’EuroBancor secondo i tassi di cambio prefissati, e una eventuale modifica del tasso di cambio di un paese, concordata in sede europea, costituirebbe l’opzione di ultima istanza per affrontare squilibri strutturali delle bilance dei pagamenti. 

L’EuroBancor potrebbe essere gestito dalla BCE sul mercato internazionale e diventare una valuta stabile e affidabile in grado di confrontarsi con il dollaro e le altre valute extraeuropee, come il dollaro e lo yen. Così, sulla traccia del progetto di Keynes, con l’Eurobancor e la European Clearing Union, si potrebbero coniugare efficacemente sovranità nazionale e cooperazione europea, stabilità e sviluppo.

 

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