14 luglio 2014
 Tardo europeismo o europeismo tardo? Aldo Giannuli.
 Documento finale della Direzione PRC: che nulla cambi perchè tutto
cambi ugo boghetta
 Iraq II parte Stefano D’Andrea
*
Tardo europeismo o europeismo tardo?
Gli ‘europeisti’ attuali non sanno assolutamente come arrivare agli Stati Uniti
d’Europa, ma ci vogliono arrivare subito, domani, anzi no: stasera.
Aldo Giannuli.
Mi è capitato recentemente di partecipare ad un dibattito nel quale avevo come interlocutore un fans
particolarmente acceso dell’Europa Unita, nel senso di sostenitore della Ue. Ne è uscito un catalogo di tutti i
luoghi comuni del “politicamente corretto” europeista:
a- Occorre proseguire sulla strada degli Stati Uniti d’Europa che sono la meta immancabile
da perseguire
b- Lungo questo cammino, la Ue è solo una tappa che intanto non va rimessa in
discussione se non per l’introduzione di correttivi democratici (referendum europeo,
maggiori poteri al Parlamento ecc.)
c- l’unica forma concepibile di Europa è quella esistente, con la sua architettura di potere,
la sua moneta unica, agli attuali partecipanti che, semmai, dovrebbero aumentare e non
diminuire
d- se rimetti in discussione questi “dogmi” sei antieuropeista ed, in quanto tale,
“retrogrado”, perché vuoi tornare al nazionalismo che ha generato le guerre europee, vuoi
rimettere indietro le lancette della storia ecc.
L’uomo non era particolarmente intelligente ed esponeva il consueto catalogo di luoghi
comuni europeisti senza alcuna originalità, ma in modo ordinato e zelante, offrendo un
perfetto esempio di tardo europeista. O forse di europeista tardo. fate voi.
Del tardo europeista aveva le riconoscibilissime stimmate: l’incapacità assoluta di
ascoltare, di considerare criticamente il presente, di immaginare qualcosa di diverso
dell’esistente. Questo, per la verità, non è tanto l’abito mentale europeista in quanto tale,
ma l’abito mentale neo liberista applicato all’Europa.
Il neo liberismo, che è stato essenzialmente un fenomeno di regresso culturale
dell’Umanità, si basa essenzialmente su una serie di luoghi comuni di sconcertante
semplicismo e, soprattutto, è una forma di fondamentalismo (al pari di quello islamico)
che esclude contaminazioni, mediazioni, ripensamenti, autocritiche. E’ un’ideologia
integralista capace di immaginare il futuro solo come eternizzazione del presente o, al
massimo, come sua mera proiezione lungo le sue medesime tendenze, senza ammettere
scarti o rotture. L’europeismo attuale è solo l’applicazione di questi principi ideologici di cui
riflette l’identica anelasticità mentale.
Beninteso, l’idea dell’unità europea non era affatto una idea sbagliata al suo sorgere e non
è necessariamente fallita del tutto oggi. Il problema è trovare le forme ed i modi adatti
che, con ogni evidenza, non sono quelli attuali che hanno portato ad un cul de sac dal
quale non si esce se non rimettendo in discussione tutto.
Gli “europeisti” attuali non sanno assolutamente come arrivare agli Stati Uniti d’Europa,
ma ci vogliono arrivare subito, domani, anzi no: stasera. A chiunque gli faccia notare che
la moneta unica ha prodotto risultati opposti a quelli sperati, che non c’è alcuna volontà
unitaria di affrontare la crisi, che l’Europa non è esistita come soggetto politico unitario in
nessuna delle crisi internazionali degli ultimi venti anni ecc. la risposta è sempre la stessa:
“perché c’è stata poca Europa, ci vuole più Europa, ora facciamo sul serio”.
Solo che non sanno spiegare come mai sinora, a distanza di 65 anni dall’inizio del
processo di unità europea, siamo ancora a questo punto e perché certe cose non sono
state fatte prima. Ma, passiamoci su la mano leggera e parliamo del futuro. Vogliamo fare
gli Stati Uniti d’Europa?
Benissimo, facciamoli. Però, per farli, dobbiamo risolvere prima alcuni problemi. Certo: si
tratta di quisquilie, bagatelle, pinzillacchere:
1. primo fra tutti il problema linguistico, perché non si è mai visto uno Stato che non abbia
una lingua veicolare condivisa. Ci sono Stati plurilingui (sono eccezioni per la verità), come
la Svizzera, la Russia (e prima l’Urss), la Cina, l’India, o come lo era la Jugoslavia e
moltissimi altri Stati ospitano minoranze linguistiche più o meno consistenti. Però, in
nessun caso si è trattato di Stati con oltre 25 lingue ufficiali (oltre numerosissime
minoranze linguistiche) e sempre c’è stata una lingua dominante in funzione veicolare per
l’intero territorio statale (il tedesco in Svizzera, il russo in Russia, il Cinese Han in Cina,
l’inglese in India, il serbo- croato in Jugoslavia). Qui non si capisce quale possa e debba
essere la lingua veicolare. Molti pensano l’inglese, che, però, è lingua madre solo di circa il
10% degli abitanti. Inoltre una scelta del genere ammazzerebbe in Europa l’industria
culturale (case editrici, cinematografiche, giornali, televisioni, canzoni ecce cc) di lingua
diversa dall’inglese. I francesi, che sono quelli che lo hanno capito prima degli altri, infatti
si oppongono strenuamente a questa insana proposta.
2. Il nazionalismo è una brutta cosa, d’accordo, ma il senso di appartenenza di un popolo
ad uno Stato deve pur fondarsi su un sostrato culturale comune e dar luogo ad uno
spettro organizzato degli interessi sociali. Dopo di che, se qualcuno riesce ad organizzare
questo spettro sociale e a darsi una base culturale condivisa, ha semplicemente dato vita
ad una nuova aggregazione nazionale.
3. Nella Ue ci sono 7 monarchie parlamentari (Spagna, Lussemburgo, Olanda, Belgio,
Inghilterra, Danimarca, Svezia) e 21 repubbliche fra parlamentari e presidenziali. Gli Stati
uniti d’Europa sottintendono il trasferimento di sovranità all’Unione, per cui non ha senso
che ci siano “capi di Stato” dei singoli paesi. Lasciando per il momento da parte la
differenza di forma di governo fra i due tipi di repubblica, questo significa che diventa
imprescindibile il passaggio alla forma repubblicana degli stati monarchici, perché non si è
mai vista uno stato anche federale che includa stati monarchici e stati repubblicani (unico
precedente storico sarebbe la confederazione tedesca del XIX secolo, ma che, appunto,
non era uno Stato). Saluteremmo con gran piacere una Spagna, una Inghilterra, una
Danimarca, una Olanda ecc. repubblicane, ma siamo sicuri che spagnoli, inglesi, danesi,
olandesi ecc. siano d’accordo? Proviamo a chiederglielo prima?
4. Attualmente l’Europa ha diversi paesi membri che fanno parte dell’Alleanza Atlantica e
della Nato, ma altri (Irlanda, Cipro, Malta, Austria, Svezia, ecc.) che non ne fanno parte,
per cui, in primo luogo occorre stabilire una posizione uguale per tutti, ma, soprattutto,
occorrerebbe rinegoziare (eventualmente) l’adesione come Stati Unite d’Europa e non più
come singoli stati. Va benissimo, ma perché nessuno ne parla?
5. Ci sono poi i problemi di ordine fiscale che ovviamente andrebbero risolti in un
ordinamento unico (poi pensate: abbiamo fatto la moneta unica ma ci siamo dimenticati di
unificare il fisco!) il che andrebbe benissimo per evitare i paesi-vampiro come l’Olanda che
praticano un vero e proprio dumping fiscale dissanguando i paesi “deboli” come Portogallo
e Italia (come dimostra il caso Fiat), ma, ancora una volta, come mai nessuno ne parla?
Siamo sicuri che Olanda e simili siano disposti a discutere del tema?
Potremmo proseguire con i problemi sulla forma di Stato, con i diversi ordinamenti
elettorali ecc. ma ci sembra che sia sufficiente elencare queste cinque priorità. Qualcuno
può avere la bontà di spiegarci da dove iniziamo? Ma, soprattutto, come mai in questo
chiacchiericcio inconcludente sugli Stati Uniti d’Europa, nessuno accenna a questi
problemi?
L’Unità europea è un obiettivo cui non si deve rinunciare, ma la strada per arrivarci è
quella attuale tutta tecnocratica e finanziaria? Sembra evidente che questa strada si ferma
qui e non va oltre. Occorre ripensare tutta la costruzione. Ma gli “europeisti” (ove per essi
si intendano i fautori dell’attuale ordinamento che sognano possa evolvere nei mitici “Stati
Uniti d’Europa”) non intendono ragioni e si dividono in due categorie fondamentali: i
“narco europeisti” e gli “europeisti narcotizzati”. I primi sono le èlite tecnocraticofinanziarie
al potere che spacciano l’ideologia “europeista” sapendoo perfettamente che su
questa strada non si arriva agli Stati Uniti d’Europa, che usano come slogan per
legittimarsi. I secondi sono le “anime belle” affette da “narcosi ideologica” e che,
nonostante tutto, credono ciecamente nel loro sogno, incapaci di affrontare il discorso in
termini di crudo realismo politico e che, per questo, di immaginare nulla di diverso
dall’esistente. E, al solito, sono quelli che fanno più danni, come sempre accade agli
“strumenti ciechi d’occhiuta rapina”.
Fonte:http://www.aldogiannuli.it/2014/07/europeismo-tardo/#more-3908.
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ORDINE DEL GIORNO DELLA DIREZIONE PRC: che nulla cambi
perchè tutto cambi
ugo boghetta
Leggendo l’ordine del giorno della
Direzione del 6 luglio ci si chiede a che
scopo sia stata riunita: bastava un
comunicato della segreteria.
Allora sorgono dubbi e domande.
Si ribadisce, va da sé, l’impegno per il
proseguimento dell’esperienza della lista
Tsipras. Né si menziona di un cambio di
opinione, così mi è stato riferito, riguardo
alla regola: “una testa un voto”.
Personalmente non potrei che convenire
su questo cambiamento. Da tempo vado
dicendo che era una cosa sbagliata poiché è
evidente che una testa un voto non consente
la gestione del pluralismo molecolare né delle
singole identità.
Nulla si dice però dell’opzione
riguardo alla cessione di sovranità riguardo al
solo aspetto elettorale.
Si è cambiato opinione in merito al modello
della soggettività unitaria?
Vale ancora l’opzione votata dal PRC verso il
modello Izquierda Unida
(soggetto plurale) o si sta passando al
modello Syriza (soggetto unico)?
A questi modelli è legata, come è noto,
l’esistenza o meno del PRC.
In effetti, vista l’assetto caotico della
Lista, un modello duale diviso fra parte
politica e parte elettorale, sembra
improbabile e sbagliato. Per altro verso
la lista Tsipras risulta troppo limitata e
poco rappresentativa come Fronte
politico e sociale ma assai incasinato
come soggetto politico.
Ma, soprattutto, cosa serve alle classi
popolari italiane, ai sinceri democratici,
allo stesso Paese Italia? Nulla di tutto ciò
perchè vi è la coscienza che non è questo
il soggetto che serve, oppure ciò che nasce
è indifferente?
In ogni caso decisiva è la linea e la cultura
politica del soggetto nascente.
Si è parlato tanto di mancanza di
democrazia nella Lista, ma nell’elenco
manca proprio la linea politica: la cosa
più importante.
Hanno deciso i Garanti. Ha deciso Tsipras.
Nulla si è veramente discusso e deciso.
Ed entrambe non sono propriamente la
linea del PRC e della Sinistra Europea.
Sarebbe dunque necessario far chiarezza
e non avere doppiezze.
Anche perchè gli altri dicono la loro.
Viale ripropone un identità fatto di un
elenco: siamo pacifisti, ecologisti,
federalisti (manca sempre il lavoro!).
Revelli a sua volta afferma chiaramente
che in itinere non c’è spazio per le identità
esistenti. Tranne la sua e quella di Viale
ovviamente!
Invece di prendere posizione su questi
temi
si parla di rafforzare la gamba PRC:
è necessario un salto di qualità, bisogna
unire i comunisti nella rifondazione.
A tale scopo
si pensa (addirittura) di organizzare un
convegno!
Cose scritte e riscritte, basti leggere gli ordini
del giorno degli ultimi due/tre anni.
Roba per gonzi dunque.
L’inizio di ogni cosa non doveva essere un
altro? Al congresso abbiamo scritto:”Oggi più
di ieri l’alternativa è tra socialismo o
barbarie”. Parole al vento.
Il comunismo/socialismo è invece sganciato
dalla realtà e derubricato a questione
culturale,a variabile indipendente.
È poi un caso che sia scomparsa la
Conferenza d’Organizzazione? Se si voleva
fare sarebbe stato necessario discuterne ora.
Ci si è dimenticati della decisione del CPN di
approfondire il tema lavoro-sindacato.
Per non parlare di quanto deliberato al
congresso: “Il PRC è inoltre chiamato ad
approfondire il dibattito su la possibile
implosione dell’area euro e della moneta
unica, come possibile conseguenza delle
politiche di austerità, e sulle possibili
proposte alternative e eventuali strategie di
uscita, in difesa dei lavoratori e della
sovranità popolare e democratica”.
O non si fa perchè stiamo vincendo insieme a
Renzi la battaglia contro l’austerità?!
L’argomento a sinistra in Italia è taboo.
A proposito dei reiterati salti di qualità, non
sarebbe meglio cominciare dai documenti
dove si scrive quello che si fa e si fa quello
che si scrive senza cambiare terreno ogni
volta dimentichi dell’ordine del giorno
precedente ?!
Eppure questa separatezza ha un senso: tenere
insieme il partito dei muli con quattro
“fregnacce”. Ma così facendo si va di fatto
verso lo scioglimento del Prc. Parafrasando:
che nulla cambi perchè tutto cambi.
***
Seconda parte Stefano d’andrea
3. L’ISIS e il partito Baath clandestino di Izzat Ibrahim Al Douri.
L’autonomia strategica e tattica dell’ISIS è testimoniata anche da almeno un altro elemento: la disponibilità ad
alleanze tattiche con soggetti completamente estranei, non soltanto all’internazionale islamista ma anche
all’islamismo politico tout court, comprensivo dell’islamismo che ha un’impronta nazionalista.
Sembra un dato indiscutibile che in questo momento, non diversamente che durante la guerriglia contro gli Stati
Uniti, l’ISIS sia alleato della frangia del partito Baath iracheno capeggiata da Izzat Ibrahim Al Douri. In primo
luogo, il governo iracheno, qualche giorno fa, ha annunciato di aver ucciso in un raid aereo il figlio di Izzat
Ibrahim Al Douri, Ahmed al-Douri . In secondo luogo era stato lo stesso Izzat Ibrahim Al Douri a dichiarare che
nella lotta di liberazione dall’Iran i militanti di Al-Qaida sono “fratelli nella jihad”. Succesivamente Al Douri ha
precisato senza negare: “I media hanno deformato le mie parole quando ho detto che i combattenti di Al-Qaida
sono i nostri fratelli nella jihad. Avevo aggiunto: alla condizione che cessino di prendersela coi civili, con la
polizia e con l’esercito e che concentrino i loro sforzi contro gli occupanti ed i loro scagnozzi. Il nemico
principale è l’Iran rappresentato, in particolare, dalla Guardiani della rivoluzione iraniana – i Pasdaran – e
dalla brigata Al-Quds e i suoi alleati. La Resistenza Patriottica si applica solo, come ho detto, contro gli
invasori”. La “ Rivista di difesa italiana ” dà per scontato che in questi mesi in Iraq abbia agito una alleanza che
comprende l’ISIS ma anche altre forze, tra le quali Jaysh Rijal al-Tariqah al-Naqshabandia, l’Esercito degli Uomini
dell’Ordine di Naqshbandi, JRTN. Questa formazione non cessò di combattere l’esercito statunitense ai tempi della
costituzione dei Consigli del Risveglio e in verità sembra aver compiuto azioni di guerra (suppongo contro gli
“iraniani”) anche nel 2012, quando gli Stati Uniti si erano ritirati. Essa riconosce come suo guida Izzat Ibrahim Al
Douri- che è a capo del più vasto Fronte del Jihad per la liberazione e la salvezza nazionale -e ha rivendicato
l’attacco su Mosul preparato da diversi mesi.
Va detto comunque che, se già al tempo della guerriglia contro gli americani, il Baath aveva sostituito, come
cemento unitario della resistenza, l’islam all’ideologia del panarabismo, ormai Al Douri parla come un capo
religioso: “Oggi come ieri, la gente di Al-Anbar sta al fianco dei suoi sceicchi, dei suoi dotti religiosi e sostiene i
suoi combattenti”. Esembrerebbe non lesinare elogi per l’Arabia Saudita e per “la rivoluzione del popolo
siriano”:“L’Arabia Saudita è il baluardo della resistenza contro ogni complotto che ci vuole travolgere sia come
esistenza che come identità. Se non fosse stato per l’Arabia Saudita, il miscredente Iran avrebbe avuto la
supremazia nella nostra regione emanando corruzione e sventure. Dio conservi il regno Saudita che sta
proteggendo la rivoluzione del …popolo siriano, sta proteggendo il Bahrein contro i rivoltosi e sta conservando
l’integrità del Golfo. La fede in Dio dell’Arabia Saudita sta proteggendo anche l’Iraq, l’Egitto, lo Yemen, il Libano
e la Somalia. In Iraq non ci sono terroristi ma rivoluzionari”.
Tuttavia la differenza, almeno a livello astratto, con l’ISIL resta ed è netta: “Abbiamo sempre condannato
l’uccisione di innocenti e civili e condanniamo fermamente quella dei membri dell’esercito, della polizia e dei
funzionari governativi. Condanneremo tutti gli atti orribili, contrari alle leggi celesti e secolari, subiti dagli sciiti,
dai membri delle varie sette religiose e dalle varie etnie”. A livello astratto perché l’intervista è di marzo e a
giugno c’è stato l’attacco all’esercito, che tuttavia si è sfaldato (sul punto tornerò fra breve).
4. Scenari.
Non è dato sapere se l’alleanza tra l’armata islamista internazionale che lotta per il califfato e i nazionalisti,
islamisti e non (ma ormai sembrano tutti essere un po’, anzi parecchio, islamisti) possa reggere. Il dubbio, pur
tralasciando altri profili, trova la propria ragion d’essere nella diversità dei possibili obiettivi strategici. Non si può
escludere, infatti, che i baathisti siano più realisti e disposti ad imporre ed accettare un “governo di unità
nazionale” (ma prima di accettarlo dovranno riuscire ad imporlo: Al Maliki lo ha negato).
Che cosa è il “governo di unità nazionale”? Secondo Ali Reza Jalali, ricercatore e saggista, chiaramente e
dichiaratamente filo-iraniano, sarebbe “un ritorno all’epoca successiva al comando americano dell’Iraq (vi
ricordate del proconsole Bremer?), quella in cui gli USA, senza ancora indire elezioni, e senza una costituzione,
avevano affidato l’Iraq a Allawi. Chi è Allawi? Uno sciita ex baathista, filoamericano, ma non filoiraniano, al
contrario dei democraticamente eletti Jafari e Maliki. Insomma, quello che ora vogliono l’ISIL, i curdi, ma anche
gli americani, è la formazione di un esecutivo di unità nazionale (in barba al risultato delle recenti elezioni, che
di fatto dovrebbero essere congelate), guidato da una figura come Allawi, stimato, tanto per cambiare, anche a
Ankara e Ryadh. Il governo di “unità nazionale” iracheno è solo il tentativo di togliere di mezzo Maliki o il Maliki
della situazione”. Anzi “L’avanzata dell’ISIL è solo un mezzo per ricattare il governo di Baghdad” (Ali Reza Jalali
qualifica come ISIL l’insieme dei rivoltosi, compresi gli ex baathisti). Questa, invero, è la versione “negativa” del
governo di unità nazionale, quella “positiva” è quella di un governo non soggetto minimamente alla influenza
iraniana, statunitense o saudita: un governo totalmente iracheno.
Vi è la possibilità che tra i ribelli prevalgano coloro che aspirano alla versione “positiva” del governo di unità
nazionale, la quale non potrà mai essere concessa dai vincitori delle elezioni (Al Maliki, addirittura, ha del tutto
rifiutato la formula ed escluso ogni governo di unità nazionale). In questo caso, l’esito siriano della rivolta, con
una lunga guerra civile settaria, non potrà essere scongiurato. L’internazionale islamista è ovviamente
favorevole a questa opzione, avendo come fine quello di promuovere una guerra secolare per la ricostituzione del
Califfato. L’ISIS del governo di unitàna zionale non se ne farebbe nulla.
A livello declamatorio, tuttavia, anche Al Douri ha pretese che possono essere soddisfatte soltanto con la guerra
settaria. Per Al Douri, liberata la patria dagli Stati Uniti, si tratta di liberarla dall’Iran: “…la Resistenza patriottica
combatte su cinque piani: 1 – affronta le forze di Swat e le milizie settarie Safawid; 2 – attacca obiettivi strategici
per l’Iran; 3 – elimina collaboratori, traditori e spie; 4 – mina le fondamenta del governo fantoccio filo-iraniano;
5 – cerca e distrugge i centri specifici di presenza iraniana…. Il nemico principale è l’Iran rappresentato, in
particolare, dalla Guardiani della rivoluzione iraniana – i Pasdaran – e dalla brigata Al-Quds e i suoi alleati.
La Resistenza Patriottica si applica solo, come ho detto, contro gli invasori.”: non una guerra di ribelli sunniti
contro l’esercito iracheno, dunque, bensì una guerra di iracheni – per lo più sunniti, ma anche in parte sciiti
– contro milizie sciite safavide.Il completo sfaldamento dell’esercito iracheno nelle zone conquistate dai miliziani
potrebbe essere un segnale che la maggioranza sciita al governo finirà per doversi difendere con milizie sciite,
anziché con un esercito nazionale. Si tratterebbe di una grande vittoria strategica dei ribelli, che non intendono
(almeno gli ex baathisti) combattere contro l’esercito iracheno.
Ormai, l’ideologia degli ex baathisti contrasta sulpiano ideologico quello che chiamano il “progetto safavide”, per
caratterizzare come eresia e nemico storico dell’islam (sunnita) l’egemonia iraniana. Insomma, messi alle strette e
indeboliti, non aiutati da alcuno stato arabo, i sunniti iracheni, sia pure muovendo da una prospettiva nazionale e
avendo provenienza culturale non islamista, potrebbero alimentare un duraturo settarismo religioso.
L’impostazione “culturale” e strategica settaria si va diffondendo: persino i palestinesi vengono invitati a
domandarsi se possono ancora accettare l’appoggio dell’Iran, senza agevolare il “progetto safavide” ( e gli
israeliani ovviamente gongolano). Consapevole della situazione, Nasrallah non è da meno e invita gli sciiti a
imbracciare le armi per combattere gli “estremisti sunniti”, ovviamente, precisa, in difesa dell’Iraq e non di un
gruppo religioso.
I ribelli hanno consenso nelle zone conquistate? I media hanno narrato di esodi di centinaia di migliaia di
persone; tuttavia non è dato rinvenire in rete un solo filmato che mostri il suddetto esodo. Al contrario, molti
filmati mostrano che i ribelli godono di ampio consenso popolare. In realtà, nelle guerre civili, soltanto una parte
minoritaria della popolazione svolge un ruolo attivo, di combattimento o di supporto. Gli altri sono “neutrali” e
disponibili ad accettare coloro che di volta in volta comandano sul territorio. Nelle zone conquistate i ribelli
sembrano avere sufficiente consenso mentre sembrerebbe da escludere che, a parte il problema dei curdi, lo “stato
iracheno” o le milizie sciite abbiano su quei territori una minima capacità di contrastare i ribelli. Per contrastare i
ribelli è necessario portare forze non residenti in quei territori.
5. Il ruolo dei Curdi.
Quale ruolo svolgeranno i curdi in questa vicenda non è chiaro a nessuno. Capita di leggere davvero di tutto. La
Rivista italiana di difesa, nell’articolo sopra citato, crede che Al Maliki sarà “costretto” ad allearsi con i Curdi,
segno che l’alleanza non è “naturale”, probabilmente perché qualsiasi ruolo rilevante dei curdi potrebbe non essere
gradito all’Iran. Non a caso i Curdi chiedono il “governo di unità nazionale”, mostrando in questo modo di
“comprendere” alcune ragioni delle proteste del 2013 e della rivolta del 2014. E infatti, il filo-iraniano Ali Reza
Jalali (si veda la nota sopra citata) sembra dare addirittura per certa l’alleanza dei curdi con l’ISIS (che per questo
autore designa tutti i ribelli sunniti). In Siria, però, curdi e gruppi dell’internazionale islamista si sono scontrati
spesso, con i curdi in difesa dei loro interessi, non certo di quelli del governo di Assad.
6. Il ruolo degli Stati Uniti.
Infine, quale sarà il ruolo degli Stati Uniti?
Intanto gli Stati Uniti hanno generato questa situazione. In primo luogo, aggredendo l’Iraq nel 2003, hanno
distrutto un ordine, uno stato autonomo e indipendente e un equilibrio di poteri con l’Iran. In secondo luogo in
Siria hanno sostenuto ribelli alleati dell’ISIS (negli Stati Uniti lo riconoscono in molti, tra i quali Rand Paul) e
comunque si sono schierati contro il governo di Assad.
Tuttavia, quando erano ancora presenti in Iraq cercarono di riportare un certo equilibrio, scegliendo lo sciita ex
baathista Allawi e, venendo a patto con la resistenza baathista, accettarono la proposta di formare i consigli del
risveglio. In sostanza rifiutarono l’idea di dividere l’Iraq in tre (a tacer d’altro, uno stato curdo indipendente non
poteva essere accettato dall’alleato turco e comunque sarebbe certamente scoppiata una guerra civile volta ad
evitare la disintegrazione dell’Iraq) e cercarono un equilibrio tra le esigenze degli ex baahtisti e la maggioranza
sciita che li aveva autati e aveva approfittato della guerra di aggressione. La proposta di Obama, oggi rifiutata da
Allawi, di formare un governo di unità nazionale dimostra che gli Stati Uniti perseguono ancora la strategia che
avevano quando occupavano l’Iraq, una strategia che è stata smentita dalle elezioni, che hanno visto il successo di
Al Maliki rieletto per la terza volta consecutiva. Ora la strategia è smentita anche dal governo iracheno.
In definitiva, le potenze che si giocano la partita in medio oriente sono Iran, Qatar e Arabia Saudita. I soggetti
coinvolti nella partita sono, oltre alle tre potenze, l’Internazionale islamista, l’ISIS, la fratellanza siriana, gli ex
baathisti, Hezbollah, i curdi, la Turchia, gli sciiti iracheni. La guerra civile irachena, simile alla siriana, è molto
probabile. Gli Stati Uniti hanno combinato un disastro e ormai hanno perso il medioriente, sicché è vero che
dichiarazioni come questa del Dipartimento di Stato americano “Gli Stati Uniti forniranno tutta l’assistenza
necessaria al governo iracheno. ISIS non è solo una minaccia per la stabilità dell’Iraq, ma una minaccia per
l’intera regione”, seguita qualche giorno dopo dalla proposta del governo di unità nazionale – in fondo
contrastante con quella dichiarazione -, sono semplicemente frasi di circostanza e adempimenti dovuti. Gli Usa
sono ormai fuori dalla partita: non dirigono o coordinano niente; e un ulteriore intervento militare non avrebbe
effetti per essi favorevoli come non l’ha avuto l’intervento del 2003; né gli USA sono in grado di pacificare le
forze in campo.
Vedremo come andranno le cose sui fronti, già esistenti o in preparazione, dell’est europeo del pacifico e
dell’America latina. Il Fronte mediorientale per gli USA è perduto. In seguito potranno anche re-intervenire e
realizzare un loro interesse, nella situazione che troveranno e che eventualmente potranno modificare. Tuttavia,
per ora non hanno alcuna capacità di incidere in uno scenario che vede oltre 10 soggetti collettivi coinvolti, i quali
agiscono per uno o altro assetto ad essi favorevole, e sono disposti alla guerra anche per anni o decenni (nel caso
dell’ISIS).

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