21 luglio 2014

 

 

  • Intervento assemblea lista Tsipras Roma 19 luglio, gruppo Europa, lavoro ambiente Boghetta Ugo

 

  • La Sinistra e l’Unione antieuropea: la fine delle illusioni Enrico Grassini

  • Facciamo un referendum sul cancro? Alberto Bagnai

 

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Intervento assemblea lista Tsipras Roma 19 luglio:

gruppo Europa, lavoro ambiente

 

(erano concessi 3 minuti)

 

Boghetta Ugo (Comitato politico nazionale PRC)

 

Siamo qui a tentare un nuovo inizio. Per questo motivo interrogarsi sui Fondamentali non è una questione astratta ma molto concreta.

 

Nel breve tempo concesso illustrerò due questioni ostiche nell’ambito della Lista.

 

La prima questione.

Premesso che – come altri interventi hanno già evidenziato – va approfondito cosa intendiamo per New Deal, pongo un’altra domanda: New Deal per andare dove? Il New Deal che proponiamo è un passaggio transitorio o è fine a se stesso?

Per me non ha senso se la proposta è quest’ultima.

Io credo invece che abbia senso se lo concepiamo come transizione verso qualcosa d’altro. Per me questo è un nuovo e diverso Socialismo. Chi mi conosce sa che non sono né dogmatico né ortodosso, per questo parlo di nuovo e diverso socialismo.

 

La seconda questione riguarda il contesto in cui collochiamo la discussione, elaborazione; in quale contesto il New Deal diventa credibile oltre, ovviamente, alla necessità dei conflitti necessari a realizzarlo.

In primo luogo la proposta deve essere esplicitamente e sempre inserita in una critica frontale al liberoscambismo: finanza, Merci, concorrenza fra lavoratori. Altrimenti non c’è nessun New Deal.

In secondo luogo dobbiamo chiederci in quale Europa si inserisce il progetto.

Le recenti elezioni europee hanno ulteriormente evidenziato la critica delle popolazioni a questa Europa. Critica che prende strade di sinistra, spesso di destra.

Emerge sempre con più forza che l’Europa non è unificabile dentro l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa: nazioni e popoli troppo diversi per storia, situazione sociale, economia. Ognuno di questi ha bisogno di politiche specifiche ed a volte contrapposte. Junker ha già detto con realismo che gli Stati Uniti d’Europa non si fanno.

Questo significa che ci terremo questa forma ambigua governata dalla grande Finanza, dalla BCE, dalla Germania e dell’euro. Euro che, avendo valore uguale per situazioni le più diverse, non fa altro che mettere in competizione popoli, nazioni, ceti e classi sociali. Mina l’idea stessa d’Europa.

 

Se questo è il contesto, il PRIMO TRATTATO DA ROMPERE è quello di Maastricht. Quello, cioè che ha deciso il passaggio all’euro. I parametri del 3% e del 60%, resi ancor più stringenti dal patto di Stabilità e dal Fiscal Compact, servivano e servono per aderire e rimanere nell’Unione Monetaria.

 

Questa situazione richiede l’elaborazione di un’altra idea d’Europa: confederale, policentrica, euro-mediterranea, e la riconquista della sovranità nazionale anche sulla moneta come base per un’effettiva espressione della democrazia e dell’attuazione della Costituzione.

 

Questa è la dura realtà delle cose. Negarle non porta da nessuna parte.

 

NB; Questa posizione, per chi non lo sapesse, è fortemente presente in quasi tutti i soggetti della Sinistra Europea, Syriza compresa.

 

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La Sinistra e l’Unione antieuropea: la fine delle illusioni

La sinistra sembra illudersi che la Ue possa cambiare all’interno dell’attuale quadro istituzionale, politico e monetario. Bisogna invece rivendicare la sovranità nazionale e disobbedire al Patto di Stabilità imposto dalla Troika.

Di Enrico Grazzini

Occorre una rottura, un bagno di realismo e uno scatto di coraggio di fronte a questa crisi e a questa Unione Europea che opprime e disunisce i popoli europei. La sinistra italiana ed europea guidata da Alexis Tsipras dovrebbe prendere atto della cruda realtà politica di questa UE appena rieletta e modificare la sua politica pro UE e pro euro nutrita di buone e nobili illusioni. L’ideologia dell’europeismo a tutti i costi rischia infatti di diventare inconcludente, inefficace e impopolare verso la politica economica imposta dalla UE, che è senza dubbio la principale causa della crisi senza fine che affligge drammaticamente l’Europa e l’Italia. Anche considerando che, dopo le elezioni europee, l’opinione pubblica, delusa dalla mancanza di tangibili cambiamenti positivi, diventerà prevedibilmente sempre più anti-Unione Europea.

Matteo Renzi chiede di realizzare gli Stati Uniti d’Europa e reclama la fine dell’austerità senza crescita. Renzi in questo senso è molto più coraggioso e innovatore di Enrico Letta e di Pier Luigi Bersani, il quale, quando ancora sperava di diventare premier italiano, nelle sue interviste al Wall Street Journal rassicurava sul rispetto integrale di tutte le politiche d’austerità. Renzi invece, a differenza di Letta e di Bersani, non intende sdraiarsi sul tappeto di fronte alla Merkel e vorrebbe guidare il (debole e diviso) fronte europeo anti-austerità in nome della “flessibilità”. Ma è molto difficile, per non dire impossibile, che riesca a ottenere qualche risultato sostanziale: infatti alla base della politica europea e tedesca dell’austerità senza fine, della deflazione e della disoccupazione di massa ci sono i trattati di Maastricht, e poi del Fiscal Compact, del Two Pack e Six Pack, già sottoscritti dai suoi predecessori di centrosinistra e di centrodestra al governo. Senza modificare o ripudiare questi trattati capestro è praticamente impossibile rilanciare la spesa pubblica e invertire l’attuale rotta europea puntata sulla deflazione, magari anche sulla recessione e il sempre possibile disastro finanziario.

I trattati sono alla base delle istituzioni e delle politiche deflattive che affliggono da anni l’Europa e costituiscono i bastioni della politica suicida e insostenibile che la Merkel impone all’Europa. Sono questi trattati a dettare regole rigidissima e pignole sui limiti ai deficit pubblici nel breve, medio e lungo termine; ma, in una situazione in cui gli investimenti privati e i consumi sono in caduta libera, senza rilanciare gli investimenti pubblici è impossibile uscire dalla crisi. Grazie alla UE l’Europa è diventata da anni il malato grave dell’economia mondiale. E non riesce a vedere la fine del tunnel.

L’Unione Europea uscita da Maastricht non è nulla di più di questi accordi intergovernativi che potrebbero condurla al dissesto economico e al disastro politico. Non è la patria degli europei ma è una istituzione essenzialmente intergovernativa. Dal loro punto di vista i tedeschi hanno ragione a chiedere il pieno rispetto dei trattati sottoscritti dai governi europei sotto il ricatto della speculazione internazionale. Purtroppo però modificare i trattati è quasi impossibile perché la loro revisione richiederebbe l’unanimità degli stati. Se la revisione dei trattati diventa impossibile, l’unica possibilità è allora di ripudiarli, di uscire da queste regole rovinose. Disconoscere i trattati significa percorrere una strada difficile e dolorosa, piena di rischi, ma probabilmente non esistono alternative realisticamente praticabili. 

Renzi non è l’unico che rischia di sbattere il muso contro il muro dell’ortodossia monetaria liberista e degli interessi egemonici della Germania. Purtroppo anche la sinistra italiana ed europea – quella che ha proposto Alexis Tsipras come leader del Parlamento Europeo – sembra illudersi che la UE possa cambiare all’interno di questo quadro istituzionale, politico e monetario. La sinistra è culturalmente succube di un europeismo federalista che oggi ormai è completamente fuori dalla realtà. 

I fatti recenti parlano chiaro: il Parlamento europeo, nominato solo dal 40% circa della popolazione del continente, è dominato da una coalizione pro-austerità ancora più larga di quella prevista prima delle elezioni, perché comprende non solo i democristiani e socialisti ma anche i liberali europei; la Commissione Europea verrà prevedibilmente guidata dal lussemburghese Juncker che, come ha sottolineato Vladimiro Giacchè su questo sito, rappresenta da sempre gli interessi della grande finanza europea. Ma anche la Commissione conterà poco. I governi – e quello tedesco su tutti – decideranno le questioni economiche e politiche di sostanza.

Tsipras sperava che i socialisti europei cambiassero la loro politica pro Merkel indirizzandosi invece a favore della crescita e dell’occupazione, e per questo motivo era disposto ad eleggere Martin Schulz come presidente del Parlamento Europeo. Ma il compagno Schulz è stato invece nominato da democristiani e liberali e non cambierà politica, se non forse nei dettagli. 

Il Parlamento europeo, nominato solo da una minoranza di elettori e con poteri quasi nulli, è utile unicamente a fornire un velo di legittimità democratica all’Unione intergovernativa. E’ chiamato a ratificare le decisioni dei governi e della Commissione Europea. Non ha poteri propositivi e può poco o nulla in materia economica, monetaria e fiscale, cioè nelle materie che contano. I trattati come quello del Fiscal Compact sono al di fuori della sfera dell’Unione Europea e riguardano solo i governi. 

I governi, e in particolare quello tedesco, determinano le politiche economiche dell’Unione e dell’eurozona. La Germania non mollerà sugli eurobond e non prende neppure in considerazione la possibilità di una maggiore solidarietà europea. E ovviamente Germania, Francia e naturalmente la Gran Bretagna, nonostante i bei discorsi di Renzi, si oppongono a ogni lontanissima ipotesi di federazione europea. 

Anche Syriza di Tsipras probabilmente dovrà riflettere sulla sua linea politica. Il partito della sinistra unita greca è riuscito a consolidare i suoi consensi elettorali ma non ha conquistato i voti necessari per arrivare al governo e cambiare politica economica, come invece sperava. La situazione della Grecia resta disperata dal momento che il debito continua a crescere oltre il 170 per cento. La Grecia è un paese virtualmente fallito a causa del debito estero e dell’ingordigia delle banche tedesche e francesi che in tempi di vacche grasse hanno prestato enormi somme a governi corrotti. E’ un paese strozzato dai debiti. 

Tuttavia per prima volta quest’anno la Grecia ha raggiunto una bilancia commerciale in attivo e un avanzo di bilancio pubblico: quindi non ha più bisogno di capitale estero. A questo punto, secondo alcuni analisti, alla Grecia potrebbe convenire dichiarare default, ritornare alla moneta nazionale e svalutare per recuperare competitività verso l’estero. Una strada difficile e pericolosa ma probabilmente senza alternative per non morire più o meno lentamente per soffocamento da debito. Infatti, anche se vendesse il Partenone, il suo debito pubblico continuerebbe ad aumentare a causa del pagamento degli interessi sul debito estero. 

L’Unione Europea è antieuropea

Al posto di nutrirsi, come il giovane Renzi, di nobili e vacue illusioni federaliste sugli Stati Uniti d’Europa, la sinistra europea dovrebbe riconoscere una realtà sempre più evidente: l’Unione Europea nata a Mastricht non è e non sarà mai l’Unione dei popoli europei. Rappresenta invece manifestamente una istituzione intergovernativa e sovranazionale oppressiva e antidemocratica che intende garantire la sottomissione degli Stati europei agli imperativi della grande finanza tedesca e internazionale. La UE è prona ai diktat dei mercati finanziari e non ascolta il grido di dolore dei cittadini. Se mai c’è una istituzione che, come anticipava Marx, rappresenta il “comitato d’affari” del grande capitale, questa è proprio la UE. Per interpretare la politica dell’Unione occorre leggere Machiavelli piuttosto che Giuseppe Mazzini o Altiero Spinelli. 

L’Unione Europea è nata da governi che avevano differenti e divergenti interessi strategici. I tre democristiani, padri fondatori (di lingua tedesca) della Comunità Europea, l’italiano De Gasperi, il francese Schumann e il tedesco Adenauer, erano sinceramente a favore dell’Europa unita per la pace. Ma la politica federalista di Spinelli era già fallita a causa del nazionalismo francese. E il quadro europeo è poi cambiato completamente con la caduta del muro di Berlino, la nascita della nuova potenza tedesca e la creazione dell’euro. 

Due socialisti hanno cambiato (in peggio) la storia d’Europa: il francese Mitterand e il tedesco Schroeder. Il primo ha imposto la moneta unica alla Germania, accettando però che l’euro fosse fin dalla nascita un marco mascherato; il secondo ha creato, con la deregolamentazione del mercato del lavoro in Germania, con l’introduzione dei mini-jobs e la sua politica pro-business e pro petrolio russo, le condizioni della supremazia tedesca. 

Da allora la storia europea è dominata dall’economia e dagli interessi tedeschi. L’euro di Maastricht ha reso impossibili le svalutazioni e le rivalutazioni. L’euro è però rimasto una moneta debole e incompleta. Con la crisi globale iniziata nel 2008 stava per saltare: la Merkel lo ha salvato concedendo che la BCE di Mario Draghi intervenisse in sua difesa “con tutti i mezzi possibili” solo perché conveniva alla Germania che l’euro non finisse nel caos. 

La moneta unica però non elimina solo la sovranità nazionale: divide strutturalmente le economie e impedisce uno sviluppo sostenibile. E’ una gabbia rigida e stupida, e mortale per le nazioni meno competitive. Infatti l’impossibilità di svalutare all’esterno i prezzi dei prodotti nazionali – come invece fanno senza vergogna e con successo gli USA, la Cina e il Giappone – comporta automaticamente la necessità di svalutare internamente il lavoro e il proprio patrimonio pubblico e privato. E infine di offrirsi in vendita ai paesi creditori per ripagare i debiti.

La crisi globale del 2008 ha reso evidenti i limiti della gabbia monetaria disegnata a Maastricht. Dilaga la disoccupazione, la deindustrializzazione a favore del capitale estero, mentre continuano ad aumentare i debiti pubblici degli stati periferici, come l’Italia. La UE prevedibilmente non cambierà politica, anzi diventerà sempre più rigida nel chiedere il rispetto del Fiscal Compact. Nel nome dell’integrazione europea la UE vuole intervenire in maniera sempre più autoritaria e diretta nelle economie dei singoli paesi europei dettando le sue ricette anche a livello fiscale e di spesa pubblica. 

La UE interferisce nelle economie nazionali imponendo la diminuzione della spesa pubblica, l’aumento della tassazione regressiva sui consumi, la privatizzazione del welfare e dei beni comuni, la deregolamentazione selvaggia del mercato del lavoro con i mini job alla tedesca, e la messa sul mercato delle industrie strategiche nazionali, del risparmio dei cittadini, delle banche. 

Anche l’Unione bancaria è funzionale alla politica di centralizzazione dei capitali. E le controriforme di Renzi sono funzionali al disegno europeo e agli imperativi dei mercati finanziari. E’ però difficile che Renzi abbia successo: anche se riuscisse a completare i suoi “compiti a casa” – cioè ad ottenere un Senato debole e non eletto dai cittadini, una legge elettorale ultramaggioritaria, l’introduzione dei mini-job a 400 euro al mese – non avrà nulla dalla UE. In cambio delle (contro)riforme italiane otterrà dall’Europa ancora più austerità, o magari qualche briciola di investimento che però non modificherà la drammatica situazione italiana.

Rivendicare la sovranità nazionale è di sinistra

Il processo verso gli Stati Uniti d’Europa implicherebbe la sottomissione dei paesi europei ad ulteriori regole sempre più centralizzate e oppressive per integrare l’Europa su base tedesca. Al posto di reclamare una impossibile (e comunque autoritaria) Federazione Europea, la sinistra farebbe invece bene a proporre una politica aggressiva di denuncia per destrutturare questa Unione, ridare voce all’opposizione di massa a questa UE della finanza e della tecnocrazia, e rilanciare l’economia a partire dal livello nazionale, cioè a partire dall’unico livello in cui è ancora possibile (anche se difficile) condizionare democraticamente i governi. 

Occorre riproporre la questione della sovranità nazionale perché solo a livello nazionale è possibile che i popoli riescano a incidere democraticamente sull’economia e sull’occupazione. A livello europeo e intergovernativo le forze progressiste e popolari del continente sono e resteranno prevedibilmente del tutto impotenti. 
E’ una favola sciocca che il nazionalismo sia solo di destra: anche Garibaldi e i partigiani erano nazionalisti e patrioti. Anche Enrico Mattei era un patriota.

Ovviamente il nazionalismo di sinistra è completamente opposto a quello di destra. E’ aperto a nuove forme di solidarietà sindacali e politiche con i popoli europei, a nuove modalità di cooperazione sociale, economica e istituzionale che però non limitino la democrazia. E propone innanzitutto uno sviluppo sostenibile orientato alla piena occupazione, alla garanzia di un salario minimo e di un reddito garantito per chi non ha trovato lavoro. 

L’autodeterminazione dei popoli contro la globalizzazione selvaggia implica una dura lotta per ristabilire l’autonomia nazionale contro i poteri sovranazionali di stampo neo-coloniale. La butta novità di questo decennio è che, anche grazie alla UE, il neocolonialismo monetario ed economico per la prima volta colpisce direttamente le più avanzate nazioni europee e non solo gli Stati del Terzo Mondo. Per questo motivo lasciare alle destre populiste la rivendicazione della sovranità nazionale è folle e suicida. Non a caso la destra occupa lo spazio popolare che la sinistra ha colpevolmente abbandonato. 

La sinistra europea dovrebbe allora abbandonare l’ideologia obsoleta del bel sogno europeista per tentare di realizzare innanzitutto nuove coraggiose politiche nazionali, popolari e solidali in tutta Europa contro questa UE. La sinistra non può lasciare le fasce più deboli della popolazione in mano alle destre populiste. La Lega in Italia è riuscita ad evitare la scomparsa e ad arrivare al 7% dei voti solo grazie alla denuncia dell’euro e della politica europea. Marine Le Pen in Francia è arrivata prima dicendo di difendere i salari operai dalla globalizzazione e dalla UE. Grillo, che ha ottenuto il 20% (e non il 4% della lista Tsipras) alle elezioni europee denunciando le politiche della UE, afferma di non essere né di destra né di sinistra ma poi, a sorpresa, senza discussione, si è unito ai filorazzisti, ultranazionalisti e nostalgici dell’impero dell’Ukip guidata dal britannico Nigel Farage. Schierandosi a fianco di una brutta destra Grillo ha tradito la maggioranza dei suoi elettori progressisti.

La strada per la sinistra europea è stretta e non facile, ma occorre proporre alternative audaci contro questa UE antieuropea che fomenta la crisi. La sinistra ha bisogno di coraggio, realismo e fantasia. L’iniziativa del referendum italiano contro il Fiscal Compact avviata da Riccardo Realfonzo è ottima e dovrebbe ampliarsi ed essere rafforzata. La sinistra dovrebbe proporre di cambiare o ripudiare i trattati europei, di ristrutturare i debiti pubblici, di avviare politiche espansive mirate a combattere la disoccupazione e a reprimere la speculazione; e dovrebbe ridiscutere radicalmente la moneta unica che conviene solo alla Germania. Potrebbe proporre di concordare il ritorno alle monete nazionali con cambi fissi aggiustabili, e di creare una moneta comune (ma non unica) europea verso il dollaro, lo yuan e lo yen. L’Europa potrebbe rinascere con una diversa politica monetaria ed economica, ma occorre una forte discontinuità. 

Purtroppo però in generale sembra che nella sinistra europea, e più ancora in quella italiana, non sia ancora emersa la piena consapevolezza della gravità della crisi e la necessità di una svolta e di una rottura. E’ sempre più forte la necessità di una leadership coraggiosa in grado di formulare politiche popolari a cui sarebbero potenzialmente interessati milioni di lavoratori e di cittadini di ogni nazione europea. Altrimenti si rischia di continuare a subire questa crisi suicida a vantaggio delle destre più estreme. L’Europa soffre e si divide, e la democrazia traballa. 

(10 luglio 2014)

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Facciamo un referendum sul cancro?

Alberto Bagnai

Su Twitter intravedo tracce di un referendum non capisco bene se sull’austerità o sul Fiscal compact, che porrebbe non so bene quale quesito, con non si sa bene quale scopo. La democrazia diretta, per carità, è una bellissima cosa. L’uso che se ne fa ultimamente suscita qualche perplessità, ma non vorrei entrare in un campo che non è il mio. Quanto a questo referendum, i promotori, va da sé, sono illustri o meno illustri ma comunque ottimi colleghi, tutte brave persone, ovviamente, tutte bene intenzionate, si capisce, e, non occorre dirlo, tutte animate dal desiderio di fare qualcosa. Mi spingo oltre (senza chiedere il permesso): sono animati, gli illustri e meno illustri ma sempre ottimi colleghi, da qualcosa di più di un desiderio. Quello che li anima è la smania ideologica di fare qualcosa, il qualcosismo, l’ideologia velleitaria e perdente dalla quale questo blog si è distanziato fin dall’inizio, per due ben precisi motivi che occorre ricordare a chi è appena arrivato: il primo è che la cosa più importante da fare, ora come sempre, è capire, e per capire non occorre scrivere il proprio nome su una qualche lista, occorre viceversa leggere i tanti bravi autori che da decenni ci hanno avvertito del vicolo cieco nel quale ci stavamo mettendo. La seconda è che, per chissà quale motivo, capita che i fanatici del qualcosismo, ancorché tendano a vedersi e presentarsi come persone pure, animate dal nobile e disinteressato movente di fare qualcosa (“qualsiasi cosa!”) pur di “risolvere” la situazione, poi, quando vai a grattare, sotto sotto hanno sempre un interessante network di affiliazioni politicanti cui far riferimento, o hanno ambizioni politiche, sempre tutte legittime in quanto tali, ma non sempre molto condivisibili per il modo nel quale vengono portate avanti.

 

Un esempio fra tutti: mi pare di capire che fra i più illustri promotori di questo nobile referendum sul non si sa bene cosa vi sia uno che dopo aver per anni tuonato contro l’austerità, negando ultra vires il nesso fra questa e l’euro, alle ultime politiche non ha trovato di meglio da fare che candidarsi col partito di Monti (benedetto da Boldrin). Ora dico: ma se vuoi salvare l’euro e le apparenza, almeno candidati con Tsipras, così fai lo stesso il gioco del capitale, ma almeno non vai incontro a sicura perdita, no? No. Perché la politica ha le sue regole. Se uno è nel tenure track, anche una sconfitta fa curriculum. Con il che capisci che quello non solo non difende un ideale (incoerente con i compagni di strada che si è scelto), ma non vuole nemmeno vincere: vuole solo esserci, essere nella compagnia di giro. E ci sarà.

 

Avendo appena postato sul blog di a/simmetrie la versione inglese dell’articolo di Alberto Montero Soler sull’uscita dall’incubo dell’euro, mi sento di condividere rapidamente con voi alcune considerazioni sul perché questo referendum sia, oltre che, come tutti vedono, una colossale presa in giro, anche un drammatico errore politico, e una tessera non trascurabile nel mosaico di scemenze “de sinistra” che stanno contribuendo all’accumulazione di violenza più massiccia nell’intera storia del nostro pur sufficientemente martoriato continente.

 

Perché alla fine ci stancheremo, questo è poco, ma sicuro.

 

Per farlo, però, non chiedetemi di perder tempo a leggere quale sia la proposta. Non ne vale la pena, perché le mie critiche sono a un livello preliminare, riguardano il significato di un’operazione simile, più che i suoi contenuti e le sue modalità di attuazione. Permettetemi invece di farvi leggere come presenta questo significato un amico che stimo, che vi prego di rispettare, e che, se vorrà, potrà intervenire nel dibattito (il quale, però, oggi non può più essere, almeno da parte dei “critici”, confinato nelle segrete stanze. Deve, cioè deve, essere reso pubblico e sottoposto al vaglio dei cittadini).

 

Uno dei più onesti fautori di questa farsa mi scrive:

 

Nei riguardi del referendum tu sottovaluti quanto sarebbe comunque dirompente, se mai si andasse a un voto popolare, che una nazione si esprimesse contro il fiscal compact. Per la CGIL è già un enorme passo in avanti appoggiare una iniziativa del genere. Ma 600 mila firme sono una enormità. Capisco naturalmente le tue perplessità, ma una cosa è essere tiepidi ma dire comunque andate avanti, male non fa, un’altra è andare contro. Ma tu non sei per le mezze misure, io ahimè sì”.

Bene. Inutile dire chi sia, non solo per non violarne la privacy, ma anche perché temo che questo atteggiamento sia condiviso da tutti i fautori, in modalità sostanzialmente analoghe.

Dico “temo”, perché questo atteggiamento è, ahimè, sbagliato, sbagliatissimo.

 

Cerco di sintetizzare il perché in una frase, poi, se il tempo e la voglia ce lo consente, ci addentreremo nei dettagli: la proposta di referendum sull’euro è sbagliata perché da un lato propone una soluzione illusoria, e dall’altro alimenta una pericolosa illusione.

 

La soluzione illusoria

È del tutto illusorio pensare che un allentamento delle regole fiscali possa risolvere in qualche modo i problemi della periferia dell’Eurozona.

 

Intanto, va sempre ricordato che non ci sarebbe bisogno di alcuna modifica dell’attuale assetto istituzionale per godere di un minimo di libertà fiscale, e questo non solo perché, come ha spesso ricordato in Italia Giuseppe Guarino, esistono forti dubbi sulla legittimità del Fiscal compact in quanto fonte normativa, ma anche perché, come ha ricordato Luciano Barra Caracciolo sul blog di a/simmetrie, i Trattati attuali prevedono comunque norme di salvaguardia che, purché si rispettasse la lettera e lo spirito dei Trattati stessi, consentirebbero a paesi in difficoltà di praticare politiche espansive. Quale sia il vantaggio in termini politici di piatire una cosa che ci spetta di diritto ai sensi dei Trattati europei (cioè la possibilità di fare politiche più espansive in caso di crisi) sinceramente continuo a non capirlo. Chi si fa pecora, il lupo se lo mangia. Ma questa saggezza i dispensatori di lezzioncine di saggezza politica pare non l’abbiano interiorizzata.

 

Al di là del pur rilevante quadro normativo e politico-strategico, che denuncia questa operazione come inutile e quindi perdente, la stretta, magari anche gretta, ma comunque irrinunciabile logica economica ci rivela un altro semplicissimo dato di fatto. La reattività dei flussi commerciali (esportazioni e importazioni) alla domanda interna è tale che qualsiasi manovra espansiva attuata in modo non coordinato dai paesi periferici si tradurrebbe in un aumento abnorme delle importazioni nette, determinando una nuova crisi di bilancia dei pagamenti. Questa, cari amici, è una nozione vecchia quanto il mondo, e che quindi i miei illustri o meno illustri colleghi non possono ignorare. Sentite come la mette uno “de passaggio” (e che dove passa fa danni non indifferenti), niente meno che Stanley Fischer:

 

Any one country that expands will create a current account deficit; all countries expanding together avoid that problem

 

ovvero:

 

Ogni paese che pratica una politica espansiva da solo andrà in deficit con l’estero; se tutti i paesi fanno politica espansiva insieme questo problema verrà evitato”.

 

Ve lo dico in un altro modo. I colleghi che chiedono il referendum sul fiscal compact, alla luce della pura logica economica, che lo capiscano o meno (non poniamo limiti alla Divina Provvidenza), che lo ammettano o meno (non lo ammetteranno mai), vi stanno chiedendo di aiutare la Germania. Eh sì! Perché la struttura delle elasticità al reddito delle importazioni italiane, come è noto in letteratura e come un recente e dettagliato studio condotto da a/simmetrie conferma, è tale per cui il soldino che il governo si trovasse a spendere col permesso di mamma Merkel finirebbe per essere speso in parte non trascurabile nell’acquisto di beni prodotti in Germania (o nei suoi satelliti).

 

Una politica fiscale espansiva in Europa funzionerebbe se e solo se venisse praticata dalla potenza egemone, la Germania, che potrebbe tranquillamente praticarla, visto che nessuno glielo impedisce e che quando ha voluto essa ha sempre infranto le regole europee, come perfino quel simpatico caratterista ci ha ricordato qualche giorno fa. Quello che gli illustri non capiscono è quanto spiegano alcuni Alberti (Montero Soler e Bagnai, certo non Alesina): se questa politica espansiva la Germania non la pratica, un motivo ci sarà, no? E il motivo è che essa politica sarebbe consustanziale a una redistribuzione top-down del reddito che (ma guarda un po’ quant’è strana la vita) i capitalisti tedeschi, essendo ricchi e potenti, e comandando a casa propria (e anche altrui), non vogliono fare!

 

Ha più senso chiedere a chi è più forte di noi di fare una cosa che non vuole fare, o togliergli un’arma che gli consente di tenerci sotto scacco? E quest’arma è l’euro, non l’austerità, perché solo il ritorno a rapporti di cambio flessibili permetterebbe ai paesi del Sud di beneficiare di quella sostituzione delle importazioni dal Nord necessaria in caso di politiche espansive interne per evitare squilibri esteri pericolosi (come facciamo vedere nel nostro studio, studio che è stato portato all’attenzione degli illustri colleghi, senza che nessuno degnasse prenderne atto).

 

Quindi la soluzione è illusoria in una duplice dimensione: politica e tecnica. (segue)

 

Il testo completo è su Goofynomics

 

 

 

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