Mimmo Porcaro

Come unirsi contro l’Unione?

Uno dei principali problemi di chi vuole uscire dall’Unione europea e dall’Euro è quello di costruire una grande alleanza sociale e politica capace resistere alla dura reazione che i grandi poteri nazionali (ma soprattutto internazionali) non mancherebbero di scatenare di fronte a questo “inaccettabile” gesto di autodeterminazione. Un’alleanza capace, quindi, non solo di guadagnare il consenso politico e morale di milioni di cittadini ed elettori, ma anche di metter mano ad un concreto programma alternativo di rilancio dello sviluppo del paese, base materiale della resistenza contro le iniziative ostili che, almeno in un primo momento, si concretizzerebbero proprio nel tentativo di strangolamento economico. Una simile alleanza non può non prevedere un riavvicinamento di ciò che in questi anni è stato (a volte artificiosamente) separato: e quindi una riunificazione dei diversi spezzoni in cui si è frammentato il lavoro dipendente, ed una nuova relazione tra l’intero mondo del lavoro dipendente ed una parte significativa delle piccole e medie imprese. Questo riavvicinamento si presenta indubbiamente come cosa assai difficile, e richiede decisi mutamenti di atteggiamento sia agli uni che agli altri. Proprio per questo conviene parlarne da subito, e con franchezza, precisando che quanto dirò vale sia nell’ipotesi di una rottura prodotta dal nostro paese che nell’ipotesi di una rottura subita: le turbolenze ed i rischi di regressione in questo secondo caso non sarebbero inferiori (anche per la presenza di una ormai innegabile tendenza alla guerra) alle conseguenze di un nostro scatto di dignità nazionale.

Ogni discorso che riguardi l’alleanza tra le diverse classi che oggi subiscono la sottomissione all’euro ed all’Unione europea non può non tener conto di un fatto tanto macroscopico quanto spesso sottaciuto. Ossia del fatto che in Italia, negli ultimi 30 anni o giù di lì, l’unica classe sociale che non ha goduto di una propria, autonoma, rappresentanza politica, né ha potuto giovarsi di organizzazioni categoriali che non fossero colluse con la controparte, è la classe dei lavoratori dipendenti, o comunque subordinati. Mentre le diverse categorie di imprenditori, pur perdendo tradizionali “tutori” della Prima repubblica, ne hanno trovato subito altri e più aggressivi, la classe dei lavoratori dipendenti è scomparsa come classe politicamente autonoma (ovviamente il presupposto di questo discorso è che il PD non sia né un partito “laburista” né un partito almeno interclassista come la vecchia DC), e nello stesso linguaggio comune si sono affermati come protagonisti solo gli imprenditori da una parte ed i consumatori dall’altra. Questo drastico mutamento della costituzione materiale del paese (precondizione dei diversi stravolgimenti della costituzione formale) ha consentito lo stabilizzarsi di un modello di sviluppo assai fragile, perché fondato quasi esclusivamente sulla compressione dei salari, ed ha visto il suo apogeo nella sostituzione della lira con l’euro, sostituzione che appare quindi non come causa esclusiva o principale della compressione dei salari , ma come ulteriore (ed in certo qual modo “definitivo”) strumento di una strategia di classe iniziata da tempo e concordemente perseguita da tutte le frazioni dei capitalisti nostrani.

Ora, e per fortuna, una parte non trascurabile degli imprenditori si pronuncia con durezza contro l’euro e comincia a deprecare gli effetti di una flessibilità del lavoro che inevitabilmente conduce alla depressione della domanda interna. Una alleanza con questi imprenditori è dunque possibile, utile e necessaria. Non solo perché si tratta di forze economicamente rilevanti e quantitativamente ingenti (stiamo infatti parlando soprattutto di piccoli imprenditori), da cui non si può prescindere nella dura battaglia che si profila. Ma anche perché un’alternativa credibile al modello di società vigente in Italia, se deve necessariamente prevedere, come io credo, una decisa estensione della proprietà pubblica sui grandi gruppi industriali e bancari, prevede altresì la persistenza (ed in buona misura anche la tutela) di un forte settore di piccola e media industria dinamica, oltre che di un Terzo settore liberato dalla sua funzione di grimaldello della privatizzazione. Bene. Ma la condizione preliminare per un’alleanza seria è proprio il riconoscimento della specificità e dell’autonomia di tutti gli interessi in causa, quindi anche (e direi “soprattutto”, visto il clima culturale attuale) di quelli dei lavoratori dipendenti e subordinati.

Nessuna alleanza è possibile se si presenta come illusoria cancellazione delle differenze di classe, piuttosto che come intelligente mediazione fra esse. Quella parte di imprenditori che intende liberarsi dal giogo dell’euro e dell’Unione europea e che più di altri subisce il calo della domanda interna dovrebbe quindi non solo divenire consapevole della necessità di un ampio fronte sociale, ma anche comprendere che, perché un tale fronte si costituisca e funzioni, la flessibilità del lavoro deve essere sostituita, nel suo ruolo di incentivo alla crescita, dall’intervento dello stato quale fornitore di credito e quale agente dell’espansione della domanda. Deve, insomma, essere abbandonato quel modello liberista che ha avvelenato l’Italia per troppi anni, che ha impoverito i salariati e che ha offerto alla piccola impresa illusori margini nei tempi buoni, per poi soffocarla all’arrivo della crisi.

E’ per questi motivi che non credo che le attuali forze politiche della destra (nemmeno quelle che sono momentaneamente esterne all’area di governo) siano in grado di promuovere la grande alleanza oggi necessaria: sono troppo legate al modello liberista (interpretato sovente come un liberismo a metà, che funziona esclusivamente sul mercato del lavoro), troppo inclini a spazzar via l’euro tenendosi però la flessibilità del lavoro e, aggiungo, troppo atlantiste per poter affrontare davvero il problema. La posizione della destra sui diritti civili, che a volte viene sbandierata come ostacolo di principio a qualunque tipo di convergenza, qui c’entra poco o nulla. Non la condivido assolutamente. E penso che, pur se è diventata, per la “sinistra” il sostituto di ogni politica d’eguaglianza e il pretesto per appoggiare le più ipocrite guerre, la battaglia per i diritti civili resti fondamentale per la costruzione di un socialismo non autoritario (che non abbisogni, quindi, di capri espiatori da individuarsi oggi negli omosessuali, domani negli immigrati, negli “alternativi” e poi chissà…). Ma tutto ciò non impedirebbe un’ alleanza con qualsivoglia forza di destra costituzionale che avesse un accettabile programma economico di fase. Ciò che oggi ostacola tale alleanza non sono le idee sulla fecondazione eterologa, ma quelle che riguardano le modalità di assunzione e licenziamento, per intenderci. Certo, mi si può obiettare che l’importante, adesso, è unirsi contro l’euro: per il resto si vedrà. E si può aggiungere che pur se non si crea una vera alleanza, una semplice convergenza su obiettivi comuni in sedi comuni può essere comunque utilmente perseguita. Concordo: figuratevi che sarei disposto a convergere anche col PD, se mai fosse tatticamente necessario, perché non dovrei farlo con Crosetto? Perché dovrei porre veti alla destra populista e non farlo con la destra tecnocratica, momentaneamente rappresentata dal traballante Renzi? Il problema è, però, che le convergenze tattiche con questo e quell’altro non basteranno: la scelta di uscire dall’euro e di darsi un modello di sviluppo capace di far davvero progredire il paese è talmente ardua e difficile, talmente forti saranno le reazioni ad essa che soltanto una profonda e stabile unità dei cittadini italiani (e di coloro che cittadini ancora non sono e dovrebbero comunque esserlo) potrà consentirci di attraversare questo passaggio. Anche solo per unirsi efficacemente contro l’euro, e per uscirne bene, è quindi necessario un programma che possa davvero convincere i lavoratori dipendenti, ossia la grande maggioranza dei cittadini, che oltre l’euro non c’è la temuta catastrofe inflazionista, non c’è “solo” la svalutazione, ma anche il rilancio della domanda tramite investimenti pubblici e la fine della precarietà.

La costruzione dell’alleanza passa quindi per una trasformazione della cultura e degli atteggiamenti degli imprenditori italiani.

Ma una trasformazione di non minore entità deve riguardare la cultura e gli atteggiamenti dei lavoratori. Che oggi sono alleati del capitale europeista, oppure del capitale semi-protezionista colluso col primo, oppure stanno a guardare. Che in buona sostanza oscillano tra ribellismo (a parole, per ora) e conservazione. Mentre il ribellismo non ha bisogno di particolari spiegazioni, qualche riflessione in più merita l’atteggiamento conservatore dei lavoratori, e non solo quello dei lavoratori più culturalmente deprivati e più isolati che, secondo diverse analisi, spaventati dalla globalizzazione e dai rischi dell’individualismo ripiegano nell’appoggio alle forze tradizionalmente definite come conservatrici. Mi interessa piuttosto il conservatorismo della parte più politicizzata e organizzata dei lavoratori, quella che si riconosce, in larga misura, nei sindacati maggioritari e nel PD ossia nelle forze che hanno attivamente promosso la modifica in peius dei rapporti sociali in Italia. Perché pagare tessere a chi, tanto per dirne una, è incapace di inscenare una qualche pur apparente protesta contro la signora Fornero? Perché un popolo che ad ogni piè sospinto se la prende con le banche continua a votare chi delle banche è terminale politico? Una spiegazione razionale forse c’è. Mentre i grandi e medi imprenditori possono avere influenza politica anche senza riferirsi stabilmente ad una organizzazione categoriale o partitica (vuoi perché riescono a farsi tutelare direttamente dallo stato, vuoi perché possono fare lobbying o costruirsi partiti ad hoc), mentre i piccoli imprenditori hanno, nei confronti dell’organizzazione, un atteggiamento impastato di strumentalismo, diffidenza, difesa della propria autonomia e propensione alla defezione, i lavoratori sanno invece di non poter avere alcuna influenza politica se non come membri o sostenitori di organizzazioni. E quindi quei lavoratori che vogliono avere un peso politico tendono ad accettare e conservare (appunto) le organizzazioni ereditate dal passato (soprattutto quando sono, o appaiono, “grandi”) pur conoscendone i limiti, pur sperimentandone a volte con rabbia, giorno dopo giorno, lo snaturamento, finché non sopraggiungano eventi fortemente traumatici e finché non emerga una credibile alternativa.

Ora, i lavoratori organizzati (che spesso sono parzialmente privilegiati rispetto agli altri) hanno fino ad oggi vissuto gli eventi traumatici legati alle vicende europee in maniera relativamente diluita ed attutita: la paura di perdere quel poco che hanno è finora superiore alla pur crescente rabbia verso il tangibile impoverimento delle classi subalterne, e verso il comportamento quotidiano del sindacato e del PD. E d’altra parte non s’è vista nessuna vera alternativa. Un po’ perché il PD è riuscito ancora una volta, con Renzi, ad imbrogliar le carte presentandosi “alternativo a sé stesso”: fedele esecutore delle direttive europee ma anche fermo critico dell’ottusità teutonica e tenace difensore delle prerogative nazionali (!). Un po’ perché i concorrenti si dimostrano, ahinoi, incapaci. Il sindacalismo alternativo e “di classe” non riesce a conquistare lo spazio che pure meriterebbe: e ci si dovrà presto chiedere il perché. La sinistra che per abitudine definiamo radicale, quando non ha ridotto il suo messaggio alla retorica dei diritti e della democrazia partecipata, ha proposto ai lavoratori un modello mutuato dagli anni ’70 ed oggi impraticabile: quello della priorità del “sociale” sul “politico”, quello di un conflitto che nasce come conflitto sindacale e sociale, su questa base cresce, e solo successivamente, e a poco a poco, investe il terreno della politica e dello stato. Modello impraticabile, dicevo, perché oggi le condizioni del mercato del lavoro rendono molto difficile la mobilitazione diretta dei lavoratori sul terreno economico-sociale e impediscono la costruzione di piattaforme sindacali capaci di avere impatto sulle decisioni politiche. Oggi, piuttosto, l’iniziativa dei lavoratori e la stessa lotta di classe possono avere efficacia solo se si presentano come iniziativa immediatamente politica, che investe da subito il terreno dello stato e che mobilita i lavoratori stessi non semplicemente come membri di una classe, ma anche come cittadini. Il filosofo della politica direbbe che quel passaggio da “lavoratore” a “cittadino” che, a partire dagli anni ’80 ha accompagnato il momentaneo tramonto della lotta di classe riassumendosi nella figura del “cittadino consumatore” (il quale grazie alla concorrenza avrebbe dovuto, secondo i diversi Veltroni della sinistra, guadagnare appunto come consumatore quel che andava perdendo come produttore) oggi può presentarsi invece come potenziamento della lotta di classe quando mette capo alla figura del “cittadino ribelle” che si mobilita immediatamente per la destituzione delle attuali élite, e quando a tale destituzione consegue una seria redistribuzione del potere politico ed economico.

Questo mutamento della forma dei conflitti, che risulta del tutto incomprensibile alla sinistra radicale e ne spiega l’irrilevanza, è stato invece intuito dal M5S che proprio ponendosi come portabandiera dei cittadini contro i potenti, e proprio ponendo con forza l’obiettivo della conquista del potere e della democrazia diretta ha saputo compiere il miracolo di costruire “dal nulla” un’alternativa elettorale. Solo che il M5S, oltre ad essere troppo oscillante sulla questione dell’Europa, ha il difetto di interpretare il tema della cittadinanza come diluizione e non come spostamento del conflitto di classe. I “cittadini” appaiono come una massa indistinta che unitariamente lotta contro il “potere”, e non si perde tempo a cercare di comprendere le differenze di interessi trai diversi gruppi sociali e a cercare di mediarle. In poche parole, il M5S non è stato finora in grado di porre il problema della grande alleanza ed anzi le più importanti dichiarazioni del suo leader sono spesso improntate ad una datata polemica antilavorista, ad un disprezzo per intere categorie di lavoratori, ad una facile adesione a versioni piatte della teoria della decrescita che sembrano fatti apposta per allontanare parti significative del lavoro dipendente. Ben più che alle trovate di Renzi ed allo stile scomposto di Grillo, il M5S deve il suo momentaneo arresto alla forse congenita incapacità di entrare in sintonia con la latente crisi di rappresentanza del lavoro organizzato e quindi all’incapacità di proporre una credibile alternativa alla grande maggioranza dei cittadini italiani.

Insomma, la diversa percezione della crisi da parte dei diversi gruppi di lavoratori e l’assenza di alternative politiche spiegano l’oscillazione dei lavoratori stessi tra ribellismo e conservatorismo. Questa oscillazione finirà con l’acutizzarsi della crisi e con l’auspicabile creazione di un’alternativa. La cui concretezza si misurerà anche dal saper affrontare il tema della grande alleanza che, da punto di vista dei lavoratori, si presenta sotto almeno tre aspetti.

Prima di tutto si dovrà ricomporre la grande frattura interna al mondo del lavoro, quella che divide i lavoratori maggiormente qualificati e/o garantiti da quelli che lo sono di meno: una frattura che tende spontaneamente a produrre, in assenza di programmi unificanti, comportamenti politici diversi e spesso opposti. Non si sottovaluti l’importanza di questo lato della questione: quando si parla della costruzione dell’unità tra la maggior parte dei cittadini italiani si parla in buona misura della riunificazione del lavoro dipendente, e quindi di un’operazione che non implica affatto l’attenuazione dell’autonomia culturale ed organizzativa dei lavoratori, ma il suo contrario.

Poi si dovrà ricostruire l’unità del ciclo produttivo, tentando di reinternalizzare le “partite iva per forza”, ossia quei lavoratori che sono stati costretti a svolgere come “liberi” imprenditori quelle stesse funzioni subalterne che prima svolgevano come dipendenti. E si dovrà anche stabilire un legame duraturo (prevedendo eventualmente forme particolari di welfare) con le fasce alte delle partite iva, ossia con quei lavoratori di alta qualificazione che non possono ed in ogni caso non intendono essere ricondotti alla figura del lavoratore subalterno.

E finalmente si dovranno formulare proposte adeguate ad attrarre sia le PMI in sofferenza, sia quelle più dinamiche ed internazionalizzate. Se per queste ultime l’alleanza è possibile sulla base dell’ipotesi di nuove relazioni geopolitiche del paese, e quindi di nuovi mercati, nonché di un ruolo propulsivo dello stato, per le prime il discorso deve riguardare, più direttamente, la spinosa questione fiscale. Si dovrà insomma capire che, se è assolutamente giusto puntare alla regolarizzazione fiscale delle PMI, è peraltro indispensabile, per evitare un dramma sociale e per non consegnare miriadi di piccoli imprenditori alla disperazione ed alla destra estrema, proporre uno scambio tra lealtà fiscale ed intervento pubblico (credito, sostegno alle reti di impresa, semplificazione della P.A., investimenti diretti) e soprattutto modulare i tempi della regolarizzazione fiscale su quelli della crisi, prevedendone la piena attuazione solo in una auspicabile nuova fase di sviluppo.

Come si vede, per gli uni e per gli altri l’alleanza è tanto necessaria quanto difficile, perché richiede forti mutamenti negli schemi abituali di interpretazione della realtà. E la difficoltà è aumentata dall’urgenza. Ma la durezza dei fatti ci potrà aiutare, soprattutto se sarà accompagnata dalla chiarezza delle idee.

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Una postilla sulla distinzione destra/sinistra, che è logicamente correlata al tema delle alleanze. In sintesi, io penso che l’idea secondo cui tale distinzione è “superata” sia da respingere, che però la distinzione debba essere ripensata e che, infine, pur mantenendo la distinzione, non si possano affatto escludere convergenze tra una ridefinita sinistra, un centro ed una destra costituzionale.

Che la distinzione destra/sinistra sia ormai superata è tesi da respingere perché è stata una della condizioni culturali del trionfo del neoliberismo. Dire che il dividersi tra destra e sinistra è ideologismo passatista significa dire che di fronte alla presunta modernità dei mercati finanziari non c’è alternativa. La salita dello spread non è né di destra né di sinistra: è un fatto; il giudizio dei mercati non fa riferimento a politiche o ideologie: è puramente tecnico. E così via. La capacità di penetrazione di questa tesi deriva dal fatto che essa utilizza una piccola verità per nasconderne una ben più grande e importante. La piccola verità è quella della tendenziale identità di vedute tra le attuali forze politiche di destra e di sinistra sulle questioni economiche essenziali e spesso sulle stesse questioni istituzionali: una convergenza tanto palese e tanto significativa da costituire oggi l’architrave su cui si reggono sia l’Unione europea che molti degli stati che la compongono. La grande verità che viene nascosta dall’abbagliante evidenza della prima è che, qualunque sia il comportamento delle forze politiche attuali, gli individui e le società hanno sempre la possibilità di scegliere fra alternative diverse e spesso molto diverse. Il rilevare (decantandola o deprecandola) la convergenza tra destra e sinistra serve invece in genere a sostenere, surrettiziamente, che è inutile o impossibile pretendere di operare delle scelte fra alternative reali, quindi che l’universo capitalistico non è trascendibile, e che gli attuali rapporti sociali sono insuperabili: e questo proprio mentre essi stanno dimostrando tutta la loro tragica contraddittorietà.

Tengo dunque ferma la distinzione fra destra e sinistra. Ma per farlo utilmente devo modificare il termine “sinistra”. Non posso dichiararmi sostenitore di una “sinistra senza aggettivi”. La “sinistra senza aggettivi” ha sempre prodotto, in Italia, affarismo parlamentare, corruzione, autoritarismo, guerra. La sinistra ha senso solo quando si connette alle grandi ideologie di emancipazione popolare: il comunismo, il socialismo, il cristianesimo sociale e così via; altrimenti è solo (presunta) modernizzazione, serve solo ad espandere il cosiddetto mercato, a bombardare popolazioni inermi e a correre in soccorso del vincitore. Io penso quindi che la distinzione fondamentale, oggi, sia di nuovo ed ancora (visti gli esiti del capitalismo reale) quella tra comunisti e no. E più precisamente, siccome per me il comunismo può esistere realmente solo come combinazione di diversi modi di produzione, quindi come socialismo, dico che la distinzione significativa è quella tra socialisti e no. Non certo nel senso che chi non è socialista è necessariamente un nemico del popolo, una canaglia ecc. . Ma nel senso che le scelte fondamentali, oggi più di ieri, riguardano i rapporti sociali di produzione, i rapporti di proprietà, e quindi non (o non semplicemente) i diritti civili, le forme della democrazia o la stessa politica economica. La distinzione tra socialisti e no ridefinisce, per quanto mi riguarda, la distinzione fra destra e sinistra. La sinistra è tutto ciò che si avvicina ad una prospettiva socialista, la implica o comunque non la ostacola radicalmente. Il centro e la destra sono definiti dalla minore o maggiore distanza dall’ipotesi socialista.

Detto questo, e quindi mantenuta e ridefinita una distinzione, si può porre positivamente il problema della convergenza tra la sinistra ed una parte del centro e della destra sul tema dell’euro e dell’Europa. Distinguere nettamente non serve, in questo caso, ad escludere, ma serve ad unire in maniera più efficace. Nulla vieta che una sinistra socialista, un centro ed una destra costituzionale si uniscano nel nome dell’autodeterminazione del paese e del recupero di tutta la sovranità realmente possibile. E che successivamente si separino senza tragedie sociali e senza escludere nuove convergenze. Nulla vieta, nemmeno, di pensare che il soggetto politico di cui abbiamo disperatamente bisogno (quello capace di guidare il paese in un frangente così difficile verso un più dignitoso regime economico ed istituzionale) invece di nascere come unione di preesistenti soggetti organizzati di destra, centro o sinistra, debba presentarsi da subito come partito unitario democratico-costituzionale, fatto di persone di diversa cultura politica accomunate dalla scelta di ricollocare il paese nello spazio internazionale e di costruire rapporti sociali più coerenti con la Carta fondamentale. Ma tutto ciò è questione di valutazione concreta delle condizioni attuali, dei rapporti di forza, ecc. . Quindi per ora mi fermo qui.

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