oltre l’euro

Europa Italia

oltre l’euro

sinistra, sovranità nazionale, socialismo

Bologna 18 ottobre 2014

pubblicazione interventi:

Introduzione Mimmo Porcaro

Abbiamo organizzato questo convegno perché riteniamo che da qualche tempo, nell’ambito di una parte della sinistra, iniziano a presentarsi alcune idee nuove, o comunque inusuali.

La prima è che esiste un divario ormai insuperabile tra le esigenze dei lavoratori, e dell’intero paese, e le risposte dei gruppi dirigenti italiani, inclusi quelli di una sempre più sparuta sinistra, divisa tra subalternità e minoritarismo.

La seconda è che le ragioni dell’inefficacia della sinistra stanno anche nell’incapacità di affrontare alcuni nodi strategici decisivi, che io ora proverò ad indicare dandone, ovviamente, un’interpretazione personale che però so non essere del tutto diversa da quella dei nostri interlocutori.

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L’epoca in cui viviamo è ormai chiaramente quella dello scontro tra potenze mondiali, e questo scontro determina e determinerà sempre di più i tempi e i modi dello stesso conflitto di classe. Di fronte ad un tale scontro non sembra più sufficiente invocare la pace, ma è necessario costruire, per l’Italia e l’Europa, una posizione di neutralità attiva che si identifica con un allontanamento dagli Stati Uniti e un avvicinamento ai Brics.

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L’Unione europea non è però in grado di operare questa scelta, né d’altra parte di favorire o rendere più efficace la lotta dei lavoratori europei, perché è il frutto di un compromesso tra gli Stati uniti, che vogliono che il Vecchio continente sia soltanto uno spazio economico aperto, privo di autonomia politica, e la Germania, che accetta questa limitazione barattando la piena autonomia politica con la possibilità di esercitare – soprattutto attraverso il vincolo monetario – un’egemonia economica sugli altri paesi, e su tutti i lavoratori europei. Ragion per cui la rottura dell’Unione europea e dell’euro appare come condizione necessaria sia della pace che dello sviluppo della lotta di classe.

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La crisi generale del capitalismo, e soprattutto la crisi particolare del capitalismo italiano, dimostrano che solo il rilancio della proprietà pubblica, del piano e del controllo dei lavoratori sulla produzione, e quindi la trasformazione dei rapporti di proprietà e la ripresa di un discorso socialista, possono restituire al paese una seria politica economica, una vera capacità d’innovazione tecnica, una redistribuzione del reddito e del potere, una gestione razionale delle risorse e dell’ambiente. Ma la consapevolezza di questo fatto imporrebbe alla sinistra di abbandonare un’ideologia fondata sulla pura e semplice rivendicazione dei diritti individuali e sociali, e di riprendere la questione del potere politico e dello spazio sociale e geografico in cui esso si esercita.

E’ di questi nodi, dei loro rapporti e del loro significato politico che dovremmo discutere. E per parte mia comincio col precisare due cose.

Prima di tutto va detto che i temi a cui accennavo sono tutti strettamente uniti, e se non vengono trattati unitariamente è quasi impossibile risolverli in una maniera progressiva. La riconquista dell’autonomia culturale e politica dei lavoratori e la costruzione, oggi ineludibile, di un’alleanza popolare fra i diversi frammenti del lavoro subordinato e fra essi e buona parte della piccola e media impresa, sono impossibili senza l’impresa e la banca pubblica, senza controllo sui capitali e quindi senza una prospettiva socialista. Ma tale prospettiva è impossibile nello spazio dell’Unione europea e dell’euro, e quindi nello spazio del capitalismo atlantico e della Nato. La trasformazione del potere politico in senso socialista implica quindi necessariamente la ridefinizione dello spazio di tale potere, che non può essere né quello dell’attuale Unione europea, né quello esclusivamente nazionale, ma un nuovo spazio europeo (ed extraeuropeo) basato su relazioni simmetriche e cooperative.

Tuttavia, e qui tocco un punto molto importante che sarà certamente fonte di discussioni, poiché le rotture effettive avvengono soltanto all’interno di situazioni concrete e specifiche, tale nuovo spazio potrà essere generato solo a partire da rivolte nazionali e dall’alleanza tra nazioni che recuperano una propria sovranità. Ciò implica, soprattutto in un primo momento, l’elaborazione di un discorso che parta dalle esigenze particolari di ogni nazione e quindi, l’elaborazione di un nazionalismo civico, democratico e difensivo, capace di aggregare il maggior numero di forze all’interno di ogni singolo paese in vista di un duro scontro con gli stati imperialisti o subimperialisti.

V’è certamente una gerarchi logica trai diversi momenti del ragionamento, ed è assolutamente importante capire che il nazionalismo viene dopo la ravvisata necessità dell’autonomia di classe e del socialismo: è un nazionalismo che non vuole annacquare o reprimere la lotta di classe, ma darle uno spazio più adeguato. Ciononostante va ripetuto che socialismo, nuovo europeismo, antimperialismo e nazionalismo democratico si sostengono a vicenda ed è difficile, se non impossibile, avere l’uno senza l’altro. Così come è impossibile, almeno dal punto di vista dei lavoratori, porre soltanto la questione dell’uscita dall’euro senza parlare dei provvedimenti che dovrebbero accompagnarla per evitare di sostituire il male col peggio: protezione dei salari, controllo dei capitali, nazionalizzazione delle banche, nuovo posizionamento internazionale.

Se questi sono i nostri problemi è ormai abbastanza evidente, e questa è la mia seconda considerazione, che essi non possono essere affrontati assemblando in qualche modo le culture e i gruppi dirigenti della sinistra attuale, ma costruendo una nuova e distinta ipotesi politica (che non è immediatamente o necessariamente un nuovo partito) nella quale possano successivamente riconoscersi militanti ed elettori della sinistra.

Dalla sinistra attuale si può cavare poco o nulla perché essa ha ideali giusti, ma idee sbagliate.

  • Ha creduto che esistesse davvero la globalizzazione e che questa potesse essere democratizzata. Ha creduto che la crisi degli stati nazionali fosse un fatto tutto sommato positivo perché apriva le porte all’autorganizzazione sociale. Non ha capito che quel poco di globalizzazione che è stata realizzata ha contemporaneamente distrutto i soggetti e gli strumenti che avrebbero dovuto democratizzarla , e che l’indebolimento degli stati nazionali, oltre a ridurre le risorse che consentivano l’autorganizzazione, ha privato gli oppressi di un possibile (anche se non unico ed univoco) strumento di emancipazione.

  • Ha creduto e crede tuttora che l’Unione europea sia, almeno potenzialmente, uno spazio più favorevole alla lotta di classe, mentre essa è invece non tanto uno spazio quanto un meccanismo nato proprio per contrastare la lotta di classe, anche attraverso l’approfondimento – via euro – delle differenze territoriali fra lavoratori.

  • Invece di ridefinire l’idea del socialismo, integrandola e modificandola coi temi dell’autorganizzazione, dei diritti individuali e dei beni comuni, l’ha completamente sostituita con questi ultimi ed ha rimosso o eluso la questione dei rapporti di proprietà. Così, di fronte alla crisi del capitalismo, si propongono correzioni, integrazioni, improbabili esodi nelle “reti corte” e nell’autoproduzione: si gioca di rimessa, lasciando l’iniziativa all’avversario, per l’incapacità o la paura di immaginare un ordine sociale nuovo. Oppure si continua ad invocare il “comunismo di società” contro il “comunismo di stato”, come se un apparato di stato democratico, aperto, controllabile, capace di dialettica con le varie organizzazioni sociali non fosse una delle condizioni di esistenza dell’universalismo egualitario, e della società stessa. Come se la conquista del potere di stato non fosse una delle condizioni della sua trasformazione.

  • Infine, la nostra sinistra rifugge come la peste qualunque discorso di tipo nazionalista, ma anche solo nazionale, dimenticando che ogni significativa esperienza socialista e popolare, dalla Comune di Parigi alla guerra antinazista dell’Unione sovietica, dal Vietnam alle recenti esperienze latino americane, ha tratto forza dall’intreccio fra temi di classe e temi nazionalisti. Ma dimenticando anche che tale intreccio si è registrato in esperienze decisive della stessa sinistra italiana, come la Resistenza e come il processo di radicamento sociale del PCI negli anni ’50. E così mette capo, la nostra sinistra, a posizioni politiche che sono o del tutto ininfluenti o avventuriste, perché propongono scelte implicitamente nazionaliste (come la disobbedienza unilaterale e i trattati europei) senza avere il coraggio di presentarle come tali e quindi senza chiarire ai lavoratori ed ai cittadini le vere conseguenze e le implicazioni di quelle stesse scelte.

E’ per questi motivi che penso che qualunque seria ipotesi di classe e socialista non possa oggi presentarsi come discorso rivolto esclusivamente o particolarmente alla sinistra (non foss’altro perché la maggioranza dei lavoratori non vota per la sinistra…). Il discorso deve essere rivolto immediatamente all’intero paese, legittimandosi come ripresa dei temi fondamentali della nostra Costituzione, e quindi come progetto che vuole unire la grande maggioranza dei lavoratori e non ripetere immediatamente divisioni che (nella forma che hanno ormai assunto) non sono più significative. E deve presentarsi non come realizzazione di una ideologia (con l’inevitabile corollario di frasi scarlatte che ci allontanerebbero dai cittadini senza avvicinarci all’obiettivo) ma come risposta pratica alle esigenza di servizi sociali di piena occupazione, di democrazia effettiva.

Non si tratta di dare per morta la distinzione destra/sinistra, ma a) di ridefinirla a partire dalla prossimità o meno al socialismo b) di capire che nella percezione comune la distinzione è ormai ininfluente, che lo stesso discorso socialista può facilmente presentarsi come difesa dei valori costituzionali, che molte forze, anche operaie, momentaneamente astensioniste o addirittura orientate a destra, potrebbero essere conquistate con un discorso di tipo nazional-costituzionale.

E’ in questa direzione che dovremmo muoverci, prima che lo faccia davvero la destra. Domani sarebbe già tardi.

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