Mimmo Porcaro

Un pensiero forte a sinistra?

Sergio Cesaratto ha recentemente salutato con favore, su Micromega, le ultime prese di posizione di Stefano Fassina, che ormai sostiene (pur se, a mio parere, con qualche oscillazione di troppo) l’irriformabilità dell’Unione europea, l’insostenibilità dell’euro e la necessità di ripristinare la nostra sovranità nazionale. Cesaratto ha notato come ciò dia luogo ad un importante cambio di scena, giacché tesi analoghe sono state proposte, finora, solo da sparuti gruppi della sinistra estrema o dalla destra. Ed ha invocato, per consentire alla sinistra di accelerare la fine dell’euro e gestirne le complesse conseguenze, la nascita di un pensiero forte, ossia “l’opposto del mélange di pensiero economico debole, utopismo europeista e movimentismo che ha contraddistinto le poco convincenti recenti esperienze elettorali a sinistra”.

E’ difficile dargli torto. Ogni pur minimo spostamento verso un nazionalismo democratico e pacifico, ogni rafforzamento di un antieuropeismo (rectius: “antiunionismo”) progressivo è benvenuto. Così come è giusto riconoscere la coerenza di chi, come Fassina, ha sostenuto che il semestre di presidenza italiano era l’ultimo appello per l’europeismo di sinistra e che persa questa occasione si sarebbero dovute trarre conseguenze radicali, e così ha fatto. Del resto, se un’efficace rottura col renzismo sta maturando nel PD (è lecito dubitarne, ma non è lecito escluderlo o sottovalutarne l’importanza) questa non potrebbe che basarsi su una rottura col dogma europeista: uscire dal partitone “a (presunta) vocazione nazionale” per inventarsi una “grande Sel” o per irrobustire la lista Tsipras non avrebbe proprio alcun senso.

Eppure, non credo che per dar vita al pensiero forte di cui abbiamo effettivamente bisogno sia sufficiente prendere le distanze dal verboso estremismo, e sostanziale moderatismo, della sinistra sedicente radicale. Bisogna piuttosto saper considerare tutte le conseguenze del giudizio negativo sull’euro e tutte le implicazioni della rivendicazione della sovranità nazionale: conseguenze ed implicazioni assai severe.

Qui ne suggerisco tre.

Deve prima di tutto essere chiaro che la rottura con l’euro implica la rottura con l’Unione europea, magari per proporne da subito un’altra la cui nascita richiederebbe, però, un mutamento dei rapporti di potere nei più importanti paesi del Vecchio continente. E deve essere altrettanto chiaro che ha poco senso rompere con l’Unione se al contempo non si avvia un più generale riposizionamento internazionale del nostro paese, un allontanamento dal capitalismo atlantico (e quindi dal suo braccio militare, oggi particolarmente attivo: la Nato), un’apertura verso i Brics. In mancanza di ciò diminuiremmo la nostra dipendenza da Berlino solo per aumentare quella da Washington, avremmo la fine dell’austerity, ma solo come modo per rafforzare il neoliberismo e peggiorare la situazione debitoria del paese.

In secondo luogo, l’uscita dall’euro non può essere vantaggiosa per le classi subalterne (e non comporta una ripresa della sovranità) se non è accompagnata da serie misure di protezione dei salari e di limitazione del movimento dei capitali. In mancanza di ciò pagherebbe ancora Pantalone, e le imprese italiane sarebbero oggetto di rapina ben più di quanto non lo siano oggi. Inoltre, nelle inevitabili turbolenze che accompagneranno l’exit (e che Fassina, tra l’altro, sembra sottovalutare), sarebbe illusorio pensare, ben più di quanto non lo sia oggi, che un aumento dell’occupazione possa venire dagli investimenti privati o dal semplice rilancio degli investimenti pubblici. Sarà piuttosto necessaria una coraggiosa ricostruzione della proprietà pubblica (che diverrà peraltro inevitabile per le imprese – banche incluse – indebitate con l’estero in moneta diversa dalla “nuova lira”), senza la quale gli interventi fatti col denaro dei contribuenti andrebbero a puntellare gli attuali, e fragili, assetti proprietari e le solite strategie di investimento labour saving. Siamo sicuri che, su questo punto, le posizioni della sinistra del PD siano molto diverse dal gracile keynesismo della sinistra radicale? Io non lo sono affatto, perché parlare di protezione dei salari, di controllo dei capitali e soprattutto, di ricostruzione della proprietà pubblica (che comporta una vera e propria “espropriazione degli espropriatori”, ossia di coloro che hanno lucrato sulle privatizzazioni) significa né più né meno che riprendere il discorso sul socialismo. Per carità: un socialismo appena abbozzato, appena iniziale, una sorta di riproposizione dell’economi mista che però, nelle attuali condizioni storiche, rappresenta comunque una netta inversione di tendenza rispetto ad un trentennio di controrivoluzione, perché comporta, ripeto, non un semplice incremento dell’intervento pubblico ma un mutamento dei rapporti di proprietà (accompagnato, bisogna aggiungerlo, da un deciso controllo sui nuovi manager pubblici esercitato da comitati di lavoratori e associazioni di cittadini). Una tale prospettiva è assai poco congeniale alla gran parte della sinistra radicale, che è movimentista e quindi antistatalista, che vuole il welfare e l’intervento pubblico senza però volerne le condizioni istituzionali, ossia un deciso rafforzamento dello stato (che tale resta anche se è doverosamente accompagnato da un parallelo rafforzamento delle istituzioni della società civile). Siamo proprio sicuri che tale prospettiva sia maggiormente congeniale alla sinistra del PD, cresciuta nell’identificazione tra modernità e mercato?

Infine, e sempre a proposito di pensiero forte, la ricollocazione geopolitica del paese, l’inizio di una politica socialista, la ricostruzione di una sovranità nazionale sono percorsi talmente ardui e (per noi) inediti, da poter essere affrontati solo sulla base di una vasta e profonda unità popolare e quindi sulla ricucitura dei rapporti, lacerati da tempo, tra frazioni qualificate e frazioni dequalificate del lavoro, tra lavoratori garantiti e no, tra lavoro dipendente e parti assai consistenti del lavoro autonomo. Anche su questo punto penso che la sinistra del PD non abbia posizioni molto più chiare di quelle della sinistra radicale, e continui anch’essa a presentarsi come espressione politica delle frazioni qualificate e garantite del lavoro dipendente e quindi a produrre proposte occupazionali, fiscali e di welfare destinate a confinare tutto il restante mondo del lavoro nell’astensione o nel consenso alla destra.

Sì, quello di cui abbiamo bisogno è davvero un pensiero forte, capace di guidarci nello scontro internazionale, nella lotta di classe interna, nella costruzione di una nuova egemonia: un pensiero che però, al momento, non alberga in nessuna delle forze politiche della sinistra, e sembra destinato ad attendere, per svilupparsi, una nuova leva di militanti politici e sociali estranea alle esperienze che hanno formato (e deformato) gli attuali gruppi dirigenti. Ma non mettiamo limiti alla provvidenza: è possibile che la forza delle cose e la coerenza di cui qualcuno è ancora capace facciano sì che la rottura dell’euro sia il primo passo di un cammino più impegnativo e coraggioso. Ma bisogna far presto: ci abbiamo messo anni ed anni a capire che l’adesione piatta alla globalizzazione, e quindi all’euro, è stata un errore: non possiamo permetterci di impiegare lo stesso tempo a capire che l’errore più grande è stato l’adesione al capitalismo e il credere che il socialismo sia un relitto della storia.

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