Seminario: crisi, euro, Italia, Europa

Roma; 31 gennaio ’15

ugo boghetta

In premessa va ricordato che questo seminario è stato deciso dal congresso oltre un anno fa. Si ritenne allora che le analisi sul tema della disobbedienza e di un’Europa oltre l”euro avessero bisogno di ulteriori approfondimenti da un punto di vista di classe.

In buona sostanza, visto che di questioni congressuali si tratta, il tema è quello della linea politica e delle teorie e culture politiche che la sottendono.

Dirò dunque negli organismi dirigenti quello che penso di questa kermesse. Incontro che ha un suo senso, ma certo non è quello che avevamo ritenuto necessario.

Quella originaria necessità trova ulteriore accentuazione dopo il voto della Grecia. Certo ognuno troverà motivi di conferma della propria tesi. Tutto dipende se si guarda la luna o il dito. Nessuno qui è più saggio di altri, ma qualcuno è sì più cieco. O vuole esserlo.

Che cosa caratterizza la politica di Syriza, quello che dice sull’Europa e sull’euro, oppure la centralità dell’interesse di classe dei lavoratori e quello nazionale del popolo greco in coerenza con il radicamento ottenuto contro i memorandum?

È questa impostazione che consente l’alleanza spuria con Anel invece delle forze di centrosinistra: difesa degli interessi di classe e nazionali contro la troika e il liberismo di cui è fautrice. I primi provvedimenti non sono forse stati a favore dei lavoratori e contro le privatizzazioni?!

Iglesias, del resto, non parla di Tsipras come di un patriota? E Podemos non parla di popolo, patria, nazione?

In Italia invece Vendola continua a parlare del PD. E la stessa variegata l’Altra Europa è unita sulla lontananza dalla priorità della questione di classe e quella nazionale.

Qui si misura la distanza da una lettura di come la lotta di classe e la lotta politica oggi si svolgono in ambiti nazionali ma anche in forme popolari/ populiste. Si tratta. Infatti, di leggere da un punto di vista di classe e marxista la fase populista. Cose su cui Porcaro ci ha spesso sollecitato a riflettere.

Qui si misura la distanza culturale, teorica e pratica fra un internazionalismo astratto ma nei fatti nazionalista- grand-europeo e un approccio progressista.

Qui si misura anche la lontananza dalla concretezza, direi leniniana, nel cercare le contraddizioni, nel cercare l’anello debole.

Del resto non è stata forse la rivoluzione russa, la rivoluzione in un paese solo – a fronte di una sollevazione simultanea europea dimostratasi anche allora astratta – a determinare per decenni la più grande ondata internazionalista e anticolonialista?! È altresì vero che la sua implosione è avvenuta quando progressivamente è virata verso una logica nazionalista-imperiale a scapito del suo fondamento: il rivoluzionamento dei rapporti sociali.

Già, perchè noi, abbiamo un altro ed enorme problema: la mancanza di qualsiasi discorso, percorso, analisi, programma di uscita dal sistema capitalista. La mancanza di socialismo, di un nuovo e diverso socialismo.

Citiamo spesso socialismo o barbarie ma siccome il socialismo è assente addirittura come pensiero, allora rimane solo la barbarie.

I più audaci parlano di America Latina e di socialismo del XXI secolo ma poi il vuoto: manca il paese, le classi sociali, una lettura del liberismo ai fini della rivoluzione e non la sua fotografia, interpretazione, commento.

Le esperienze latino-americane ci insegnano che la strada è quello dello studio della composizione, dell’unificazione di classe, di nuove forme di democrazia. Ed ogni nazione segue il suo specifico percorso.

Qui da noi invece c’è la ricerca della chiave economicista che permetta di cambiare le cose senza cambiare i rapporti sociali di produzione, senza creare un blocco storico, un egemonia. Senza cambiare nemmeno il quadro istituzionale. Siamo senza Gramsci e senza Lenin.

In Italia chi ha posto il tema della sovranità nazionale come più favorevole alle forze della antiliberiste ed anticapitaliste a sinistra è stato irriso: si è rispolverato la Grande Proletaria, la contiguità con la destra (Syriza ci va al governo), l’impossibilità (contro tutta la storia del movimento operaio) del nazionalismo progressista democratico.

La sovranità nazionale, che tutti adesso sembrano volere, è però incomprensibile se non può esercitarsi su questioni economiche, finanziarie, senza la sovranità sulla moneta: anche sulla moneta.

La stessa centralità dei bilanci nazionali è tale per la mancanza dello strumento nazionale segato dal modello liberista prima nella nazione (divorzio Banca d’Italia e Tesoro), poi sistematizzato nel trattato di Maastricht e nella BCE. Senza sovranità nazionale vera e piena: Costituzione caput.

Ciò ha conseguenze pesanti sul tema del programma, del ragionamento sul blocco sociale: quello di Renzi da smantellare, quello nazional-costituzionale da costruire . È qui che si rompono e compongono le alleanze sociali e politiche: fra lavoratori che hanno qualcosa da perdere e quelli che non hanno nulla, quelli esposti ai mercati e quelli sul mercato interno, quelli che hanno redditi da rendite, la questione della fiscalità o l’evasione, i vari tipi d’impresa lo Stato ecc ecc.

E sta in questo vuoto la causa di parole d’ordine che non mordono perchè non affondano nella realtà politica, sociale, istituzionale, elettorale. Alla più grande mobilità elettorale mai vista rispondiamo con la banalità.

Sarà un caso che da 10 anni stiamo annaspando sia sulla politica sia nella costituzione di adeguati strumenti politici. Questo è quanto accade nelle assemblee dell’Altra Europa : ultima quella di Bologna.

Continuiamo a cercare la chiave sotto lo stesso lampione. In questo fase Lega e M5S sono più “marxisti” di noi, più “leninisti” di noi.

L’altra e conseguente differenza riguarda l’analisi dell’Europa ed i suoi strumenti. Qualcuno pensa che l’istituzione Unione Europea sia neutra: è solo un problema di politiche. Che la moneta sia un mero strumento anch’esso neutro e non la cristallizzazione di rapporti di forza reali fra classi ed economie. Tant’è che in virtù di ciò si è valuto vedere nelle posizioni antieuro una specie di luddismo monetario. Queste impostazioni sono improntate al più trito economicismo e lontane da analisi di classe e marxiste (dalla critica dell’economia politica al capitale). Sembrano in effetti più vicine alla socialdemocrazia post Bad Gotesberg.

Poi c’è il mito del grande: con la Grande Europa è più facile combattere la finanza. Certo, salvo che l’Europa di Maastricht è sbagliata; più si fanno gli Stati Uniti d’Europa più i popoli si allontanano.

Poi c’è chi parla di integrazioni delle reti industriali come se anche queste fossero neutre mentre sono espressione del dominio dei grandi capitali e della Germania. In effetti Garibaldo nel suo intervento alcune cose le ha dette ma, chi sono i soggetti che dovrebbero cambiare queste politiche a livello europeo? Non ci sono!!

Cos’è dunque questa Unione Europea? Ed ancor prima che cosa è stato deciso a Maastricht?

A Maastricht sono state decise due cose: l’europa-zona libero-scambista- liberista ed il suo strumento: l’euro. Poi attorno, come la pubblicità della banca Mediolanum, vi hanno costruito la BCE, i trattati operativi come il fiscal compact, le politiche d’austerità. Forse fanno di tutto per salvare l’euro perchè sono diventati samaritani?!

Il fatto è – cito il contributo di Dino Greco – che l’Unione europea è prima di tutto la forma politica di un rapporto sociale e, precisamente, di un rapporto sociale imperniato sul dominio del capitale finanziario: l’architettura monetaria che esso ha posto al suo fondamento (e che trova nell’euro non già un sottoprodotto fenomenico, ma il proprio funzionale apparato strumentale) serve appunto a stabilizzare il potere dell’oligarchia liberista che governa l’Europa.

L’Europa di Maastricth stanno sbracando l’idea stessa stessa di unione dei popoli europei.

Allora chiedo; è possibile che possa esistere solo un’idea d’Europa: quella di Maastricht!? Chiedo, ma l’unione dei popoli deve avvenire con la moneta unica?

È possibile non comprendere che politiche, mercati, istituzioni sono intrinsecamente collegati?

È possibile che per la sinistra Maastricht sia diventato un tabù o, addirittura un orizzonte insormontabile?

È possibile che si deve rompere i trattati ma non quello originario: Maastricht!?

Già: l’uscita dall’euro.

Anche in questo caso si sono usate argomentazioni borghesi: l’inflazione, il disastro e quant’altro. Si è addirittura utilizzato la guerra: fuori dall’Europa di Maastricht si torna alla guerra. Quando invece è proprio il lasciare gli interessi popolari alle destre scioviniste che può preludere a nuove guerre. È il divario, il declino inevitabile, la meridionalizzazione dei paesi deboli a preparare possibili guerre.La guerra è in Ucraina, è in medio oriente.

Vorrei ricordare che è lo stato federale USA è nato da una guerra civile fra due modelli economici diversi.

Il problema però non è come e quando uscire dall’euro. Questo lo decideranno situazioni e contraddizioni: vedi la Grecia, vedi anche il QE che sancisce il ritorno alle banche nazionali è alla nazionalizzazione dei rischi.

Forse che se parliamo di rivoluzione la facciamo il giorno dopo o pensiamo ad un atto di pura volontà?

Il problema è l’obiettivo strategico, il nostro modello d’Europa, il rapporto fra nazionalità e livello europeo da raggiungere via via al maturare dei rapporti di forza. Che siamo per disobbedienza, la rottura dei trattati, l’uscita dall’euro il problema è quale Altra Europa. Cioè un modello d’Europa che unisca i popoli, tenga conto delle loro differenze come dei loro interessi comuni: una confederalità ad esempio. Perché l’Europa per la sinistra radicale deve essere per forza federale: la super nazione europea!? Perchè non pensare ad altre relazioni internazionali oltre la Germania e gli USA, come i Brics?

Perché questo forte richiamo all’obbiettivo strategico?

Impariamo dai nostri nemici. Nel ’73 decisero che c’era un sovraccarico di democrazia: pezzo dopo pezzo la stanno smantellando. Hanno deciso i lavoratori ostruivano la massimizzazione del profitto e, colpo dopo colpo, siamo arrivati al contratto individuale.

Questo è ciò che ci manca sono obiettivi strategici: un’Altra Europa ed il socialismo. E poi le politiche per perseguirle. Senza saremo in una situazione di affanno: anche Syriza e Podemos.

Questa è la sfida. Questa è l’asticella.

Studiamo pure Syriza, Podemos, i latini americani ma poi cerchiamo la nostra strada.

Torniamo a riveder le stelle dopo che per lungo tempo la diritta via è stata smarrita.

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