Grazie – Emiliano Brancaccio

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In queste ore ho ricevuto moltissime esortazioni ad accettare la proposta di candidatura alle elezioni europee con la lista Tsipras, per la circoscrizione Sud. In tutta franchezza non mi aspettavo una tale mobilitazione intorno al mio nome. Sono sinceramente onorato per gli appelli e le raccolte di firme a sostegno della mia candidatura e per i tanti messaggi di apprezzamento che ho ricevuto. Con rammarico, tuttavia, devo comunicare che non posso accettare la proposta di candidatura alle europee: il personale contributo alla critica dell’ideologia dominante non termina ed anzi trova adesso nuove ragioni, ma in questo momento della mia vita il mio posto deve essere all’università, con gli studenti.

Le persone a cui vorrei dire grazie sono numerosissime. Ne cito solo alcune e chiedo scusa ai tanti che per mere ragioni di spazio non menzionerò. Vorrei ringraziare Barbara Spinelli, che ha speso parole di elogio nei confronti del “ monito degli economisti” e Paolo Flores d’Arcais, che mi aveva annunciato l’intenzione dei comitati a sostegno della lista Tsipras di indicarmi per la candidatura. Ringrazio anche Vladimiro Giacché, con il quale condivido molte tesi e previsioni. E ringrazio Gianni Rinaldini, che mi aveva onoratocomunicandomi l’appoggio di tante compagne e compagni della FIOM. Tengo inoltre a ringraziare Paolo Ferrero, Fausto Sorini, Claudio Grassi e gli altri dirigenti dei partiti che hanno sostenuto con convinzione la mia candidatura. Ringrazio i compagni e gli amici delle varie realtà di movimento, con i quali avevo collaborato ai tempi del social forum di Firenze e che in questi giorni hanno rinnovato parole di fiducia nei miei confronti. A tutti dico che non farò mancare il mio contributo di analisi e di proposta alle future iniziative che abbiano come fulcro l’interesse delle lavoratrici e dei lavoratori. Interesse che un tempo, a giusta ragione, si riteneva coincidente con l’interesse generale dell’intera collettività.

Permettetemi anche di esprimere due brevissime considerazioni di ordine politico. In primo luogo, auspico che ci si liberi presto dall’illusione che la tremenda crisi economica e democratica che stiamo attraversando possa essere affrontata assecondando i fatui fuochi dell’individualismo narcisistico, il cui nefasto corrispettivo politico è sempre costituito dal leaderismo plebiscitario. Per affrontare le colossali sfide del tempo presente la funzione dei singoli, per quanto illuminati, è pressoché irrilevante. Piuttosto, sarebbe utile dare inizio a un investimento generazionale, un lavoro critico e costruttivo per delineare una nuova concezione del collettivo, in particolare della forma-partito. La seconda considerazione che vorrei condividere con voi è maggiormente legata alla campagna per le elezioni europee.L’attuale scenario politico può esser ben descritto tratteggiando un orrido trittico: al centro l’arrocco intorno alle leve del potere dei pasdaran favorevoli all’euro e all’austerity; al fianco di quell’arrocco la comparsa di un nuovo liberismo gattopardesco, pronto a sbarazzarsi dell’euro pur di proseguire con le politiche di smantellamento dei diritti sociali; ed infine, all’orizzonte, l’avanzata in certi casi poderosa di nuove forze ultranazionaliste e xenofobe. Ebbene, è stato detto che all’interno di questo cupo scacchiere politico esisterebbe per la sinistra uno spazio ancora inesplorato. In effetti, nel mio pur modesto ambito, ho avuto modo di verificare che uno spazio in cui esercitare un efficace antagonismo contro i tre gruppi descritti sussiste davvero: lo testimonia il fatto che la protervia dei pasdaran pro-euro e dei gattopardi anti-euro si scioglie sistematicamente, come neve al sole, in ogni confronto dialettico che sia fondato su basi scientifiche; e che nelle società europee èancora possibile trovare anticorpi sociali e culturali contro la funesta avanzata dell’ultranazionalismo reazionario. Tuttavia, se questa è la durissima sfida nella quale ci si vuol cimentare, allora mi permetto di avanzare una duplice riflessione. L’idea che una forza orientata a sinistra possa vincere una battaglia di tali proporzioni scimmiottando le ipocrite banalizzazioni interclassiste dei gattopardi anti-euro è ovviamente assurda. Ma la stessa battaglia rischia di esser perduta in partenza se si rimarrà subalterni al dominio ideologico degli apologeti dell’euro e si commetterà quindi l’errore di considerare l’eurozona un dato fuori discussione. Un errore strategico che temo pregiudicherebbe ogni margine di manovra politica in Europa, e che diventerebbe quindi previsionale. Da questo punto di vista, è inutile negarlo, Alexis Tspiras è in una posizione delicata. Per molte ragioni, non ultima la sua possibile ascesa al governo della Grecia, egli potrebbe essere indotto a tenere la sua dialettica rigidamente confinata nei limiti angusti di una incondizionata fedeltà all’euro. Se così fosse, il perimetro della sua azione potrebbe restringersi al punto dasoffocare l’indubbia forza attrattiva della sua candidatura alla presidenza della Commissione europea. Eppure, nel testo di investitura, egli ha scritto che “ l’Unione Europea sarà democratica o cesserà di esistere. E per noi, la Democrazia non è negoziabile”. La Democrazia, per l’appunto: non la moneta unica, né il mercato unico europeo. Sarebbe un dato interessante se Tsipras centrasse la campagna su queste sue stesse parole. La lista italiana e le altre forze europee che lo sostengono ne trarrebbero notevole vantaggio. E le possibilità di anticipare gattopardi e ultranazionalisti aumenterebbero. Staremo a vedere.

Emiliano Brancaccio, 27 febbraio 2014

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Uscire dall’euro: l’appello di Brancaccio e Fontana sul Guardian

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guardian-logoDi Redazione Giornalettismo 24/02/2014 –
Domenica scorsa sul Guardian è stato pubblicat o un appello di Emiliano Brancaccio e Giuseppe Fontana, rispettivamente economisti e professori universitari nel Sannio e a Leeds, in cui si sostiene che l’Italia “dovrebbe essere preparata a uscire dall’euro”

L’ITALIA DOVREBBE ESSERE PREPARATA PER USCIRE DALL’EURO

Emiliano Brancaccio, Giuseppe Fontana – The Guardian, 23 febbraio 2014

Dal punto di vista dello studio delle ascese politiche, è difficile non rimanere impressionati da quella del nuovo primo ministro dell’Italia, Matteo Renzi. Più preoccupante è il compito che Renzi potrebbe trovarsi di fronte: riuscire dove molti altri hanno fallito e ribaltare un’economia che si è ridotta del 9% negli ultimi sei anni. Si è tentati in questi momenti a pensare che i politici italiani, sia a destra che a sinistra, siano essenzialmente incompetenti e, in alcuni casi, qualcosa di peggio. Ma una spiegazione più plausibile per la disastrosa situazione economica in Italia è che le politiche degli ultimi governi hanno fatto poca differenza. Come paese membro dell’Unione Europea, l’Italia ha poco spazio di manovra sul lato fiscale, e ancor meno dal lato monetario. I precedenti primi ministri, Mario Monti ed Enrico Letta, non sono riusciti a convincere i partner europei, la Germania in particolare, a sostenere politiche volte a stimolare la produzione e l’occupazione. Renzi ha un compito monumentale e deve cambiare rotta rispetto ai suoi predecessori. Dovrebbe spiegare ai suoi partner europei che l’Italia ha un piano B e potrebbe lasciare la zona euro se il suo governo non potesse migliorare la produzione e l’occupazione attraverso nuove politiche fiscali e monetarie. Questa sarebbe una decisione di quelle che capitano una sola
volta in una generazione, ma se Renzi fallisce, Berlusconi , con il suo fervore anti-Merkel e anti UE, è nascosto sullo sfondo, pronto a tornare . Plus ça change … moins ça change?

Emiliano Brancaccio
Università del Sannio, Italia
Giuseppe Fontana
Università di Leeds e Università del Sannio, Italia

Materiali per intervenire nelle assemblee e nelle attività della lista Tsipras – Ugo Boghetta

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Warning

PARTE 1

Nell’ultimo documento la Direzione propone finalmente alcune argomentazioni condivisibili.
Evidentemente le critiche servono. A proposito della lista Tsipras si afferma: “ …. Un percorso che ha visto delle criticità che non vanno taciute, quali la decisione sul simbolo, il percorso centralizzato della sua creazione, gli accenti anti-partitisti, ma che ha anche avuto il merito di aprire alla possibilità di una lista unitaria. ……….ma non (é) ancora come spazio pubblico per la creazione di un soggettività nuova della sinistra di alternativa”.
Ma il disagio è tale da indurre Dino Greco a scomodare il povero Lenin il quale scriveva nel 1905 che:” la rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente (senza tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna lotta rivoluzionaria); e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere (…). Colui che attende una rivoluzione sociale pura non la vedrà mai; egli è un rivoluzionario a parole che non capisce cos’è la vera rivoluzione”.
Afferma giustamente Greco che occorrerà tempo, molto lavoro, molte lotte ed altri passi in avanti e che le scorciatoie sono le illusioni dei pigri, non sono roba per i comunisti. Certo, Lenin parlava di classi, ceti, lotte di massa e non di liste elettorali, ma ciò non toglie validità del paragone: le aggregazioni plurali sono spurie per definizione. Il problema nasce proprio dal fatto che il lungo lavoro di cui parla Dino, per avviarsi deve avere un senso, una direzione, un progetto, una teoria adeguati altrimenti si finisce per essere subalterni. Sono queste assenze alla base del disagio dei compagni. È il non sentirsi forti di un progetto, di una cultura politica, di una prospettiva. Intuiscono una mancanza di identità. Percepiscono più di tanti dirigenti che si passa di necessità in necessità, dall’essere sempre marginali e che a loro tocca sempre fare gli sherpa. Lenin, proprio perchè vedeva il carattere spurio dei processi, per fare la rivoluzione ha dovuto rivedere molti concetti evoluzionisti della socialdemocrazia e dello stesso Marx (anche se Marx in realtà arrivò a considerare la possibilità della rivoluzione in Russia), compresa la rivoluzione in Europa. Tant’è che qualche anno dopo il 1905 cacciò dal partito le tendenze moderate (che pur erano ben più di sinistra dei nostri 6 soloni) e si costituii il partito bolscevico. Queste tendenze, infatti, ostruivano la possibilità di cogliere le opportunità rivoluzionarie proprio perché non erano in grado di concepire la lotta di classe spuria, i cambi di situazioni, i salti politici necessari e possibili. Un recente tentativo spurio è stata, ad esempio, la vicenda dei forconi. Vicenda alla quale gran parte dei facenti parti la lista, noi compresi, ha reagito anti-leninianamente. Così come gran parte reagisce alle questioni radicali che pone l’Europa Reale. In parte ciò è avvenuto per la manifestazione del 19 ottobre scorso. A Bologna, ad esempio, ci sono state due manifestazioni: una in solidarietà della lotta dei facchini, l’altra dei migranti, pochi dei partecipanti alle assemblee per la lista erano presenti.
Lenin parlava da comunista e rivoluzionario. Lenin portava sempre una battaglia teorica, politica ed organizzativa, ciò che noi quasi mai facciamo. Una cosa infatti è lavorare in modo unitario, altro è essere unitaristi e non contrastare sul piano ideologico e politico l’egemonia radical chic che non contempla le lotte spurie, lo stesso classismo, altre idee dell’Europa, per non dire del socialismo. Concezioni che assomigliano a quelle posizioni che Lenin ha combattuto ferocemente. Il problema non sta dunque nel prendere le distanze dalla la Lista Tsipras così come sta nascendo in Italia in nome di un puro processo astratto. Il problema è starci con la consapevolezza che le posizioni “civiche come ideologia” saranno (e sono) un grande impedimento poiché il conflitto è tortuoso, altalenante, sporco. Il problema è evitare il pericolo che succeda come per la Federazione della Sinistra approcciata con un unitarismo fastidioso e sbagliato. Quanti allora sono stati consenziente e acritici votando ancora una volta:”la sicurezza, la disciplina”!? Allora questo lungo lavoro cominciamolo e non subiamo un’altra volta. Ma come possiamo operare nella mancanza di un progetto di transizione e trasformazione socialista!? Per questo motivo il nostro profilo politico assai debole va ripensato proprio dentro al percorso. Ripensamento assolutamente necessario per l’ora ed ancor più per il dopo e gli inquietanti scenari che si apriranno.

PARTE 2

Vediamo dunque alcune problematiche tenendo conto di alcune affermazioni che vengano spesso avanzate negli incontri.

1) La critica al verticismo è scontata, ed altrettanto la necessità di costruire degli spazi
pubblici.

2) Sarebbe necessario rivendicare con forza non solo che noi abbiamo avanzato la candidatura Tsirpas ma che questo è stata possibile perchè in Europa ed anche in Italia ci sono state migliaia di compagni che hanno resistito alle offensive del nemico di classe, alle scissioni che non hanno portato coloro che le hanno fatte da nessuna parte (vedi SEL), alla vulgata antipartito. Migliaia di compagni e compagne devono pretendere rispetto.

3) Dicono che non dobbiamo fare come la sinistra radicale. Le critiche alla sinistra radicale
sono sacrosante per la frammentazione prodotta. Ma noi non dobbiamo accettare queste critiche: unitari lo siamo sempre stati, a volte anche troppo. Va invece anche detto con altrettanta forza che la cosiddetta società civile di sinistra in quanto a divisioni, frammentazioni, personalismi non scherza.

4) La critica alle posizioni antipartito è banale solo in apparenza. In questo caso non si tratta di sostenere, a mio modo di vedere, il ruolo dei partiti in generale, ma la necessità del partito per quel che riguarda un largo blocco popolare oggi variamente disgregato, la necessità di un progetto di trasformazione, di una teoria e di una pratica di lotta al potere, allo Stato. Questioni non astratte ma che riguardano immediatamente anche la campagna elettorale. A chi ci rivolgiamo, come, per cosa? In secondo luogo andrebbe posto il tema dell’efficacia politica che certi movimenti in quanto tali non risolvono. E questo non per un principio astratto ma come analisi dei processi reali vedi occupy wall street, gli indignados.

5) Tutto ciò va opposto (nei modi adeguati: i contesti non sono tutti uguali) alla concezione del civismo, cittadinanza, politica dei soli diritti, e quindi anticlassista e antipopolare. Il “civismo come ideologia” è stato la cifra della seconda repubblica e ha prodotto solo disastri. Ha prodotto Grillo e Renzi: padri e padroni politici come anche i 6 soloni. Il civismo, inoltre, è un misto di concezioni ideologiche liberiste, liberali, spontaneiste e riguardano aspetti importanti quali il mercato, il pubblico ed il privato, la democrazia ecc. E non si criticano queste posizioni solo portando l’attenzione sui conflitti. Non è solo questo il punto. È l’americanizzazione della politica e dei conflitti che va criticata.

6) Un aspetto che noi non sviluppiamo affatto è il socialismo. Tsipras nei 10 punti dice che siamo per il socialismo. Purtroppo, come ben sappiamo, questa affermazione manca di un’elaborazione conseguente. Dobbiamo tuttavia cominciare a parlare forte di socialismo in quanto allude ad un determinato campo di ricerca e di proposta. Da il senso che la lotta all’austerità, all’Europa, all’Euro non sono fini a se stesse. Ciò in opposizione a frasi quali:”un’altra Europa è possibile” che non significano nulla e che non possono più essere il nostro dire.

7) Il tema centrale della nostra campagna è la lotta all’austerità, al fiscal compact. Tuttavia, come abbiamo più volte sostenuto, ciò non necessariamente ci distingue poichè in un modo o in un altro sarà una posizione comune a tanti partiti. Non solo. L’efficacia della lotta all’austerità è tanto più efficace quanto più forte e frontale è l’attacco all’Europa in quanto tale.

8) E questa Europa reale è sì quella dei trattati ma anche dell’euro. Come ognuno può  vedere è questo un tema che sta emergendo sempre più nella discussione pubblica. Problematica da noi negata nonostante il deliberato congressuale per non spaventare le Spinelli di turno (a proposito di subalternità). Eppure sono le posizioni radicali verso l’Europa e l’euro che sono ascoltate, che fanno presa, che fanno discutere.

9) Purtroppo anche fra di noi, c’è tanto pressapochismo, anche nei sommi dirigenti. Quindi lo diciamo ancora una volta. L’euro è una delle cause principali del fallimento dell’ideale europeo. È insieme ai trattati uno strumento del liberismo e della finanza, in particolare del nord Europa. L’euro svaluta inevitabilmente ed automaticamente il lavoro in tutti i suoi aspetti. L’uscita dall’euro non è la soluzione ma la condizione per riprendersi la sovranità nazionale, popolare, democratica, costituzionale e per praticare in modo più efficace la lotta di classe per l’alternativa contro la nostra lumpenborghesia nazionale.

10) Una vittoria elettorale dei vari euro scettici pone anche il tema della rottura dell’Europa. E quindi dell’euro, e quindi di un’altra Europa. L’altra Europa non può essere solo l’Europa-Nazione ma può essere confederata o variamente articolata. Se si rivendica il pluralismo ebbene questo vale anche per queste problematiche.

11) Dicono alcuni che Syriza è diventata forte non proponendo l’uscita dall’euro, ma la lotta al memorandum. È corretto. Ma noi non siamo la Grecia, nè come nazione, né come sinistra, nè abbiamo alcun memorandum così facilmente identificabile a livello di massa. Ed una cosa è lo scontro su di un aspetto importante e comprensibile a livello di massa, una cosa è la prospettiva e la chiarezza politica riguardo alle dinamiche in atto ed al loro precipitare. Il problema, infatti, è non finire su posizioni riformiste, da ala sinistra della borghesia finanziaria, perchè sarebbero dolori. I greci seguiranno il loro percorso ma il problema del modello europeo è drammaticamente aperto anche per Syriza se vincerà le elezioni.

Ugo Boghetta