EUROPA ITALIA OLTRE L'EURO

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Mimmo Porcaro

Come unirsi contro l’Unione?

Uno dei principali problemi di chi vuole uscire dall’Unione europea e dall’Euro è quello di costruire una grande alleanza sociale e politica capace resistere alla dura reazione che i grandi poteri nazionali (ma soprattutto internazionali) non mancherebbero di scatenare di fronte a questo “inaccettabile” gesto di autodeterminazione. Un’alleanza capace, quindi, non solo di guadagnare il consenso politico e morale di milioni di cittadini ed elettori, ma anche di metter mano ad un concreto programma alternativo di rilancio dello sviluppo del paese, base materiale della resistenza contro le iniziative ostili che, almeno in un primo momento, si concretizzerebbero proprio nel tentativo di strangolamento economico. Una simile alleanza non può non prevedere un riavvicinamento di ciò che in questi anni è stato (a volte artificiosamente) separato: e quindi una riunificazione dei diversi spezzoni in cui si è frammentato il lavoro dipendente, ed una nuova relazione tra l’intero mondo del lavoro dipendente ed una parte significativa delle piccole e medie imprese. Questo riavvicinamento si presenta indubbiamente come cosa assai difficile, e richiede decisi mutamenti di atteggiamento sia agli uni che agli altri. Proprio per questo conviene parlarne da subito, e con franchezza, precisando che quanto dirò vale sia nell’ipotesi di una rottura prodotta dal nostro paese che nell’ipotesi di una rottura subita: le turbolenze ed i rischi di regressione in questo secondo caso non sarebbero inferiori (anche per la presenza di una ormai innegabile tendenza alla guerra) alle conseguenze di un nostro scatto di dignità nazionale.

Ogni discorso che riguardi l’alleanza tra le diverse classi che oggi subiscono la sottomissione all’euro ed all’Unione europea non può non tener conto di un fatto tanto macroscopico quanto spesso sottaciuto. Ossia del fatto che in Italia, negli ultimi 30 anni o giù di lì, l’unica classe sociale che non ha goduto di una propria, autonoma, rappresentanza politica, né ha potuto giovarsi di organizzazioni categoriali che non fossero colluse con la controparte, è la classe dei lavoratori dipendenti, o comunque subordinati. Mentre le diverse categorie di imprenditori, pur perdendo tradizionali “tutori” della Prima repubblica, ne hanno trovato subito altri e più aggressivi, la classe dei lavoratori dipendenti è scomparsa come classe politicamente autonoma (ovviamente il presupposto di questo discorso è che il PD non sia né un partito “laburista” né un partito almeno interclassista come la vecchia DC), e nello stesso linguaggio comune si sono affermati come protagonisti solo gli imprenditori da una parte ed i consumatori dall’altra. Questo drastico mutamento della costituzione materiale del paese (precondizione dei diversi stravolgimenti della costituzione formale) ha consentito lo stabilizzarsi di un modello di sviluppo assai fragile, perché fondato quasi esclusivamente sulla compressione dei salari, ed ha visto il suo apogeo nella sostituzione della lira con l’euro, sostituzione che appare quindi non come causa esclusiva o principale della compressione dei salari , ma come ulteriore (ed in certo qual modo “definitivo”) strumento di una strategia di classe iniziata da tempo e concordemente perseguita da tutte le frazioni dei capitalisti nostrani.

Ora, e per fortuna, una parte non trascurabile degli imprenditori si pronuncia con durezza contro l’euro e comincia a deprecare gli effetti di una flessibilità del lavoro che inevitabilmente conduce alla depressione della domanda interna. Una alleanza con questi imprenditori è dunque possibile, utile e necessaria. Non solo perché si tratta di forze economicamente rilevanti e quantitativamente ingenti (stiamo infatti parlando soprattutto di piccoli imprenditori), da cui non si può prescindere nella dura battaglia che si profila. Ma anche perché un’alternativa credibile al modello di società vigente in Italia, se deve necessariamente prevedere, come io credo, una decisa estensione della proprietà pubblica sui grandi gruppi industriali e bancari, prevede altresì la persistenza (ed in buona misura anche la tutela) di un forte settore di piccola e media industria dinamica, oltre che di un Terzo settore liberato dalla sua funzione di grimaldello della privatizzazione. Bene. Ma la condizione preliminare per un’alleanza seria è proprio il riconoscimento della specificità e dell’autonomia di tutti gli interessi in causa, quindi anche (e direi “soprattutto”, visto il clima culturale attuale) di quelli dei lavoratori dipendenti e subordinati.

Nessuna alleanza è possibile se si presenta come illusoria cancellazione delle differenze di classe, piuttosto che come intelligente mediazione fra esse. Quella parte di imprenditori che intende liberarsi dal giogo dell’euro e dell’Unione europea e che più di altri subisce il calo della domanda interna dovrebbe quindi non solo divenire consapevole della necessità di un ampio fronte sociale, ma anche comprendere che, perché un tale fronte si costituisca e funzioni, la flessibilità del lavoro deve essere sostituita, nel suo ruolo di incentivo alla crescita, dall’intervento dello stato quale fornitore di credito e quale agente dell’espansione della domanda. Deve, insomma, essere abbandonato quel modello liberista che ha avvelenato l’Italia per troppi anni, che ha impoverito i salariati e che ha offerto alla piccola impresa illusori margini nei tempi buoni, per poi soffocarla all’arrivo della crisi.

E’ per questi motivi che non credo che le attuali forze politiche della destra (nemmeno quelle che sono momentaneamente esterne all’area di governo) siano in grado di promuovere la grande alleanza oggi necessaria: sono troppo legate al modello liberista (interpretato sovente come un liberismo a metà, che funziona esclusivamente sul mercato del lavoro), troppo inclini a spazzar via l’euro tenendosi però la flessibilità del lavoro e, aggiungo, troppo atlantiste per poter affrontare davvero il problema. La posizione della destra sui diritti civili, che a volte viene sbandierata come ostacolo di principio a qualunque tipo di convergenza, qui c’entra poco o nulla. Non la condivido assolutamente. E penso che, pur se è diventata, per la “sinistra” il sostituto di ogni politica d’eguaglianza e il pretesto per appoggiare le più ipocrite guerre, la battaglia per i diritti civili resti fondamentale per la costruzione di un socialismo non autoritario (che non abbisogni, quindi, di capri espiatori da individuarsi oggi negli omosessuali, domani negli immigrati, negli “alternativi” e poi chissà…). Ma tutto ciò non impedirebbe un’ alleanza con qualsivoglia forza di destra costituzionale che avesse un accettabile programma economico di fase. Ciò che oggi ostacola tale alleanza non sono le idee sulla fecondazione eterologa, ma quelle che riguardano le modalità di assunzione e licenziamento, per intenderci. Certo, mi si può obiettare che l’importante, adesso, è unirsi contro l’euro: per il resto si vedrà. E si può aggiungere che pur se non si crea una vera alleanza, una semplice convergenza su obiettivi comuni in sedi comuni può essere comunque utilmente perseguita. Concordo: figuratevi che sarei disposto a convergere anche col PD, se mai fosse tatticamente necessario, perché non dovrei farlo con Crosetto? Perché dovrei porre veti alla destra populista e non farlo con la destra tecnocratica, momentaneamente rappresentata dal traballante Renzi? Il problema è, però, che le convergenze tattiche con questo e quell’altro non basteranno: la scelta di uscire dall’euro e di darsi un modello di sviluppo capace di far davvero progredire il paese è talmente ardua e difficile, talmente forti saranno le reazioni ad essa che soltanto una profonda e stabile unità dei cittadini italiani (e di coloro che cittadini ancora non sono e dovrebbero comunque esserlo) potrà consentirci di attraversare questo passaggio. Anche solo per unirsi efficacemente contro l’euro, e per uscirne bene, è quindi necessario un programma che possa davvero convincere i lavoratori dipendenti, ossia la grande maggioranza dei cittadini, che oltre l’euro non c’è la temuta catastrofe inflazionista, non c’è “solo” la svalutazione, ma anche il rilancio della domanda tramite investimenti pubblici e la fine della precarietà.

La costruzione dell’alleanza passa quindi per una trasformazione della cultura e degli atteggiamenti degli imprenditori italiani.

Ma una trasformazione di non minore entità deve riguardare la cultura e gli atteggiamenti dei lavoratori. Che oggi sono alleati del capitale europeista, oppure del capitale semi-protezionista colluso col primo, oppure stanno a guardare. Che in buona sostanza oscillano tra ribellismo (a parole, per ora) e conservazione. Mentre il ribellismo non ha bisogno di particolari spiegazioni, qualche riflessione in più merita l’atteggiamento conservatore dei lavoratori, e non solo quello dei lavoratori più culturalmente deprivati e più isolati che, secondo diverse analisi, spaventati dalla globalizzazione e dai rischi dell’individualismo ripiegano nell’appoggio alle forze tradizionalmente definite come conservatrici. Mi interessa piuttosto il conservatorismo della parte più politicizzata e organizzata dei lavoratori, quella che si riconosce, in larga misura, nei sindacati maggioritari e nel PD ossia nelle forze che hanno attivamente promosso la modifica in peius dei rapporti sociali in Italia. Perché pagare tessere a chi, tanto per dirne una, è incapace di inscenare una qualche pur apparente protesta contro la signora Fornero? Perché un popolo che ad ogni piè sospinto se la prende con le banche continua a votare chi delle banche è terminale politico? Una spiegazione razionale forse c’è. Mentre i grandi e medi imprenditori possono avere influenza politica anche senza riferirsi stabilmente ad una organizzazione categoriale o partitica (vuoi perché riescono a farsi tutelare direttamente dallo stato, vuoi perché possono fare lobbying o costruirsi partiti ad hoc), mentre i piccoli imprenditori hanno, nei confronti dell’organizzazione, un atteggiamento impastato di strumentalismo, diffidenza, difesa della propria autonomia e propensione alla defezione, i lavoratori sanno invece di non poter avere alcuna influenza politica se non come membri o sostenitori di organizzazioni. E quindi quei lavoratori che vogliono avere un peso politico tendono ad accettare e conservare (appunto) le organizzazioni ereditate dal passato (soprattutto quando sono, o appaiono, “grandi”) pur conoscendone i limiti, pur sperimentandone a volte con rabbia, giorno dopo giorno, lo snaturamento, finché non sopraggiungano eventi fortemente traumatici e finché non emerga una credibile alternativa.

Ora, i lavoratori organizzati (che spesso sono parzialmente privilegiati rispetto agli altri) hanno fino ad oggi vissuto gli eventi traumatici legati alle vicende europee in maniera relativamente diluita ed attutita: la paura di perdere quel poco che hanno è finora superiore alla pur crescente rabbia verso il tangibile impoverimento delle classi subalterne, e verso il comportamento quotidiano del sindacato e del PD. E d’altra parte non s’è vista nessuna vera alternativa. Un po’ perché il PD è riuscito ancora una volta, con Renzi, ad imbrogliar le carte presentandosi “alternativo a sé stesso”: fedele esecutore delle direttive europee ma anche fermo critico dell’ottusità teutonica e tenace difensore delle prerogative nazionali (!). Un po’ perché i concorrenti si dimostrano, ahinoi, incapaci. Il sindacalismo alternativo e “di classe” non riesce a conquistare lo spazio che pure meriterebbe: e ci si dovrà presto chiedere il perché. La sinistra che per abitudine definiamo radicale, quando non ha ridotto il suo messaggio alla retorica dei diritti e della democrazia partecipata, ha proposto ai lavoratori un modello mutuato dagli anni ’70 ed oggi impraticabile: quello della priorità del “sociale” sul “politico”, quello di un conflitto che nasce come conflitto sindacale e sociale, su questa base cresce, e solo successivamente, e a poco a poco, investe il terreno della politica e dello stato. Modello impraticabile, dicevo, perché oggi le condizioni del mercato del lavoro rendono molto difficile la mobilitazione diretta dei lavoratori sul terreno economico-sociale e impediscono la costruzione di piattaforme sindacali capaci di avere impatto sulle decisioni politiche. Oggi, piuttosto, l’iniziativa dei lavoratori e la stessa lotta di classe possono avere efficacia solo se si presentano come iniziativa immediatamente politica, che investe da subito il terreno dello stato e che mobilita i lavoratori stessi non semplicemente come membri di una classe, ma anche come cittadini. Il filosofo della politica direbbe che quel passaggio da “lavoratore” a “cittadino” che, a partire dagli anni ’80 ha accompagnato il momentaneo tramonto della lotta di classe riassumendosi nella figura del “cittadino consumatore” (il quale grazie alla concorrenza avrebbe dovuto, secondo i diversi Veltroni della sinistra, guadagnare appunto come consumatore quel che andava perdendo come produttore) oggi può presentarsi invece come potenziamento della lotta di classe quando mette capo alla figura del “cittadino ribelle” che si mobilita immediatamente per la destituzione delle attuali élite, e quando a tale destituzione consegue una seria redistribuzione del potere politico ed economico.

Questo mutamento della forma dei conflitti, che risulta del tutto incomprensibile alla sinistra radicale e ne spiega l’irrilevanza, è stato invece intuito dal M5S che proprio ponendosi come portabandiera dei cittadini contro i potenti, e proprio ponendo con forza l’obiettivo della conquista del potere e della democrazia diretta ha saputo compiere il miracolo di costruire “dal nulla” un’alternativa elettorale. Solo che il M5S, oltre ad essere troppo oscillante sulla questione dell’Europa, ha il difetto di interpretare il tema della cittadinanza come diluizione e non come spostamento del conflitto di classe. I “cittadini” appaiono come una massa indistinta che unitariamente lotta contro il “potere”, e non si perde tempo a cercare di comprendere le differenze di interessi trai diversi gruppi sociali e a cercare di mediarle. In poche parole, il M5S non è stato finora in grado di porre il problema della grande alleanza ed anzi le più importanti dichiarazioni del suo leader sono spesso improntate ad una datata polemica antilavorista, ad un disprezzo per intere categorie di lavoratori, ad una facile adesione a versioni piatte della teoria della decrescita che sembrano fatti apposta per allontanare parti significative del lavoro dipendente. Ben più che alle trovate di Renzi ed allo stile scomposto di Grillo, il M5S deve il suo momentaneo arresto alla forse congenita incapacità di entrare in sintonia con la latente crisi di rappresentanza del lavoro organizzato e quindi all’incapacità di proporre una credibile alternativa alla grande maggioranza dei cittadini italiani.

Insomma, la diversa percezione della crisi da parte dei diversi gruppi di lavoratori e l’assenza di alternative politiche spiegano l’oscillazione dei lavoratori stessi tra ribellismo e conservatorismo. Questa oscillazione finirà con l’acutizzarsi della crisi e con l’auspicabile creazione di un’alternativa. La cui concretezza si misurerà anche dal saper affrontare il tema della grande alleanza che, da punto di vista dei lavoratori, si presenta sotto almeno tre aspetti.

Prima di tutto si dovrà ricomporre la grande frattura interna al mondo del lavoro, quella che divide i lavoratori maggiormente qualificati e/o garantiti da quelli che lo sono di meno: una frattura che tende spontaneamente a produrre, in assenza di programmi unificanti, comportamenti politici diversi e spesso opposti. Non si sottovaluti l’importanza di questo lato della questione: quando si parla della costruzione dell’unità tra la maggior parte dei cittadini italiani si parla in buona misura della riunificazione del lavoro dipendente, e quindi di un’operazione che non implica affatto l’attenuazione dell’autonomia culturale ed organizzativa dei lavoratori, ma il suo contrario.

Poi si dovrà ricostruire l’unità del ciclo produttivo, tentando di reinternalizzare le “partite iva per forza”, ossia quei lavoratori che sono stati costretti a svolgere come “liberi” imprenditori quelle stesse funzioni subalterne che prima svolgevano come dipendenti. E si dovrà anche stabilire un legame duraturo (prevedendo eventualmente forme particolari di welfare) con le fasce alte delle partite iva, ossia con quei lavoratori di alta qualificazione che non possono ed in ogni caso non intendono essere ricondotti alla figura del lavoratore subalterno.

E finalmente si dovranno formulare proposte adeguate ad attrarre sia le PMI in sofferenza, sia quelle più dinamiche ed internazionalizzate. Se per queste ultime l’alleanza è possibile sulla base dell’ipotesi di nuove relazioni geopolitiche del paese, e quindi di nuovi mercati, nonché di un ruolo propulsivo dello stato, per le prime il discorso deve riguardare, più direttamente, la spinosa questione fiscale. Si dovrà insomma capire che, se è assolutamente giusto puntare alla regolarizzazione fiscale delle PMI, è peraltro indispensabile, per evitare un dramma sociale e per non consegnare miriadi di piccoli imprenditori alla disperazione ed alla destra estrema, proporre uno scambio tra lealtà fiscale ed intervento pubblico (credito, sostegno alle reti di impresa, semplificazione della P.A., investimenti diretti) e soprattutto modulare i tempi della regolarizzazione fiscale su quelli della crisi, prevedendone la piena attuazione solo in una auspicabile nuova fase di sviluppo.

Come si vede, per gli uni e per gli altri l’alleanza è tanto necessaria quanto difficile, perché richiede forti mutamenti negli schemi abituali di interpretazione della realtà. E la difficoltà è aumentata dall’urgenza. Ma la durezza dei fatti ci potrà aiutare, soprattutto se sarà accompagnata dalla chiarezza delle idee.

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Una postilla sulla distinzione destra/sinistra, che è logicamente correlata al tema delle alleanze. In sintesi, io penso che l’idea secondo cui tale distinzione è “superata” sia da respingere, che però la distinzione debba essere ripensata e che, infine, pur mantenendo la distinzione, non si possano affatto escludere convergenze tra una ridefinita sinistra, un centro ed una destra costituzionale.

Che la distinzione destra/sinistra sia ormai superata è tesi da respingere perché è stata una della condizioni culturali del trionfo del neoliberismo. Dire che il dividersi tra destra e sinistra è ideologismo passatista significa dire che di fronte alla presunta modernità dei mercati finanziari non c’è alternativa. La salita dello spread non è né di destra né di sinistra: è un fatto; il giudizio dei mercati non fa riferimento a politiche o ideologie: è puramente tecnico. E così via. La capacità di penetrazione di questa tesi deriva dal fatto che essa utilizza una piccola verità per nasconderne una ben più grande e importante. La piccola verità è quella della tendenziale identità di vedute tra le attuali forze politiche di destra e di sinistra sulle questioni economiche essenziali e spesso sulle stesse questioni istituzionali: una convergenza tanto palese e tanto significativa da costituire oggi l’architrave su cui si reggono sia l’Unione europea che molti degli stati che la compongono. La grande verità che viene nascosta dall’abbagliante evidenza della prima è che, qualunque sia il comportamento delle forze politiche attuali, gli individui e le società hanno sempre la possibilità di scegliere fra alternative diverse e spesso molto diverse. Il rilevare (decantandola o deprecandola) la convergenza tra destra e sinistra serve invece in genere a sostenere, surrettiziamente, che è inutile o impossibile pretendere di operare delle scelte fra alternative reali, quindi che l’universo capitalistico non è trascendibile, e che gli attuali rapporti sociali sono insuperabili: e questo proprio mentre essi stanno dimostrando tutta la loro tragica contraddittorietà.

Tengo dunque ferma la distinzione fra destra e sinistra. Ma per farlo utilmente devo modificare il termine “sinistra”. Non posso dichiararmi sostenitore di una “sinistra senza aggettivi”. La “sinistra senza aggettivi” ha sempre prodotto, in Italia, affarismo parlamentare, corruzione, autoritarismo, guerra. La sinistra ha senso solo quando si connette alle grandi ideologie di emancipazione popolare: il comunismo, il socialismo, il cristianesimo sociale e così via; altrimenti è solo (presunta) modernizzazione, serve solo ad espandere il cosiddetto mercato, a bombardare popolazioni inermi e a correre in soccorso del vincitore. Io penso quindi che la distinzione fondamentale, oggi, sia di nuovo ed ancora (visti gli esiti del capitalismo reale) quella tra comunisti e no. E più precisamente, siccome per me il comunismo può esistere realmente solo come combinazione di diversi modi di produzione, quindi come socialismo, dico che la distinzione significativa è quella tra socialisti e no. Non certo nel senso che chi non è socialista è necessariamente un nemico del popolo, una canaglia ecc. . Ma nel senso che le scelte fondamentali, oggi più di ieri, riguardano i rapporti sociali di produzione, i rapporti di proprietà, e quindi non (o non semplicemente) i diritti civili, le forme della democrazia o la stessa politica economica. La distinzione tra socialisti e no ridefinisce, per quanto mi riguarda, la distinzione fra destra e sinistra. La sinistra è tutto ciò che si avvicina ad una prospettiva socialista, la implica o comunque non la ostacola radicalmente. Il centro e la destra sono definiti dalla minore o maggiore distanza dall’ipotesi socialista.

Detto questo, e quindi mantenuta e ridefinita una distinzione, si può porre positivamente il problema della convergenza tra la sinistra ed una parte del centro e della destra sul tema dell’euro e dell’Europa. Distinguere nettamente non serve, in questo caso, ad escludere, ma serve ad unire in maniera più efficace. Nulla vieta che una sinistra socialista, un centro ed una destra costituzionale si uniscano nel nome dell’autodeterminazione del paese e del recupero di tutta la sovranità realmente possibile. E che successivamente si separino senza tragedie sociali e senza escludere nuove convergenze. Nulla vieta, nemmeno, di pensare che il soggetto politico di cui abbiamo disperatamente bisogno (quello capace di guidare il paese in un frangente così difficile verso un più dignitoso regime economico ed istituzionale) invece di nascere come unione di preesistenti soggetti organizzati di destra, centro o sinistra, debba presentarsi da subito come partito unitario democratico-costituzionale, fatto di persone di diversa cultura politica accomunate dalla scelta di ricollocare il paese nello spazio internazionale e di costruire rapporti sociali più coerenti con la Carta fondamentale. Ma tutto ciò è questione di valutazione concreta delle condizioni attuali, dei rapporti di forza, ecc. . Quindi per ora mi fermo qui.

 

 

 

21 luglio 2014

 

 

  • Intervento assemblea lista Tsipras Roma 19 luglio, gruppo Europa, lavoro ambiente Boghetta Ugo

 

  • La Sinistra e l’Unione antieuropea: la fine delle illusioni Enrico Grassini

  • Facciamo un referendum sul cancro? Alberto Bagnai

 

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Intervento assemblea lista Tsipras Roma 19 luglio:

gruppo Europa, lavoro ambiente

 

(erano concessi 3 minuti)

 

Boghetta Ugo (Comitato politico nazionale PRC)

 

Siamo qui a tentare un nuovo inizio. Per questo motivo interrogarsi sui Fondamentali non è una questione astratta ma molto concreta.

 

Nel breve tempo concesso illustrerò due questioni ostiche nell’ambito della Lista.

 

La prima questione.

Premesso che – come altri interventi hanno già evidenziato – va approfondito cosa intendiamo per New Deal, pongo un’altra domanda: New Deal per andare dove? Il New Deal che proponiamo è un passaggio transitorio o è fine a se stesso?

Per me non ha senso se la proposta è quest’ultima.

Io credo invece che abbia senso se lo concepiamo come transizione verso qualcosa d’altro. Per me questo è un nuovo e diverso Socialismo. Chi mi conosce sa che non sono né dogmatico né ortodosso, per questo parlo di nuovo e diverso socialismo.

 

La seconda questione riguarda il contesto in cui collochiamo la discussione, elaborazione; in quale contesto il New Deal diventa credibile oltre, ovviamente, alla necessità dei conflitti necessari a realizzarlo.

In primo luogo la proposta deve essere esplicitamente e sempre inserita in una critica frontale al liberoscambismo: finanza, Merci, concorrenza fra lavoratori. Altrimenti non c’è nessun New Deal.

In secondo luogo dobbiamo chiederci in quale Europa si inserisce il progetto.

Le recenti elezioni europee hanno ulteriormente evidenziato la critica delle popolazioni a questa Europa. Critica che prende strade di sinistra, spesso di destra.

Emerge sempre con più forza che l’Europa non è unificabile dentro l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa: nazioni e popoli troppo diversi per storia, situazione sociale, economia. Ognuno di questi ha bisogno di politiche specifiche ed a volte contrapposte. Junker ha già detto con realismo che gli Stati Uniti d’Europa non si fanno.

Questo significa che ci terremo questa forma ambigua governata dalla grande Finanza, dalla BCE, dalla Germania e dell’euro. Euro che, avendo valore uguale per situazioni le più diverse, non fa altro che mettere in competizione popoli, nazioni, ceti e classi sociali. Mina l’idea stessa d’Europa.

 

Se questo è il contesto, il PRIMO TRATTATO DA ROMPERE è quello di Maastricht. Quello, cioè che ha deciso il passaggio all’euro. I parametri del 3% e del 60%, resi ancor più stringenti dal patto di Stabilità e dal Fiscal Compact, servivano e servono per aderire e rimanere nell’Unione Monetaria.

 

Questa situazione richiede l’elaborazione di un’altra idea d’Europa: confederale, policentrica, euro-mediterranea, e la riconquista della sovranità nazionale anche sulla moneta come base per un’effettiva espressione della democrazia e dell’attuazione della Costituzione.

 

Questa è la dura realtà delle cose. Negarle non porta da nessuna parte.

 

NB; Questa posizione, per chi non lo sapesse, è fortemente presente in quasi tutti i soggetti della Sinistra Europea, Syriza compresa.

 

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La Sinistra e l’Unione antieuropea: la fine delle illusioni

La sinistra sembra illudersi che la Ue possa cambiare all’interno dell’attuale quadro istituzionale, politico e monetario. Bisogna invece rivendicare la sovranità nazionale e disobbedire al Patto di Stabilità imposto dalla Troika.

Di Enrico Grazzini

Occorre una rottura, un bagno di realismo e uno scatto di coraggio di fronte a questa crisi e a questa Unione Europea che opprime e disunisce i popoli europei. La sinistra italiana ed europea guidata da Alexis Tsipras dovrebbe prendere atto della cruda realtà politica di questa UE appena rieletta e modificare la sua politica pro UE e pro euro nutrita di buone e nobili illusioni. L’ideologia dell’europeismo a tutti i costi rischia infatti di diventare inconcludente, inefficace e impopolare verso la politica economica imposta dalla UE, che è senza dubbio la principale causa della crisi senza fine che affligge drammaticamente l’Europa e l’Italia. Anche considerando che, dopo le elezioni europee, l’opinione pubblica, delusa dalla mancanza di tangibili cambiamenti positivi, diventerà prevedibilmente sempre più anti-Unione Europea.

Matteo Renzi chiede di realizzare gli Stati Uniti d’Europa e reclama la fine dell’austerità senza crescita. Renzi in questo senso è molto più coraggioso e innovatore di Enrico Letta e di Pier Luigi Bersani, il quale, quando ancora sperava di diventare premier italiano, nelle sue interviste al Wall Street Journal rassicurava sul rispetto integrale di tutte le politiche d’austerità. Renzi invece, a differenza di Letta e di Bersani, non intende sdraiarsi sul tappeto di fronte alla Merkel e vorrebbe guidare il (debole e diviso) fronte europeo anti-austerità in nome della “flessibilità”. Ma è molto difficile, per non dire impossibile, che riesca a ottenere qualche risultato sostanziale: infatti alla base della politica europea e tedesca dell’austerità senza fine, della deflazione e della disoccupazione di massa ci sono i trattati di Maastricht, e poi del Fiscal Compact, del Two Pack e Six Pack, già sottoscritti dai suoi predecessori di centrosinistra e di centrodestra al governo. Senza modificare o ripudiare questi trattati capestro è praticamente impossibile rilanciare la spesa pubblica e invertire l’attuale rotta europea puntata sulla deflazione, magari anche sulla recessione e il sempre possibile disastro finanziario.

I trattati sono alla base delle istituzioni e delle politiche deflattive che affliggono da anni l’Europa e costituiscono i bastioni della politica suicida e insostenibile che la Merkel impone all’Europa. Sono questi trattati a dettare regole rigidissima e pignole sui limiti ai deficit pubblici nel breve, medio e lungo termine; ma, in una situazione in cui gli investimenti privati e i consumi sono in caduta libera, senza rilanciare gli investimenti pubblici è impossibile uscire dalla crisi. Grazie alla UE l’Europa è diventata da anni il malato grave dell’economia mondiale. E non riesce a vedere la fine del tunnel.

L’Unione Europea uscita da Maastricht non è nulla di più di questi accordi intergovernativi che potrebbero condurla al dissesto economico e al disastro politico. Non è la patria degli europei ma è una istituzione essenzialmente intergovernativa. Dal loro punto di vista i tedeschi hanno ragione a chiedere il pieno rispetto dei trattati sottoscritti dai governi europei sotto il ricatto della speculazione internazionale. Purtroppo però modificare i trattati è quasi impossibile perché la loro revisione richiederebbe l’unanimità degli stati. Se la revisione dei trattati diventa impossibile, l’unica possibilità è allora di ripudiarli, di uscire da queste regole rovinose. Disconoscere i trattati significa percorrere una strada difficile e dolorosa, piena di rischi, ma probabilmente non esistono alternative realisticamente praticabili. 

Renzi non è l’unico che rischia di sbattere il muso contro il muro dell’ortodossia monetaria liberista e degli interessi egemonici della Germania. Purtroppo anche la sinistra italiana ed europea – quella che ha proposto Alexis Tsipras come leader del Parlamento Europeo – sembra illudersi che la UE possa cambiare all’interno di questo quadro istituzionale, politico e monetario. La sinistra è culturalmente succube di un europeismo federalista che oggi ormai è completamente fuori dalla realtà. 

I fatti recenti parlano chiaro: il Parlamento europeo, nominato solo dal 40% circa della popolazione del continente, è dominato da una coalizione pro-austerità ancora più larga di quella prevista prima delle elezioni, perché comprende non solo i democristiani e socialisti ma anche i liberali europei; la Commissione Europea verrà prevedibilmente guidata dal lussemburghese Juncker che, come ha sottolineato Vladimiro Giacchè su questo sito, rappresenta da sempre gli interessi della grande finanza europea. Ma anche la Commissione conterà poco. I governi – e quello tedesco su tutti – decideranno le questioni economiche e politiche di sostanza.

Tsipras sperava che i socialisti europei cambiassero la loro politica pro Merkel indirizzandosi invece a favore della crescita e dell’occupazione, e per questo motivo era disposto ad eleggere Martin Schulz come presidente del Parlamento Europeo. Ma il compagno Schulz è stato invece nominato da democristiani e liberali e non cambierà politica, se non forse nei dettagli. 

Il Parlamento europeo, nominato solo da una minoranza di elettori e con poteri quasi nulli, è utile unicamente a fornire un velo di legittimità democratica all’Unione intergovernativa. E’ chiamato a ratificare le decisioni dei governi e della Commissione Europea. Non ha poteri propositivi e può poco o nulla in materia economica, monetaria e fiscale, cioè nelle materie che contano. I trattati come quello del Fiscal Compact sono al di fuori della sfera dell’Unione Europea e riguardano solo i governi. 

I governi, e in particolare quello tedesco, determinano le politiche economiche dell’Unione e dell’eurozona. La Germania non mollerà sugli eurobond e non prende neppure in considerazione la possibilità di una maggiore solidarietà europea. E ovviamente Germania, Francia e naturalmente la Gran Bretagna, nonostante i bei discorsi di Renzi, si oppongono a ogni lontanissima ipotesi di federazione europea. 

Anche Syriza di Tsipras probabilmente dovrà riflettere sulla sua linea politica. Il partito della sinistra unita greca è riuscito a consolidare i suoi consensi elettorali ma non ha conquistato i voti necessari per arrivare al governo e cambiare politica economica, come invece sperava. La situazione della Grecia resta disperata dal momento che il debito continua a crescere oltre il 170 per cento. La Grecia è un paese virtualmente fallito a causa del debito estero e dell’ingordigia delle banche tedesche e francesi che in tempi di vacche grasse hanno prestato enormi somme a governi corrotti. E’ un paese strozzato dai debiti. 

Tuttavia per prima volta quest’anno la Grecia ha raggiunto una bilancia commerciale in attivo e un avanzo di bilancio pubblico: quindi non ha più bisogno di capitale estero. A questo punto, secondo alcuni analisti, alla Grecia potrebbe convenire dichiarare default, ritornare alla moneta nazionale e svalutare per recuperare competitività verso l’estero. Una strada difficile e pericolosa ma probabilmente senza alternative per non morire più o meno lentamente per soffocamento da debito. Infatti, anche se vendesse il Partenone, il suo debito pubblico continuerebbe ad aumentare a causa del pagamento degli interessi sul debito estero. 

L’Unione Europea è antieuropea

Al posto di nutrirsi, come il giovane Renzi, di nobili e vacue illusioni federaliste sugli Stati Uniti d’Europa, la sinistra europea dovrebbe riconoscere una realtà sempre più evidente: l’Unione Europea nata a Mastricht non è e non sarà mai l’Unione dei popoli europei. Rappresenta invece manifestamente una istituzione intergovernativa e sovranazionale oppressiva e antidemocratica che intende garantire la sottomissione degli Stati europei agli imperativi della grande finanza tedesca e internazionale. La UE è prona ai diktat dei mercati finanziari e non ascolta il grido di dolore dei cittadini. Se mai c’è una istituzione che, come anticipava Marx, rappresenta il “comitato d’affari” del grande capitale, questa è proprio la UE. Per interpretare la politica dell’Unione occorre leggere Machiavelli piuttosto che Giuseppe Mazzini o Altiero Spinelli. 

L’Unione Europea è nata da governi che avevano differenti e divergenti interessi strategici. I tre democristiani, padri fondatori (di lingua tedesca) della Comunità Europea, l’italiano De Gasperi, il francese Schumann e il tedesco Adenauer, erano sinceramente a favore dell’Europa unita per la pace. Ma la politica federalista di Spinelli era già fallita a causa del nazionalismo francese. E il quadro europeo è poi cambiato completamente con la caduta del muro di Berlino, la nascita della nuova potenza tedesca e la creazione dell’euro. 

Due socialisti hanno cambiato (in peggio) la storia d’Europa: il francese Mitterand e il tedesco Schroeder. Il primo ha imposto la moneta unica alla Germania, accettando però che l’euro fosse fin dalla nascita un marco mascherato; il secondo ha creato, con la deregolamentazione del mercato del lavoro in Germania, con l’introduzione dei mini-jobs e la sua politica pro-business e pro petrolio russo, le condizioni della supremazia tedesca. 

Da allora la storia europea è dominata dall’economia e dagli interessi tedeschi. L’euro di Maastricht ha reso impossibili le svalutazioni e le rivalutazioni. L’euro è però rimasto una moneta debole e incompleta. Con la crisi globale iniziata nel 2008 stava per saltare: la Merkel lo ha salvato concedendo che la BCE di Mario Draghi intervenisse in sua difesa “con tutti i mezzi possibili” solo perché conveniva alla Germania che l’euro non finisse nel caos. 

La moneta unica però non elimina solo la sovranità nazionale: divide strutturalmente le economie e impedisce uno sviluppo sostenibile. E’ una gabbia rigida e stupida, e mortale per le nazioni meno competitive. Infatti l’impossibilità di svalutare all’esterno i prezzi dei prodotti nazionali – come invece fanno senza vergogna e con successo gli USA, la Cina e il Giappone – comporta automaticamente la necessità di svalutare internamente il lavoro e il proprio patrimonio pubblico e privato. E infine di offrirsi in vendita ai paesi creditori per ripagare i debiti.

La crisi globale del 2008 ha reso evidenti i limiti della gabbia monetaria disegnata a Maastricht. Dilaga la disoccupazione, la deindustrializzazione a favore del capitale estero, mentre continuano ad aumentare i debiti pubblici degli stati periferici, come l’Italia. La UE prevedibilmente non cambierà politica, anzi diventerà sempre più rigida nel chiedere il rispetto del Fiscal Compact. Nel nome dell’integrazione europea la UE vuole intervenire in maniera sempre più autoritaria e diretta nelle economie dei singoli paesi europei dettando le sue ricette anche a livello fiscale e di spesa pubblica. 

La UE interferisce nelle economie nazionali imponendo la diminuzione della spesa pubblica, l’aumento della tassazione regressiva sui consumi, la privatizzazione del welfare e dei beni comuni, la deregolamentazione selvaggia del mercato del lavoro con i mini job alla tedesca, e la messa sul mercato delle industrie strategiche nazionali, del risparmio dei cittadini, delle banche. 

Anche l’Unione bancaria è funzionale alla politica di centralizzazione dei capitali. E le controriforme di Renzi sono funzionali al disegno europeo e agli imperativi dei mercati finanziari. E’ però difficile che Renzi abbia successo: anche se riuscisse a completare i suoi “compiti a casa” – cioè ad ottenere un Senato debole e non eletto dai cittadini, una legge elettorale ultramaggioritaria, l’introduzione dei mini-job a 400 euro al mese – non avrà nulla dalla UE. In cambio delle (contro)riforme italiane otterrà dall’Europa ancora più austerità, o magari qualche briciola di investimento che però non modificherà la drammatica situazione italiana.

Rivendicare la sovranità nazionale è di sinistra

Il processo verso gli Stati Uniti d’Europa implicherebbe la sottomissione dei paesi europei ad ulteriori regole sempre più centralizzate e oppressive per integrare l’Europa su base tedesca. Al posto di reclamare una impossibile (e comunque autoritaria) Federazione Europea, la sinistra farebbe invece bene a proporre una politica aggressiva di denuncia per destrutturare questa Unione, ridare voce all’opposizione di massa a questa UE della finanza e della tecnocrazia, e rilanciare l’economia a partire dal livello nazionale, cioè a partire dall’unico livello in cui è ancora possibile (anche se difficile) condizionare democraticamente i governi. 

Occorre riproporre la questione della sovranità nazionale perché solo a livello nazionale è possibile che i popoli riescano a incidere democraticamente sull’economia e sull’occupazione. A livello europeo e intergovernativo le forze progressiste e popolari del continente sono e resteranno prevedibilmente del tutto impotenti. 
E’ una favola sciocca che il nazionalismo sia solo di destra: anche Garibaldi e i partigiani erano nazionalisti e patrioti. Anche Enrico Mattei era un patriota.

Ovviamente il nazionalismo di sinistra è completamente opposto a quello di destra. E’ aperto a nuove forme di solidarietà sindacali e politiche con i popoli europei, a nuove modalità di cooperazione sociale, economica e istituzionale che però non limitino la democrazia. E propone innanzitutto uno sviluppo sostenibile orientato alla piena occupazione, alla garanzia di un salario minimo e di un reddito garantito per chi non ha trovato lavoro. 

L’autodeterminazione dei popoli contro la globalizzazione selvaggia implica una dura lotta per ristabilire l’autonomia nazionale contro i poteri sovranazionali di stampo neo-coloniale. La butta novità di questo decennio è che, anche grazie alla UE, il neocolonialismo monetario ed economico per la prima volta colpisce direttamente le più avanzate nazioni europee e non solo gli Stati del Terzo Mondo. Per questo motivo lasciare alle destre populiste la rivendicazione della sovranità nazionale è folle e suicida. Non a caso la destra occupa lo spazio popolare che la sinistra ha colpevolmente abbandonato. 

La sinistra europea dovrebbe allora abbandonare l’ideologia obsoleta del bel sogno europeista per tentare di realizzare innanzitutto nuove coraggiose politiche nazionali, popolari e solidali in tutta Europa contro questa UE. La sinistra non può lasciare le fasce più deboli della popolazione in mano alle destre populiste. La Lega in Italia è riuscita ad evitare la scomparsa e ad arrivare al 7% dei voti solo grazie alla denuncia dell’euro e della politica europea. Marine Le Pen in Francia è arrivata prima dicendo di difendere i salari operai dalla globalizzazione e dalla UE. Grillo, che ha ottenuto il 20% (e non il 4% della lista Tsipras) alle elezioni europee denunciando le politiche della UE, afferma di non essere né di destra né di sinistra ma poi, a sorpresa, senza discussione, si è unito ai filorazzisti, ultranazionalisti e nostalgici dell’impero dell’Ukip guidata dal britannico Nigel Farage. Schierandosi a fianco di una brutta destra Grillo ha tradito la maggioranza dei suoi elettori progressisti.

La strada per la sinistra europea è stretta e non facile, ma occorre proporre alternative audaci contro questa UE antieuropea che fomenta la crisi. La sinistra ha bisogno di coraggio, realismo e fantasia. L’iniziativa del referendum italiano contro il Fiscal Compact avviata da Riccardo Realfonzo è ottima e dovrebbe ampliarsi ed essere rafforzata. La sinistra dovrebbe proporre di cambiare o ripudiare i trattati europei, di ristrutturare i debiti pubblici, di avviare politiche espansive mirate a combattere la disoccupazione e a reprimere la speculazione; e dovrebbe ridiscutere radicalmente la moneta unica che conviene solo alla Germania. Potrebbe proporre di concordare il ritorno alle monete nazionali con cambi fissi aggiustabili, e di creare una moneta comune (ma non unica) europea verso il dollaro, lo yuan e lo yen. L’Europa potrebbe rinascere con una diversa politica monetaria ed economica, ma occorre una forte discontinuità. 

Purtroppo però in generale sembra che nella sinistra europea, e più ancora in quella italiana, non sia ancora emersa la piena consapevolezza della gravità della crisi e la necessità di una svolta e di una rottura. E’ sempre più forte la necessità di una leadership coraggiosa in grado di formulare politiche popolari a cui sarebbero potenzialmente interessati milioni di lavoratori e di cittadini di ogni nazione europea. Altrimenti si rischia di continuare a subire questa crisi suicida a vantaggio delle destre più estreme. L’Europa soffre e si divide, e la democrazia traballa. 

(10 luglio 2014)

***

Facciamo un referendum sul cancro?

Alberto Bagnai

Su Twitter intravedo tracce di un referendum non capisco bene se sull’austerità o sul Fiscal compact, che porrebbe non so bene quale quesito, con non si sa bene quale scopo. La democrazia diretta, per carità, è una bellissima cosa. L’uso che se ne fa ultimamente suscita qualche perplessità, ma non vorrei entrare in un campo che non è il mio. Quanto a questo referendum, i promotori, va da sé, sono illustri o meno illustri ma comunque ottimi colleghi, tutte brave persone, ovviamente, tutte bene intenzionate, si capisce, e, non occorre dirlo, tutte animate dal desiderio di fare qualcosa. Mi spingo oltre (senza chiedere il permesso): sono animati, gli illustri e meno illustri ma sempre ottimi colleghi, da qualcosa di più di un desiderio. Quello che li anima è la smania ideologica di fare qualcosa, il qualcosismo, l’ideologia velleitaria e perdente dalla quale questo blog si è distanziato fin dall’inizio, per due ben precisi motivi che occorre ricordare a chi è appena arrivato: il primo è che la cosa più importante da fare, ora come sempre, è capire, e per capire non occorre scrivere il proprio nome su una qualche lista, occorre viceversa leggere i tanti bravi autori che da decenni ci hanno avvertito del vicolo cieco nel quale ci stavamo mettendo. La seconda è che, per chissà quale motivo, capita che i fanatici del qualcosismo, ancorché tendano a vedersi e presentarsi come persone pure, animate dal nobile e disinteressato movente di fare qualcosa (“qualsiasi cosa!”) pur di “risolvere” la situazione, poi, quando vai a grattare, sotto sotto hanno sempre un interessante network di affiliazioni politicanti cui far riferimento, o hanno ambizioni politiche, sempre tutte legittime in quanto tali, ma non sempre molto condivisibili per il modo nel quale vengono portate avanti.

 

Un esempio fra tutti: mi pare di capire che fra i più illustri promotori di questo nobile referendum sul non si sa bene cosa vi sia uno che dopo aver per anni tuonato contro l’austerità, negando ultra vires il nesso fra questa e l’euro, alle ultime politiche non ha trovato di meglio da fare che candidarsi col partito di Monti (benedetto da Boldrin). Ora dico: ma se vuoi salvare l’euro e le apparenza, almeno candidati con Tsipras, così fai lo stesso il gioco del capitale, ma almeno non vai incontro a sicura perdita, no? No. Perché la politica ha le sue regole. Se uno è nel tenure track, anche una sconfitta fa curriculum. Con il che capisci che quello non solo non difende un ideale (incoerente con i compagni di strada che si è scelto), ma non vuole nemmeno vincere: vuole solo esserci, essere nella compagnia di giro. E ci sarà.

 

Avendo appena postato sul blog di a/simmetrie la versione inglese dell’articolo di Alberto Montero Soler sull’uscita dall’incubo dell’euro, mi sento di condividere rapidamente con voi alcune considerazioni sul perché questo referendum sia, oltre che, come tutti vedono, una colossale presa in giro, anche un drammatico errore politico, e una tessera non trascurabile nel mosaico di scemenze “de sinistra” che stanno contribuendo all’accumulazione di violenza più massiccia nell’intera storia del nostro pur sufficientemente martoriato continente.

 

Perché alla fine ci stancheremo, questo è poco, ma sicuro.

 

Per farlo, però, non chiedetemi di perder tempo a leggere quale sia la proposta. Non ne vale la pena, perché le mie critiche sono a un livello preliminare, riguardano il significato di un’operazione simile, più che i suoi contenuti e le sue modalità di attuazione. Permettetemi invece di farvi leggere come presenta questo significato un amico che stimo, che vi prego di rispettare, e che, se vorrà, potrà intervenire nel dibattito (il quale, però, oggi non può più essere, almeno da parte dei “critici”, confinato nelle segrete stanze. Deve, cioè deve, essere reso pubblico e sottoposto al vaglio dei cittadini).

 

Uno dei più onesti fautori di questa farsa mi scrive:

 

Nei riguardi del referendum tu sottovaluti quanto sarebbe comunque dirompente, se mai si andasse a un voto popolare, che una nazione si esprimesse contro il fiscal compact. Per la CGIL è già un enorme passo in avanti appoggiare una iniziativa del genere. Ma 600 mila firme sono una enormità. Capisco naturalmente le tue perplessità, ma una cosa è essere tiepidi ma dire comunque andate avanti, male non fa, un’altra è andare contro. Ma tu non sei per le mezze misure, io ahimè sì”.

Bene. Inutile dire chi sia, non solo per non violarne la privacy, ma anche perché temo che questo atteggiamento sia condiviso da tutti i fautori, in modalità sostanzialmente analoghe.

Dico “temo”, perché questo atteggiamento è, ahimè, sbagliato, sbagliatissimo.

 

Cerco di sintetizzare il perché in una frase, poi, se il tempo e la voglia ce lo consente, ci addentreremo nei dettagli: la proposta di referendum sull’euro è sbagliata perché da un lato propone una soluzione illusoria, e dall’altro alimenta una pericolosa illusione.

 

La soluzione illusoria

È del tutto illusorio pensare che un allentamento delle regole fiscali possa risolvere in qualche modo i problemi della periferia dell’Eurozona.

 

Intanto, va sempre ricordato che non ci sarebbe bisogno di alcuna modifica dell’attuale assetto istituzionale per godere di un minimo di libertà fiscale, e questo non solo perché, come ha spesso ricordato in Italia Giuseppe Guarino, esistono forti dubbi sulla legittimità del Fiscal compact in quanto fonte normativa, ma anche perché, come ha ricordato Luciano Barra Caracciolo sul blog di a/simmetrie, i Trattati attuali prevedono comunque norme di salvaguardia che, purché si rispettasse la lettera e lo spirito dei Trattati stessi, consentirebbero a paesi in difficoltà di praticare politiche espansive. Quale sia il vantaggio in termini politici di piatire una cosa che ci spetta di diritto ai sensi dei Trattati europei (cioè la possibilità di fare politiche più espansive in caso di crisi) sinceramente continuo a non capirlo. Chi si fa pecora, il lupo se lo mangia. Ma questa saggezza i dispensatori di lezzioncine di saggezza politica pare non l’abbiano interiorizzata.

 

Al di là del pur rilevante quadro normativo e politico-strategico, che denuncia questa operazione come inutile e quindi perdente, la stretta, magari anche gretta, ma comunque irrinunciabile logica economica ci rivela un altro semplicissimo dato di fatto. La reattività dei flussi commerciali (esportazioni e importazioni) alla domanda interna è tale che qualsiasi manovra espansiva attuata in modo non coordinato dai paesi periferici si tradurrebbe in un aumento abnorme delle importazioni nette, determinando una nuova crisi di bilancia dei pagamenti. Questa, cari amici, è una nozione vecchia quanto il mondo, e che quindi i miei illustri o meno illustri colleghi non possono ignorare. Sentite come la mette uno “de passaggio” (e che dove passa fa danni non indifferenti), niente meno che Stanley Fischer:

 

Any one country that expands will create a current account deficit; all countries expanding together avoid that problem

 

ovvero:

 

Ogni paese che pratica una politica espansiva da solo andrà in deficit con l’estero; se tutti i paesi fanno politica espansiva insieme questo problema verrà evitato”.

 

Ve lo dico in un altro modo. I colleghi che chiedono il referendum sul fiscal compact, alla luce della pura logica economica, che lo capiscano o meno (non poniamo limiti alla Divina Provvidenza), che lo ammettano o meno (non lo ammetteranno mai), vi stanno chiedendo di aiutare la Germania. Eh sì! Perché la struttura delle elasticità al reddito delle importazioni italiane, come è noto in letteratura e come un recente e dettagliato studio condotto da a/simmetrie conferma, è tale per cui il soldino che il governo si trovasse a spendere col permesso di mamma Merkel finirebbe per essere speso in parte non trascurabile nell’acquisto di beni prodotti in Germania (o nei suoi satelliti).

 

Una politica fiscale espansiva in Europa funzionerebbe se e solo se venisse praticata dalla potenza egemone, la Germania, che potrebbe tranquillamente praticarla, visto che nessuno glielo impedisce e che quando ha voluto essa ha sempre infranto le regole europee, come perfino quel simpatico caratterista ci ha ricordato qualche giorno fa. Quello che gli illustri non capiscono è quanto spiegano alcuni Alberti (Montero Soler e Bagnai, certo non Alesina): se questa politica espansiva la Germania non la pratica, un motivo ci sarà, no? E il motivo è che essa politica sarebbe consustanziale a una redistribuzione top-down del reddito che (ma guarda un po’ quant’è strana la vita) i capitalisti tedeschi, essendo ricchi e potenti, e comandando a casa propria (e anche altrui), non vogliono fare!

 

Ha più senso chiedere a chi è più forte di noi di fare una cosa che non vuole fare, o togliergli un’arma che gli consente di tenerci sotto scacco? E quest’arma è l’euro, non l’austerità, perché solo il ritorno a rapporti di cambio flessibili permetterebbe ai paesi del Sud di beneficiare di quella sostituzione delle importazioni dal Nord necessaria in caso di politiche espansive interne per evitare squilibri esteri pericolosi (come facciamo vedere nel nostro studio, studio che è stato portato all’attenzione degli illustri colleghi, senza che nessuno degnasse prenderne atto).

 

Quindi la soluzione è illusoria in una duplice dimensione: politica e tecnica. (segue)

 

Il testo completo è su Goofynomics

 

 

 

14 luglio 2014
 Tardo europeismo o europeismo tardo? Aldo Giannuli.
 Documento finale della Direzione PRC: che nulla cambi perchè tutto
cambi ugo boghetta
 Iraq II parte Stefano D’Andrea
*
Tardo europeismo o europeismo tardo?
Gli ‘europeisti’ attuali non sanno assolutamente come arrivare agli Stati Uniti
d’Europa, ma ci vogliono arrivare subito, domani, anzi no: stasera.
Aldo Giannuli.
Mi è capitato recentemente di partecipare ad un dibattito nel quale avevo come interlocutore un fans
particolarmente acceso dell’Europa Unita, nel senso di sostenitore della Ue. Ne è uscito un catalogo di tutti i
luoghi comuni del “politicamente corretto” europeista:
a- Occorre proseguire sulla strada degli Stati Uniti d’Europa che sono la meta immancabile
da perseguire
b- Lungo questo cammino, la Ue è solo una tappa che intanto non va rimessa in
discussione se non per l’introduzione di correttivi democratici (referendum europeo,
maggiori poteri al Parlamento ecc.)
c- l’unica forma concepibile di Europa è quella esistente, con la sua architettura di potere,
la sua moneta unica, agli attuali partecipanti che, semmai, dovrebbero aumentare e non
diminuire
d- se rimetti in discussione questi “dogmi” sei antieuropeista ed, in quanto tale,
“retrogrado”, perché vuoi tornare al nazionalismo che ha generato le guerre europee, vuoi
rimettere indietro le lancette della storia ecc.
L’uomo non era particolarmente intelligente ed esponeva il consueto catalogo di luoghi
comuni europeisti senza alcuna originalità, ma in modo ordinato e zelante, offrendo un
perfetto esempio di tardo europeista. O forse di europeista tardo. fate voi.
Del tardo europeista aveva le riconoscibilissime stimmate: l’incapacità assoluta di
ascoltare, di considerare criticamente il presente, di immaginare qualcosa di diverso
dell’esistente. Questo, per la verità, non è tanto l’abito mentale europeista in quanto tale,
ma l’abito mentale neo liberista applicato all’Europa.
Il neo liberismo, che è stato essenzialmente un fenomeno di regresso culturale
dell’Umanità, si basa essenzialmente su una serie di luoghi comuni di sconcertante
semplicismo e, soprattutto, è una forma di fondamentalismo (al pari di quello islamico)
che esclude contaminazioni, mediazioni, ripensamenti, autocritiche. E’ un’ideologia
integralista capace di immaginare il futuro solo come eternizzazione del presente o, al
massimo, come sua mera proiezione lungo le sue medesime tendenze, senza ammettere
scarti o rotture. L’europeismo attuale è solo l’applicazione di questi principi ideologici di cui
riflette l’identica anelasticità mentale.
Beninteso, l’idea dell’unità europea non era affatto una idea sbagliata al suo sorgere e non
è necessariamente fallita del tutto oggi. Il problema è trovare le forme ed i modi adatti
che, con ogni evidenza, non sono quelli attuali che hanno portato ad un cul de sac dal
quale non si esce se non rimettendo in discussione tutto.
Gli “europeisti” attuali non sanno assolutamente come arrivare agli Stati Uniti d’Europa,
ma ci vogliono arrivare subito, domani, anzi no: stasera. A chiunque gli faccia notare che
la moneta unica ha prodotto risultati opposti a quelli sperati, che non c’è alcuna volontà
unitaria di affrontare la crisi, che l’Europa non è esistita come soggetto politico unitario in
nessuna delle crisi internazionali degli ultimi venti anni ecc. la risposta è sempre la stessa:
“perché c’è stata poca Europa, ci vuole più Europa, ora facciamo sul serio”.
Solo che non sanno spiegare come mai sinora, a distanza di 65 anni dall’inizio del
processo di unità europea, siamo ancora a questo punto e perché certe cose non sono
state fatte prima. Ma, passiamoci su la mano leggera e parliamo del futuro. Vogliamo fare
gli Stati Uniti d’Europa?
Benissimo, facciamoli. Però, per farli, dobbiamo risolvere prima alcuni problemi. Certo: si
tratta di quisquilie, bagatelle, pinzillacchere:
1. primo fra tutti il problema linguistico, perché non si è mai visto uno Stato che non abbia
una lingua veicolare condivisa. Ci sono Stati plurilingui (sono eccezioni per la verità), come
la Svizzera, la Russia (e prima l’Urss), la Cina, l’India, o come lo era la Jugoslavia e
moltissimi altri Stati ospitano minoranze linguistiche più o meno consistenti. Però, in
nessun caso si è trattato di Stati con oltre 25 lingue ufficiali (oltre numerosissime
minoranze linguistiche) e sempre c’è stata una lingua dominante in funzione veicolare per
l’intero territorio statale (il tedesco in Svizzera, il russo in Russia, il Cinese Han in Cina,
l’inglese in India, il serbo- croato in Jugoslavia). Qui non si capisce quale possa e debba
essere la lingua veicolare. Molti pensano l’inglese, che, però, è lingua madre solo di circa il
10% degli abitanti. Inoltre una scelta del genere ammazzerebbe in Europa l’industria
culturale (case editrici, cinematografiche, giornali, televisioni, canzoni ecce cc) di lingua
diversa dall’inglese. I francesi, che sono quelli che lo hanno capito prima degli altri, infatti
si oppongono strenuamente a questa insana proposta.
2. Il nazionalismo è una brutta cosa, d’accordo, ma il senso di appartenenza di un popolo
ad uno Stato deve pur fondarsi su un sostrato culturale comune e dar luogo ad uno
spettro organizzato degli interessi sociali. Dopo di che, se qualcuno riesce ad organizzare
questo spettro sociale e a darsi una base culturale condivisa, ha semplicemente dato vita
ad una nuova aggregazione nazionale.
3. Nella Ue ci sono 7 monarchie parlamentari (Spagna, Lussemburgo, Olanda, Belgio,
Inghilterra, Danimarca, Svezia) e 21 repubbliche fra parlamentari e presidenziali. Gli Stati
uniti d’Europa sottintendono il trasferimento di sovranità all’Unione, per cui non ha senso
che ci siano “capi di Stato” dei singoli paesi. Lasciando per il momento da parte la
differenza di forma di governo fra i due tipi di repubblica, questo significa che diventa
imprescindibile il passaggio alla forma repubblicana degli stati monarchici, perché non si è
mai vista uno stato anche federale che includa stati monarchici e stati repubblicani (unico
precedente storico sarebbe la confederazione tedesca del XIX secolo, ma che, appunto,
non era uno Stato). Saluteremmo con gran piacere una Spagna, una Inghilterra, una
Danimarca, una Olanda ecc. repubblicane, ma siamo sicuri che spagnoli, inglesi, danesi,
olandesi ecc. siano d’accordo? Proviamo a chiederglielo prima?
4. Attualmente l’Europa ha diversi paesi membri che fanno parte dell’Alleanza Atlantica e
della Nato, ma altri (Irlanda, Cipro, Malta, Austria, Svezia, ecc.) che non ne fanno parte,
per cui, in primo luogo occorre stabilire una posizione uguale per tutti, ma, soprattutto,
occorrerebbe rinegoziare (eventualmente) l’adesione come Stati Unite d’Europa e non più
come singoli stati. Va benissimo, ma perché nessuno ne parla?
5. Ci sono poi i problemi di ordine fiscale che ovviamente andrebbero risolti in un
ordinamento unico (poi pensate: abbiamo fatto la moneta unica ma ci siamo dimenticati di
unificare il fisco!) il che andrebbe benissimo per evitare i paesi-vampiro come l’Olanda che
praticano un vero e proprio dumping fiscale dissanguando i paesi “deboli” come Portogallo
e Italia (come dimostra il caso Fiat), ma, ancora una volta, come mai nessuno ne parla?
Siamo sicuri che Olanda e simili siano disposti a discutere del tema?
Potremmo proseguire con i problemi sulla forma di Stato, con i diversi ordinamenti
elettorali ecc. ma ci sembra che sia sufficiente elencare queste cinque priorità. Qualcuno
può avere la bontà di spiegarci da dove iniziamo? Ma, soprattutto, come mai in questo
chiacchiericcio inconcludente sugli Stati Uniti d’Europa, nessuno accenna a questi
problemi?
L’Unità europea è un obiettivo cui non si deve rinunciare, ma la strada per arrivarci è
quella attuale tutta tecnocratica e finanziaria? Sembra evidente che questa strada si ferma
qui e non va oltre. Occorre ripensare tutta la costruzione. Ma gli “europeisti” (ove per essi
si intendano i fautori dell’attuale ordinamento che sognano possa evolvere nei mitici “Stati
Uniti d’Europa”) non intendono ragioni e si dividono in due categorie fondamentali: i
“narco europeisti” e gli “europeisti narcotizzati”. I primi sono le èlite tecnocraticofinanziarie
al potere che spacciano l’ideologia “europeista” sapendoo perfettamente che su
questa strada non si arriva agli Stati Uniti d’Europa, che usano come slogan per
legittimarsi. I secondi sono le “anime belle” affette da “narcosi ideologica” e che,
nonostante tutto, credono ciecamente nel loro sogno, incapaci di affrontare il discorso in
termini di crudo realismo politico e che, per questo, di immaginare nulla di diverso
dall’esistente. E, al solito, sono quelli che fanno più danni, come sempre accade agli
“strumenti ciechi d’occhiuta rapina”.
Fonte:http://www.aldogiannuli.it/2014/07/europeismo-tardo/#more-3908.
**
ORDINE DEL GIORNO DELLA DIREZIONE PRC: che nulla cambi
perchè tutto cambi
ugo boghetta
Leggendo l’ordine del giorno della
Direzione del 6 luglio ci si chiede a che
scopo sia stata riunita: bastava un
comunicato della segreteria.
Allora sorgono dubbi e domande.
Si ribadisce, va da sé, l’impegno per il
proseguimento dell’esperienza della lista
Tsipras. Né si menziona di un cambio di
opinione, così mi è stato riferito, riguardo
alla regola: “una testa un voto”.
Personalmente non potrei che convenire
su questo cambiamento. Da tempo vado
dicendo che era una cosa sbagliata poiché è
evidente che una testa un voto non consente
la gestione del pluralismo molecolare né delle
singole identità.
Nulla si dice però dell’opzione
riguardo alla cessione di sovranità riguardo al
solo aspetto elettorale.
Si è cambiato opinione in merito al modello
della soggettività unitaria?
Vale ancora l’opzione votata dal PRC verso il
modello Izquierda Unida
(soggetto plurale) o si sta passando al
modello Syriza (soggetto unico)?
A questi modelli è legata, come è noto,
l’esistenza o meno del PRC.
In effetti, vista l’assetto caotico della
Lista, un modello duale diviso fra parte
politica e parte elettorale, sembra
improbabile e sbagliato. Per altro verso
la lista Tsipras risulta troppo limitata e
poco rappresentativa come Fronte
politico e sociale ma assai incasinato
come soggetto politico.
Ma, soprattutto, cosa serve alle classi
popolari italiane, ai sinceri democratici,
allo stesso Paese Italia? Nulla di tutto ciò
perchè vi è la coscienza che non è questo
il soggetto che serve, oppure ciò che nasce
è indifferente?
In ogni caso decisiva è la linea e la cultura
politica del soggetto nascente.
Si è parlato tanto di mancanza di
democrazia nella Lista, ma nell’elenco
manca proprio la linea politica: la cosa
più importante.
Hanno deciso i Garanti. Ha deciso Tsipras.
Nulla si è veramente discusso e deciso.
Ed entrambe non sono propriamente la
linea del PRC e della Sinistra Europea.
Sarebbe dunque necessario far chiarezza
e non avere doppiezze.
Anche perchè gli altri dicono la loro.
Viale ripropone un identità fatto di un
elenco: siamo pacifisti, ecologisti,
federalisti (manca sempre il lavoro!).
Revelli a sua volta afferma chiaramente
che in itinere non c’è spazio per le identità
esistenti. Tranne la sua e quella di Viale
ovviamente!
Invece di prendere posizione su questi
temi
si parla di rafforzare la gamba PRC:
è necessario un salto di qualità, bisogna
unire i comunisti nella rifondazione.
A tale scopo
si pensa (addirittura) di organizzare un
convegno!
Cose scritte e riscritte, basti leggere gli ordini
del giorno degli ultimi due/tre anni.
Roba per gonzi dunque.
L’inizio di ogni cosa non doveva essere un
altro? Al congresso abbiamo scritto:”Oggi più
di ieri l’alternativa è tra socialismo o
barbarie”. Parole al vento.
Il comunismo/socialismo è invece sganciato
dalla realtà e derubricato a questione
culturale,a variabile indipendente.
È poi un caso che sia scomparsa la
Conferenza d’Organizzazione? Se si voleva
fare sarebbe stato necessario discuterne ora.
Ci si è dimenticati della decisione del CPN di
approfondire il tema lavoro-sindacato.
Per non parlare di quanto deliberato al
congresso: “Il PRC è inoltre chiamato ad
approfondire il dibattito su la possibile
implosione dell’area euro e della moneta
unica, come possibile conseguenza delle
politiche di austerità, e sulle possibili
proposte alternative e eventuali strategie di
uscita, in difesa dei lavoratori e della
sovranità popolare e democratica”.
O non si fa perchè stiamo vincendo insieme a
Renzi la battaglia contro l’austerità?!
L’argomento a sinistra in Italia è taboo.
A proposito dei reiterati salti di qualità, non
sarebbe meglio cominciare dai documenti
dove si scrive quello che si fa e si fa quello
che si scrive senza cambiare terreno ogni
volta dimentichi dell’ordine del giorno
precedente ?!
Eppure questa separatezza ha un senso: tenere
insieme il partito dei muli con quattro
“fregnacce”. Ma così facendo si va di fatto
verso lo scioglimento del Prc. Parafrasando:
che nulla cambi perchè tutto cambi.
***
Seconda parte Stefano d’andrea
3. L’ISIS e il partito Baath clandestino di Izzat Ibrahim Al Douri.
L’autonomia strategica e tattica dell’ISIS è testimoniata anche da almeno un altro elemento: la disponibilità ad
alleanze tattiche con soggetti completamente estranei, non soltanto all’internazionale islamista ma anche
all’islamismo politico tout court, comprensivo dell’islamismo che ha un’impronta nazionalista.
Sembra un dato indiscutibile che in questo momento, non diversamente che durante la guerriglia contro gli Stati
Uniti, l’ISIS sia alleato della frangia del partito Baath iracheno capeggiata da Izzat Ibrahim Al Douri. In primo
luogo, il governo iracheno, qualche giorno fa, ha annunciato di aver ucciso in un raid aereo il figlio di Izzat
Ibrahim Al Douri, Ahmed al-Douri . In secondo luogo era stato lo stesso Izzat Ibrahim Al Douri a dichiarare che
nella lotta di liberazione dall’Iran i militanti di Al-Qaida sono “fratelli nella jihad”. Succesivamente Al Douri ha
precisato senza negare: “I media hanno deformato le mie parole quando ho detto che i combattenti di Al-Qaida
sono i nostri fratelli nella jihad. Avevo aggiunto: alla condizione che cessino di prendersela coi civili, con la
polizia e con l’esercito e che concentrino i loro sforzi contro gli occupanti ed i loro scagnozzi. Il nemico
principale è l’Iran rappresentato, in particolare, dalla Guardiani della rivoluzione iraniana – i Pasdaran – e
dalla brigata Al-Quds e i suoi alleati. La Resistenza Patriottica si applica solo, come ho detto, contro gli
invasori”. La “ Rivista di difesa italiana ” dà per scontato che in questi mesi in Iraq abbia agito una alleanza che
comprende l’ISIS ma anche altre forze, tra le quali Jaysh Rijal al-Tariqah al-Naqshabandia, l’Esercito degli Uomini
dell’Ordine di Naqshbandi, JRTN. Questa formazione non cessò di combattere l’esercito statunitense ai tempi della
costituzione dei Consigli del Risveglio e in verità sembra aver compiuto azioni di guerra (suppongo contro gli
“iraniani”) anche nel 2012, quando gli Stati Uniti si erano ritirati. Essa riconosce come suo guida Izzat Ibrahim Al
Douri- che è a capo del più vasto Fronte del Jihad per la liberazione e la salvezza nazionale -e ha rivendicato
l’attacco su Mosul preparato da diversi mesi.
Va detto comunque che, se già al tempo della guerriglia contro gli americani, il Baath aveva sostituito, come
cemento unitario della resistenza, l’islam all’ideologia del panarabismo, ormai Al Douri parla come un capo
religioso: “Oggi come ieri, la gente di Al-Anbar sta al fianco dei suoi sceicchi, dei suoi dotti religiosi e sostiene i
suoi combattenti”. Esembrerebbe non lesinare elogi per l’Arabia Saudita e per “la rivoluzione del popolo
siriano”:“L’Arabia Saudita è il baluardo della resistenza contro ogni complotto che ci vuole travolgere sia come
esistenza che come identità. Se non fosse stato per l’Arabia Saudita, il miscredente Iran avrebbe avuto la
supremazia nella nostra regione emanando corruzione e sventure. Dio conservi il regno Saudita che sta
proteggendo la rivoluzione del …popolo siriano, sta proteggendo il Bahrein contro i rivoltosi e sta conservando
l’integrità del Golfo. La fede in Dio dell’Arabia Saudita sta proteggendo anche l’Iraq, l’Egitto, lo Yemen, il Libano
e la Somalia. In Iraq non ci sono terroristi ma rivoluzionari”.
Tuttavia la differenza, almeno a livello astratto, con l’ISIL resta ed è netta: “Abbiamo sempre condannato
l’uccisione di innocenti e civili e condanniamo fermamente quella dei membri dell’esercito, della polizia e dei
funzionari governativi. Condanneremo tutti gli atti orribili, contrari alle leggi celesti e secolari, subiti dagli sciiti,
dai membri delle varie sette religiose e dalle varie etnie”. A livello astratto perché l’intervista è di marzo e a
giugno c’è stato l’attacco all’esercito, che tuttavia si è sfaldato (sul punto tornerò fra breve).
4. Scenari.
Non è dato sapere se l’alleanza tra l’armata islamista internazionale che lotta per il califfato e i nazionalisti,
islamisti e non (ma ormai sembrano tutti essere un po’, anzi parecchio, islamisti) possa reggere. Il dubbio, pur
tralasciando altri profili, trova la propria ragion d’essere nella diversità dei possibili obiettivi strategici. Non si può
escludere, infatti, che i baathisti siano più realisti e disposti ad imporre ed accettare un “governo di unità
nazionale” (ma prima di accettarlo dovranno riuscire ad imporlo: Al Maliki lo ha negato).
Che cosa è il “governo di unità nazionale”? Secondo Ali Reza Jalali, ricercatore e saggista, chiaramente e
dichiaratamente filo-iraniano, sarebbe “un ritorno all’epoca successiva al comando americano dell’Iraq (vi
ricordate del proconsole Bremer?), quella in cui gli USA, senza ancora indire elezioni, e senza una costituzione,
avevano affidato l’Iraq a Allawi. Chi è Allawi? Uno sciita ex baathista, filoamericano, ma non filoiraniano, al
contrario dei democraticamente eletti Jafari e Maliki. Insomma, quello che ora vogliono l’ISIL, i curdi, ma anche
gli americani, è la formazione di un esecutivo di unità nazionale (in barba al risultato delle recenti elezioni, che
di fatto dovrebbero essere congelate), guidato da una figura come Allawi, stimato, tanto per cambiare, anche a
Ankara e Ryadh. Il governo di “unità nazionale” iracheno è solo il tentativo di togliere di mezzo Maliki o il Maliki
della situazione”. Anzi “L’avanzata dell’ISIL è solo un mezzo per ricattare il governo di Baghdad” (Ali Reza Jalali
qualifica come ISIL l’insieme dei rivoltosi, compresi gli ex baathisti). Questa, invero, è la versione “negativa” del
governo di unità nazionale, quella “positiva” è quella di un governo non soggetto minimamente alla influenza
iraniana, statunitense o saudita: un governo totalmente iracheno.
Vi è la possibilità che tra i ribelli prevalgano coloro che aspirano alla versione “positiva” del governo di unità
nazionale, la quale non potrà mai essere concessa dai vincitori delle elezioni (Al Maliki, addirittura, ha del tutto
rifiutato la formula ed escluso ogni governo di unità nazionale). In questo caso, l’esito siriano della rivolta, con
una lunga guerra civile settaria, non potrà essere scongiurato. L’internazionale islamista è ovviamente
favorevole a questa opzione, avendo come fine quello di promuovere una guerra secolare per la ricostituzione del
Califfato. L’ISIS del governo di unitàna zionale non se ne farebbe nulla.
A livello declamatorio, tuttavia, anche Al Douri ha pretese che possono essere soddisfatte soltanto con la guerra
settaria. Per Al Douri, liberata la patria dagli Stati Uniti, si tratta di liberarla dall’Iran: “…la Resistenza patriottica
combatte su cinque piani: 1 – affronta le forze di Swat e le milizie settarie Safawid; 2 – attacca obiettivi strategici
per l’Iran; 3 – elimina collaboratori, traditori e spie; 4 – mina le fondamenta del governo fantoccio filo-iraniano;
5 – cerca e distrugge i centri specifici di presenza iraniana…. Il nemico principale è l’Iran rappresentato, in
particolare, dalla Guardiani della rivoluzione iraniana – i Pasdaran – e dalla brigata Al-Quds e i suoi alleati.
La Resistenza Patriottica si applica solo, come ho detto, contro gli invasori.”: non una guerra di ribelli sunniti
contro l’esercito iracheno, dunque, bensì una guerra di iracheni – per lo più sunniti, ma anche in parte sciiti
– contro milizie sciite safavide.Il completo sfaldamento dell’esercito iracheno nelle zone conquistate dai miliziani
potrebbe essere un segnale che la maggioranza sciita al governo finirà per doversi difendere con milizie sciite,
anziché con un esercito nazionale. Si tratterebbe di una grande vittoria strategica dei ribelli, che non intendono
(almeno gli ex baathisti) combattere contro l’esercito iracheno.
Ormai, l’ideologia degli ex baathisti contrasta sulpiano ideologico quello che chiamano il “progetto safavide”, per
caratterizzare come eresia e nemico storico dell’islam (sunnita) l’egemonia iraniana. Insomma, messi alle strette e
indeboliti, non aiutati da alcuno stato arabo, i sunniti iracheni, sia pure muovendo da una prospettiva nazionale e
avendo provenienza culturale non islamista, potrebbero alimentare un duraturo settarismo religioso.
L’impostazione “culturale” e strategica settaria si va diffondendo: persino i palestinesi vengono invitati a
domandarsi se possono ancora accettare l’appoggio dell’Iran, senza agevolare il “progetto safavide” ( e gli
israeliani ovviamente gongolano). Consapevole della situazione, Nasrallah non è da meno e invita gli sciiti a
imbracciare le armi per combattere gli “estremisti sunniti”, ovviamente, precisa, in difesa dell’Iraq e non di un
gruppo religioso.
I ribelli hanno consenso nelle zone conquistate? I media hanno narrato di esodi di centinaia di migliaia di
persone; tuttavia non è dato rinvenire in rete un solo filmato che mostri il suddetto esodo. Al contrario, molti
filmati mostrano che i ribelli godono di ampio consenso popolare. In realtà, nelle guerre civili, soltanto una parte
minoritaria della popolazione svolge un ruolo attivo, di combattimento o di supporto. Gli altri sono “neutrali” e
disponibili ad accettare coloro che di volta in volta comandano sul territorio. Nelle zone conquistate i ribelli
sembrano avere sufficiente consenso mentre sembrerebbe da escludere che, a parte il problema dei curdi, lo “stato
iracheno” o le milizie sciite abbiano su quei territori una minima capacità di contrastare i ribelli. Per contrastare i
ribelli è necessario portare forze non residenti in quei territori.
5. Il ruolo dei Curdi.
Quale ruolo svolgeranno i curdi in questa vicenda non è chiaro a nessuno. Capita di leggere davvero di tutto. La
Rivista italiana di difesa, nell’articolo sopra citato, crede che Al Maliki sarà “costretto” ad allearsi con i Curdi,
segno che l’alleanza non è “naturale”, probabilmente perché qualsiasi ruolo rilevante dei curdi potrebbe non essere
gradito all’Iran. Non a caso i Curdi chiedono il “governo di unità nazionale”, mostrando in questo modo di
“comprendere” alcune ragioni delle proteste del 2013 e della rivolta del 2014. E infatti, il filo-iraniano Ali Reza
Jalali (si veda la nota sopra citata) sembra dare addirittura per certa l’alleanza dei curdi con l’ISIS (che per questo
autore designa tutti i ribelli sunniti). In Siria, però, curdi e gruppi dell’internazionale islamista si sono scontrati
spesso, con i curdi in difesa dei loro interessi, non certo di quelli del governo di Assad.
6. Il ruolo degli Stati Uniti.
Infine, quale sarà il ruolo degli Stati Uniti?
Intanto gli Stati Uniti hanno generato questa situazione. In primo luogo, aggredendo l’Iraq nel 2003, hanno
distrutto un ordine, uno stato autonomo e indipendente e un equilibrio di poteri con l’Iran. In secondo luogo in
Siria hanno sostenuto ribelli alleati dell’ISIS (negli Stati Uniti lo riconoscono in molti, tra i quali Rand Paul) e
comunque si sono schierati contro il governo di Assad.
Tuttavia, quando erano ancora presenti in Iraq cercarono di riportare un certo equilibrio, scegliendo lo sciita ex
baathista Allawi e, venendo a patto con la resistenza baathista, accettarono la proposta di formare i consigli del
risveglio. In sostanza rifiutarono l’idea di dividere l’Iraq in tre (a tacer d’altro, uno stato curdo indipendente non
poteva essere accettato dall’alleato turco e comunque sarebbe certamente scoppiata una guerra civile volta ad
evitare la disintegrazione dell’Iraq) e cercarono un equilibrio tra le esigenze degli ex baahtisti e la maggioranza
sciita che li aveva autati e aveva approfittato della guerra di aggressione. La proposta di Obama, oggi rifiutata da
Allawi, di formare un governo di unità nazionale dimostra che gli Stati Uniti perseguono ancora la strategia che
avevano quando occupavano l’Iraq, una strategia che è stata smentita dalle elezioni, che hanno visto il successo di
Al Maliki rieletto per la terza volta consecutiva. Ora la strategia è smentita anche dal governo iracheno.
In definitiva, le potenze che si giocano la partita in medio oriente sono Iran, Qatar e Arabia Saudita. I soggetti
coinvolti nella partita sono, oltre alle tre potenze, l’Internazionale islamista, l’ISIS, la fratellanza siriana, gli ex
baathisti, Hezbollah, i curdi, la Turchia, gli sciiti iracheni. La guerra civile irachena, simile alla siriana, è molto
probabile. Gli Stati Uniti hanno combinato un disastro e ormai hanno perso il medioriente, sicché è vero che
dichiarazioni come questa del Dipartimento di Stato americano “Gli Stati Uniti forniranno tutta l’assistenza
necessaria al governo iracheno. ISIS non è solo una minaccia per la stabilità dell’Iraq, ma una minaccia per
l’intera regione”, seguita qualche giorno dopo dalla proposta del governo di unità nazionale – in fondo
contrastante con quella dichiarazione -, sono semplicemente frasi di circostanza e adempimenti dovuti. Gli Usa
sono ormai fuori dalla partita: non dirigono o coordinano niente; e un ulteriore intervento militare non avrebbe
effetti per essi favorevoli come non l’ha avuto l’intervento del 2003; né gli USA sono in grado di pacificare le
forze in campo.
Vedremo come andranno le cose sui fronti, già esistenti o in preparazione, dell’est europeo del pacifico e
dell’America latina. Il Fronte mediorientale per gli USA è perduto. In seguito potranno anche re-intervenire e
realizzare un loro interesse, nella situazione che troveranno e che eventualmente potranno modificare. Tuttavia,
per ora non hanno alcuna capacità di incidere in uno scenario che vede oltre 10 soggetti collettivi coinvolti, i quali
agiscono per uno o altro assetto ad essi favorevole, e sono disposti alla guerra anche per anni o decenni (nel caso
dell’ISIS).

7 luglio 2014
 Cosa sta accadendo e cosa accadrà in Iraq: gli Stati Uniti hanno perso il Fronte
mediorientale stefano.dandre a
 Risparmi, proposta choc degli scienziati «Macché province, aboliamo le Regioni»
 Senato, Regioni, Province; cosa eliminare? Ugo Boghetta
***
Cosa sta accadendo e cosa accadrà in Iraq: gli
Stati Uniti hanno perso il Fronte mediorientale
stefano.dandre a on June 26, 2014
Sommario: 1. La versione ufficiale semplificata e distorta; 2. L’ISIS e Al Qaeda; 3. L’ISIS e il partito Baath
clandestino di Izzat Ibrahim Al Douri; (4. Scenari;5. Il ruolo dei Curdi; 6. Il ruolo degli Stati Uniti.)
1. La versione ufficiale semplificata e distorta.
I media ufficiali diffondono la notizia che l’ISIS o ISIL, che spesso affermano superficialmente essere affiliato ad
Al Qaeda, rientrato in gran parte dalla Siria, avrebbe conquistato importanti città e province irachene.
Gli “antimperialisti” nostrani e stranieri (antisionisti e anti-statunitensi anziché italiani patriottici) i quali, con il
chiaro ruolo di tifosi-spettatori, in medio oriente affidano il loro desiderio di indebolimento degli Stati Uniti e di
Israele al triangolo Iran-Assad-Nasralllah (ora con l’appendice iraniana Al-Maliki), si affannano a diffondere e
sostenere la versione, come sempre semplificatissima e quindi falsa, propagata dei media ufficiali, osservando che
L’ISIS sarebbe un fantoccio statunitense (“si guardi attentamente come la BBC copre gli avvenimenti in Iraq e
saprete chi c’è dietro tutto ciò”).
In realtà le cose sono un po’ più complesse. Molto più complesse.
2. L’ISIS e Al Qaeda
Al Qaeda è ormai da molto tempo una sigla, che designa piu’ che un network, un centro strategico dotato, fino ad
ora, di una notevole autorevolezza nella galassia dell’internazionale islamista e quindi di una capacità di comando.
Questo centro strategico è sostenitore da sempre di un salafismo anti-Saud, perché nasce proprio in risposta al
tradimento dei Saud. Infatti, in occasione della prima guerra del Golfo, i Saud anziché affidare la difesa
dell’Arabia Saudita da una possibile invasione dell’Iraq ad Osama Bin Laden – che, a quel tempo, ospite alla corte
dei Saud, aveva ingiunto al ministro degli esteri di non consentire l’istallazione di basi statunitensi in Arabia
Saudita e di affidare la difesa a se stesso, mettendo a sua disposizione un esercito di 60.000 uomini – preferirono
consentire l’installazione di basi militari statunitensi in Arabia Saudita. Oggi nella galassia comunemente
denominata Al Qaeda si distinguono “il nucleo originale di Al Qaeda” “gruppi affiliati”, “gruppi alleati” e “reti
che sono ideologicamente ispirate da al Qaeda”.
L’obiettivo finale di questo centro strategico, finora autorevole, della internazionale islamista è la ricostituzione
del Califfato, composto da emirati aperti, appunto, al Califfato. In questo disegno i Saud non avrebbero il loro
Emirato ma dovrebbero essere rovesciati.
Tuttavia, quando si lancia una guerra secolare come quella promossa dal gruppo di Osama Bin Laden e Al
Zawahiri, non tutti gli avvenimenti vanno come si vorrebbe. In particolare, può accadere e nel nostro caso è
accaduto, che alcune formazioni combattano per anni, ottengano vittorie o pareggi contro potenti eserciti stranieri,
dimostrino di avere capacità militari, di reperimento dei fondi, di saper attrarre consenso e giovani guerrieri
volontari, di generare capi carismatici. E questi capi o comunque gli alti comandi del gruppo, possono avere una
strategia diversa da quella di chi inizialmente ha lanciato la guerra secolare per la ricostituzione del Califfato. E’
ciò che è accaduto all’ISIS, un tempo ISI, ossia Stato Islamico in Iraq.
Lo Stato islamico in Iraq nasce nel 2004 con il nome di “Jama’at al-Tawhid wal-Jihad”, “organizzazione del
monoteismo e del Jihad”. L’aggressione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti e la guerra contro la resistenza baathista
è l’occasione che fornisce all’internazionale islamista per la ricostituzione del Califfato la possibilità di partecipare
a una seconda importante guerra (dopo quella afghana) e di attrarre nelle sue fila giovani islamisti da ogni parte
del mondo.
Inizialmente la resistenza irachena è essenzialmente baahtista. La resistenza infatti era stata preparata, anche con
ingenti immagazzinamenti di armi, già nel 2000 dalla direzione del partito Baath. Ancora nel settembre del 2005,
chi era ben informato sullo svolgimento della guerra di liberazione, dichiarava : “Al momento attuale abbiamo
molti gruppi differenti che lottano contro l’occupazione coloniale americana, e queste organizzazioni hanno
caratteri ideologici diversi e comprendono forze progressiste, gruppi religiosi, nazionalisti, ma la organizzazione
principale resta quella del partito Baath. Quanto ai legami di queste organizzazioni tra loro, posso dire che vi è
una forte coordinazione e collaborazione.
Se la resistenza è stata preparata, come si spiega la proliferazione dei gruppi religiosi islamici?
Durante una guerra di liberazione è molto importante che nella lotta contro l’occupazione vengano mobilitate
tutte le forze. Tutte le esperienze hanno mostrato che quando si tratta della liberazione di un paese tutti i tipi di
ideologie e di indirizzi vi prendono parte; per esempio, nel Vietnam, contro l’occupazione degli americani sono
scesi in campo i buddisti. Quanto all’Iraq, noi stiamo lottando contro il più pericoloso colonialismo mai visto
nella storia dell’umanità, e poiché non abbiamo aiuti dall’esterno, le circostanze hanno obbligato tutte le forze ad
unirsi fra loro per garantire la liberazione dell’Iraq. Le organizzazioni islamiche stanno lottando fianco a fianco
con le forze progressiste e con quelle laiche, e questo è quantomai importante e necessario per cacciare
l’occupazione imperialista ”. La stessa fonte, tuttavia, in quella medesima occasione, ammetteva che l’arma
strategica della resistenza irachena, quella che stava sancendo la vittoria della resistenza medesima, erano gli
attacchi suicidi: “La faccenda dei combattenti suicidi non si limita alle organizzazioni islamiche; anche
organizzazioni del partito Baath effettuano delle operazioni suicide. Questo tipo di azione è l’arma più efficiente
nelle mani della resistenza irachena: essa costituisce l’arma irachena di distruzione di massa, in grado di agire
come deterrente contro le forze americane che occupano il paese e di sconfiggerle. La resistenza irachena
impiega armi semplici, mentre i suoi avversari hanno armamento altamente sofisticato, come caccia a reazione,
carri armati, missili, e tecnologia moderna. Pertanto, le uniche armi che ha la resistenza per neutralizzare tale
tipo di superiorità sono le operazioni suicide. Vorrei ricordarle che questo tipo di operazioni è stato usato anche
dalle Tigri vietnamesi e tamil, come pure dalle organizzazioni palestinesi”.
Tuttavia, gli shahid, ossia i combattenti suicidi, l’arma strategica della resistenza, non erano un’arma della quale i
baathisti disponessero in gran quantità. Al contrario gli islamisti e in particolare l’ISI, formazione
dell’internazionale islamista, ne disponevano senza limiti. Questa è certamente una delle ragioni per le quali, con il
passare del tempo, la “resistenza islamista” e in particolare quella dello Stato islamico in Iraq (ISI) andò
rafforzandosi continuamente e finì per attrarre molti giovani combattenti iracheni: in guerra, coloro che sono
coerenti ed efficaci ottengono seguito; e chi dispone di uno, due, tre uomini al giorno che si lanciano in attacchi
suicidi ha una efficienza micidiale ed è coerente fino all’estremo limite pensabile. Il medesimo fenomeno, è il caso
di osservare, si è ripetuto tra il 2012 e il 2013 in Siria, dove la lotta armata era stata promossa da organizzazioni
legate alla fratellanza musulmana, siriane e poi straniere. Tuttavia, dal momento della battaglia di Aleppo,
l’internazionale salafita islamista, incarnata dalla formazione di Jabhat al Nusra, è entrata prepotentemente nello
scenario di guerra. I combattenti di Jabhat al Nusra, tramite camion bomba guidati da shadid, in un solo giorno e
con un solo morto , riuscivano a far sloggiare le basi e le postazioni dell’esercito siriano, le quali fino ad allora
resistevano pe mesi, e provocavano tra i combattenti islamisti nazionalisti della fratellanza (e in mercenari inviati
dal Qatar) numerosissime vittime. Anche in questa occasione abbiamo assistito ad un enorme travaso di giovani
combattenti (siriani e accorsi da ogni parte del mondo) dalle fila delle originarie formazioni verso Jabhat al Nusra.
La resistenza baathista. pertanto, si trovò davanti un secondo “nemico”, ulteriore rispetto agli eserciti statunitensi,
“nemico” che fino ad allora combatteva al suo fianco sia pure per un obiettivo diverso e con nemici parzialmente
diversi (tutti gli sciiti, anziché soltanto i militari e i poliziotti collaborazionisti) .
Ma vi è di più, nel 2007 la resistenza irachena si convinse di tre idee che sono state cosìefficacemente riassunte in
tre punti:
“Il primo è che l’influenza iraniana rappresenta un pericolo maggiore rispetto all’occupazione americana,
poiché quest’ultima cesserà prima o poi, mentre l’influenza iraniana è permanente, ed interferisce con gli
equilibri sociali, confessionali e demografici dell’Iraq.
Il secondo dato è che, mentre le forze sciite possono godere del sostegno militare, finanziario e politico iraniano, i
paesi arabi circostanti appaiono indecisi e poco determinati a sostenere la corrente sunnita, fatto che determina
un’assenza di equilibrio regionale tra sunniti e sciiti.
Il terzo dato concerne il fatto che opporsi a due occupazioni contemporaneamente – quella americana e quella
iraniana – non è né realistico né praticabile. Ciò spinge a puntare al nemico più pericoloso – l’influenza iraniana
– stabilendo invece una tregua con l’altro nemico – gli Stati Uniti – e spinge, anzi, a ricorrere a quest’ultimo al
fine di rovesciare a proprio vantaggio gli equilibri militari, politici e di sicurezza”.
“Sulla base di queste convinzioni è nato il progetto dei “Consigli del Risveglio” sunniti, che è stato ‘smerciato’
agli americani ad opera di ex comandanti della resistenza irachena e di leader tribali, ed è stato adottato
dall’amministrazione americana; e non viceversa”. I consigli del risveglio avevano il compito di combattere “Al
Qaeda”, ossia l’internazionale islamista, che in Iraq aveva la forma dell’ISI; contestualmente i sunniti avrebbero
partecipato alle elezioni provinciali.
La frazione del partito Baath che faceva capo a Izzat Ibrahim Al-Douri, non entrò nei Consigli del Risveglio,
decise di non combattere gli islamisti dell’ISI e alla fine del 2008invitò i sunniti a disertare le elezioni provinciali.
Pertanto dalla fine del 2007 l’esercito degli stati uniti fu combattuto quasi esclusivamente dall”ISI e da altre
formazioni islamiste nazionali. L’Esercito degli Uomini dell’Ordine di Naqshbandi, esercito dei dei Sufi iracheni,
pienamente nazionalisti, che faceva riferimento ad Al Duri, fu tra le poche formazioni non islamiste (anzi
fieramente antislamiste) a continuare a combattere gli Stati Uniti. Su quest’ultimo punto tornerò, perché è
decisivo.
Lo Stato islamico in Iraq può dunque vantare un grande titolo di onore (nei confronti di altre formazioni
dell’internazionale islamista): quello di aver combattuto in Iraq contro gli sciiti (tutti avversati dall’ISI), contro i
consigli del risveglio e contro gli statunitensi e di aver pareggiato mantenendo il controllo di alcuni territori.
Questo titolo, comprovato da migliaia di filmati che su youtube mostrano le operazioni militari complesse che ha
compiuto, nonché le centinaia e centinaia di shahid, che erano il perno delle operazioni di attacco, conferisce
evidentemente all’ISIS una tendenza all’autonomia strategica e tattica non accettata da Al Zawahiri.
Infatti, in occasione dell’entrata dell’ISIS in Iraq, Al Zawahiri aveva definito l’intervento come un “disastro
politico” per Al Qaeda ed effettivamente ISIS e il Fronte di Jabhat Al Nusra si sono scontrati in numerose
occasioni. Al Zawahiri, il 3 maggio di quest’anno, ha ordinato all’ISIS di rientrare in Iraq. L’ISIS ha però rifiutato
di ubbidire, replicando: “Lo Sheikh Osama ha unito tutti i mujahedeen con una sola parola, ma tu (al-Zawahiri,
ndr) li stai dividendo”, ha detto Adnani, il portavoce dell’ISIS, con un riferimento al fondatore di al-Qaeda Osama
bin Laden. Il portavoce dell’Isis ha quindi chiesto a Zawahiri di sostituire il leader di al-Nusra Abu Mohammed al-
Jolani affermando: ”o continui con gli errori e la testardaggine, o ammetti i tuoi errori e li correggi. Hai reso i
mujahedeen tristi e li hai resi nemici sostenendo il traditore (Jolani, ndr), ci hai fatto sanguinare il cuore. Sei tu
che hai istigato il conflitto e tu lo dovresti estinguere”. Secondo L’ISIS Al Nusra non sarebbe sufficientemente
determinato e le tattiche molli che adotterebbe ne farebbero di fatto una specie di “alleato” di Assad.
Può ben essere che rientrando in Iraq per la conquista di Mosul e di e altre città irachene, l’ISIS abbia alla fine a
suo modo obbedito, ma ha comunque mantenuto il controllo di alcuni territori siriani.
*
Risparmi, proposta choc degli scienziati
«Macché province, aboliamo le Regioni»
La Società geografica italiana: sono enti artificial
ROMA — Su un punto il nuovo e ingovernabile Parlamento italiano potrebbe votare addirittura
all’unanimità. L’abolizione delle province è nel programma di tutti i partiti. La chiede Beppe Grillo, la
invocano Pdl e Lega, che pure avevano frenato sul taglio proposto dal governo Monti, e anche Pierluigi
Bersani l’ha infilata tra gli otto punti sui quali cercare disperatamente una maggioranza. Eppure se dalla
politica la parola passa agli scienziati, la cartina d’Italia dovrebbe cambiare in un altro modo. La
«proposta per il riordino territoriale dello Stato» arriva dalla Società geografica italiana, associazioni di
studiosi che promuove la ricerca in questo campo. In sintesi: abolizione di tutte le Regioni, anche di
quelle a statuto speciale. Accorpamento delle province, che scendono dalle oltre 100 di adesso a 36. E
trasferimento di tutte le competenze delle vecchie regioni alle nuove maxi province, che diventano
l’unico gradino intermedio tra il Comune e lo Stato.
«ENTI ARTIFICIALI» – Ma perché difendere le province, che almeno a parole tutti vogliono
cancellare, e spostare il mirino sulle Regioni? È vero che pesano molto meno sul bilancio dello Stato: 11
miliardi di euro l’anno contro i 182 miliardi delle Regioni anche se con la loro abolizione si
risparmierebbero in realtà solo gli stipendi dei politici e quindi molto meno. Ma non è questo il punto
secondo la Società geografica: «Le Regioni sono enti artificiali — dice il presidente Franco Salvatori —
perché nascono come semplici compartimenti statistici per aggregare dati». E il professore sa bene di
cosa parla. La cartina delle Regioni venne disegnata verso la fine dell’800 da Cesare Correnti, primo
presidente proprio della Società geografica. «Poi — racconta ancora Salvadori — durante l’Assemblea
Costituente vinse l’idea del regionalismo di Sturzo. E non sapendo come tradurla in pratica si andò a
ripescare quella vecchia ripartizione statistica». Confini artificiali e artificiosi, insomma. Senza una vera
ragione storica, senza una tradizione culturale o economica a dare corpo e anima a quelle linee
disegnate sulla cartina.
«TERRITORIO A MOSAICO» – E non si può dire forse lo stesso per le province? «No, perché il
territorio italiano è un mosaico di città. Ed è intorno alle città che si è sempre organizzata la vita delle
persone». Un tempo si diceva che la provincia è quel territorio che può essere coperto in una giornata di
cavallo. Oggi al cavallo bisogna sostituire la macchina. Ed è per questo che la cartina studiata dalla
Società geografica è molto spinta. Anche più di quella del governo Monti, approvata in consiglio dei
ministri e poi lasciata morire in Parlamento, che lasciava in piedi il doppio delle province, un settantina
in tutto. Nella proposta dei geografi Milano si unisce a Pavia, Brescia forma un terzetto con Verona e
Mantova, Pisa e Livorno finiscono sotto lo stesso tetto con l’aggiunta di Lucca, Massa, Carrara e La
Spezia. Roma si fonde con Viterbo e Rieti, Napoli con Caserta, mentre Abruzzo, Umbria e Basilicata
diventano di fatto province.
PREVISIONI – Un puzzle molto diverso dalla cartina d’Italia come la conosciamo oggi, anche, perché
possono essere messe insieme anche province che appartengono a regioni diverse, visto che le regioni
non ci sono più. Resta da capire che fine farà questo lavoro. «Noi — dice il presidente della Società
geografica — vogliamo dare il nostro contributo di esperti. Le province sono considerate più aggredibili
perché con gli anni sono state svuotate delle loro competenze. Ma a ben vedere sarebbe più sensato
cancellare le Regioni. Naturalmente sarà la politica a decidere quale delle due strade prendere». Sempre
che non resti ferma davanti al bivio.
Lorenzo salvia
corriere della sera 21 marzo 2013
Senato, Regioni, Province; eliminare?
Ugo Boghetta
Nella Commissione del Senato stanno votando la modifica al ruolo del Senato stesso. A sinistra si
pensa che sia un attentato alla democrazia. Così si è anche detto della soppressione delle Province.
Io non lo penso affatto. Penso invece che la sinistra manchi di un progetto di trasformazione delle
istituzioni democratiche e dello Stato e questo la porta a critiche banali, a luoghi comuni..
ciò che non è certo accettabile è la motivazione della soppressione o cambiamento: i costi della
Politica. E che tutto ciò venga fatto per accontentare la pancia del popolo e trasformare la
sacrosanta critica della politica in qualunquismo: “che tutto cambi perchè nulla cambi”.
È in questo senso che l’impostazione di Renzi è anti-democratica, così come lo è l’italicum.
La semplificazione degli istituti democratici per i cittadini è invece una cosa positiva poiché in
questo modo si hanno più possibilità di comprensione e controllo. In secondo luogo,
l’organizzazione dello Stato, oltre ad essere semplice, dovrebbe essere anche efficace e la
proliferazione delle istituzioni non aiuta. Al contrario sarebbe utile una proliferazione di istituti
popolari di base di controllo ed indirizzo. Questa è la battaglia che dovrebbe fare una sinistra
radicale.
In merito al Senato, non a caso, al tempo dei costituenti la sinistra voleva il monocameralismo.
Al contrario penso che la sinistra di quei tempi si sbagliò sulle Regioni, ma era giustificata
dall’obiettivo di costruire dei contro-poteri al governo centrale cui non poteva accedere.
A conti fatti le Regioni sono risultate: dei baracconi magia soldi, inutili sul piano pratico, lontane
dalla percezione dei cittadini; tranne alcune che affondano le loro radici nella storia. Se c’era
un’istituzione da eliminare dopo il Senato queste erano dunque le Regioni e non certo le Province.
Un geografo già decenni fa parlò:”conchiglie vuote sul piano identitario” tant’è che sono state tirate
sempre in un verso o nell’altro: proliferazioni di micro-regioni o enunciazione di macro-regioni;
vedi la Fondazione Agnelli prima e la Lega Nord poi. Le modifiche del titolo V, per altro, non
hanno creato federalismo e vicinanza ai cittadini. In realtà questa trasformazione avvenne per
ampliare privatizzazioni e liberalizzazione attraverso il “federalismo dei deficit”. Che poi un paese
come l’Italia abbia la necessità di due livelli legislativi: Camera-Senato e Regioni, e che ora abbia
bisogno di una Camera degli enti locali, appare il frutto del solito bizzantismo italiota.
La disaffezione alle Regioni è visibile anche nel PRC. Il regionale è né più né meno che un
coordinamento delle Federazioni, ma noi facciamo congressi regionali, eleggiamo CPR!?
Un riordino dell’assetto istituzionale e di tutto l’apparato statale è invece necessario e deve tener
conto dei cambiamenti avvenuti nel sociale quanto a livello globale.
Per gestire la fase globalizzazione/post-globalizzazione, crisi dell’Europa, crisi economica,
industriale, sociale, democratica è necessario uno centro statale forte, efficace, credibile. Sono le
masse popolari che ne hanno bisogno. Gli altri ceti lo hanno conformato a propria immagine e
somiglianza; da qui il lasciar fare, la cialtroneria. Inoltre solo uno Stato forte ed efficace consente
l’esistenza di enti locali altrettanto forti e un conflitto e una partecipazione che non siano impotenti,
frustrati e frustranti.
Penso, dunque, che l’uscita dalla crisi, la necessità di nuovi paradigmi sociali, economici,
ambientali, l’attuazione della Costituzione, devono passare inevitabilmente per una conquista e una
trasformazione radicale dello Stato. L’Italia ha una necessità storica di rivoluzione: Quella
rivoluzione che la borghesia italiana non è mai stata in grado di fare. E si vede!
Questa necessità deriva anche dal fatto che un’altra Europa non può che essere confederale,
multipolare, euro-mediterranea e deve per forza ripassare per la riconquista della sovranità
nazionale e per il rilancio della sovranità e del protagonismo popolare.
Fatte queste molto sommarie considerazioni, ho trovato assai interessante lo studio della Società
Geografica Italiana che qualche tempo fa ha presentato una proposta di riordino degli enti
territoriali.
La proposta riguarda la sostituzione delle 140/150 fra Regioni e Province con 36 dipartimenti
risultanti dall’aggregazione intercomunale secondo criteri di competitività, sostenibilità ambientale,
innovazione socio-culturale che tengono conto di come i passati decenni hanno cambiato l’Italia.
Dice la presentazione:”Siamo in presenza di un’esplicita sfida istituzionale che impone la
ridefinizione dei sistemi amministrativi: e che perciò richiede una nuova immaginazione geografica,
prima che politico-istituzionale, il cui obiettivo sia il perseguimento di fini collettivi,
coinvolgendo processi non solo economici, ma sociali e ambientali. Non solo efficienza economica,
ma coesione sociale, inclusione, integrazione multi-attore”.
Non conosciamo i criteri di valutazione e quindi non abbiamo i dati che stanno alla base delle
proposte di riordino, tuttavia va apprezzato lo sforzo di porre la discussione su basi che hanno una
qualche velleità scientifica.
È dunque una proposta discutibile ma utile per una sinistra che volesse approfondire, studiare,
capire. E far politica.

DIstrazione

Mimmo Porcaro

Cosa ci insegna il convegno fantasma

Il 14 giugno avrebbe dovuto svolgersi a Bologna un convegno su euro e dintorni, relatori Alberto Bagnai e chi scrive. Prima di parlare dei motivi per cui il convegno non si è svolto, vorrei dare un’idea di quello che avrebbe potuto essere.

Si trattava, io credo, di prendere atto delle tesi di Bagnai, molte delle quali sono incontrovertibili, e di chiedersi che cosa ne possa conseguire dal punto di vista politico. E quel che ne consegue non è un argomento in più da aggiungere alla lista delle cose da “approfondire” (che poi, nel gergo della sinistra, vuol dire “censurare”). E nemmeno un tema in più da affiancare a quelli soliti: c’è l’ambiente, ci sono i diritti civili e, toh!, c’è l’euro. E’ piuttosto qualcosa che implica addirittura la ridefinizione generale della strategia della sinistra (e dello stesso significato di questo abusatissimo termine), e quindi la costruzione, né più né meno, di una nuova forza politica.

Sì, perché la critica senza appello dell’euro e dell’Unione europea, la comprensione dei motivi che hanno spinto le nostre classi dirigenti verso l’europeismo dogmatico (ossia l’uso del vincolo esterno per regolare i conti interni con i lavoratori), la polemica contro le false spiegazioni della crisi italiana (casta, corruzione, debito pubblico) e l’ascrivere invece questa crisi, nella sua essenza ultima, al debito privato ed alla volontaria sottomissione al capitalismo nordeuropeo, possono condurre a conclusioni assai impegnative. E possono farci dire che l’alleanza dei lavoratori italiani con la frazione europeista del nostro capitalismo è un patto a perdere. Che questo patto deve essere rotto a vantaggio di un’alleanza del lavoro capace di ribaltare quei rapporti di proprietà che, consegnando la ricchezza del paese a capitalisti senza capitali, ci hanno condotto agli esiti attuali. Che ribaltare i rapporti di proprietà significa ripristinare (e razionalizzare) la proprietà pubblica nei settori strategici, attuare la repressione finanziaria, reinventare un controllo civico sull’economia e quindi riattivare, in qualche modo, una prospettiva socialista: non come scelta meramente ideologica ma come necessità per chi voglia uscire dall’euro non solo per svalutare, ma anche per rafforzare i salari ed il patrimonio industriale del paese. E che tutto ciò implica, infine, la ridefinizione della collocazione internazionale dell’Italia. Perché l’Unione europea, a dispetto di quel che pensa la sedicente sinistra radicale, non è uno spazio “più grande” e quindi –chissà perché – migliore, ma una macchina per aumentare le differenze fra territori e fra classi, e quindi rendere impossibile un’azione unitaria dei lavoratori. E perché la subordinazione al capitalismo atlantico ultraliberista, implicita nell’adesione all’Unione europea, ci impedisce di por mano a quegli strumenti pubblici che soli, come è già avvenuto in altri momenti di crisi, possono farci uscire dal pantano.

Insomma: a Bologna avremmo probabilmente parlato, per una volta, di problemi seri. Ne avremmo parlato magari litigando (non è affatto detto, né è obbligatorio, che Bagnai e chi la pensa come lui tragga le mie stesse conclusioni…), ma senz’altro facendo incontrare per la prima volta, e su punti significativi di riflessione, persone che – da sole – possono fare assai poco. Ma unite possono moltissimo: perché individuano le questioni essenziali. Molti hanno intuito la posta in gioco: è’ per questo che andava crescendo, di giorno in giorno, il numero dei compagni, dei cittadini che dall’Emilia e dalle regioni vicine annunciavano il loro interesse e la loro presenza.

E allora, perché il convegno non si è svolto? I precari e poco frequentati archivi dei blog sono lì a dimostrare personalismi, rancori, ripicche, disarmanti tendenze al dileggio, ecc. . Io preferisco però considerare le posizioni politiche che stanno alla base di queste baruffe (che in altri momenti sarebbero ridicole, ma oggi rischiano di divenire fin troppo importanti) e discutere degli errori politici di Bagnai ma anche di coloro che, pur non organizzando il convegno, erano uniti agli organizzatori da un patto (il Coordinamento della sinistra contro l’euro) che avrebbe dovuto impegnarli, quantomeno, a non ostacolare l’incontro.

Se Bagnai ha criticato ingiustamente e pubblicamente gli organizzatori, se ha sparato a palle incatenate contro una parte del Coordinamento, rendendo così di fatto impossibile il convegno, è anche perché al convegno stesso non credeva davvero. E non vi credeva perché non crede ad una sinistra-no euro: pensa che l’euro cadrà da solo e che quindi sia inutile tentare di costruire una forza politica attorno a questo tema. Errore grave: perché anche un’eventuale implosione “spontanea” della moneta unica innescherebbe dinamiche talmente complesse da richiedere, per essere governate a vantaggio dei cittadini, la presenza di una seria forza politica capace di leggerle con lucidità e di intervenirvi con prontezza. Una forza politica che, per essere efficacemente contro l’euro, dovrebbe in realtà definirsi non solo in rapporto all’euro, ma in rapporto all’intera storia del paese e dei suoi conflitti. In mancanza una tale forza – che non si costruisce in un giorno – il frutto non cadrebbe tanto lontano dall’albero: la fase post-euro sarebbe gestita, dopo qualche giravolta, o dagli attuali protezionisti o dagli attuali liberisti (in fondo i nostri asset si svaluterebbero, e la loro vendita potrebbe proseguire allegramente…), si risolverebbe di nuovo in una politica di bassi salari e comporterebbe un maggiore servaggio del paese nei confronti delle potenze occidentali, ed in particolare degli Stati Uniti. Quindi, se si è “di sinistra”, bisogna porsi fin da oggi la questione di una nuova forza politica (che magari sia prima di tutto socialista e ridefinisca su questa base l’altrimenti vacuo termine di “sinistra”). E per farlo bisogna anche avere uno stile di lavoro capace di nettezza e di flessibilità, capace di valorizzare, almeno in un primo momento, i punti di convergenza rispetto a quelli di divergenza, capace di separare l’eventuale durezza della critica dell’insulto e dallo svilimento dell’interlocutore. Questo vale per Bagnai, ma anche per il Mpl e SollevAzione che, in questo teatrino, sono di Bagnai i più tenaci avversari. Intendiamoci: le critiche rivolte al professore (condivisibili o meno) sono tutte legittime e legittimo è pretendere che non vengano accolte con risentimento. Ma quando queste critiche sono accompagnate da inutili eccessi polemici, quando vengono estese agli stessi “seguaci” di Bagnai e quando vengono reiterate poco prima di un convegno organizzato da gente con cui peraltro si dovrebbe collaborare, diviene chiaro l’errore che motiva questi comportamenti. Ossia l’idea che in questa fase le differenze teoriche e culturali debbano tradursi immediatamente in antagonismo politico. Come se oggi non fosse invece importante, più di ogni altra cosa, raccogliere tutte le forze che, da qualunque impostazione teorica lo facciano, convergono esplicitamente o meno sul nesso tra critica dell’euro e critica del capitalismo italiano, sul nesso tra lotta dei lavoratori, sovranità (o autodeterminazione) nazionale e socialismo. Come se oggi non fosse importante depotenziare momentaneamente i dissensi e far crescere la consapevolezza delle conseguenze e delle implicazioni di quella convergenza. Oggi non bisogna ancora “stringere”: bisogna “allargare” con tenacia, chiarezza e pazienza. Verrà il tempo di delimitare: oggi bisogna ampliare i confini, anche per ben comprendere la varietà, le esigenze, le prospettive di interlocutori che potrebbero essere assai variegati e molto numerosi.

Cosa ci insegna, allora, il convegno fantasma? Ci insegna che bisogna unire le persone non in base al loro titolo accademico o al loro pedigree politico, ma in base alla loro comprensione della posta in gioco ed alla loro capacità di cooperazione. Ci insegna che la costruzione di una forza votata a riconquistare la dignità del lavoro e la dignità del paese non passa né per i grandi nomi né per le piccole organizzazioni, ma per la tenacia delle piccole persone che si mettono al servizio di una grande idea. Un’idea troppo importante per essere abbandonata al gioco degli opposti narcisismi. Continueremo, in altri modi. La convergenza tra coloro che, partendo dalla critica all’euro, tentano di porre nella giusta dimensione i problemi del paese (ed anche i problemi dell’Europa, che non intendiamo abbandonare alla disputa tra destra liberista e destra parafascista) avverrà comunque. E ci sarà spazio per tutti coloro che non hanno bisogno di rivendicare primazie intellettuali o progetti politici preesistenti, che non intendono difendere vecchie posizioni, ma sanno di dover dare inizio ad una storia nuova.

 

DIstrazione

EUROPEE: TURARSI IL NASO E VOTARE…?

 

ugo boghetta

 

Scrivo più per dovere che per piacere: la data della pubblicazione ne è una conferma. Di parlare di elezioni ne ho le palle piene. Sono anni che facciamo quasi solo questo. Del resto in Italia siamo tutti allenatori di calcio, commissari della nazionale e, ovviamente, politologi.

Non mi sottraggo al rito pur sapendo che è difficile evitarne le distorsioni.

In primo luogo va detto che nelle elezioni i programmi contano quasi nulla: conta il senso che si trasmette. Conta il modo con cui questo viene recepito. Conta come le persone ed i vari ceti e classi interpretano la posta elettorale, e su chi vogliono scommettere. Solo chi pensa che le elezioni sono la summa della politica ne fa il passaggio cruciale o si stupisce che il giorno dopo tante persone dicano cose diverse da come hanno votato. Ciò è tanto più vero in una situazione confusa, apparentemente quasi priva di ideologie.

In secondo luogo è necessario definire qual’è l’importanza del voto alle europee.

Dopo cinque sei anni di crisi del modello finanzcapitalista e di quello europeo, queste elezioni indicheranno le percezioni dei cittadini dei vari ceti, nei vari Stati. Solo un grandissimo risultato del variegato mondo degli euro scettici avrà un vero valore politico.

Il voto ovviamente impatta nelle singole nazioni che, con buona pace dei nostri euristi ad oltranza, esistono e sono realtà. In questo senso sarà interessante notare come funziona la grande coalizione in Germania, il combinato disposto Fronte de Gauche, Hollande, Le Pen in Francia, Syriza in Grecia e il duello Renzi Grillo in Italia. Come si vede situazioni molto diverse. Ma di quale Europa si parla?!

Fatte queste premesse ne rimane un’altra. Da quale punto di vista dare il giudizio.

La visuale che scelgo è quello sinistra-noeuro, sovranità nazionale e popolare, transizione democratica, socialismo; ciò nella consapevolezza che questa parte è minoritaria e frammentata.

Fatte queste premesse la situazione è imbarazzante. Qualche settimana fa avrei detto che Grillo era quello che meglio esprimeva il tema dell’uscita dall’euro. Ora non più, si sta democrastianizzando. Viene fuori sempre più evidente la logica acchiappa voti: il trasformismo italiota. Rimane il fatto che il M5S è quello che meglio può mettere in difficoltà Renzi. Da questo punto di vista il voto a Grillo ha sicuramente un senso.

A sinistra, tuttavia, si minimizzano alcune questioni che a me invece paiono fondamentali. Il ruolo antirenzi viene gestito da Grillo alla Grillo, con un’ideologia e la relativa fraseologia né di destra né di sinistra che sta sempre più permeando la società e le giovani generazione: un’ideologia antagonista al classismo, una delle tante versioni liberal-liberiste basate sull’individuo/individuo massa. La sottovalutazione di questo aspetto è la conseguenza della debolezza materiale, ideologica progettale delle sinistra; e sta nell’incosapevolezza che un’alternativa non può che ripassare da una ricostruzione teorica, culturale ideologica, progettuale. E che, dunque, chiunque metta in discussione queste base è il tuo nemico principale. Se e quando il M5S avrà le sue crisi e le sue contraddizioni questa è un’altra cosa.

Al contrario la Lista Tsipras mantiene un gergo di sinistra seppur attenuto da Spinelli e soci. Questo gergo tuttavia è diventato un simulacro. Sta dentro un quadro ormai fuori dalla realtà sociale e politica. È residuale. Il new deal di Tsipras ne è una testimonianza. Il keynesismo, l’approccio socialdemocratico, ma anche la falce e martello senza prospettiva socialista, finiscono per essere muti.

Tuttavia la lista Tsipras, pur nei modi negativi che conosciamo, ho messo messo insieme dopo molto tempo coloro che si pensano di sinistra: si va da Rossa a Sel ai liberali di sinistra, financo dentro il PD. Né va dimenticato che il resto della sinistra Europea è diversa dalla lista italiana. Per altro verso l’aggregato Tsipras, per il suo europeismo acefalo, è il principale ostacolo allo sviluppo del movimento noeuro e della costruzione di un’alternativa. Con l’evoluzione di quest’area bisognerà farci i i conti.

C’è infine l’astensionismo. Fenomeno che nelle ultime tornate elettorali ha anche cambiato segno. Una volta l’astensionismo era qualunquista o di destra. Recentemente si è fatto strada un astensionismo consapevole e di sinistra. In teoria, stante la situazione, è la posizione più coerente ma, credo, anche quella meno efficace.

In conclusione non vedo nelle elezioni un prevalente e, pertanto, ritengo valide quanto opinabili tutte e tre le opzioni; e per ognuna sarà necessario turarsi il naso.

Per quanto mi riguarda mi turerò il naso e voterò la lista Tsipras; questo anche perchè voglio essere a posto con me stesso quando si tireranno le somme e si deciderà del futuro del PRC e della lista stessa.

Qualcuno (Salvadori) afferma che votare il meno peggio è un segno di razionalità. Alla lunga, però è sintomo di una malattia diventata ormai cronica. Questa è la realtà della sinistra e anche di tantissimi cittadini.

A prescindere dal risultato sarà dunque necessario una radicale discontinuità, un profondo ripensamento teorico, ideologico, di cultura politica, programmatico. Chi ne avrà il coraggio e la voglia?